Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Un libro straordinario - 2

Alcune riflessioni nate dalla lettura di «Paula», romanzo autobiografico della scrittrice cilena Isabel Allende.

Paula mi pare un diamante, incastonato tra Il piano infinito e Afrodita, prezioso e intenso, particolare e vibrante di luci nella sfaccettatura dei suoi diversi registri narrativi.Non credo quindi che sia di facile e speditiva catalogazione come romanzo autobiografico, ma ammetto che è il romanzo della vita e dei romanzi dell'Allende, femminile e segreto nelle memorie svelate oltre ogni reticenza o pudore, offerte all'altare di una potente e misericordiosa Dea Madre per la salvezza di Paula.

Non si può vivere senza ricordi e Isabel, più che Paula al suo male, deve potere sopravvivere alla sopraffazione del dolore, alla frustrazione e il senso di sconfitta per la perdita più atroce che l'essere umano debba sopportare, la perdita di un figlio.

Vivere, dunque, amare avvezzandosi a perdere chi e ciò che si è amato e scrivere, oltre il timore della premonizione, esorcizzando il lutto stesso per la propria morte.

La febbre della scrittura non corrode, ma - proprio come il dolore - costruisce lo spirito e combatte allora la vera fine, l'oblio. Alimentare la memoria pare dunque l'unica catarsi possibile per l'essere umano, l'unica distrazione della madre e della morte al capezzale di Paula. Se però il lettore è distratto dalla narrazione biografica e della saga familiare, a quel capezzale è pervicacemente ricondotto. La madre non può davvero evadere il suo cordoglio, non può farlo dunque il lettore. La scaturigine del romanzo è questa e lo domina come unica nota acuta, incessante e, se momentaneamente s'abbassa, si rialza sempre, ma senza veramente interrompere il ritmo narrativo, come invece ha spezzato la vita quando ne pareva allentata la tensione.

La vita è rumore tra due insondabili silenzi e l'anticiparsi dell'ultimo ed eterno silenzio, nella vitale e tragica assenza di Paula nella sua infermità, ferma pure l'orologio al polso del lettore. Nella privata riconsiderazione delle parole, lo costringe a una silenziosa, penosa e pensosa lentezza, a ritracciare i vissuti personali, a tornare all'eco dei suoi passi perduti.

Altri ricordi, parole d'altre letture s'affollano, altre immagini archetipe possono sopraggiungere, segrete vibrazioni del tempo e dello spazio che fanno sussultare l'anima. La misteriosa magia della scrittura evoca visioni, come quella del famoso quadro del norvegese Munch, "La bambina malata", è la stessa atmosfera sommessa e liquida di lacrime sospese della casa di San Rafael.

Proprio come in un altro quadro di Munch, alla fine il dolore della madre esplode: un immenso, solitario e disperato temporale, un grido antico, viscerale, tellurico, che lascia torturati e attoniti poco prima dell'epilogo. Epilogo che ha ritmo, invece, e sonorità lenta e insperata d'adagio. Col materializzarsi vero o sognato, nella lunga veglia, dei benigni spiriti familiari, la vita di Paula compie il suo ciclo e si spegne, facilmente, senza dolore, senza rammarico. Allora si allarga piano, gentile, amoroso e spirituale un abbraccio in cui si è sorpresi, soli e con il libro in mano, senza che si possa trattenere la commozione.

Ho pianto e non me ne vergogno.

Articolo di Vittorio Bica pubblicato il  23/6/2003 alle ore 23,4.

Indice del Pesa-Nervi | Diodati.org

Inizio pagina.