Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Un processo alla libertà di pensiero

Alcune riflessioni nate dalla lettura di un'intervista ad Oriana Fallaci, infuriata per il processo che le è stato intentato per vilipendio della religione islamica.

Su Il Foglio del 28 maggio è presente una lunga intervista di Christian Rocca ad Oriana Fallaci, che rappresenta in sostanza uno sfogo della scrittrice contro il processo che le è stato intentato, in seguito alla denuncia contro di lei sporta da Adel Smith per vilipendio della religione islamica.

Riporto di seguito alcuni stralci dell'intervista, che è possibile leggere anche in Rete, ricercandola nell'archivio del quotidiano.

Oriana Fallaci processa il processo di Bergamo e l'accusatore Adel Smith

In Tribunale non andrà manco morta. Solidarietà da tutto il mondo per il clamoroso rinvio a giudizio. Io sarò condannata

Di Christian Rocca

[Foto stilizzata del volto di Oriana Fallaci, tratta da 'Il Foglio']New York. Questo processo non è contro di me dice Oriana Fallaci. Non è neanche il processo di un giudice in cerca di pubblicità, di un signore che esce dal suo minuscolo cosmo di provincia e finalmente vede il suo nome pubblicato sui giornali. E' un processo che mira a creare un Caso, il Caso Fallaci. Cioè un processo che mira a condannare una persona nota per poterne condannare altre. Io sarò condannata. E in certo senso, paradossalmente, sarà un bene. Una cosa che gioverà a chiarire le cose, a dimostrare che stiamo perdendo la libertà. Perché la mia condanna non si limiterà a soddisfare la vanità di certi magistrati, ossia i magistrati che incapaci di separare la Legge dalle loro scelte ideologiche o partitiche vorrebbero sostituirsi al potere politico. Ed aprirà un varco che a cuor leggero consentirà di condannare per reato d'opinione coloro che, contrariamente ai magistrati, hanno il diritto e il dovere di prendere pubblica posizione. Giornalisti, scrittori, intellettuali, cittadini che rifiutano il Politically Correct e osano andare controcorrente. Sa, non è la prima volta che vengo usata per aprire un varco: servire da esempio, accendere la miccia. Successe anche quando denunciai la verità sull'assassinio di Pasolini. Per non rivelare i nomi, non mettere a rischio la vita dei testimoni, mi appellai all'articolo Numero Uno dello Statuto dei Giornalisti. L'articolo che vieta di fornire le fonti di informazione quando a fornirle si rischia di rovinare qualcuno o addirittura di condurlo al cimitero. Eppure mi condannarono lo stesso. E nei giorni seguenti altri giornalisti vennero incriminati per lo stesso motivo. Uno, addirittura sbattuto in prigione.

Nello studio newyorchese di Oriana Fallaci il telefono, un telefono bizzarramente rosso vermiglio, squilla tutto il pomeriggio. Il segretario la chiama dal suo ufficio della 57esima strada per informarla che la Associated Presse la Reuters e la Cbc canadese vorrebbero un suo commento sul processo di Bergamo. Martedì pomeriggio, dopo la querela di un cittadino musulmano noto alle cronache per aver vilipeso la religione cristiana e aver minacciato la Fallaci con un libretto che chiede ai musulmani di applicare su di lei il castigo di Allah, il giudice Armando Grasso l'ha rinviata a giudizio per vilipendio alla religione islamica. La notizia del rinvio a giudizio ha fatto il giro del mondo. E il telefono rosso vermiglio non tace un momento. Giornali e agenzie di stampa la cercano. Il New York Times ne ha già scritto, così come il Washington Post. Il Wall Street Journal insiste per intervistarla. Su Internet trovi siti che esprimono sdegno per il reato d'opinione e vogliono organizzarsi per darle una mano. Oriana Fallaci non lo sa. Non vuole neanche sapere che cosa sta succedendo al di fuori della sua casa traboccante di libri.

(...) Non capisce, non vuole capire, che una grande scrittrice processata per aver espresso la sua opinione in un libro non è una notizia da poco. La cosa più strana, tuttavia, non è questa. E' che non si cura nemmeno di informare i suoi tormentatori che a provocare questo processo è proprio il musulmano che nel 2002 chiedeva di eliminarla in nome di Allah. Perché? Perché quel signor Nessuno non conta nulla. Conta il processo. Al processo non andrà manco morta, dice categorica. No, non li degnerò della mia presenza. Questa è una causa inaccettabile, inammissibile, imperdonabile. Perché questa è una giustizia che condanna la vittima e assolve il carnefice. Che anzi al carnefice permette di portare in giudizio la vittima. Se la sentenza dirà che La Forza della Ragione costituisce reato, il ridicolo cadrà sull'intero sistema giudiziario. Forse, in fondo al cuore, Oriana Fallaci a Bergamo ci andrebbe. Ma solo per stare in tribunale tre secondi, per dare un'occhiata al musulmano che mi fa processare per vilipendio alla religione islamica e che infinite volte ha oltraggiato nel modo più sconcio la religione cristiana. Il musulmano che con una denuncia ha indotto il giudice bergamasco a processare la Fallaci è infatti Adel Smith, colui che divenne noto per aver definito il crocefisso un cadaverino ignudo che spaventa i bambini e per averlo staccato dall'aula della scuola abruzzese cui è iscritto suo figlio nonché dalla corsia dell'ospedale dell'Aquila dov'era ricoverata sua madre, poi d'averlo gettato giù dalla finestra. E' anche colui che, senza giri di parole, nel denigratorio libretto scrisse perché la Fallaci doveva esser punita in nome dell'Islam e secondo le leggi dell'Islam. Donna! non dovevi dire bugie. Non ci sto! Non posso accettarle né, quindi, tacere. Avrai la lezione che ti meriti. Una forte sberla. Ma non una sberla di quelle che meriti per davvero, bensì uno schiaffo morale che ti farà, forse, tornare a piangere ancora. Preparati a una forte e giusta punizione: essere messa a nudo. Denudata. Spogliata. Non del tuo abbigliamento come, forse, avresti desiderato (e dico desiderato visto che di te vien detto che hai l'utero nel cervello). Non mi interessa. Ma denudata della tua forza, di quella tua tenue forza che trai dalle tue spregevoli menzogne. Preparati! Sto per smascherarti. Preparati! Sto per infliggerti una punizione. Te la meriti, eccome. Donna! Brutta o bella che tu sia, preparati dunque adesso al castigo umano. Quello divino, ben più abbondante e doloroso, lo avrai dopo, a suo tempo. Questa è una promessa. Nel denigratorio libretto, l'uomo del cadaverino ha scritto che la Fallaci è una picchiatella assatanata, appena fuggita, senza più la camicia di forza, da un manicomio criminale del Ku Klux Klan. Nonché una bestia selvaggia ferita a morte, traballante e ubriaca di un profondo dolore inesplorato, arcano, stantio, mai dimenticato. (...)

(...) Sebbene un preciso articolo del Codice Penale condanni la diffamazione dei defunti, se la prese anche col padre di Oriana: Edoardo Fallaci, noto liberal-socialista di Giustizia e Libertà, eroe della Resistenza torturato dai fascisti, poi candidato alla Costituente. Però l'uomo del cadaverino descrive Edoardo come un padre che brutalmente batte la figlia. Nonché come un cattolico nevrotico, degno figlio dell'Inquisizione. Nonché un violento, un sadico, spietato. Nonché un padre incapace di trasmettere affetto alle figlie. Sia per le offese a lei che per quelle al padre, sia per istigazione all'omicidio, la Fallaci ha chiesto in sede civile danni per tre milioni di euro. L'udienza è fissata per il prossimo anno. Nel frattempo, però, ci sarà il processo di Bergamo. Il giudice sostiene che alcune frasi de La Forza della Ragione sono inequivocabilmente offensive nei confronti dell'Islam e di coloro che praticano quel credo religioso. Una ad una, la Fallaci le rilegge con me. La prima di quelle contestate dal giudice dice: Afflitti da atavica mancanza di fierezza, gli italiani non si offendono quando gli immigrati urinano sui loro monumenti o smerdano i sagrati delle loro chiese o buttano i loro crocefissi dalla finestra di un ospedale. E lei replica: Non capisco se questa frase è tolta da La Rabbia e L'Orgoglio o da La Forza della Ragione. Deve essere incompleta, sintetizzata. Però mi piace lo stesso. La ripeto, e continuerò a ripeterla finché avrò un filo di fiato cioè fino alla morte. La seconda dice (...)

Ho letto tutti e tre i libri della trilogia della Fallaci. Benché non sia d'accordo con molte delle tesi sostenute dalla scrittrice, ritengo che, in una società democratica e rispettosa della libertà di pensiero e di espressione dei singoli individui, debba esserci posto e rispetto anche per i libri scomodi di Oriana Fallaci.

Dice bene secondo me la scrittrice: non conta la persona che l'ha denunciata, conta il processo. Non m'intendo di diritto, quindi non sono in grado di valutare quanto sia giuridicamente fondato il rinvio a giudizio disposto dal giudice. In ogni caso a me questo sembra un processo alla libertà di pensiero e di espressione, prima e più che un processo per vilipendio di una religione. L'articolo 21 della nostra Costituzione inizia così: Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. (...) Non sempre è possibile conciliare il rispetto di questo fondamentale principio con l'esigenza oggi dominante del politically correct. Tra le due esigenze in conflitto, mi sembra di gran lunga più importante garantire il rispetto della libertà di pensiero e di espressione di ogni individuo.

Le violente accuse personali contro la Fallaci contenute nel libello di Adel Smith mi sembrano, quelle sì, una vera manifestazione di intolleranza.

Non voglio entrare nel merito dell'analisi delle frasi, estrapolate dai libri della Fallaci, che l'accusa le ha contetestato come offensive per la religione islamica. Il punto secondo me non sta nel decidere se e quanto esse siano offensive. Il punto sta nel rischio di condannare, insieme con i libri della Fallaci, anche la libertà di espressione che è a fondamento della nostra Costituzione. Vorrei poter vivere in una nazione in cui fosse assolutamente lecito poter professare liberamente il proprio ateismo, scrivendo libri per dimostrarne le ragioni; così come vorrei che fosse assolutamente lecito professare e divulgare qualsiasi religione, con atti di devozione e con libri, senza la paura di incorrere in un processo per vilipendio.

Proprio perché le religioni sono assolute nei loro princìpi e nelle loro condanne, è lo Stato che deve farsi garante della libertà di ciascuno di pensare e di scrivere ciò che gli pare in materia di religione. Ho paura di una società che proclama di continuo grandi princìpi e difende a parole i diritti di tutti, ma che, nella pratica, finisce con il restringere sempre più il campo delle libertà individuali.

Commenti dei lettori

  1. Commento di Vittorio - 31/5/2005 ore 19,53

    Tutto considerato, trovo che sia eccessivo.

    Eccessivo il processo per vilipendio della religione che vede imputata la Fallaci, eccessiva la polemica e il libello di Adel Smith, eccessiva la pubblicità a libri tanto infiammati per la semplice speculazione editoriale, più che la prosa in sè di Oriana Fallaci.

    Non ho più simpatia per gli argomenti di Smith di quanta ne nutra per quelli della Fallaci, ma a entrambi riconosco il diritto di esprimersi liberamente, se del caso fino al limite di questa sacrosanta libertà. Solo non vorrei vedere l'umanità dividersi a favore di questo o di quello , quando al fondo della contesa pure non vedo ragionevolezza, né ragione, né cuore.

    Sono d'accordo con le tue conclusioni, Michele, e condivido il tuo timore.
  2. Commento di lory - 3/11/2005 ore 16,09

    anch'io sono d'accordo e penso che la libertà nasce dal profondo del cuore di ciascuno di noi e per tanto deve essere rispettata e apprezzata come un qualsiasi sentimento. salvatore loredana.tu.

Articolo di Michele Diodati pubblicato il  31/5/2005 alle ore 16,46.

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