Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Le scarpe cinesi e gli stronzi occidentali

Un'inchiesta di Federico Rampini su «La Repubblica» mette in evidenza le disumane condizioni degli operai cinesi che, per paghe da fame, producono quelle stesse scarpe che poi vengono vendute a peso d'oro in Occidente, garantendo guadagni da favola alle multinazionali dello sfruttamento legalizzato.

Di solito evito di scrivere volgarità, ma penso che il titolo che ho dato a questo intervento sia molto più pregnante del titolo scelto da la Repubblica per l'inchiesta di Federico Rampini, di cui pubblico di seguito un ampio stralcio, cioè I lager cinesi che fabbricano il sogno occidentale.

Chi legge di stronzi, legge anche di stronzate:

Sappiamo ormai da anni che le multinazionali dell'abbigliamento lucrano cifre incredibili sul sangue e la sofferenza dei disperati (non solo asiatici, ma anche europei dell'Est nonché abitanti dell'America latina). No logo, il libro denuncia di Naomi Klein, ha venduto milioni di copie in tutto il mondo. Con quale coraggio continuiamo ad alimentare questo barbaro commercio? E' tanto difficile rinunciare a calzare questi simboli del nulla che rispondono a nomi come Timberland, Nike, Puma e compagnia bella?

Così come il commercio illegale di droghe non finirà mai finché rimarrà alta la domanda dei compratori, cioè dei drogati, allo stesso modo lo sfruttamento dei disperati dell'Est e del Sud del mondo non finirà mai, finché ci saranno schiere di imbecilli disposti a spendere dai 150 euro in su, per pavoneggiarsi, di fronte allo specchio e agli amici, con ai piedi delle scarpe che, alla multinazionale che le vende, sono costate solo una piccola frazione del prezzo che stronzi simili sono disposti a pagare!

I lavoratori svelano le spaventose condizioni di lavoro
Orari infernali, sfruttamento e paghe da fame

I lager cinesi che fabbricano il sogno occidentale

Dal nostro corrispondente Federico Rampini

Per confezionare un paio di Timberland, vendute in Europa a 150 euro, nella città di Zhongshan un ragazzo di 14 anni guadagna 45 centesimi di euro. Lavora 16 ore al giorno, dorme in fabbrica, non ha ferie né assicurazione malattia, rischia l'intossicazione e vive sotto l'oppressione di padroni-aguzzini. Per fabbricare un paio di scarpe da jogging Puma una cinese riceve 90 centesimi di euro: il prezzo in Europa è 178 euro per il modello con il logo della Ferrari. Nella fabbrica-lager che produce per la Puma i ritmi di lavoro sono così intensi che i lavoratori hanno le mani penosamente deformate dallo sforzo continuo.

Gli operai cinesi che riforniscono i nostri negozi - l'esercito proletario che manda avanti la "fabbrica del mondo" - cominciano a parlare. Rivelano le loro condizioni di vita a un'organizzazione umanitaria, forniscono prove dello sfruttamento disumano, del lavoro minorile, delle violenze, delle malattie. Qualche giornale cinese rompe l'omertà. Ci sono scioperi spontanei, in un Paese dove il sindacato unico sta dalla parte dei padroni. Vengono alla luce frammenti di una storia che è l'altra faccia del miracolo asiatico, una storia di sofferenze le cui complicità si estendono dal governo di Pechino alle multinazionali occidentali.

La fabbrica dello "scandalo Timberland" è nella ricca regione meridionale del Guangdong, il cuore della potenza industriale cinese, la zona da cui ebbe inizio un quarto di secolo fa la conversione accelerata della Cina al capitalismo.

L'impresa di Zhongshan si chiama Kingmaker Footwear, con capitali taiwanesi, ha 4.700 dipendenti di cui l'80% donne. Ci lavorano anche minorenni di 14 e 15 anni. La maggioranza della produzione è destinata a un solo cliente, Timberland. Kingmaker Footwear è un fornitore che lavora su licenza, autorizzato a fabbricare le celebri scarpe per la marca americana. Le testimonianze dirette sui terribili abusi perpetrati dietro i muri di quella fabbrica sono state raccolte dall'associazione umanitaria China Labor Watch [NOTA: il link l'ho aggiunto io; l'articolo segnala semplicemente il nome dell'organizzazione.], impegnata nella battaglia contro lo sfruttamento dei minori e le violazioni dei diritti dei lavoratori.

Le prove sono schiaccianti. Di fronte a queste rivelazioni il quartier generale della multinazionale ha dovuto fare mea culpa. Lo ha fatto in sordina; non certo con l'enfasi con cui aveva pubblicizzato il premio di migliore azienda dell'anno per le relazioni umane decretatole dalla rivista Fortune nel 2004. Ma attraverso una dichiarazione ufficiale firmata da Robin Giampa, direttore delle relazioni esterne della Timberland, ora i vertici ammettono esplicitamente: Siamo consapevoli che quella fabbrica ha avuto dei problemi relativi alle condizioni di lavoro. Siamo attualmente impegnati ad aiutare i proprietari della fabbrica a migliorare.

I "problemi relativi alle condizioni di lavoro" però non sono emersi durante le regolari ispezioni che la Timberland fa alle sue fabbriche cinesi (due volte l'anno), né risultano dai rapporti del suo rappresentante permanente nell'azienda. Sono state necessarie le testimonianze disperate che gli operai hanno confidato agli attivisti umanitari, rischiando il licenziamento e la perdita del salario se le loro identità vengono scoperte. In ogni reparto lavorano ragazzi tra i 14 e i 16 anni, dicono le testimonianze interne: uno sfruttamento di minori che in teoria la Cina ha messo fuorilegge. La giornata di lavoro inizia alle 7.30 e finisce alle 21 con due pause per pranzo e cena, ma oltre l'orario ufficiale gli straordinari sono obbligatori.

Nei mesi di punta d'aprile e maggio, in cui la Timberland aumenta gli ordini, il turno normale diventa dalle 7 alle 23, con una domenica di riposo solo ogni 2 settimane; gli straordinari s'allungano ancora e i lavoratori passano fino a 105 ore a settimana dentro la fabbrica. Gli informatori dall'interno dello stabilimento hanno fornito 4 esemplari di buste paga a China Labor Watch. La paga mensile è di 757 yuan (75 euro) ma il 44% viene dedotto per coprire le spese di vitto e alloggio. Vitto e alloggio significa camerate in cui si ammucchiano 16 lavoratori su brandine di metallo, e una mensa dove 50 lavoratori sono stati avvelenati da germogli di bambù marci. In fabbrica i manager mantengono un clima d'intimidazione incluse le violenze fisiche; un'operaia di 20 anni picchiata dal suo caporeparto è stata ricoverata in ospedale, ma l'azienda non le paga le spese mediche.

Un mese di salario viene sempre trattenuto dall'azienda come arma di ricatto: se un lavoratore se ne va lo perde. Altre mensilità vengono rinviate senza spiegazione. L'estate scorsa il mancato pagamento di un mese di salario ha provocato due giorni di sciopero.

Anche il fornitore della Puma è nel Guangdong, località Dongguan. Si chiama Pou Yuen, un colosso da 30.000 dipendenti. In un intero stabilimento, l'impianto F, 3.000 operai fanno scarpe sportive su ordinazione per la multinazionale tedesca. La lettera di un'operaio descrive la sua giornata-tipo nella fabbrica. Siamo sottoposti a una disciplina di tipo militare. Alle 6.30 dobbiamo scattare in piedi, pulirci le scarpe, lavarci la faccia e vestirci in 10 minuti. Corriamo alla mensa perché la colazione è scarsa e chi arriva ultimo ha il cibo peggiore, alle 7 in punto bisogna timbrare il cartellino sennò c'è una multa sulla busta paga. Alle 7 ogni gruppo marcia in fila dietro il caporeparto recitando in coro la promessa di lavorare diligentemente. Se non recitiamo a voce alta, se c'è qualche errore nella sfilata, veniamo puniti. I capireparto urlano in continuazione. Dobbiamo subire, chiunque accenni a resistere viene cacciato. Noi operai veniamo da lontani villaggi di campagna. Siamo qui per guadagnare. Dobbiamo sopportare in silenzio e continuare a lavorare. (...) Nei reparti-confezione puoi vedere gli operai che incollano le suole delle scarpe. Guardando le loro mani capisci da quanto tempo lavorano qui. Le forme delle mani cambiano completamente. Chi vede quelle mani si spaventa. Questi operai non fanno altro che incollare... Un ragazzo di 20 anni ne dimostra 30 e sembra diventato scemo. La sua unica speranza è di non essere licenziato. Farà questo lavoro per tutta la vita, non ha scelta. (...) Lavoriamo dalle 7 alle 23 e la metà di noi soffrono la fame. Alla mensa c'è minestra, verdura e brodo. (...) Gli ordini della Puma sono aumentati e il tempo per mangiare alla mensa è stato ridotto a mezz'ora. (...) Nei dormitori non abbiamo l'acqua calda d'inverno. Un'altra testimonianza rivela che quando arrivano gli uomini d'affari stranieri per un'ispezione, gli operai vengono avvisati in anticipo; i capi ci fanno pulire e disinfettare tutto, lavare i pavimenti; sono molto pignoli.

(...)

La parte delle belle addormentate nel bosco non si addice alle multinazionali. I loro ispettori possono anche essere ingenui ma i numeri, i conti sul costo del lavoro, li sanno leggere bene in America e in Germania (e in Francia e in Italia). La Puma sa di spendere 90 centesimi di euro per un paio di sneakers, gli stessi su cui poi investe ben 6 euro in costose sponsorizzazioni sportive. La Timberland sa di pagare mezzo euro l'operaio che confeziona scarpe da 150 euro.

Hu Jintao, presidente della Repubblica popolare e segretario generale del partito comunista cinese, ha accolto lunedì a Pechino centinaia di top manager, industriali e banchieri stranieri venuti per il Global Forum di Fortune. Il discorso di Hu di fronte ai rappresentanti del capitalismo mondiale è stato interrotto da applausi a scena aperta. Il quotidiano ufficiale China Daily ha riassunto il suo comizio con un grande titolo in prima pagina: You come, you profit, we all prosper. Voi venite, fate profitti, e tutti prosperiamo. Non è evidente chi sia incluso in quei "tutti", ma è chiaro da che parte sta Hu Jintao.

Commenti dei lettori

  1. Commento di Marco GRAZIA - 19/5/2005 ore 16,04

    Mi viene da pensare che anche le scarpe senza Logo, siano fabbricate dalle stesse persone, nelle stesse condizioni.
    C'è una qualche scappatoia logica e praticabile, contro questi abusi?

    Forse sì, ma bisognerebbe realizzare un sistema di controllo serio, che possa indicare quali prodotti siano effettivamente comprabili, senza per questo ledere la dignità umana.

    Marco.
  2. Commento di Michele LEdda - 19/5/2005 ore 16,45

    Ciao Michele,
    lascio il mio primo messaggio sul pesanervi.

    L'articolo che hai riportato mi ha fatto pensare ad una cosa.

    Credo che ormai in ogni città d'Italia esista un negozio di abbigliamento cinese. Nella mia piaccola isola Sant'Antioco se ne contano addirittura 2 e siamo poco più di 13 mila persone.

    I prodotti vengono venduti a prezzi imbattibili da qualsiasi commerciante di abbigliamento, e la gente spesso di questi tempi che a fine mese vede solo il rosso del proprio conto, ammesso che ce l'abbia, compra e compra di tutto.

    Che garanzia di equità hanno quei prodotti? Equità soprattutto di rispetto delle condizioni delle persone che li hanno realizzati.
    Io credo poche se non nessuna.

    Ed alla fine è una guerra tra poveri.

    Tra quelli che davvero non si possono permettere che l'abbigliamento cinese e quelli che l'abbigliamento lo hanno fatto.

    Povertà forse non paragonabili tra loro. Ma che porta nel quotidiano, nel nostro vivere altre contraddizioni.

    Sono sinceramente confuso. Vedo un unica strada percorribile ed è quella di sensibilizzare questi paesi al rispetto delle condizioni dei lavoratori. Una strada difficile da percorrere e forse quasi impossibile che venga accolta.
  3. Commento di Michele Diodati - 19/5/2005 ore 17,05

    Ciao Marco e Michele,
    sono contento di vedere i vostri commenti a questo articolo.

    La questione che sollevate è giustissima: cioè come fare a non comprare oggetti costruiti con lo schiavismo, visto che anche quelli non di marca sono fatti con una gestione del lavoro a dir poco disumana?

    Io non ho una risposta sicura per questa domanda. So soltanto che, se è immorale schiavizzare dei lavoratori come fanno i gestori delle fabbriche cinesi citate nell'inchiesta di Rampini, molto più immorale è far finta di niente, come fanno le grandi multinazionali, accettando di pagare alla fonte pochi centesimi quella stessa merce che poi rivendono a peso d'oro a quella massa di decerebrati, che non riesce a vivere senza esporre l'etichetta di un marchio famoso sulle proprie chiappe o sulle scarpe.

    La prima cosa da fare, secondo il mio modesto modo di vedere di persona a digiuno di economia, è far crollare la domanda dei beni di lusso prodotti nel terzo mondo.

    Dopodiché ognuno nel suo piccolo farebbe bene a passarsi una mano sulla coscienza, prima di acquistare su una bancarella un giaccone o un paio di scarpe che, senza essere di marca, vengono venduti a cinque o dieci euro, cioè a un prezzo ridicolmente basso, che non potrebbe mai essere il frutto di una produzione basata sui salari di operai protetti da una giusta legislazione del lavoro.

  4. Commento di Vittorio Bica - 19/5/2005 ore 23,35

    Il tema trattato nell'articolo si chiama responsabiltà sociale dell'impresa o corporate social responsibility, tanto per dare le chiavi di ricerca utili per un personale approfondimento nel Web.Sul sito RSInews, si trova un interessante articolo che riguarda proprio la Timberland.La società americana, che sul suo sito dichiara particolare corporate commitment, non acquisterà più lana merinos dall'Australia fino a che non sarà abbandonata la pratica "igienica" del mulesing, cioè la brutale amputazione della coda e lo scuoiamento perianale degli agnelli, per prevenire l'infestazione di parassiti che potrebbero annidarsi nel pelo e tra le pliche cutanee degli animali.Una scelta che parrebbe tanto responsabile verso le povere pecorelle, quando assai meno sensibilità è dimostrata verso la semi-schiavitù dei lavoratori cinesi, se in realtà non fosse spiegabile con l'agguerrita campagna animalista che ha preso di mira molti marchi, tra i quali - come si può leggere - quello di Benetton. Ciò per stigmatizzare quanto impegno politico, oltre al pur efficace boicottaggio, occorra nella salvaguardia dei diritti umani, anche i nostri, contro l'effetto travolgente di un dirompente dumping sociale. E per sottolineare pure, quanto e più del più conosco gli uomini e più amo le bestie di Totò nel famoso film Siamo uomini o caporali? (clip RealAudio), ciò riveli la tristezza e la schizofrenia dell'attuale condizione umana.
  5. Commento di Michele Diodati - 20/5/2005 ore 0,29

    Caro Vittorio, grazie per avermi fatto conoscere quest'altra crudeltà dell'uomo verso gli animali: non avevo mai sentito parlare del mulesing. Ora ho aggiunto un altro tassello al mosaico degli orrori di cui sono a conoscenza...

    Ho provato a guardare il filmato su uno dei siti che hai segnalato, ma non sono riuscito a guardarne neppure una metà. Mi sto rammollendo con l'età...

    Segnalo invece qualcosa che tutti possono vedere, anzi leggere, perché poco cruenta benché parli di cose cruente: la lettera (in formato PDF) del "supermodello" Marcus Schenkerberg (un altro che non avevo mai sentito nominare) a Luciano Benetton, affinché non compri più lana australiana, macchiata del sangue del mulesing.

  6. Commento di sofia - 23/5/2005 ore 13,0

    Confesso che sono molto confusa anch'io. Sia che compri una cosa di marca, sia che compri una cosa economica, nessuno garantisce quali siano le condizioni dei lavoratori che l'hanno prodotta.

    Se compri una fibra naturale (la lana) potrebbe essere ricavata in modo crudele (anche la tosatura non è uno scherzo).

    Se compri una cosa sintetica potrebbe essere risultato di una produzione inquinante.

    Temo che, anche in questo caso, non sia facile trovare una politica individuale che salvi la nostra coscienza.

    ... a meno di non vestire Giorgio Armani, ancora attualmente prodotto in Italia (ma le fibre?).

    Io non me la prenderei tanto con chi sceglie una marca.
    Me la prenderei piuttosto con chi ci lucra ignobilmente.

    ciao

    sofia
  7. Commento di Michele Diodati - 23/5/2005 ore 13,30

    Ciao Sofia. Tu scrivi:

    Io non me la prenderei tanto con chi sceglie una marca.
    Me la prenderei piuttosto con chi ci lucra ignobilmente.

    Io me la prendo con chi compra i capi di marca per i quali è notorio che la produzione arriva dal Terzo Mondo. Sappiamo ormai più che bene che quella produzione costa alle multinazionali dell'abbigliamento una piccola frazione del prezzo esorbitante di vendita. Smettere di comprare questi oggetti significa dare un segnale importante, almeno di esistenza in vita, di encefalogramma non piatto, da parte dei consumatori.

    Personalmente credo che sia soprattutto la domanda che crea squilibri come quelli dello sfruttamento schiavistico dei lavoratori cinesi. Meno domanda, meno necessità di schiavizzare esseri umani per soddisfare quella domanda.

    Inoltre, se una significativa fetta di compratori cominciasse a servirsi esclusivamente di prodotti provenienti dalla filiera del commercio equo e solidale, questo sarebbe un altro segnale importante, per far capire agli schiavisti e a quelli che sono peggio di loro, cioè le multinazionali che se ne servono, che l'utente è maturo al punto di non volere più una merce a qualsiasi costo, ma solo al prezzo (umano) che è giusto pagarla.

    In terzo luogo, se i paesi occidentali cominciassero - ma seriamente - a porsi l'obiettivo di esportare verso l'Est dell'Asia e le altre zone in cui vige lo schiavismo i princìpi e l'abitudine ad un equo trattamento dei lavoratori, forse quello sarebbe il passo decisivo verso l'affrancamento degli schiavi attuali. Per affrancamento non intendo il loro licenziamento, come accade oggi, ma l'inizio di un trattamento lavorativo che in Occidente è considerato normale.

    Questo è sicuramente il punto più difficile di tutta la questione. Agli imprenditori dei paesi ricchi, infatti, fa troppo comodo poter delocalizzare la produzione spostandola nel Terzo Mondo, così da poterne sfruttare impunemente i lavoratori, grazie alla compiacenza degli amministratori locali e alla scarsità di leggi serie.

    A proposito, su Repubblica.it - Finanza trovate il nuovo capitolo dell'inchiesta di Rampini sul lavoro in Cina...

  8. Commento di sofia - 23/5/2005 ore 16,28

    Caro Michele

    ora noi sappiamo che non dobbiamo comprare Timberland e Puma. OK. E i capi made in Korea (Ucraina, Polonia, etc) di Promode, H&M, Zara?

    Se compro una gonna a 10 o 20 euro, pur di semplice cotone e semplice modellatura, che ne so se costa poco perché è prodotta in migliaia e migliaia di capi (come avviene) o perché l'addetto alla confezione viene bestialmente sfruttato?

    Tendo a pensare che il sistema cinese sia sempre così (vedi i casi di sfruttamento delle piccole manifatture cinesi anche in Italia).

    Quindi non dovremmo comprare niente di cinese, sospetto.
    E Korea? e altrove?

    Se compriamo il made in Italy, oltre ad essere senza dubbio piu' eleganti, saremmo abbastanza sicuri... ma non è facile poterselo permettere.

    I negozi equi e solidali (almeno l'unico che c'e' a Venezia) hanno borse, sciarpe, lana per tricottare, magliette di taglia masschile, giocattoli di latta inadatti ai bambini, graziosi oggetti per la casa, qualche alimento, ma sono largamente insufficienti per quanto riguarda le normali esigenze di abbigliamento.

    Io non compro né Puma né Timberland né tantomeno le comprerò ora... ma sono convinta che questo non possa in alcun modo risolvere il problema.

    Comunque, fino a pochi giorni fa gli acquirenti di questi due marchi non potevano saperlo e quindi definirli stronzi mi pare ingiusto. Anzi, forse sono più stronzi altri, che comprano le scarpe tarocche da 20 euro senza chiedersi come è possibile che costino così poco (tra questi stronzi mi ci posso mettere anch'io, non per le scarpe, ma per altri capi).
  9. Commento di Michele Diodati - 23/5/2005 ore 17,26

    Ciao Sofia, tu scrivi:

    Io non compro né Puma né Timberland né tantomeno le comprerò ora... ma sono convinta che questo non possa in alcun modo risolvere il problema.

    Comunque, fino a pochi giorni fa gli acquirenti di questi due marchi non potevano saperlo e quindi definirli stronzi mi pare ingiusto. Anzi, forse sono più stronzi altri, che comprano le scarpe tarocche da 20 euro senza chiedersi come è possibile che costino così poco (tra questi stronzi mi ci posso mettere anch'io, non per le scarpe, ma per altri capi).

    Non era mia intenzione dare dello stronzo specificamente all'acquirente della Timberland piuttosto che a quello della Nike o di una qualsiasi altra marca.

    Il problema non è da quando si sa che la marca X sfrutta la schiavitù dei cinesi (o dei filippini o di un altro popolo). Il problema, secondo me, è che si sa da anni che la produzione di molti notissimi marchi di scarpe e di abbigliamento è delocalizzata in fabbriche di paesi lontani, dove il costo del lavoro è una frazione di quello in uso qui da noi. Dopo la pubblicazione di No logo e dopo l'esplosione dei movimenti no-global in tutto il mondo, si sa anche molto bene che, quasi inevitabilmente, le multinazionali sono complici più o meno silenziose dello sfruttamento dei lavoratori, per quanto si sforzino di apparire al pubblico con una faccia passabile, cioè ostentando documenti che attestano l'esecuzione di controlli con esito positivo sulle condizioni di lavoro nelle fabbriche delocalizzate.

    Se questo si sa da anni - e lo si sa molto bene - allora si deve essere proprio stronzi, chiedo scusa ancora una volta per la volgarità, per:

    1. essere disposti a pagare una cifra esagerata quella stessa merce che al produttore costa tutto sommato relativamente poco;
    2. acquistare ugualmente un bene che è molto probabile che sia stato prodotto lucrando sulle sofferenze, spesso veramente inumane, imposte ai lavoratori delle fabbriche delocalizzate.

    Quando si acquista un capo d'abbigliamento a 10 euro, senza chiedersi come sia possibile pagare così poco qualcosa che, a produrlo con operai giustamente retribuiti e trattati, dovrebbe costare parecchio di più, si compie sicuramente un'azione moralmente discutibile. Ma almeno è un'azione che ha una sua logica: voglio risparmiare, perché magari ho pochi soldi, e compro la cosa che mi piace ed ha anche il pregio di costare poco. Spendere invece 150 o più euro per una scarpa che alla produzione costa meno della metà aggiunge oltre al danno (per il lavoratore pagato pochi centesimi l'ora) anche la beffa. Su simili questioni spero di avere il tempo di tradurre in futuro alcuni testi molto esemplificativi che si trovano in rete.

    Ciao,
    Michele

  10. Commento di La pulce d'acqua - 23/5/2005 ore 21,51

    Venti anni fa circa, lavoravo per una impresa edile; in quel frangente conobbi un nostro cliente che aveva per anni lavorato in un calzaturificio. E al tempo che lo conobbi, si stava godendo la meritata pensione.

    Inutile dire che si finì a parlare di scarpe, e indovinate scarpe di che marca? Ma ovvio no, Timberland.
    Le Timberland allora venivano acquistate direttamente in america al costo di ben 5000 lirette al paio, importate e vendute sul nostro caro suolo, già allora a ben 150000 lirette circa.
    Da allora, era il 1986 acqua ne è passata sotto i ponti di tutto il mondo, ed ora la Timberland fattura ciò che sappiamo a spese di chi oramai conosciamo.

    Due anni fa, tornavo in treno da Brescia, nel mio scompartimento c'erano persone che lavoravano nel ramo tessile, erano tutti della provincia di Treviso ed erano stati allo SMAU di Milano, come me :-)
    Ovviamente si finì a parlare di? Cinesi direste voi, sbagliato, di Benetton.

    Il signore in questione, stava lavorando più che altro in Argentina, paese dove le merinos pullulano; per evitare la concorrenza, metteva a caro prezzo l'affitto delle sue vecchie fabbriche italiane, agli italiani.
    Ma non agli stranieri, specie dei paesi emergenti, perché sapeva che da loro non avrebbe avuto concorrenza diretta per almeno una decina d'anni.
    Prima di imparare il "mestiere" in effetti possono passare molti anni, e non è detto che arrivi allo stesso livello raggiunto, da Benetton e compagni.

    Indovinate un po' a chi affittava i vecchi stabilimenti Benetton, per un quarto del prezzo praticato agli italiani? Ma sì, ai cinesi.

    Cinesi, che ovviamente entrando da una finestra ben larga, si sono ben impiantati nella zona, a scapito di chi poteva veramente fare la concorrenza al signor Benetton. Ora i cinesi passano dalla porta ovviamente, non hanno più bisogno di un Benetton, sono qui oramai.

    Quando acquisto un capo di abbigliamento, o altro, ad un prezzo decisamente inferiore ad uno firmato, come detto da tutti, so che probabilmente sto "uccidendo" un lavoratore straniero, ma so anche che non sto dando denaro alle multinazionali, almeno spero.

    Per questo nel mio primo intervento ho chiesto, l'indirizzo di qualche sito che onestamente, possa creare una campagna non solo di controinformazione, ma anche stilare una resta, di aziende "oneste".
    Il distruggere un tipo di commercio, passa anche per le nostre possibilità, non aiutiamoli, distruggiamoli; diamoci da fare, e in tanti, ognuno col suo secchiello, potremo riempire il mare. Ci vuole solo tempo e molta costanza.

    Marco Grazia.
  11. Commento di NEVE - 13/6/2005 ore 17,05

    io penso....che tutti noi abbiamo diritto...a qualcosa ....o per lo meno a un po' di felicita'...e' troppo chiedere un po' di amore? voi direte che sono pazza a rispondere in questo modo...all'articolo...che c'entra no ?
    e invece penso che tutto questo parlare della Cina e del problema che esercita nell'economia mondiale abbia creato un bel casino. Tanto tanto razzismo....io sono coreana...sono praticamente nata qua...tanto che la mia cittadinanza e' italiana...pago sempre le tasse...ma che colpa ho per sentirmi dire ogni giorno per strada...in tram ....tornatene nel tuo paese....oppure sei venuta a rubarci il lavoro...io che sono pure laureata e tutto quello che faccio e' perche' ho lavorato duro....Scusate,con questo volevo un po' sfogarmi...perche' so che voi mi potete capire....ho riscontrato in voi persone aperte....ed e' confortevole sapere che c'e' gente sensibile, che non si preoccupa solo del proprio orto....magari potessi spiegare alla gente di non avere paura...che la diversita' e' un dono...e che nessuno vuole rubare niente a nessuno ....ma e' cosi' dura...i genitori la scuola e i media dovrebbero aiutare a questo....io non riesco ad essere indifferente...forse perche' il mio dolore e' grande....spero che voi possiate capire....e diffondere il messaggio di solidarieta' che chiedo...grazie NEVE
  12. Commento di Michele Diodati - 13/6/2005 ore 17,51

    Ciao Neve,
    ti ringrazio del tuo contributo e ti dò la mia solidarietà, per quello che può servire.

    Chi ti offende unicamente perché sei coreana è evidentemente un cretino. Purtroppo oggi l'Italia sta attraversando un brutto momento di oscurantismo, ampiamente supportato dalla televisione e confermato dal fallimento dei referendum sulla procreazione assistita.

    Proprio oggi, per esempio, i telegiornali hanno dato ampio spazio alle parole di una mamma italiana che ha avuto il figlio di 23 anni ucciso da un delinquente albanese. E' chiaro che questa madre, stravolta dal dolore, non ha potuto far altro che dire parole di condanna verso gli stranieri, parole che aumentaranno nella gente stupida l'idea che "straniero" è uguale a "nemico", equazione che accomuna indistintamente i criminali e la brava gente. Colpa della televisione che, in mano a forze oscurantiste, amplifica dichiarazioni di rabbia che non dovrebbero essere amplificate.

    Se vuoi raccontare episodi di discriminazione di cui sei stata vittima, io ti offro uno spazio su questo sito. Se ti va, scrivimi privatamente per parlarne.

    Ciao,
    Michele

  13. Commento di Michele Diodati - 26/6/2005 ore 8,34

    La sensibilità al problema dello sfruttamento degli operai che fanno funzionare questa fiera del nulla per cui la gente impazzisce - parlo delle scarpe da ginnastica, che oggi non si chiamano più "scarpe da ginnastica", ma sneakers - è ancora bassissima a livello di chi fa informazione "tradizionale". Cito in proposito un articolo di Paola Pollo sul Corriere della Sera, datato 25 giugno 2005: una dotta dissertazione sugli sneakers color cioccolato o dorati che fanno moda, sugli abiti sotto i quali si possono indossare, e neppure una parola sul girone infernale degli schiavi che, per pochi centesimi al giorno, tengono in piedi tutto il baraccone.

  14. Commento di Claudia - 7/8/2005 ore 11,33

    Desidero rispondere a Sofia e a tutti quelli che, come lei forse ingenuamente, credono che solo comprando grossi marchi come Armani, Max Mara, Valentino, ecc. si è sicuri di comprare articoli effettivamente prodotti in Italia.

    Mi dispiace deludervi, ma anche questi grandi marchi producono in Romania, Thailandia, ecc, e non parlo tanto per parlare, mio padre produce qui in Italia alcuni tra i più grandi nomi della moda italiana, e questi capi vanno in USA, gli unici a voler comprare il vero "made in Italy", richiedendo fatture , nomi e cognomi di chi ha materialmente prodotto i capi, mica sono deficienti come noi che compriamo un capo di max Mara per 300 euro prodotto in Romania a 10-20 Euro (smacchinatura e confezionatura completa). L'unica è boicottare, NON comprare firmato, nella mia famiglia è così da anni ormai, vi garantisco che non ci prendiamo la "roba" di straforo, anche perchè è sempre stato vietato in casa nostra spendere così tanto per abbigliamento. Non c'è più niente di sicuro, ragazzi, potrei raccontarvene di belle....

  15. Commento di Roberta - 7/9/2005 ore 12,25

    Orami è convizione che solo non acquistando prodotti made in China si possa limitare tale mercato e le inumane condizioni lavorative ad esso legate. E' vero è oltremodo difficile competere con i loro prezzi ma è altresì vero che esistono ancora imprenditori italiani disposti ad investire nella qualità ed originalità del prodotto tutto nazionale offrendo ancora buoni prezzi. Ho conosciuto "Scarpe Italiane" che nonostante tutto riscuote ottimi successi nelle vendite di prodotti interamente made in Italy, per la cura, il design e fasce di prezzo che variano a seconda dell'esigenza della clientela. Tra le loro ultime novità, un gioiellino di negozio presso il centro Auchan sulla nuova statale Vigevanese, tre fasce di monoprezzo contraddistinte dai colori della bandiera italiana per scarpe bellissime e soprattutto tutte italiane.
    Se ci sono dei risultati per loro perchè altri imprenditori italiani non cercano di fare lo stesso? Possibile che produrre in Asia sia l'unico modo per essere competitivi?
  16. Commento di Demis - 23/9/2005 ore 14,12

    Il precedente commento è "stranamente" simile a molti commenti postati su altri forum e C.
    Sembra un'astuto modo di fare pubblicità più che altro.
    Chi lo ha scritto (Roberta), può citare almeno una fonte che certifica quelle scarpe come prodotte interamente in Italia?
    Signori è tempo di richiedere una "certificazione etica" rigorosa dei prodotti e di farlo a gran voce.
    Poi si passerà alla politica, chiedendo in sede Europea di tassare i prodotti privi di tale certificazione al loro arrivo nella UE.
    Poi si dovrebbe mandare sotto i ponti TUTTI e dico TUTTI i signori imprenditori italiani che "delocalizzano".
    Se sapeste cosa fanno gli italiani in Romania, altro che la criminalità romena in Italia...sono loro ad avere qualche spunto da cui far nascere il razzismo.
    Mi vergogno.
  17. Commento di Michele Diodati - 24/9/2005 ore 10,58

    Concordo in buona parte con le osservazioni di Demis. Quanto al comportamento degli imprenditori italiani in Romania, c'è stato qualche mese fa un illuminante documentario mandato in onda a tarda ora da Rai Tre. Mi domando perché le cose migliori della televisione debbano passare sempre in orari da nottambuli.
  18. Commento di Savio - 11/5/2006 ore 12,42

    Penso che sia giusto che noi italiani compriamo scarpe dalla Cina visto i prezzi assolutamente assurdi che si trovano qui!!!!
    Che vi credete...i nostri negozi, anche quelli più "importanti" non comprano anche lì....???!!!
    Io dico di sì, poichè sono scarpe pressocchè identiche alle originali!!!
    E perchè Una persona che prende uno stipendio basso o addirittura "normale" dovrebbe spendere 170 euro per un paio di scarpe da tennis se può prendere le stesse a 40 euro in China???
    Spiegatemelo voi
  19. Commento di Silvia R. - 31/5/2006 ore 14,03

    Nel pieno del mio egoismo occidentale che mi fa tutelare per prima cosa in assoluto mia figlia, rimango inorridita dall'ultima shoccante notizia di oggi: i vestiti per bambini e i biberon prodotti in cina e diffusi in molte catene di grandi supermercati europei e italiani sono prodotti con sostanze cancerogene 10 volte superiori al consentito....Non ho niente da aggiungere...a voi la riflessione.
  20. Commento di nibber - 5/11/2006 ore 9,57

    COMPLIMENTI BELL'ARTICOLO!!!
    Diffidate dei siti cinesi che vendono a poco prezzo!!!!
    sono tutte bufale , prendono i soldi la maggiorparte delle volte e non mandano i pacchi.
    Mai comprare con Western Union e Money Gram
    Uno dei tanti siti privati che fa queste cose è
    ***.trade-shop.cn

    ciao
    nibber
  21. Commento di Gennaro - 3/12/2006 ore 16,20

    Voglio sottolineare l'importanza delle normative cee anche per quanto riguarda le tinture di pellami e abbigliamento che prevedono una tolleranza con limite di forma aldeide(sostanza ritenuta da molti cancerogena,primo tra tutti Pecoraro Scagno)quindi oltre all'aspetto aumanitario ci tocca affrontare l'invisibile pericolo di che ci copre.Provate a vedere come sono coloriti i capi d'abbigliamento e le calzature della combipel. P.S.Se trovate qualunque cosa che non è made in cina fatemelo sapere.Grazie
  22. Commento di matilde - 28/6/2009 ore 17,46

    per favore qualcuno mi sa dire allora dove trovo un paio di scarpe da tennis interamente fatte in Italia?

    perchè forse per venirne fuori dobbiamo prendere il problema da un'altra parte.
    Per esempio aiutare il sindacato del luogo a difesa degli operai .... e mobilitare i nostri troppo addormentati .. .se ancora si possono chiamare sindacati.

    E' solo un'idea ma penso che la strada sia seguendo un simile cammino. FAr crescere le coscienze del posto e sostenerle.
    Matilde

Articolo di Michele Diodati pubblicato il  19/5/2005 alle ore 11,58.

Indice del Pesa-Nervi | Diodati.org

Inizio pagina.