Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Perché per pulirci le orecchie dobbiamo sporcare le spiagge?

Le spiagge trasformate in immondezzai a causa dell'incuria degli uomini e del lunghissimo ciclo di decomposizione dei nostri rifiuti.

Leggo e rileggo un libro che vorrei che tutti gli italiani leggessero (giuro, non ho nessuna percentuale né dall'editore né dall'autore). Il libro è Gaia. Viaggio nel cuore d'Italia del geologo Mario Tozzi, edito da Rai Eri Rizzoli nel 2004. E' un viaggio alla scoperta del territorio italiano, che propone un modo più sensato e naturale di interagire con l'ambiente. Riporto di seguito alcune pagine dal libro di Tozzi (precisamente le pagine da 273 a 278), in cui l'autore fa un piccolo sommario dell'impatto ambientale di ciò che quotidianamente gettiamo via come immondizia. Se questa mia citazione servisse a far sì che chi legge non gettasse più da oggi in poi i bastoncini per la pulizia delle orecchie nella tazza del gabinetto, mi riterrei almeno in parte soddisfatto...

Tutto si trasforma

(...) nessun luogo al mondo è immune dall'immondizia degli uomini moderni. The Economist ha pubblicato di recente i risultati di una ricerca britannica che ha esaminato al proposito le isolette del territorio di Pitcairn, alcune deserte, altre con qualche decina di abitanti al massimo, a circa 9000 chilometri a oriente dell'Australia, in mezzo all'Oceano Pacifico. La piccola isola deserta di Ducie - circa 4 chilometri quadrati - ha restituito quasi un migliaio di oggetti, tra cui accendisigari, zerbini, insalatiere, soldatini, bottiglie, tubi e giocattoli in plastica, tappi di bottiglia, salvagente, barattoli di vetro e metallo, scarpe, guanti, flaconi di medicinali, pneumatici, corde; oltre a circa 300 oggetti di plastica di cui non è stato possibile identificare la funzione.

Ho condotto artigianalmente un'analoga ricerca su una delle spiagge più belle e più vaste del litorale laziale, quella di Sabaudia (in provincia di Latina) prendendo però in esame solo un fazzoletto di sabbia di 100 x 20 metri di lato, appena prima dell'estate e della canonica ripulitura stagionale. Del resto il paragone è con un'isola che non è mai stata ripulita. Ho trovato:

  • 2 boe di plastica scolorite (be', su una spiaggia...)
  • 23 bottiglie di plastica fra chiare e scure, spigolose o tondeggianti
  • 6 bottiglie di vetro trasparenti e verde scuro (senza messaggi)
  • 3 contenitori in polistirolo bianco (frammenti)
  • 2 pannolini quasi irriconoscibili (apparentemente già usati)
  • 11 barattoli di metallo tipo conserva
  • 6 vasetti in vetro senza coperchio
  • 33 buste di plastica di varia dimensione e struttura (specie con la scritta «non gettare nell'ambiente»)
  • 9 lattine di alluminio deformate, schiacciate e decolorate
  • 4 carte telefoniche sbiadite (ma intere)
  • 2 scarpe spaiate
  • 1 ciabatta rotta
  • 3 fermalattine
  • 1 guanto in tessuto non definibile
  • frammenti e pezzi di legno di varia foggia e natura
  • pagine di quotidiani e settimanali
  • corde e spaghi
  • fili di nylon
  • frammenti di reti da pesca
  • galleggianti rotti
  • noccioli di pesca, albicocca e oliva (di Gaeta, direi) lisciviati dal mare
  • innumerevoli cicche di sigaretta
  • altri rifiuti organici di varia natura.
[bastoncini per la pulizia delle orecchie]
Se proprio dovete usarli, almeno
non buttateli nella tazza del gabinetto.

Il ritrovamento più clamoroso e significativo però non ho potuto quantificarlo per via dell'impossibilità pratica di un conteggio neppure approssimato. Dove la spiaggia si trasforma in duna si riesce a osservare, in spaccato, la sabbia che è letteralmente crivellata di tubicini di plastica: decine, se non centinaia, di bastoncini nettaorecchie multicolori (ma soprattutto azzurri) accumulati da vecchie mareggiate che li hanno quasi fissati nelle lamine di sabbia. E persino il segno dell'alta marea, cioè il contorno ancora umido dell'onda, è contrappuntato da decine di bastoncini che ne ridisegnano l'andamento sinuoso. Il bastoncino nettaorecchie è il simbolo per eccellenza di una società usa e getta che non sa riciclare e che inquina: esistono in commercio analoghi bastoncini in amido di mais che sono completamente solubili in acqua e che restano invenduti, mentre si continua a gettare quelli di plastica negli scarichi, che poi lo riversano in mare senza che nessuno si preoccupi di recuperarli. Un bastoncino nettaorecchie resiste al sole, al mare e al vento ed è in grado di superare un oceano fluttuando come un tronco in miniatura, però immarcescibile, incorruttibile, tremendamente inquinante. Tutto questo per eliminare un po' di cerume: siamo sicuri che non ci siano altri metodi?

In mare un torsolo di mela si deteriora in un paio di mesi, ma a terra resiste fino a 6; un quotidiano o una rivista possono durare quasi un mese e mezzo in mare contro i 10mesi a terra. Una lattina di alluminio resiste per 1 o 2 secoli, mentre una sigaretta può reggere circa un anno in mare e 2 a terra; niente rispetto a una bottiglia di plastica, che dura mezzo millennio in mare e quasi il doppio a terra. Il massimo di sopravvivenza è però raggiunto dai contenitori di vetro che - in mare o sulla terra non fa differenza - hanno un tempo di residenza in pratica infinito, cioè non si deteriorano mai. Prima dell'uomo la Terra non aveva mai conosciuto un animale in grado di produrre oggetti che altri organismi non riescono a decomporre.

Elogio del vuoto a rendere

Il riciclaggio è una buona strada, ma è già un operare sugli effetti piuttosto che non sulle cause. Per risolvere davvero il problema sono necessarie organizzazione, raccolta differenziata dei rifiuti, collaborazione e sensibilità. L'opzione più intelligente e più compatibile - da un punto di vista ambientale - è quella di una minore produzione di rifiuti all'origine, riducendo soprattutto la quantità di imballaggi, che costituiscono circa il 40 per cento in peso e il 60 per cento in volume di tutti i rifiuti solidi urbani. Opzione valida anche al dettaglio: quando abbiamo perso l'antica usanza del vuoto a rendere? Ricordo benissimo la mia infanzia in Sabina, quando la nonna Norina mi mandava dal lattaio con due bottiglie di vetro vuote e accuratamente lavate in acqua bollente. E anche l'acqua - quando la volevamo proprio fresca - la attingevamo alla fontana pubblica con una brocca di rame, non la compravamo al negozio, che comunque di acqua minerale aveva una sola marca (se ce l'aveva). E così funzionava pure per le bibite: se rendevi il vuoto pagavi meno, e la bottiglia si usava più che si poteva. Non parliamo poi dei vestiti e dei giocattoli trasmessi ai fratelli, o degli avanzi di cibo usati per concimare l'orto o - chi lo ricorda? - delle ceneri del camino usate per lavare i panni al posto del sapone.

Minore produzione di rifiuti significa, in qualche modo, moderazione dei consumi e soprattutto sovvertimento della regola (o «filosofia», se vogliamo ricorrere a un termine forte) dell'usa e getta, cosa che appare ancora lontana da venire. Significa alienare i beni non indispensabili come propri, passare alle multiproprietà, alla condivisione delle autovetture come delle abitazioni di vacanza, all'affitto e al leasing. Significa ritornare agli oggetti che possono essere riparati e trascurare quelli che possono essere solo gettati quando si rompono, significa recuperare quelle sapienze artigiane che vanno scomparendo perché una società che butta tutto non ha bisogno di recuperare nulla. Significa, ancora, ritornare al mercato dell'usato, non solo quello delle pulci, ormai un po' snob, ma quello ad esempio allestito dal ferramenta che ho sotto casa, che si preoccupa di riproporre alla clientela oggetti quasi nuovi di cui qualcuno si e stancato anche se perfettamente funzionanti. È lo stesso che vende ancora il detersivo a peso, se mi porto il contenitore da casa, e che incarta i chiodi nei fogli di giornale o dell'elenco telefonico dell'anno passato. Siamo sicuri che sia una società sana quella in cui l'involucro è arrivato a costare più del contenuto?

Ridurre i rifiuti significa anche ridimensionarne il volume, per esempio pressandoli attraverso macchine speciali. Significa comportarci - in ogni occasione - come se ci trovassimo su un'isola deserta, dove possiamo avere bisogno di qualsiasi oggetto, ma se lo buttiamo non possiamo più disporne trasformandolo da scarto in risorsa. È anche una questione di educazione ambientale nel senso più ampio del termine, oltre che di stile di vita, ma, come è noto, per entrambi sono necessari tempi lunghissimi o traumi che nessuno si augura. Come questo cambiamento possa eventualmente essere possibile nell'Italia regno della discarica,dove il 67 per cento dei rifiuti finisce in un buco e solo il 19 viene riciclato, sembra comunque di difficile comprensione. Specialmente nel Mezzogiorno, dove solo il 6 per cento (sei) viene recuperato. Ho viaggiato per la Campania delle discariche abusive, ma la Puglia rappresenta un caso se vogliamo ancor più clamoroso: alcuni comuni della provincia di Bari tentano solo oggi di uscire da situazioni in cui la percentuale di raccolta differenziata è vicina allo zero: la discarica domina ancora incontrastata. Realtà di questo genere convivono all'interno della stessa cornice nazionale con cittadine del Nord dove si arriva a riciclare fino all'80 per cento dei rifiuti.

Commenti dei lettori

  1. Commento di Michele - 16/5/2005 ore 2,44

    Dall'anno scorso è proibita la produzione e la vendita di bastoncini in plastica, almeno in italia. Se guardi nei supermercati li troverai solo di cartone compresso

    Ciao Michele

  2. Commento di Michele Diodati - 16/5/2005 ore 9,08

    Apprendo con piacere la notizia.

Articolo di Michele Diodati pubblicato il  12/5/2005 alle ore 9,57.

Indice del Pesa-Nervi | Diodati.org

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