Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Un «buon appetito» a base di ostaggi italiani

La traduzione in italiano di un articolo tratto dalla rivista «Human Events», dedicato alla liberazione della giornalista Giuliana Sgrena, rapita in Iraq lo scorso 4 febbraio.

Mentre spulciavo il sito di Human Events alla ricerca di informazioni per l'articolo precedente, mi è caduto l'occhio sulla possibilità di scaricare un numero della rivista cartacea in formato PDF. Detto fatto, mi sono messo a scorrere la rivista, edizione un po' datata del 21 marzo 2005, e vi ho trovato un articolo di Michelle Malkin, che mi è parso interessante tradurre dall'inglese e mettere qui a disposizione dei lettori di lingua italiana.

L'articolo contiene una dura critica del comportamento tenuto dal governo italiano nella trattativa che ha portato al rilascio della giornalista Giuliana Sgrena, rapita a Baghdad lo scorso 4 febbraio.

Secondo la Malkin l'Italia avrebbe pagato un grosso riscatto ai rapitori. Be', questa per noi non è affatto una notizia inedita... Ciò che colpisce dell'articolo, a mio parere, è il pesante sarcasmo con cui l'autrice condanna il comportamento accomodante del governo italiano: i soldi del riscatto pagato, dice la Malkin, finiscono ovviamente per alimentare la spirale di attentati in Iraq, quindi la liberazione di un ostaggio ha il prezzo della morte di tutte le vittime che saranno uccise con le armi comprate grazie al pagamento di quel riscatto.

Il ragionamento non fa una piega, ma solo dal punto di vista di chi pensa di star combattendo una guerra giusta contro il cosiddetto "Terrore".

Al contrario, per l'opinione pubblica italiana, che per la maggior parte non è mai stata convinta della necessità, né tantomeno della giustizia, della guerra scatenata dagli Stati Uniti contro l'Iraq, lasciare nelle mani dei rapitori i vari nostri connazionali presi come ostaggi avrebbe significato condannarli ad una morte, non solo atroce, ma inutile ed immeritata.

Nessuno di noi può negare che i soldi dei riscatti, con molta probabilità versati dal nostro governo ai rapitori, si sono già, o saranno presto, trasformati in armi per nuovi attentati. Tuttavia nessuno in Italia ha insistito troppo su questo tasto. Si è piuttosto gioito, sia a destra che a sinistra, per la liberazione degli ostaggi: i tre compagni di Quattrocchi, le due Simone e la Sgrena. Quando un nostro connazionale è morto prima che si riuscisse a stabilire un contatto con i rapitori, come nel caso del povero Baldoni, il rammarico è stato unanime.

L'opinione pubblica italiana, insomma, non è disposta ad accettare che il nostro governo segua la linea dura voluta dagli americani, benché la linea dura sia l'unica opzione seria possibile, se si vuole evitare di alimentare la guerriglia irachena.

Ciò pone inevitabilmente il nostro governo in una situazione scomodissima, tra l'incudine dell'opinione pubblica italiana, che vuole il ritorno a casa a qualsiasi costo dei connazionali rapiti, ed il martello dell'alleato americano, che protesta aspramente, anche attraverso articoli come quelli della Malkin, per i comportamenti da Asse dei furbi, se non proprio da alleato traditore (vedi riferimento a Quisling nell'articolo tradotto più sotto), praticati dal nostro governo nel trattare con i rapitori.

La politica dei riscatti, una volta risaputa, crea inoltre il rischio di nuovi rapimenti a danno di nostri connazionali: equivale, per la Malkin, ad appendere al collo di ogni nostro concittadino presente in Iraq un cartello con la scritta Buon appetito.

Da tutto ciò, a mio parere, il governo dovrebbe trarre le uniche conclusioni ragionevoli possibili e decidere di andar via dall'Iraq immediatamente, senza condizioni, come ha già fatto a suo tempo la Spagna.

Non si può rimanere con un piede dentro ed uno fuori. Se si appoggia davvero la causa americana, bisogna farlo fino in fondo e pagarne le estreme conseguenze. (Chi non ricorda i cittadini americani decapitati per il rifiuto di Washington di trattare con i rapitori?)

Ma se il nostro governo scegliesse di seguire questa linea dura, si troverebbe contro quasi tutta l'opinione pubblica; esaspererebbe ulteriormente le tensioni provocate da una guerra che agli italiani non è mai piaciuta.

Il guaio è che il governo, se da un lato non ha il coraggio di lasciar morire i nostri connazionali rapiti in Iraq (e ora in Afghanistan, vedi caso Cantoni), dall'altro non ha neppure il coraggio di ammettere che la cosa più sensata sarebbe sbaraccare tutto al più presto e far rientrare i nostri militari in Italia.

Rimarrà purtroppo tra l'incudine e il martello, scontentando gli italiani che vorrebbero la pace e gli americani che vogliono una guerra senza compromessi con il loro nemico.

Secondo le voci gli Italiani hanno pagato un riscatto per la cronista rossa

L'Italia ha pagato milioni ai terroristi islamici?

di Michelle Malkin,
tratto da Human Events del 21 marzo 2005

[Foto di Giuliana Sgrena, pubblicata nell'articolo di 'Human Events']

La giornalista italiana Giuliana Sgrena era stata rapita a Baghdad il 4 febbraio. Per liberare la Sgrena, pare che il governo italiano abbia pagato un riscatto ai suoi rapitori.

L'esaltazione internazionale per Giuliana Sgrena, una scrittrice italiana comunista, che afferma che le truppe americane avrebbero sparato deliberatamente contro la sua auto dopo che era stata rilasciata dai rapitori, perde di vista lo scandalo vero.

Lo scandalo non è che una propagandista contraria alla guerra abbia accusato gli Stati Uniti di sparare a dei giornalisti. Questo ce lo potevamo aspettare (Sì, di nuovo ciao, Eason Jordan [1]).

Lo scandalo non è che i sostenitori dei media tradizionali stanno dando addosso ai nostri militari e stanno ripescando fino all'ultimo incidente da sparatoria verificatosi sulle infide strade che portano all'aeroporto di Baghdad.

No, qui di nuovo nessuna sorpresa.

Lo scandalo è che l'Italia - nostra presunta alleata nella Guerra globale al Terrore - ha condotto negoziati con i rapitori islamici della Sgrena e può aver consegnato ai tagliagole un ingente riscatto per il rilascio della medesima.

Dov'è il putiferio per questo piano di sovvenzioni ai ribelli islamici?

Il politico iracheno Younadem Kana ha detto alla televisione di stato belga che era in possesso di informazioni "ufficiose" secondo le quali l'Italia avrebbe pagato ai terroristi un tributo di un milione di dollari. Il Washington Times, citando il quotidiano italiano La Stampa, ha fissato la cifra del riscatto a sei milioni di dollari. Il quotidiano italiano Corriere della Sera ha riportato che il governo italiano avrebbe offerto per la liberazione della Sgrena tra i 10 e i 13,4 milioni di dollari.

Qualunque sia stato il conto finale, si tratta di una taglia enorme, che tornerà certamente utile ai sicari affamati di contanti, che hanno bisogno di eleganti lanciagranate con propulsione a razzo, AK-47, mortai, mine terrestri, componenti per improvvisati strumenti esplosivi autotrasportati e salari per il reclutamento. (Per dare le giuste proporzioni a questa vincita inaspettata, si pensi che il complotto dell'11 settembre è costato ad Osama bin Laden la minuzia di mezzo milione di dollari.)

O forse i difensori italiani di questo metodo di arricchimento veloce usato dai terroristi pensano che quei criminali spenderanno i loro soldi in borsette di Prada o in capi d'alta moda di Versace?

Sia il governo italiano sia i membri dell'Esercito islamico dell'Iraq che ha rapito la Sgrena negano con decisione che sia stato versato del danaro. Tuttavia, anche se il governo ha respinto sdegnosamente le voci di un accordo per un riscatto nell'affare-Sgrena, il quotidiano Il Messaggero ha riportato tra virgolette un'ammissione del Primo Ministro Silvio Berlusconi: Dobbiamo ripensare la nostra strategia nel trattare con i rapitori.

Un po' tardi per un ripensamento, non vi sembra?

Secondo il New York Post, Lucia Annunziata, in passato presidente della televisione di stato italiana RAI, ha detto che fonti governative stimano che l'Italia abbia pagato ai rapitori all'incirca 15 milioni di dollari per gli ostaggi soltanto nell'ultimo anno. Come se non bastasse, Gustavo Selva, presidente della Commissione parlamentare per gli affari esteri, ha confermato che due volontarie italiane - che avevano elogiato i propri rapitori definendoli membri della resistenza - erano state liberate dopo che il governo aveva pagato almeno un milione di dollari in contanti ai loro catturatori iracheni.

L'ammissione venne dopo accalorati dinieghi da parte di alti funzionari governativi. Selva, facendo un provino per far assegnare all'Italia uno spazio nel pantheon dell'Asse dei furbi [2], disse in un'occasione, quasi riflettendo tra sé e sé: In via di principio noi non dovremmo cedere al ricatto, ma questa volta l'abbiamo dovuto fare, benché sia una strada pericolosa da seguire, dal momento che potrebbe incoraggiare ovviamente altri a prendere ostaggi, per ragioni sia politiche che criminali.

Come si dice no duh [ma no!] in italiano?

Per essere giusti verso l'Italia, che continua a mantenere un contingente di 3.000 soldati in Iraq a dispetto di un'enorme pressione contro la guerra, i suoi riferiti pagamenti ai terroristi scompaiono letteralmente a paragone delle decine di milioni in riscatti che sono state versate, nel corso degli ultimi anni, ai rapitori tagliatori di teste di Abu Sayyaf da quei mollaccioni iperprotettivi che si trovano a Manila e in Malaysia - danaro che ora, a quanto pare, è stato messo a disposizione di al Qaeda per le sue operazioni su scala mondiale.

E tuttavia uno si aspetterebbe da un paese che ha abbracciato una volta lo spirito indomito di Fabrizio Quattrocchi - la guardia del corpo italiana uccisa come ostaggio lo scorso anno in Iraq, che disse stoicamente ai suoi assassini: Ora vi faccio vedere come muore un Italiano - che tentasse di resistere con ogni fibra del proprio essere collettivo all'impulso di Quisling [3].

Le conseguenze della capitolazione sono maledettamente ovvie.

Quando si offre la propria gente affinché sia usata dai terroristi come piatti da collezione, i criminali cominceranno a tornare indietro per averne di più. Si potrebbe a questo punto attaccare un cartello al collo di ogni cittadino italiano rimasto in Iraq: Buon appetito [in italiano nel testo].

[1] Il riferimento è all'ex giornalista della CNN Eason Jordan, che l'11 febbraio scorso, dopo 23 anni passati alla CNN, si dimise a causa delle violente polemiche sorte dopo che qualcuno aveva interpretato una sua dichiarazione come un'accusa rivolta all'esercito americano, di aver ucciso deliberatamente dei giornalisti.

[2] Asse dei furbi traduce l'inglese Axis of Weasels, espressione satirica con cui gli americani - facendo il verso all'Asse del Male (Axis of Evil) proclamato da George W. Bush nel 2002 - si riferiscono all'ambiguo comportamento di Francia, Russia e Germania, tenuto nei confronti degli Stati Uniti per quanto riguarda l'appoggio alla guerra in Iraq.

[3] Vidkun Quisling, norvegese, fece di tutto per vendere la propria nazione ai tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale. Rappresenta il paradigma del traditore.

Commenti dei lettori

  1. Commento di Old Jacques - 4/6/2005 ore 10,53

    Mah, non capisco esattamente una cosa...

    Se si dovessero ritirare i militari, allora i civili italiani presenti in Iraq e in Afghanistan sarebbero al sicuro, perche' i rispettosi cittadini della resistenza lasciarebbero stare automaticamente gli italiani?

    Magari si fa firmare una carta da Osama per garanzia, e il primo ribelle che dovesse rapire di nuovo un'altro italiano verrà multato (magari una multa salata, o fatto pagare salatini per tutti, per restare in tema col l'articolo)?

    Non credo sia cosi' chiaro che il ritiro delle truppe possa garantire una soluzione positiva (come chiarmaente non la garantisce d'altronde la semplice presenza delle truppe mentre si compie altri atti piu' pericolosi come finanziare i ribelli).

    Non conosco ovviamente la soluzione (se no avrei fatto il politico invece di far progettista), ma sono convinto che il ritiro delle truppe avra' ben poco impatto sulla sicurezza dei cittadini italiani in Iraq.
    James
  2. Commento di Michele Diodati - 4/6/2005 ore 14,31

    A mio parere il ritiro dei militari italiani dall'Iraq potrebbe, e sottolineo potrebbe, avere due conseguenze positive:

    1. togliere alla guerriglia irachena la possibilità di ricattare l'Italia come paese belligerante. Eventuali futuri rapimenti di cittadini italiani non potrebbero portare a richieste di tipo politico-militare nei confronti del nostro paese, come è già successo in passato, ma dovrebbero rivelare subito di essere rapimenti a scopo di estorsione di danaro;
    2. togliere il governo italiano dall'imbarazzo di dover nascondere di aver versato eventualmente danaro per riscattare dei prigionieri, dal momento che, nella veste di alleati degli Stati Uniti, pagare riscatti alla guerriglia irachena equivale a rifornire gli oppositori dell'attuale regime filoamericano di armi per nuovi attentati.

    Non mi sembra poco. Soprattutto mi sembra importante uscire dall'ambiguità di una situazione in cui, da un lato, si sta in Iraq come in guerra, ma si dice che è "missione di pace", dall'altro non si agisce fino in fondo da alleati degli americani, perché non si è disposti a tener duro contro la guerriglia fino alle estreme conseguenze.

    Bisognerebbe scegliere, insomma, chiaramente da che parte stare. Io penso che il popolo italiano sia in grande maggioranza a favore della pace e del ritiro, piuttosto che a favore di una guerra senza quartiere contro la guerriglia, guerra che non solo è ingiusta nei suoi fondamenti perché nasce da un'illecita aggressione, ma che porterebbe il nostro governo a dover rinunciare a qualsiasi trattativa con i rapitori, nel caso di futuri rapimenti di cittadini italiani.

Articolo di Michele Diodati pubblicato il  4/6/2005 alle ore 0,45.

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