Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

«Il vero malato d'Europa», Economist, 19 maggio 2005

«L'economia dell'Italia è stagnante, i suoi affari depressi e le riforme moribonde»: è il drammatico quadro del nostro paese tracciato da un recente articolo di The Economist, presentato qui in traduzione italiana.

Ho già postato sul forum Universo mondo il testo in lingua originale dell'ennesimo articolo dell'Economist che stigmatizza la difficile condizione del nostro paese.

Di quest'articolo si occupa pure Beppe Grillo, che lo commenta nel suo blog e ne offre pure una traduzione.

Silvio Berlusconi ha replicato all'Economist in occasione della conferenza stampa congiunta con il premier inglese Blair, a Palazzo Chigi, lo scorso 27 maggio. Una replica, la sua, che fa particolare riferimento al disegno nella copertina del numero dell'Economist, piuttosto che alla sostanza dell'articolo.

Ancora, alla replica di Berlusconi, per come riportata dalla stampa nazionale, si è ispirato Michele Diodati in un articolo pubblicato su Il Pesa-Nervi.

Come in altre circostanze e per favorire la migliore comprensione possibile dei fatti, ho provato anch'io a fare la traduzione che trovate di seguito.

Il vero malato d'Europa

L'economia dell'Italia è stagnante, i suoi affari depressi e le riforme moribonde.

The Economist, 19 maggio 2005

[La copertina che 'The Economist' ha dedicato all'Italia]Fu lo zar Nicola I di Russia che, a quanto pare, coniò la frase per descrivere l'impero Ottomano. Da allora molti altri paesi sono stati definiti il malato d'Europa. Negli anni '60 e '70 una Gran Bretagna in ginocchio per gli scioperi e con una lenta crescita era la favorita. Negli anni '90 il titolo passò alla Germania. Ora è emerso un nuovo paziente: l'Italia.

Per un po', i malanni del paese sono sembrati semplicemente parte di quelli della più ampia "euro zona", la cui scarsa prestazione ha rispecchiato la fiacchezza delle sue tre economie più centrali, Germania, Francia e Italia, che rappresentano il 70% del Prodotto Interno Lordo dell'area dell'euro. Tutt'e tre soffrono dei noti problemi dell'Europa: eccessiva rigidità del mercato del lavoro e della produzione, spesa pubblica e tasse troppo elevate, e troppa regolamentazione. Già la notizia della scorsa settimana che l'Italia è caduta in recessione nel primo quarto del 2005, mentre Francia e Germania si sono risollevate, suggeriscono che l'Italia ha problemi più seri di quanto abbiano le due più grandi.

Questi problemi sono diffusi nell'economia, negli affari e nella politica. Come evidenzia ancora una volta il rapporto dell'OCSE di questa settimana, la lenta crescita economica del paese riflette le sue debolezze strutturali. Il miracolo degli anni '50 e '60 creò un'economia pesantemente dipendente dalle piccole aziende manifatturiere, molte delle quali concentrate al nord e in aree specializzate come il tessile, i mobili, le macchine utensili, l'alimentare e gli elettrodomestici. Tali imprese avevano bisogno di bassi costi per sostenere la competitività; in tempi d'inflazione, questa condizione era assicurata dalla svalutazione della lira. Questa misura non è più possibile, ora che l'Italia ha adottato l'euro. Accade anche che queste industrie sono le più vulnerabili non solo alla competizione europea, ma sempre di più a quella asiatica, in particolare cinese. Non sorprende che le aziende tessili italiane siano nella prima linea di coloro che chiedono a Bruxelles nuove protezioni contro le esportazioni cinesi. I produttori di mobili e di elettrodomestici versano nelle stesse difficoltà. E le aziende italiane stanno perdendo quote di mercato rispetto ai concorrenti cinesi non solo in Europa, ma anche nel resto del mondo.

Non desta sorpresa che in Italia gli uomini d'affari siano sempre più pessimisti. Pure come lottano per fronteggiare un'economia sonnolenta, possono anche richiamare l'attenzione su una successione d'eventi recenti che hanno indebolito la loro fiducia, oltre a quella degli investitori stranieri.

Le cose cominciarono ad andar male visibilmente due anni fa, quando i problemi (ancora irrisolti) esplosero in Fiat, la società automobilistica di bandiera e quando le banche italiane si arrogarono il diritto di vendere ai loro clienti obbligazioni ad alto rischio come se fossero sicure. Le obbligazioni furono emesse dall'Argentina e da due società italiane, Cirio e Parmalat.

L'Argentina entrò in crisi, mentre le due industrie alimentari fallirono. La frode che fece fallire la Parmalat dimostrò che il sistema italiano di corporate governance [1] era marcio. La risposta in senso regolamentare, sebbene veloce all'inizio, rallentò allorchè i politici pensarono che una crisi era stata allontanata.

Sebbene la Parmalat sia stata salvata, i procedimenti giudiziari contro quelli che quasi la distrussero sono stati meno che solerti.

La corporate governance continua a soffrire grossi rovesci, nessuno più grande dell'estromissione da parte del governo, la scorsa settimana, di Vittorio Mincato, amministratore dell'Eni, la sesta compagnia mondiale gas-petrolifera. Non soltanto questo brillante e apolitico amministratore è stato rimpiazzato da una persona che non ha nessuna conoscenza settoriale (Paolo Scaroni, amministratore dell'Enel, la compagnia elettrica italiana); ma quest'ignoranza è ora condivisa anche dall'intero consiglio di amministrazione dell'Eni. La natura politica della nomina di Scaroni suggerisce che il governo considera ogni impresa in cui detiene una compartecipazione come se fosse di totale proprietà dello Stato, e quindi suscettibile alla direzione politica. Tale atteggiamento inverte una lenta tendenza per tali imprese a divenire indipendenti dalla prevaricazione e dalla protezione della politica che una volta costrinse l'Italia a pagare interessi elevati per ottenere prestiti sui mercati internazionali. Scaroni ha oggi l'opportunità di dimostrare che può resistere alle interferenze politiche, così come fece Mincato. Ma gli azionisti dell'ENI osserveranno con nervosismo come la società si comporterà sotto la guida dei nuovi amministratori. Allo stesso modo, gli investitori stranieri stanno aspettando di vedere se la straordinaria saga dei due tentativi di scalata di banche italiane da parte di banche estere avrà un lieto fine (cioè se le banche estere vinceranno) o finirà in una farsa. A questo punto, il risultato è confuso, ma la Banca d'Italia e la Consob, che regola il mercato borsistico italiano, hanno dimostrato fino ad ora un irritante miscuglio di protezionismo e d'indolenza.

Dov'è il governo? La scarsa prestazione dell'Italia non ha danneggiato solo gli affari; ha anche minato gli standard di vita. Questa è la principale ragione per cui gli italiani si sono allontanati dalla coalizione di centro-destra capeggiata da Silvio Berlusconi in carica dal 2001. Sebbene Berlusconi abbia avuto migliori notizie dalle elezioni siciliane questa settimana, altre recenti elezioni hanno confermato che il suo governo è oggi profondamente impopolare.

L'Economist non fece mistero delle sue valutazioni su Berlusconi nel 2001: argomentammo che egli era inadatto a diventare primo ministro italiano. La nostra valutazione si basava sulla sua lunga storia di pasticci giudiziari, oltre agli stridenti conflitti d'interessi che doveva affrontare come capo del governo (e quindi, indirettamente, la sua televisione pubblica), mentre controllava quasi tutte le stazioni televisive private. Ad ogni modo anche noi concedemmo una speranza: che l'uomo d'affari trasformatosi in politico potesse portare nell'economia le riforme di cui l'Italia aveva bisogno e ponesse sotto controllo le finanze pubbliche.

Quattro anni dopo, il governo Berlusconi non è riuscito a fare nemmeno questo. Distratto da faccende legali, dipendente dai suoi bizzosi partner di coalizione, Berlusconi ha prodotto troppo poche riforme (sebbene i suoi affari personali hanno prosperato). I suoi rimedi per le finanze pubbliche italiane sono stati prevalentemente misure una tantum, come i condoni fiscali; il debito pubblico sta gonfiandosi di nuovo. E' riuscito a ridurre di poco le tasse, ma non quanto aveva promesso. Ha operato qualche cambiamento nelle pensioni e nella sicurezza sociale, ma in generale i suoi sforzi riformatori hanno prodotto troppo poco e troppo tardi.

E la notizia veramente negativa è che, se Berlusconi perdesse le elezioni politiche della prossima primavera, l'opposizione di centro-sinistra, guidata da Romano Prodi, in precedenza primo ministro ed ex-presidente della Commissione Europea, sembra non avere politiche economiche più innovative e riforme da offrire. Il nuovo titolo dell'Italia potrebbe restare incontestato per lungo tempo.

[1] corporate governance: insieme delle regole del governo societario, che consentono una tutela adeguata degli interessi di ogni soggetto che opera nell'impresa.

Articolo di Vittorio Bica pubblicato il  30/5/2005 alle ore 0,29.

Indice del Pesa-Nervi | Diodati.org

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