Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Il doppio fallimento del governo Berlusconi

Il governo Berlusconi, molto democraticamente, scontenta in ugual misura sia i sindacati sia la Confindustria.

[Foto stilizzata di Luca Cordero di Montezemolo, presidente di Confindustria]Il fatto che l'appello quasi disperato di Berlusconi alle parti sociali abbia suscitato poca simpatia tra i sindacati è cosa che non stupisce minimamente.

Che il medesimo appello abbia invece indispettito non poco Luca di Montezemolo, presidente di Confindustria, stupisce un po' di più. Stupisce, naturalmente, se si fa astrazione dall'operato concreto di questo governo nel corso dei quattro anni trscorsi dal suo insediamento. Stupisce se si considera che l'Italia promessa da Berlusconi, con il suo reboante contratto con gli Italiani firmato nello studio del "notaio" Vespa, avrebbe dovuto essere il paradiso degli imprenditori, finalmente liberati dagli annosi lacci e lacciuoli che impedivano loro di dar miglior corso ai propri affari.

Invece l'imprenditoria italiana è uscita con le ossa rotte, come buona parte del resto della nazione, dai quattro anni finora trascorsi di «cura Berlusconi». Certo, la recessione - negata fino all'esasperazione dal presidente del Consiglio - non può essere tutta colpa dell'attuale governo, ma sicuramente l'esecutivo, con la mancanza di riforme strutturali per l'economia e con un capo del governo che vende al popolo pubblicità al posto di verità, ha contribuito non poco ad affossare la situazione economica del paese, che chiamare stagnazione o recessione è un puro artificio retorico a sfondo elettorale.

Ecco di seguito alcuni stralci dall'intervista di Massimo Giannini a Montezemolo, apparsa su Repubblica.it.

(...) Non ci credono Cgil, Cisl e Uil. E meno che mai ci crede Confindustria. Luca di Montezemolo è pessimista: Adesso il premier ci viene a parlare di dati preoccupanti? Adesso ci viene a chiedere un aiuto? Sono mesi che gli spieghiamo che la situazione è drammatica. Ma non ci ha voluto ascoltare. Quando un mese fa avevo detto che era meglio tornare a votare, dopo le dimissioni del governo, fui criticato: oggi temo di dover constatare che avevo ragione io... (...) L'Italia non può continuare così. Il governo non può continuare a far finta che i problemi del nostro Paese siano gli stessi dei nostri partners europei. È vero solo in minima parte... (...) Siamo un caso unico in Europa. (...) Guardiamo alla Francia e alla Germania, e allora scopriamo che solo in quest'ultimo anno il costo del lavoro per unità di prodotto in Italia è raddoppiato rispetto a quello francese e tedesco, e che mentre la nostra produttività è ulteriormente calata, la loro è rimasta stabile o è cresciuta, grazie al mantenimento delle quote di esportazione e alla presenza della grande industria.

Questa tendenza non è di oggi, è vero. Ma il governo di centrodestra non ha fatto nulla per invertire la tendenza. Al contrario, per quattro anni di legislatura l'ha addirittura negata. Non ha mosso un dito per finanziare la ricerca, per sostenere lo sviluppo, per favorire l'innovazione tecnologica, per rilanciare la competitività. Nel frattempo, la situazione dei conti pubblici è peggiorata, e di liberalizzazioni vere neanche l'ombra.

Non c'è una filosofia dell'impresa, non c'è un'attenzione alla concorrenza - ripete Montezemolo - e anche questo spiega perché, oggi, le cose vanno così male. Abbiamo privatizzato Autostrade e Telecom, cioè le grandi aziende che producono di fatto una rendita fissa per chi le ha comprate. Ma di apertura del mercato non c'è stata traccia. Perché il governo non ha liberalizzato l'energia, perché non si sblocca la situazione delle banche, perché non si aprono spazi nel settore delle municipalizzate? Non solo non si fa questo, ma adesso si è addirittura stralciata la riforma delle professioni. Peggio di così....

A questo punto - è il ragionamento del presidente di Confindustria - noi non chiediamo elemosine al governo. Non stiamo con il cappello in mano, a chiedere qualche sconto fiscale. Sull'Irap un segnale sarebbe importante, anche solo sul piano psicologico. Ma come ho già detto al governo, qualunque iniziativa sul versante fiscale deve essere compatibile con l'equilibrio della finanza pubblica e con i vincoli europei. Pensare a un nuovo strappo con l'Europa, in questo momento, sarebbe un errore.

Come dire: non c'è nessuna fiducia sul successo dell'ennesima forzatura di Berlusconi, che pretende dalla Commissione europea la possibilità di eliminare in un solo anno l'Irap sulle imprese, finanziando in deficit la restituzione dell'imposta per un importo totale di 12 miliardi di euro.

L'impressione, ascoltando le riflessioni che si fanno a Viale dell'Astronomia, è che gli industriali guardino già al dopo 2006. Non si aspettano più nulla da questo governo, al quale chiedono solo di non fare altri danni, di peggiorare ulteriormente la situazione, di non appesantire ancora di più il bilancio con una Finanziaria elettorale. Lo stesso anatema lanciato da Confindustria sul contratto degli statali ha l'aria di un monito a futura memoria, per chi verrà dopo Berlusconi.

(...) L'ho detto tante volte, e lo ripeto: noi imprenditori abbiamo le nostre responsabilità, e vogliamo fare la nostra parte, fino in fondo, per impedire il declino dell'Italia. Ma per farlo, vogliamo che ci sia una sensibilità concreta sui problemi dell'impresa. Dell'impresa vera, di quella che sta sul mercato e che, per competere, deve poter contare su un Sistema Paese solido, su un sistema fiscale premiale, che incentiva l'investimento e il rischio....

Sotto questo profilo, il berlusconismo è stato una doppia delusione per chi aveva guardato al Cavaliere come all'"Imprenditore d'Italia". Ma evocare questo tema vuol dire prendere di petto la questione che, oggi, è sotto gli occhi di tutti. In un Paese in piena recessione, con le famiglie che faticano ad arrivare al 27 del mese e un sistema industriale allo stremo, privo di grandi players globali e ricco di piccole aziende tagliate fuori dal gioco per ragioni di fisco e di costo, ci sono settori nei quali invece si concentra la ricchezza e si ingrassa la rendita.

Le banche, le assicurazioni, i fondi d'investimento, e soprattutto il mattone. Fior di immobiliaristi, che oggi giocano partite strategiche come Bnl o Rcs, dispongono di risorse enormi, cumulate in pochi anni, grazie a un regime tributario non proprio equilibrato. Rimettere in circuito questo fiume di denaro vuol dire tornare a discutere di tassazione delle rendite finanziarie, che oggi in Italia subiscono una ritenuta del 12,5%.

Inferiore alla media europea, la metà esatta dei livelli impositivi che gravano su tutti gli altri settori. È un argomento caro a Bertinotti, ma sul quale sia il Polo sia l'Unione hanno cominciato a discutere. E la stessa Confindustria potrebbe essere disposta a ragionare, in un'ottica di lungo periodo e in un quadro di riforme di respiro più vasto. È vero - ammette il presidente - c'è oggi in Italia una cospicua massa di ricchezza, tutta finanziaria e speculativa. È denaro bloccato, che non ha ricadute sulla produzione, sull'occupazione, sullo sviluppo. È legittimo porsi il problema di come rimetterne in circuito almeno una parte....

Commenti dei lettori

  1. Commento di vittorio - 16/5/2005 ore 21,54


    Che ne penso, Michele?
    Da risparmiatore già largamente bastonato e da più che vilipeso lavoratore che non vedrà mai una pensione, penso che la chiusa dell'intervista di Giannini a Montezemolo, con l'idea di tassare di più le rendite, sia degnamente in argomento col tuo articolo che precede.
    Ci siamo capiti, vero? ;-)

Articolo di Michele Diodati pubblicato il  15/5/2005 alle ore 15,18.

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