Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Un intervento 10 e lodo...

Carlo Oliva spiega agli ascoltatori di Radio Popolare di Milano cos'è il «lodo Maccanico».

Di seguito un intervento radiofonico a proposito del Lodo Maccanico andato in onda in La caccia - caccia all'ideologico quotidiano, il 18/05/03 su Radio Popolare di Milano.

Non senza infamia

A proposito di maggioranza e minoranza: sembra che nel centro destra siano riusciti a trovare un accordo (fra di loro, naturalmente) per presentare alle Camere, subito dopo il prossimo turno elettorale amministrativo, il cosiddetto "lodo Maccanico", l'ingegnoso provvedimento che -com'è noto - dovrebbe permettere di congelare a tempo indefinito le cause in cui siano coinvolte le "alte cariche dello stato", che è un modo gentile per non dire i processi in cui sia accusato l'onorevole Berlusconi. Mi permetterò, per una volta, di non commentare l'iniziativa nel merito, che di commenti se ne sono sentiti anche troppi, e di non sottolineare neanche il fatto che questo uso di rimandare a dopo le elezioni un voto che si presume possa scontentare il proprio elettorato rivela, nei confronti dei cittadini votanti, un disprezzo di fondo su cui i medesimi bene farebbero a meditare. Il mio interesse, in questa occasione, è di natura meramente linguistica. Perché su che cosa esattamente sia un lodo e sul perché un provvedimento parlamentare debba essere definito così mi sono accorto di avere, vi confesso, le idee un po'confuse.

Il "lodo", naturalmente, è un modo arcaico di dire la "lode", soprattutto quando si abbia necessità di far rima con "modo", come capita al padre Dante al celebre verso (Inf., III, 36) in cui gli ignavi sono definiti come coloro che visser senza infamia e senza lodo. Ma non è questo, naturalmente, il caso. L'espressione ha un certo che di tribunalizio e curiale che fa supporre un uso specializzato. Urge, quindi, consultare il vocabolario, da cui infatti si apprende (Zingarelli, Vocabolario della lingua italiana, X edizione, Bologna 1970, p. 971) che chiamasi appunto lodo (dal latino medioevale lodare nel senso di "approvare") una decisione degli arbitri, che acquista efficacia di sentenzia giudiziale allorché sia dichiarata esecutiva con decreto del pretore o - supponiamo - di un altro magistrato. In effetti, a pensarci, proprio quello era il "lodo Mondadori" di cui si è tanto parlato a proposito delle disavventure del povero Previti: la decisione, presa a suo tempo da un collegio arbitrale, di assegnare la proprietà della nota casa editrice a una delle parti che se la contendevano, decisione che in seguito il giudice competente - per un motivo o per l'altro - ritenne di nonconfermare.

Benissimo. Dal problema dei processi del Berlusca siamo ancora lontani, ma si incomincia a intravedere qualche filo di luce. In fondo, se due litiganti decidono di rivolgersi a un arbitro, come Davo e Sirisco negli Epitrépontes di Menandro, vuol dire che non sono risoluti a portare la loro lite fino in fondo, costi quello che costi, che non escludono una qualche ipotesi di conciliazione. E infatti il più recente Dizionario Devoto-Oli della Lingua Italiana (edizione informatica, Firenze 2000-2001, s.v.), oltre al significato di decisione degli arbitri proprio del linguaggio giuridico, registra anche quello, per estensione, di formula di transazione e di compromesso. Il lodo Maccanico sarà quindi, se non proprio "la transazione Maccanico", che non suona bene, almeno il "compromesso Maccanico", e come tale, infatti, ricordiamo adesso che nacque, quando la sinistra, per bocca dell'autorevole ex ministro delle comunicazioni, lo propose, in cambio della rinuncia, da parte della maggioranza, a portar avanti la deplorevole legge Cirami. Qualcosa sulprincipio tu cedi su qualcosa e su qualcosa ti seguo io, che è pratica sempre ammessa in politica e cui nessuno, comunque, è obbligato a sottostare se non lo vuole. Infatti all'epoca la destra la rifiutò con sdegno e la Cirami fu trionfalmente approvata, con i bei risultati che si sono poi visti. Che adesso sia la stessa destra a riproporre quel compromesso, senza peraltro cedere (né promettere) in cambio alcunché, è forse un pochino disdicevole, ma non fa che comprovare quello che tutti sappiamo già, cioè che la moralità di quella parte politica si basa sul principio del quia sum leo, quello per cui il leone, nella favola diFedro, si prendeva la parte sua perché gli spettava e quella degli altri perché se solo gli altri avessero provato a protestare gliela avrebbe fatta vedere lui.

Il che non spiega, comunque, perché ci si ostini, da sinistra come da destra, a definire "lodo" quella proposta. La decisione di congelare i processi che coinvolgano le alte cariche dello stato non è stata presa, che io sappia, da alcun collegio arbitrale e, allo stato, non è neanche il frutto di un compromesso o di una transazione. È cosa che riguarda i principi e sui principi, perbacco, non ci si compromette né si transige. Specie in fase preelettorale.

A meno, naturalmente, che a un compromesso o a una transazione si pensi effettivamente, ma in forma - diciamo - occulta, che a un qualche tipo di scambio si abbia in mente di giungere comunque, ma senza dirlo a nessuno. Un'ipotesi forse maliziosa, che però spiegherebbe assai bene questo ostinato ricorso a un termine così tipicamente proprio del linguaggio giuridico. Tra le varie funzioni del linguaggio giuridico, come - d'altronde - di tutti i linguaggi specializzati, c'è anche quella di tenere alla larga i non specialisti, celando le intenzioni e i propositi degli operatori del settore dietro una cortina di termini oscuri. E l'Italia, patria del diritto (e del trasformismo), resta notoriamente un paese avvezzo da sempre ai compromessi più vertiginosi.

Basta soltanto non chiamarli mai tali, a dimostrazione del fatto che se la nostra classe politica può, talvolta, fare a meno del lodo, resta tenacemente attaccata all'infamia.

Carlo Oliva

Articolo di Franco Frascolla pubblicato il  29/5/2003 alle ore 8,10.

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