Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

«Stiamo portando la democrazia e la libertà in Iraq». Ma basta!!!

La traduzione in italiano di un articolo di Mike Whitney, che analizza lucidamente le ragioni per cui l'invasione e l'occupazione americana dell'Iraq rappresentano un insulto ai princìpi espressi dalla Dichiarazione d'Indipendenza degli Stati Unititi.

[Una vignetta satirica che mostra un finto cartello di pericolo, con scritte che mettono in guardia contro i pericoli per la democrazia insiti nel Nuovo Ordine mondiale voluto da Bush. Fonte: www.rense.com] La politica è notoriamente il regno, soprattutto in Italia, delle dichiarazioni di parte: i politici intervistati da televisioni e giornali quasi inevitabilmente rilasciano dichiarazioni che sono in linea con il pensiero dominante del partito o della coalizione a cui appartengono. E' molto raro che si verifichi il contrario. Non credo che vedremo mai, per esempio, Bondi, tanto per dire un nome, criticare pubblicamente Berlusconi, oppure un esponente della Sinistra, che so, un Violante o un Rizzo, esaltarne l'operato.

Ciò rientra naturalmente nella logica degli schieramenti politici. Tuttavia l'omogeneità delle dichiarazioni appiattite sulla logica degli schieramenti mi ha sempre dato terribilmente fastidio, perché a me capita di cambiare i miei giudizi su cose o persone, se nel frattempo acquisisco nuove informazioni, o di giudicare bene o male il comportamento di qualcuno in base a quello che fa, non in base allo schieramento a cui appartiene.

Tutta questa lunga premessa per dire che, tra tutte le dichiarazioni appiattite su logiche di schieramento che si sentono fare quotidianamente dai nostri politici sia di destra sia di sinistra, quelle che mi indignano più di tutte sono quelle - ricorrenti - dei politici del Centrodestra sulla guerra in Iraq. A fronte di una guerra che l'Italia non voleva assolutamente e a cui, per ragioni molto discutibili, si è piegata, continuano imperterriti a dichiarare: il nostro scopo è affiancare l'America per portare la democrazia e la libertà in Iraq. (Vedi come esempi programmatici: Il piano per portare la democrazia in Iraq e Iraq: Discorso del Presidente Silvio Berlusconi al Parlamento.)

Sono oltre due anni che ce lo ripetono ogni giorno e, ogni volta che riascolto l'atroce tiritera, mi domando: ma credono veramente a quello che dicono?

Come persona raziocinante e dotata di un minimo di conoscenza della storia, mi sento offeso da dichiarazioni che sembrano voler approfittare impunemente, con arroganza, della mia, anzi della nostra, intelligenza.

La violazione del diritto internazionale perpetrata dagli Stati Uniti nell'attaccare l'Iraq è talmente grande ed evidente che non si può far finta che non esista. Se anche non ci fosse stata l'occupazione seguita alla guerra, sarebbe bastata quella sola violazione per mettere l'America ed i suoi alleati dalla parte del torto. Ma ci sono state poi le torture di Abu Grahib, il tentativo di far passare per terroristi gli insorti iracheni che cercano di liberare il proprio paese dagli invasori, la vendita ai privati delle proprietà pubbliche della nazione irachena, l'insediamento di un governo amico degli americani. Oggi l'Iraq sta molto peggio di come stava sotto Saddam e non si vede una strada di uscita dalla crisi.

Per tutte queste ragioni, io vorrei veramente che i politici del Centrodestra si astenessero una buona volta dal nominare la libertà e la democrazia quando parlano dell'invasione dell'Iraq. Quel che l'America ha fatto all'Iraq non ha nulla a che fare, neppure da lontano, con la libertà e la democrazia. Noi, come alleati, andando lì in armi, abbiamo sostanzialmente approvato un'azione bellica illegale ed immorale.

Tutto ciò è ben raccontato da un giornalista americano, i cui articoli compaiono su decine e decine di siti dissidenti rispetto al pensiero dominante espresso dai grandi network americani. Il giornalista è Mike Whitney e l'articolo, che presento qui di seguito nella mia traduzione in italiano, è una lucida analisi che dimostra come la guerra d'invasione dell'Iraq sia una negazione dei principi espressi nella Dichiarazione d'Indipendenza del popolo americano. Per chi non lo ricordasse, si tratta dell'atto di nascita degli Stati Uniti, sottoscritto il 4 luglio 1776 dai tredici stati fondatori e fonte di quei nobili concetti di libertà e di autodeterminazione dei popoli, che, con cinico egoismo, l'amministrazione Bush ha prostituito ai propri interessi di parte, usandoli per mascherare, con una martellante azione di propaganda sostenuta dai media, la brutalità gratuita dell'invasione dell'Iraq e della sua perdurante occupazione militare.

Perché è necessario che l'America sia sconfitta in Iraq

di Mike Whitney, 1° maggio 2005

Il più grave dilemma morale dei nostri giorni è se noi, in quanto Americani, dobbiamo sostenere l'insurrezione degli Iracheni. E' un problema che ha causato nella gente di sinistra contraria alla guerra gli stessi tormenti interiori che molti provarono trenta anni fa, nella loro opposizione alla Guerra del Vietnam. Lo spettro della slealtà grava pesantemente su ciascuno di noi, anche su quelli che non sono mai stati inclini a sventolare bandiere o a sostenere la nozione dell'"eccezionalismo" americano.

Per quanto mi riguarda, posso dire senza esitazione che io sostengo l'"insurrezione" e che farei la stessa cosa anche se il mio unico figlio ventunenne stesse prestando servizio in Iraq. Non esiste semplicemente alcun'altra opzione moralmente accettabile.

Come Americani, noi sosteniamo l'idea che la violenza sia uno strumento accettabile per ottenere l'auto-determinazione (nazionale). La nostra nazione si è costituita in effetti proprio in questo modo, e ciò è rivendicato nel nostro documento fondamentale, la Dichiarazione d'Indipendenza:

Che per garantire questi diritti sono istituiti tra gli uomini governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni qualvolta una qualsiasi forma di governo tende a negare questi fini, il popolo ha diritto di mutarla o abolirla e di istituire un nuovo governo fondato su tali principi e di organizzarne i poteri nella forma che sembri al popolo meglio atta a procurare la sua Sicurezza e la sua Felicità. (...) quando una lunga serie di abusi e di malversazioni, volti invariabilmente a perseguire lo stesso obiettivo, rivela il disegno di ridurre gli uomini all'assolutismo, allora è loro diritto, è loro dovere rovesciare un siffatto governo e provvedere nuove garanzie alla loro sicurezza per l'avvenire. [1]

[una vignetta satirica che mostra i quattro presidenti americani scolpiti sul Monte Rushmore con le teste protette da maschere antigas. Fonte: www.rense.com]La Dichiarazione d'Indipendenza è rivoluzionaria nell'affermare che noi abbiamo il "dovere" di abbattere quei regimi che minacciano le libertà umane fondamentali. E' nostro dovere applicare lo stesso metro al popolo iracheno. Il problema non è la violenza, ma la giustificazione dell'uso della violenza. L'assoluta maggioranza dei popoli del mondo ritiene che la guerra in Iraq sia stata un atto illegale (Kofi Annan) di ingiustificata aggressione contro un nemico indifeso. Un recente sondaggio condotto in Medio Oriente (diffuso dal Centro per gli Studi Strategici) mostra che più dell'85% della popolazione in quattro dei cinque paesi in cui si è svolto il sondaggio (Egitto, Arabia Saudita, Libano, Siria e Palestina) pensa che la guerra degli Stati Uniti in Iraq sia stata un atto di terrorismo. La percentuale in Libano è stata del 64%. (Pepe Escobar, It's terror when we say so [2]).

Terrorismo o non terrorismo, non c'è dubbio che la grande maggioranza delle persone in quella regione e nel mondo ritenga che questa guerra sia del tutto ingiustificabile.

L'argomentazione più comunemente addotta dagli americani contrari alla guerra (che credono che noi dovremmo rimanere in Iraq) non difende la legittimità dell'invasione, ma fornisce la giustificazione logica dell'occupazione in corso. Non li possiamo abbandonare così, privi di sicurezza crea la base logica per rimanere in Iraq finché l'ordine non sia stabilito. Sfortunatamente, l'occupazione è solo un'altra manifestazione della guerra stessa; quotidianamente rimpinguata da bombardamenti, arresti, torture e dalla distruzione della proprietà privata. Pertanto sostenere l'occupazione equivale a giustificare la guerra. Le due sono inseparabili.

Dovremmo ricordare che questa guerra (che è stata interamente basata su informazioni false o ingannevoli) era illegale e immorale. Tale giudizio non cambia per il fatto che manteniamo sul terreno, per gli anni a venire, una presenza militare di 140.000 soldati. Ogni giorno che passa di occupazione non fa altro che perpetuare il crimine.

Allo stesso tempo è nostro dovere riconoscere che i disparati elementi della resistenza irachena, sminuiti dai media tramite l'etichetta di ribelli, sono la legittima espressione dell'auto-determinazione degli iracheni.

L'indipendenza non viene concessa da una nazione straniera; la vera natura di quella relazione indica piuttosto dipendenza da forze esterne. Indipendenza e sovranità vere possono essere realizzate solo quando gli eserciti stranieri vengono evacuati ed elementi indigeni assumono il potere. (Lo stesso Bush ha riconosciuto questo principio, quando ha ordinato alle truppe siriane di abbandonare il Libano.) La natura del futuro governo iracheno evolverà dai gruppi che riusciranno ad espellere le forze statunitensi dal loro paese, non dalle marionette che sono giunte al potere attraverso le "elezioni dimostrative" volute da Washington. Ciò può non andare a genio ai membri dell'amministrazione Bush, ma è il primo passo nel lungo processo per reintegrare e ricostruire lo stato iracheno.

Non c'è alcuna indicazione che la gestione dell'occupazione possa cambiare a breve scadenza. Se è possibile, le condizioni sono soltanto peggiorate negli ultimi due anni. L'amministrazione Bush non ha mostrato alcuna disponibilità ad allentare la propria presa sul potere, per esempio internazionalizzando l'occupazione o cedendo realmente potere al governo iracheno recentemente eletto. Ciò suggerisce che la sola speranza per un'accettabile soluzione delle sofferenze del popolo iracheno sia una sconfitta degli Stati Uniti, con il conseguente ritiro delle truppe. Disgraziatamente, non siamo affatto vicini ad un simile momento.

Chi sta uccidendo chi?

Non sono i ribelli che stanno uccidendo i soldati americani. E' piuttosto l'egoistica strategia di controllare il 12% del rimanente petrolio mondiale e di imporre la potenza militare americana su tutta la regione. Questo è il piano che ha portato i soldati americani ad imbracciare le armi. I ribelli non stanno facendo altro che ciò che farebbe qualsiasi movimento di resistenza: cercare di liberare il proprio paese dagli invasori stranieri quando tutti i canali politici sono stati preclusi.

Gli americani non si comporterebbero in modo differente se si trovassero in un'analoga situazione, con le truppe irachene schierate in tutte le nostre città. In fin dei conti, l'amministrazione Bush è responsabile della morte di ciascun americano ucciso in Iraq né più né meno che se li avessero allineati tutti contro un muro e poi sparati ad uno ad uno. Il loro sangue sporca le mani dell'amministrazione, non quelle degli insorti iracheni.

Aspettiamoci un altro dittatore o un Mullah

Sarebbe sbagliato attendersi che, dopo un lungo periodo di lotte interne, i gruppi iracheni egemoni abbraccino i valori di un governo democratico. Più probabilmente, un altro uomo forte come Saddam prenderà il potere in Iraq. In effetti, la venuta di un nuovo dittatore (o di un Ayatollah) è quasi certa, dati i catastrofici effetti della guerra portata dagli americani. Senza contare che non spetta agli Stati Uniti scegliere col lanternino i leader di paesi stranieri o immischiarsi nella loro politica interna. (Le Nazioni Unite, per quanto possano essere imperfette, rappresentano la sede adatta per decidere come influenzare il comportamento dei dittatori stranieri.) A questo punto, dovremmo essere capaci di ammettere che il popolo iracheno se la passava meglio in ogni senso sotto Saddam Hussein che non oggi. Anche solo a livello fisico, la disponibilità di lavoro, acqua pulita, elettricità, controllo sui liquami, medicina, gas e cibo erano di gran lunga superiori rispetto alla situazione odierna. Ad un livello più profondo, l'insicurezza per le violenze occasionali, per la crescente brutalità e per la flagrante ingiustizia dell'occupazione hanno trasformato l'Iraq in uno stato-prigione, dove le attrattive della vita normale non hanno più cittadinanza.

Sostenere la politica di Bush vuol dire, di necessità, sostenere gli strumenti di coercizione che sono usati per perpetuare l'occupazione. Vuol dire, in altre parole, approvare le torture di Abu Grahib (che continuano ancor oggi, secondo Amnesty International), le politiche neoliberiste (che hanno condotto alla privatizzazione di tutte le industrie, le banche e le risorse che erano un possesso pubblico dell'Iraq), un regime amico degli americani che esclude il 20% della popolazione (i Sunniti) e, peggio di tutto, il ritorno in forze degli agenti Mukhabarat di Saddam, ora riciclati come agenti dei nuovi servizi iracheni di sicurezza e spionaggio. (Pepe Escobar, Asia Times)

[una vignetta satirica che mostra una donna che alza la mano destra per giurare]
La vignetta satirica dice:
Fai questa promessa:
La guerra è pace.
La schiavitù è libertà.
L'ignoranza è forza.

(Fonte: www.rense.com)

Gli americani sono preparati a sostenere il medesimo brutale apparato di terrore di Stato che era impiegato da Saddam? (La visita non annunciata di Rumsfeld a Baghdad la scorsa settimana aveva lo scopo di accertare che gli ufficiali recentemente eletti non corrompessero i suoi agenti addetti a contrastare gli insorti, molti dei quali erano precedentemente impiegati nella polizia segreta di Saddam.)

Dovremmo anche chiederci quali sarebbero le conseguenze su larga scala di una vittoria americana in Iraq. Quelli che sostengono che non possiamo abbandonare l'Iraq in uno stato di caos, non si rendono conto che stabilizzare la situazione sul terreno equivale ad una vittoria americana e ad una giustificazione delle politiche di aggressione. Questo sarebbe un disastro maggiore dell'invasione stessa. L'amministrazione Bush è pienamente preparata a portare avanti la sua campagna di dominazione globale per mezzo della forza, a meno che un ostacolo non eliminabile, come l'insurrezione irachena, non le sbarri la strada. Molti sospettano che, se non fosse stato per quella resistenza, gli Stati Uniti sarebbero ora a Teheran e a Damasco. Si tratta, io credo, di una supposizione fondata. Per questa sola ragione, chi è contro la guerra dovrebbe considerare attentamente le implicazioni dei cosiddetti obiettivi umanitari, designati per pacificare la popolazione. Accettare di "normalizzare" un'aggressione migliorando i suoi sintomi è il più grande dilemma che ci troviamo collettivamente a fronteggiare.

Dovremmo essere chiari circa i nostri sentimenti sulla guerra e sull'occupazione. La disperata resistenza irachena è la legittima manifestazione di un movimento di liberazione nazionale. Il suo successo è imperativo per i princìpi di sovranità nazionale e di autodeterminazione; gli ideali che sono onorati nella Dichiarazione d'Indipendenza. Il rovesciamento di regimi stranieri e la distruzione di intere civiltà non possono essere giustificati in termini di «democrazia» o di qualsiasi altro ideale cinicamente evocato. La pace e la sicurezza dei popoli del mondo dipendono dal conformarsi delle nazioni alle regole chiaramente articolate della legge internazionale e della Carta delle Nazioni Unite. Entrambe sono state deliberatamente violate dall'invasione dell'Iraq. Schiacciare l'insurrezione non cancellerà la colpa di quell'illecita azione; aumenterà soltanto la grandezza del crimine.

Per questo noi speriamo in una sconfitta dell'America in Iraq. Una tale sconfitta servirebbe come un potente deterrente contro futuri conflitti ingiustificati e darebbe una bella mazzata alla credenza che un'aggressione sia una manifestazione accettabile di politica estera.

[1] La traduzione del brano è tratta da Il Domenicale (documento in PDF).

[2] L'articolo è disponibile sul sito Asia Times online.

© Copyright 2005 di AxisofLogic.com
L'articolo originale si trova a http://www.axisoflogic.com/artman/publish/article_17271.shtml.
Mike Whitney vive nello Stato di Washington. Può essere raggiunto a: fergiewhitney@msn.com.

Commenti dei lettori

  1. Commento di Luca - 26/4/2006 ore 13,27

    Rispetto la tua idea, ma mi dissocio totalmente dalle tue posizioni, probabilmente chi la scritto e/o pubblicato è un uomo/donna di sinistra, ed essendo tali posizioni politico/ideologiche, differenti dalle mie, penso che sia stato giustificato il loro inrtervento nel suolo mesopotamico.
    Penserai che sono fascista/nazista o giu di li, niente di tutto ciò, al massimo filoamericano, questo sì!
    Nel testo riportato vi è uno spezzone della Dichiarazione di Indipendenza, che reputo tra l'altro La Costituzione più bella al mondo; dunque ciò che quellerighe dicono è: quando qualcosa non va, coloro che hanno la capacità di agire, hanno la responsabilità morale e non di agire. L'America, o meglio come il testo dice 2gli americani" (come se oggigiorno sia diventato sinonimo di satana o fascista), senza il loro poderoso, mirabile, e ammirabile intervento nelle scene mondiali, hanno SEMPRE (tranne l'eccezzione vietnamita, ma quello è un altro discorso), determinato la VITTORIA di battaglie e quindi a portare lo stendardo democratico a capeggiare sul campo di battaglia vinto. Es.: Prima Guerra Mondiale, Seconda guerra Mondiale, Guerra dei Balcani, Prima e Seconda guerra del Golfo e per tutti i cinquant'anni della guerra fredda furono lor e la loro fermezza a permettere che la minaccia e il virus comunista non infettasse le democrazie europee, distrutte dalla guerra e/o in fase di ricostruzione post-bellica.

    Con questo ho finito. Grazie, spero rispetterete il mio pensiero come i ho ripettato il vostro.

    B.L.

Articolo di Michele Diodati pubblicato il  1/6/2005 alle ore 18,32.

Indice del Pesa-Nervi | Diodati.org

Inizio pagina.