Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Carburante per nuove guerre

La guerra per il controllo dell'energia è il vero motore della politica estera internazionale. Lo spiega molto bene l'esperto americano Michael T. Klare in un saggio molto documentato.

Negli ultimi giorni ho rubato ore al lavoro e al sonno per offrire ai lettori italiani la traduzione integrale di un saggio in inglese di Michael T Klare, che contiene un'acuta analisi dei problemi di geopolitica che nascono dal sempre maggiore stacco tra la domanda mondiale di energia e l'offerta disponibile.

Il saggio è interessante, anzi allarmante, per gli scenari che delinea per i prossimi due decenni, ma soprattutto per il finale: una netta denuncia degli intenti di accaparramento delle risorse di idrocarburi dell'Iraq, come vera ragione scatenante dell'invasione americana del 2003.

Lo scritto di Michael T. Klare si trova in Rete nell'originale inglese, liberamente disponibile, su TomDispatch.com, oltre che su vari altri siti. In Italia viene pubblicato per ora, ma a pagamento, da Internazionale.it, anche se non so se L'impero del petrolio in copertina sia esattamente lo stesso scritto.

Di Michael Klare si possono leggere sul Web, in italiano, vari scritti. Per esempio I veri piani di George W. Bush, testo un po' datato, disponibile sul sito de Il Manifesto, e Petrolio, geopolitica e la futura guerra con l'Iran su Nuovi Mondi Media.

La battaglia globale per l'energia

Da Washington a Nuova Delhi, da Caracas a Mosca e a Pechino, capi di governo e direttori d'azienda stanno intensificando i propri sforzi per acquisire il controllo sulle maggiori fonti di petrolio e gas naturale, parallelamente all'intesificarsi della lotta globale per l'energia. Mai la competizione per la ricerca di riserve non sfruttate di petrolio e di gas naturale è stata così acuta, e mai tanto danaro e tanta potenza diplomatica e militare sono stati dispiegati nella competizione per guadagnare il controllo sulle maggiori riserve straniere di energia. Ad un livello che non ha precedenti, un successo o un fallimento del governo in questi sforzi viene trattato come una notizia da prima pagina, ed è fonte di pubbliche proteste il fatto che una potenza rivale possa trarre beneficio slealmente da una particolare transazione. Con gli esponenti di numerosi governi posti sotto pressione per soddisfare - a qualsiasi costo - le necessità dei rispettivi paesi, la battaglia per l'energia non potrà che divenire sempre più infiammata nei prossimi anni.

Questa guerra è determinata da un unico, ineluttabile fatto: la fornitura globale di energia non sta crescendo abbastanza velocemente da tenere il passo di una domanda schizzata alle stelle, specialmente da parte degli Stati Uniti e delle nazioni in via di sviluppo dell'Asia. Secondo il Dipartimento dell'Energia degli Stati Uniti (DoE), il consumo globale di energia crescerà di oltre il 50% durante il primo quarto del 21° secolo - dagli stimati 404 fino a 623 quadrilioni [milioni di miliardi] di unità termiche britanniche (BTU) all'anno. La domanda sarà in particolare per petrolio e gas naturale.

Dal 2025 il consumo globale di petrolio si presume che crescerà fino al 57%, da 157 a 245 quadrilioni di BTU, mentre si prevede che il tasso di crescita del consumo di gas sarà del 68%, da 93 a 157 quadrilioni. Appare tuttavia sempre più improbabile che le compagnie nel settore energetico saranno effettivamente in grado di fornire simili quantitivi di petrolio e di gas nelle decadi a venire, per ragioni che sono politiche, economiche e geologiche. Con i prezzi che salgono in tutto il mondo e gravi carenze alle viste nell'immediato futuro, tutte le nazioni maggiori consumatrici si trovano nell'urgenza di massimizzare le proprie quote della fornitura di energia disponibile. Inevitabilmente queste pressioni metteranno uno stato contro l'altro nella competizione per assicurarsi petrolio ed gas naturale.

Una folle ricerca

Nel passato, simili competizioni tra le maggiori potenze per risorse di grande valore, in cui la vittoria di uno equivale alla sconfitta dell'altro, hanno spesso provocato guerre. Se ciò sarà vero anche nel caso del petrolio e del gas, rimane da vedersi. Ma la pressione per massimizzare le forniture sta già modellando le decisioni nella politica estera di molti stati e sta generando nuove tensioni internazionali. Consideriamo, per esempio, i seguenti recenti sviluppi:

  • La decisione del Giappone di iniziare la produzione di gas naturale in una zona disputata del Mar della Cina Orientale ha favorito l'esplosione in Cina di massicce proteste anti-giapponesi il 16 aprile, il peggior scoppio di tali animosità negli ultimi trenta anni. Benché i leader di entrambi i paesi abbiano cercato di stemperare la crisi promettendo rinnovati sforzi di riconciliazione, nessuna delle due parti ha fatto marcia indietro nelle proprie rivendicazioni sui territori in mare aperto. Quantunque altri fattori siano confluiti nel malcontento popolare dei cinesi - in particolar modo la riluttanza del Giappone ad esprimere pentimento per le atrocità commesse dalle sue forze in Cina durante la Seconda Guerra Mondiale, la pubblicazione di nuovi libri di testo che, a quanto pare, dissumulavano le suddette atrocità, e così via - la decisione unilaterale di Tokyo di estrarre gas naturale dal Mar della Cina Orientale è stato il fattore scatenante. Potenzialmente a rischio è il possesso di un vasto giacimento di gas sottomarino nelle acque contese che giacciono tra la costa centrale della Cina e la catena di isole Riykyu del Giappone. A causa del fatto che che i confini in mare aperto tra Cina e Giappone non sono mai stati definiti, nessuna delle due parti è disposta ad autorizzare l'estrazione di gas da parte dell'altra all'interno del "territorio nazionale" conteso. Così, quando Tokyo il 13 aprile annunciò che avrebbe autorizzato la perforazione da parte di compagnie giapponesi in acque reclamate dalla Cina, Pechino non ebbe scrupoli nel permettere uno sfoggio di fervore nazionalistico senza precedenti, lungo un intero fine settimana.
  • Durante la sua prima visita in India come segretario di stato, Condoleezza Rice ha fatto pressioni su Nuova Delhi affinché abbandoni il progetto di importare gas naturale attraverso un gasdotto proveniente dall'Iran, sostenendo che un simile tentativo renderebbe vani gli sforzi statunitensi di isolare l'incoercibile regime clericale di Teheran. Noi abbiamo comunicato al governo indiano le nostre preoccupazioni circa la cooperazione tra Iran e India per il gasdotto, ha detto la Rice il 16 marzo, dopo l'incontro a Nuova Delhi con il ministro degli esteri indiano Natwar Singh. Ma gli Indiani hanno fatto sapere che la loro brama di forniture addizionali di energia prevale sull'opposizione ideologica di Washington al regime iraniano. Dichiarando che il progettato gasdotto servirà a soddisfare i sempre crescenti bisogni di energia dell'India, Singh ha detto ai giornalisti: Noi non abbiamo nessun tipo di problema con l'Iran.
  • Un mese dopo l'incontro in Nuova Delhi, la Rice è volata a Mosca ed ha fatto pressione sul Presidente Vladimir Putin affinché apra l'industria energetica della Russia a maggiori investimenti da parte delle compagnie americane. Notando che la repressione operata da Mosca sul gigante privato dell'energia, Yukos, insieme con le prospettate restrizioni sugli investimenti stranieri nei progetti energetici in Russia, avrebbe scoraggiato le compagnie statunitensi dal collaborare nello sviluppo delle vaste risorse di petrolio della Russia, la Rice ha implorato Putin di assumere una posizione più accomodante. Ciò che la Russia può fare è di adottare politiche nel settore energetico in termini di sviluppo del settore, che favoriscano l'incremento della fornitura di petrolio sia nel breve... che nel lungo periodo, ella ha confessato. Ma mentre abbracciava la richiesta della Rice di intensificare le relazioni USA-Russia, Putin non ha mostrato alcuna volontà di recedere dai suoi piani di mantenere il controllo statale sulle compagnie russe nel settore energetico e di usare questa autorità per spostare in avanti gli obiettivi geopolitici di Mosca.
  • Il 25 aprile il Presidente George W. Bush ha incontrato Abdullah, principe ereditario dell'Arabia Saudita, nel suo ranch di Crawford in Texas, e lo ha esortato ad aumentare in modo sostanziale la produzione saudita di petrolio, allo scopo di abbattere il prezzo della benzina americana. Il principe ereditario comprende che è molto importante garantire che il prezzo sia ragionevole ha osservato Bush prima dell'incontro. Un alto prezzo del petrolio danneggerà i mercati, e lui lo sa. Bush e Abdullah hanno discusso anche del conflitto israelo-palestinese e della perdurante minaccia del terrorismo, ma è stata la domanda di petrolio che ha dominato il summit di Crawford.

Sottolineando il grado in cui le questioni energetiche sono giunte a mettere nell'ombra le tradizionali preoccupazioni per la sicurezza, sia il Segretario di Stato Condoleezza Rice sia il Consigliere Nazionale per la Sicurezza Stephen Hadley hanno accentuato nei loro commenti sul meeting l'importanza di aumentare la produzione mondiale di petrolio. Ovviamente con stati come Cina, India ed altri che stanno crescendo, c'è preoccupazione per la domanda e l'offerta, ha osservato la Rice. E questi problemi devono essere risolti.

Sviluppi come questi, ed i commenti della Rice sull'incontro Bush-Abdullah, colgono l'essenza dell'attuale equazione energetica: la domanda sta crescendo in tutto il mondo; le offerte non stanno crescendo altrettanto velocemente da soddisfare le necessità globali; e la battaglia globale per assicurarsi il controllo su qualsiasi fonte sia disponibile sta diventando via via più intensa e conflittuale. A causa del fatto che è improbabile che il primo ed il secondo di questi fattori possano diminuire nei prossimi anni, il terzo non potrà far altro che crescere in modo sempre più netto.

Una domanda insaziabile

Le economie - tutte le economie - vivono sull'energia. L'energia è indispensabile per produrre cibo, manufatti, macchine a motore, apparecchiature meccaniche, per trasportare materie prime e prodotti finiti e per fornire luce e calore. Maggiore è l'energia disponibile per una società, migliori sono le sue prospettive per una crescita elevata; quando le fonti di energia diminuiscono, le economie scricchiolano e le popolazioni interessate soffrono.

Sin dalla Seconda Guerra Mondiale, la crescita economica nel mondo è stata largamente alimentata da abbondanti scorte di idrocarburi -- vale a dire dal petrolio e dal gas naturale. Dal 1950 il consumo mondiale di petrolio è cresciuto di otto volte, approssimativamente da 10 a 80 milioni di barili al giorno; il consumo di gas, che era partito da una base più piccola, è cresciuto persino più drasticamente. Gli idrocarburi soddisfano oggi il 62% della domanda mondiale totale di energia, all'incirca 250 milioni di miliardi di BTU rispetto ad una fornitura complessiva di 404 milioni di miliardi di BTU. Ma per quanto essi possano essere importanti oggi, è sicuro che gli idrocarburi si riveleranno ben più critici in futuro. Secondo il Dipartimento dell'Energia, petrolio e gas forniranno nel 2025 il 65% dell'energia mondiale, una quota maggiore di quella attuale; e poiché nessun'altra fonte di energia è al momento disponibile per rimpiazzarli, la salute futura dell'economia globale riposa sulla nostra capacità di produrre quantità sempre crescenti di questi idrocarburi.

La disponibilità futura di petrolio e gas influenza anche un altro aspetto chiave dell'equazione economica globale: la crescente sfida alle vecchie nazioni industrializzate, portata dalle dinamiche nuove economie dell'Asia Orientale, dell'Asia del Sud e dell'America Latina. Attualmente i paesi industrializzati incidono approssimativamente per i due terzi sul totale del consumo mondiale di energia. Dal momento che questi paesi, per la maggior parte, possiedono economie mature ed efficienti, si prevede che la loro domanda di energia aumenti tra il 2001 e il 2025 di un relativamente modesto 35%, una quota plausibilmente gestibile. Ma la domanda nei paesi in via di sviluppo ha preso il volo. Nel 2025, le previsioni indicano che i paesi in via di sviluppo incideranno per un allarmante 50% sul consumo mondiale totale di energia. Quando la loro domanda aggiuntiva viene combinata con quella delle nazioni industrializzate, l'incremento netto mondiale s'innalza del 54% per il medesimo intervallo di anni, una sfida di gran lunga più difficile per l'industria globale dell'energia.

La competizione per le fonti di idrocarburi sarà particolarmente intensa. Secondo il Dipartimento dell'Energia, il consumo di petrolio da parte dei paesi in via di sviluppo crescerà del 96% tra il 2001 e il 2025, mentre il consumo di gas naturale aumenterà del 103%. Per Cina e India il tasso di crescita è anche più alto: si prevede che nello stesso periodo il consumo di petrolio della Cina s'impenni fino al 156% e quello dell'India fino al 152%. La lotta che questi paesi, insieme con altre potenze in via di sviluppo quali Corea del Sud e Brasile, si trovano a sostenere per ottenere il petrolio e il gas aggiuntivi che servono per le loro economie in espansione, li metterà naturalmente in competizione contro i vecchi paesi industrializzati nella corsa a ostacoli per l'energia. Come ha detto la Rice, con stati come Cina, India ed altri che stanno crescendo, c'è preoccupazione per la domanda e l'offerta.

Fornitura incerta

Soddisfare la crescente domanda cinese e indiana non sarebbe un problema rilevante, se avessimo piena fiducia nella capacità dell'industria dell'energia di produrre i quantitativi aggiuntivi necessari. In effetti il Dipartimento dell'Energia vuole farci credere che le cose stiano proprio così. Le future forniture di petrolio e gas, dichiarà il DoE, saranno più che adeguate a soddisfare l'anticipata domanda mondiale. Ma molti esperti mettono in dubbio questa visione. Le forniture di petrolio e gas, essi argomentano, non raggiungeranno mai simili elevati livelli. Ciò è vero perché molte delle riserve mondiali conosciute di idrocarburi sono state già sfruttate e non sono stati scoperti, negli anni recenti, abbastanza nuovi giacimenti da permettere di compensare l'impoverimento delle riserve più vecchie.

Prendiamo il caso del petrolio. Il DoE predice che la produzione globale di petrolio raggiungerà i 120,6 milioni di barili al giorno nel 2025 -- 44 milioni di barili più di quella attuale ed appena una tacca sotto la prevista domanda mondiale di 121 milioni di barili al giorno. Affinché questo accada, tuttavia, le maggiori compagnie petrolifere devono scoprire nuovi massicci giacimenti ed aumentare in modo sostanziale la produzione dei giacimenti esistenti. Tuttavia sono pochi i nuovi grandi giacimenti scoperti negli ultimi 40 anni e soltanto uno, il giacimento Kashagan nel Mar Caspio, è stato scoperto nell'ultima decade. Nel contempo, molti vecchi giacimenti in Nord America, Russia e Medio Oriente hanno sperimentato un significativo declino della produzione quotidiana. Come conseguenza, molti geologi ritengono oggi non solo che l'industria globale del petrolio non sarà in grado di crescere fino al livello di 120 milioni di barili, ma che precipiterà ben sotto quella soglia.

Le predizioni che la produzione globale di petrolio toccherà tra ora e il 2025 un picco massimo, di gran lunga inferiore alle proiezioni del DoE, sono altamente controverse. Questa non è la sede per esaminare in dettaglio le opposte valutazioni. Ma un modo di gettare luce sul problema è di considerare il caso cruciale dell'Arabia Saudita, il maggiore fornitore mondiale ed il più probabile candidato ad incrementare la propria produzione in futuro. Secondo il DoE, la produzione di petrolio dell'Arabia Saudita crescerà più del doppio tra il 2001 e il 2025, impennandosi da 10,2 a 22,5 milioni di barili al giorno. Se l'Arabia Saudita potesse davvero aumentare la sua produzione di un simile quantitativo, potremmo essere ragionevolmente fiduciosi che le forniture mondiali totali sarebbero in grado di soddisfare la domanda prevista anche alla fine del suddetto periodo. Ma vi sono crecenti segnali che l'Arabia Saudita non è in grado di andare neppure vicino a quella previsione. In un articolo molto discusso del 2004 sul New York Times, l'analista economico Jeff Gerth ha dichiarato che dirigenti nel settore petrolifero e funzionari governativi negli Stati Uniti e in Arabia Saudita... affermano che la capacità probabilmente subirà uno stallo intorno ai livelli attuali, creando potenzialmente un significativo ammanco nella fornitura globale di energia.

In risposta alle asserzioni di Gerth, funzionari sauditi insistevano nel sostenere che il loro paese era pienamente in grado di aumentare la propria produzione quotidiana di un quantitativo sufficiente a soddisfare le previste necessità mondiali. Dovesse realmente materializzarsi [una più alta domanda mondiale]... noi saremo pronti a soddisfarla, ha dichiarato il ministro saudita del petrolio Ali I. Al-Naimi nel febbraio 2004. In particolare, Abbiamo prospettato scenari per una capacità di 12 milioni [di barili al giorno], per una capacità di 15 milioni, ed erano tutti fattibili. Tali solenni dichiarazioni hanno procurato un certo sollievo a quelli che erano rimasti allarmati dal resoconto di Gerth. Ma va considerato che Al-Naimi ha parlato soltanto di scenari relativi ad un incremento fino a 12 o a 15 milioni di barili al giorno -- difficilmente una garanzia a prova di bomba -- ed anche un incremento di quella misura cadrebbe ben al di sotto dei 22,5 milioni di barili prospettati dal Dipartimento dell'Energia. Molti analisti di problemi energetici hanno dichiarato, inoltre, che qualsiasi tentativo da parte dell'Arabia Saudita di far salire la propria produzione giornaliera oltre i dieci milioni di barili per un qualsiasi periodo di tempo creerebbe un danno irreparabile ai suoi giacimenti e porterebbe come conseguenza una caduta a lungo termine della produzione. Come ha osservato un alto dirigente saudita nel settore petrolifero, un tentativo di raggiungere i 12 milioni di barili al giorno porterebbe alla rovina nell'arco di un decennio.

La questione della futura produzione di petrolio dell'Arabia Saudita è terribilmente importante per questa discussione, dal momento che è altamente improbabile che qualsiasi altro produttore, o combinazione di produttori, potrà compensare la differenza tra la produzione sostenibile dell'Arabia Saudita di 10-12 milioni di barili al giorno e l'obiettivo di produzione previsto dal DoE per l'Arabia Saudita nel 2025, di 22,5 milioni di barili al giorno. Gli altri grandi produttori - Iran, Iraq, Kuwait, Nigeria, Russia e Venezuela - si prevede che avranno problemi non indifferenti per mantenere la loro produzione ai livelli attuali, senza considerare la possibilità che rimpiazzino il petrolio saudita "mancante". Stando così le cose, appare altamente improbabile che l'industria globale del petrolio sarà capace di soddisfare la prevista domanda mondiale negli anni a venire; al contrario, dobbiamo attenderci croniche scarsità di petrolio, prezzi più alti e crisi economiche durature.

Proprio a causa di questa prospettiva, molti leader nazionali stanno ora mettendo maggiore enfasi sull'acquisizione di accresciute forniture di gas naturale. Dal momento che il gas è stato sviluppato più tardi del petrolio nel ciclo industriale, le sue fonti principali non sono state ancora pienamente sfruttate e nuovi giacimenti - come quelli dell'Iran e del Mar Cinese Orientale - attendono un pieno sviluppo. Così come il petrolio, il gas naturale raggiungerà alla fine un picco globale nella produzione, ma non è probabile che ciò accada per almeno una decade o subito dopo che il petrolio ha raggiunto il suo picco. Perciò, in corrispondenza del declino della produzione di petrolio, ci si attende che il gas naturale possa assorbire parte del ristagno produttivo - ma solo una parte, perché non c'è abbastanza gas nel mondo per sostituire completamente il petrolio nella miriade dei suoi utilizzi. Ed è per questa ragione che molti governanti stanno tentando di guadagnare il controllo o l'accesso alle principali riserve di gas adesso, prima che siano messe sotto chiave da qualcun altro.

Lotta sempre più dura

Cosa possiamo aspettarci da questa battaglia sempre più intensa per le preziose risorse energetiche? Di sicuro i leader nazionali stanno ponendo una sempre maggiore enfasi sulla competizione per l'energia, come hanno dimostrato i recenti giri intorno al mondo di Condoleezza Rice. In India, in Russia e in America Latina, non ha perduto occasione per sollevare il problema dell'energia, pressando alleati e partner commerciali affinché, da un lato, forniscano più petrolio e, dall'altro, ignorino le lusinghe di produttori "canaglia" come l'Iran e il Venezuela. Altri leader mondiali come il russo Vladimir Putin e il giapponese Junichiro Koizumi si sono comportati in maniera analoga. E' impressionante, in effetti, il modo in cui la questione dell'energia sia stata elevata a problema di sicurezza nazionale, sullo stesso piano degli sforzi per combattere la proliferazione nucleare ed il terrorismo internazionale. E così è stato il Consigliere del Presidente per gli affari di sicurezza nazionale, Stephen Hadley, a relazionare i giornalisti sull'esito del summit di Crawford tra Bush e Abdullah. Le notizie che vengono fuori dall'incontro di oggi dovrebbero essere buone notizie per i mercati [dell'energia], ha dichiarato il 25 aprile -- non buone notizie nella guerra contro il terrore o nella campagna per promuovere la pace tra Israele e i Palestinesi.

Il Segretario di Stato Rice, tuttavia, ha fornito le osservazioni più efficaci dopo l'incontro del 25 aprile. I problemi che sorgono da un'offerta che non è sufficiente per coprire la crescente richiesta mondiale di petrolio, ella ha detto, devono essere risolti, non ricattando i mercati, ma avendo un piano strategico che ci consenta di gestire il problema. Chiunque abbia familiarità con il lessico dell'amministrazione Bush non sarà certo confortato, ma piuttosto preoccupato da questo richiamo ad un "piano strategico" per ottenere energia supplementare, che ha lo stesso "profumo" della bellicosa strategia preventiva usata da quest'amministrazione, nel trattare con il terrorismo, gli "stati canaglia" e le armi di distruzione di massa. Cosa precisamente la Rice abbia voluto dire non è ancora del tutto chiaro, ma le sue parole ci fanno capire certamente che i problemi dell'energia saranno al primo posto nella politica estera e militare del secondo mandato Bush.

E ciò che è vero per gli Stati Uniti è probabile che sia vero anche per gli altri principali paesi importatori di petrolio. Temendo che la Cina abbia superato l'India nella caccia a nuove riserve di petrolio e di gas, il Primo Ministro indiano Manmohan Singh ha dichiarato in gennaio che Nuova Delhi avrebbe accelerato i suoi sforzi in questo settore. Trovo che la Cina sia più avanti di noi nel pianificare il futuro nel campo della sicurezza energetica, ha detto egli ad un congresso di dirigenti indiani dei settori del petrolio e del gas. Non possiamo più essere compiacenti e dobbiamo imparare a pensare strategicamente, a programmare e ad agire in modo rapido e deciso.

Anche i leader giapponesi hanno sottolineato la necessità di un'azione decisa. La decisione di una Tokyo povera di energia di procedere con le trivellazioni nelle zone contestate del Mar della Cina Orientale è solo un segnale di questa prospettiva. Ugualmente sorprendente è lo sforzo del Giappone di convincere i russi ad estendere un nuovo oleodotto siberiano fino a Nakhodka, sul Mar del Giappone. In origine Mosca aveva progettato di far terminare l'oleodotto a Daquing, in Cina, come parte di un programma di rafforzata cooperazione sino-russa per l'energia. Ma dopo che il Primo Ministro Koizumi è volato a Mosca ed ha offerto miliardi di dollari alla Russia in aiuti aggiuntivi e tecnologia, il Presidente Putin ha indicato una preferenza per l'itinerario di Nakhodka, che faciliterà, guarda caso, il trasporto del petrolio verso il Giappone. Ciò non ha scoraggiato i leader cinesi dal chiedere una revoca della decisione, asserendo che la "collaborazione strategica" tra Mosca e Pechino sia più importante degli interessi puramente mercantili del Giappone.

Finora nessuno di questi sforzi ha prodotto più che schermaglie verbali - "il tentativo di controllo dei mercati", per usare l'espressione della Rice - insieme con guerre finanziarie e lo scoppio occasionale di proteste di strada, come a Shangahi e a Pechino. Ma se la storia può essere maestra, tali frizioni - quando combinate con altre fonti di animosità quali i risentimenti covati sotto la cenere dalla Cina per le atrocità commesse dai giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale - possono condurre a più violente forme di competizione. Questo è certamente il caso del Mar della Cina Orientale, dove aerei e cannoniere cinesi e giapponesi si sono già incrociati minacciosamente.

Le tensioni cresceranno di sicuro, poi, se il Giappone effettivamente comincia le perforazioni in acque reclamate dalla Cina. Se parte una vera esplorazione, non possiamo escludere totalmente la possibilità che le navi di compagnie private giapponesi si trovino a fronteggiare navi militari cinesi, ha detto Junichi Abe, un analista della Kazankai Foundation di Tokyo ad un giornalista del New York Times. E se questo dovesse accadere, il governo giapponese si troverebbe sotto un'enorme pressione politica a proteggere quei vascelli privati con i propri aerei e navi da guerra, creando in tal modo la scena per un confronto armato con la Cina, voluto o non voluto che sia.

Una simile escalation può verificarsi in altri casi di rivendicazioni controverse sull'energia. Nel Mar Caspio, per esempio, l'Iran reclama il controllo sui giacimenti di petrolio e di gas in mare aperto reclamati anche dall'Azerbagian, un alleato degli Stati Uniti. Nel luglio del 2001, per esempio, una cannoniera iraniana è penetrata nell'area contestata ed ha scacciato una nave esploratrice di una compagnia petrolifera che operava nella zona per conto dell'Azerbagian. In risposta gli Stati Uniti si sono impegnati ad aiutare l'Azerbagian a costruire una piccola flotta militare del Caspio, per meglio proteggere le proprie rivendicazioni sull'energia in mare aperto. L'11 aprile, John J. Fialka del Wall Street Journal ha rivelato che il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti spenderà 100 milioni di dollari negli anni immediatamente a venire per istituire la "Guardia del Caspio", una rete di forze di polizia e di unità speciali che può rispondere a varie emergenze, compresi gli attacchi contro gli impianti petroliferi. Anche la Russia sta espandendo la propria Flotta del Caspio, dal momento che anch'essa preme con delle rivendicazioni sui giacimenti in mare aperto della regione. Date tali circostanze, è fin troppo facile immaginare come una controversia minore possa erompere in qualcosa di molto più serio, che coinvolga Stati Uniti, Russia, Iran ed altri paesi.

Dispute territoriali di questo genere con dimensioni significative per l'energia si possono trovare, tra le altre regioni, nel Mar Rosso, nel Mar della Cina Meridionale, nel Golfo Persico, nel Golfo di Guinea e nella Penisola di Bakassi (uno stretto lembo di terra reclamato sia dalla Nigeria sia dal Camerun). In ciascuna di queste aree gli opponenti che reclamano diritti hanno occasionalmente impiegato la forza militare per affermare il proprio controllo o per allontanare le forze di un competitore. Nessuno di questi incidenti ha provocato conflitti su larga scala, ma delle vite sono andate perse e permane il rischio di nuovi combattimenti. Pertanto, con l'intensificarsi della lotta globale per l'energia, il pericolo di una escalation crescerà.

E' importante riconoscere che le pressioni legate all'energia sono destinate a crescere nella misura in cui la domanda globale continua la sua corsa verso l'alto e l'offerta di petrolio e di gas naturale non riesce a mantenere il passo. L'amministrazione Bush, in particolare, è consapevole di queste pressioni, avendo analizzato l'equazione globale dell'energia nel suo rapporto del 2001 sui bisogni energetici degli Stati Uniti. Mentre i funzionari dell'amministrazione hanno ripetutamente negato che il petrolio abbia giocato un qualsiasi ruolo nella decisione del 2003 di invadere l'Iraq, essi chiaramente reputavano che il controllo del paese avrebbe garantito agli Stati Uniti enormi vantaggi in qualsiasi futura lotta con competitori come la Cina per l'energia del Golfo Persico.

In effetti, una volta che un problema come la sicurezza energetica è stato etichettato come una questione di sicurezza nazionale, esso passa dal dominio dell'economia e dell'arte del buon governo a quello delle politiche militari. Ecco allora che generali e strateghi si calano nella parte e cominciano a tessere incessanti piani per una serie infinita di "contingenze" e di "emergenze". In un simile contesto, piccoli incidenti si trasformano in crisi, e le crisi in guerre. Aspettiamoci un paio di decenni caldi da ora in avanti.

Michael T. Klare è professore di studi sulla pace e la sicurezza mondiale presso l'Hampshire College ed è autore, tra le altre opere, di Blood and Oil: The Dangers and Consequences of America's Growing Dependency on Imported Oil (The American Empire Project), Metropolitan Books.

Copyright 2005 Michael T. Klare
traduzione in italiano di Michele Diodati
sul testo inglese pubblicato su TomDispatch.com

Commenti dei lettori

  1. Commento di Marco GRAZIA - 21/5/2005 ore 0,24


    La risposta si chiama col nome di una vecchia città: Yalta.

    C'è già stata una Yalta per i temi dell'energia, che si chiami ora Seattle o Genova o col nome di una qualsiasi altra città, poco importa.

    Ma ogni volta che al G8 veniva affianacata la Russia, ho sempre pensato a nuovi scenari, di cui noi fossimo solo gli ignari spettatori.
    La guerra fredda ha insegnato che si può convivere benissimo con essa, cioè con la guerra appunto, ora probabilmente, i blocchi che si fronteggiano non sono più Occidente contro Russia Sovietica, ma più probabilmente Russia, USA e resto del mondo (cina? Giappone? India? Africa?) con l'europa cenerentola a litigarsi il possibile e a fare l'ago della bilancia, in quei paesi emergenti dove un tempo comandava. Forse.

Articolo di Michele Diodati pubblicato il  20/5/2005 alle ore 18,20.

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