Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Rapporto sui diritti globali 2005

L'introduzione al Rapporto sui diritti globali per l'anno 2005: un'attenta disamina delle gravi ineguaglianze sociali, economiche e politiche, derivate dal prevalere a livello mondiale del modello neoliberista.

A cura dell'Associazione SocietàINformazione, è stato pubblicato il Rapporto sui diritti globali 2005. E' un voluminoso dossier di oltre mille pagine, pieno di fatti e di cifre, che cerca di tracciare un quadro della situazione planetaria suddividendo la ricerca in quattro filoni:

Riporto qui di seguito il testo dell'Introduzione, disponibile in formato PDF sul sito Diritti Globali. Si tratta di un testo a mio parere molto interessante: tira lucidamente le conclusioni da una serie di fatti molto disparati, citati a supporto della tesi di fondo sostenuta. La tesi è molto semplice: le politiche neoliberiste hanno fallito, il mondo ha bisogno urgente di un'alternativa, che ponga al suo centro i diritti e le libertà degli uomini, più e prima che la libertà di circolazione delle merci, la concorrenza e il mercato.

L'alternativa è (sempre) possibile

di Sergio Segio, Coordinatore del Rapporto

Sempre più spesso le parole non raccontano - del tutto o per niente - quel che succede. La descrizione e la rappresentazione della realtà - dunque della verità, per quanto essa sia complessa e sfaccettata - sono divenute come una sala di montaggio, dove i frammenti vengono scomposti e ricomposti a piacimento, selezionando solo ciò che si ritiene utile, consono, capace di provocare le emozioni e opinioni desiderate. La sequenza finale dei fotogrammi che viene proposta, o meglio somministrata, non di rado è radicalmente distante e diversa dalla realtà che pure essa pretende di rappresentare. Se quella sequenza è l'unica cui abbiamo accesso, il nostro grado di consapevolezza è, già in partenza, irrimediabilmente mutilato, falsato, manipolato.

Le parole e le cose

In questo scenario, i cittadini sono sempre di più semplicemente un "pubblico", non nel senso della cosa comune (questa è una delle parole gradualmente espunte dalla comunicazione e dunque dal vocabolario sociale), ma dello spettatore passivo. Se pezzi della realtà (e dell'umanità) non trovano più rappresentazione non è solo in virtù di omissioni, censure e autocensure, concentrazioni editoriali o del paradosso per cui la società definita "dell'informazione" vede una evidente e soffocante omogeneità di contenuti. Ciò avviene anche in ragione di una mistificazione, di un rovesciamento di senso delle parole stesse.

Così accade che luoghi indegni, sottratti alla vista (dunque alla coscienza civile), al diritto e ai diritti, quali sono i Centri eufemisticamente definiti di permanenza temporanea per immigrati, assumono nomi suadenti come Regina Pacis o vengono gestiti da enti denominati Misericordie. Che poi vi avvengano violenze, più o meno sporadiche, e quotidiane violazioni dei diritti umani e della dignità di persone rinchiuse in forza di semplici provvedimenti amministrativi (mediamente, almeno 100.000 l'anno in Europa, 17.000 in Italia), non basta a togliere consenso a queste strutture e a chi le gestisce, per un motivo ben preciso: l'invisibilità di quegli uomini e donne, dei loro diritti negati e delle loro sofferenze. È accaduto che nemmeno a parlamentari, cioè a coloro che fanno le leggi (compresa quella che questi Centri ha istituito nel 1998), sia stato consentito l'accesso e l'ispezione a queste strutture. Onore in difesa della libertà è scritto come monito al confine del Campo Delta di Guantánamo, ci ricorda una delle introduzioni alle sezioni di questo Rapporto. Quale sia l'onore costituito da quella moderna - e celata - forma di tortura e di torsione delle regole del diritto e del senso di umanità è difficile capire. E così pure come si possa chiamare in causa la libertà in un luogo di terribile segregazione.

Nella capitale della Costa d'Avorio, invece, si è costruita una monumentale basilica in aperta savana: l'immensa opera (la più alta nel mondo, realizzata a imitazione di San Pietro, misura 70.000 metri quadrati, può contenere 20.000 persone ed è costata 250 milioni di dollari, cioè poco meno di quanto viene speso annualmente per la sanità in un Paese dove quasi il 5% degli abitanti è affetto da AIDS e oltre il 50% è analfabeta), voluta negli anni Novanta dal primo presidente della Repubblica ivoriana Félix Houphouët-Boigny, ha un nome, Nôtre Dame de la Paix, che risulta cinicamente ironico per Paesi insanguinati senza requie.

La malattia dell'Africa

[La copertina del Rapporto 2005 sui diritti globali]L'Africa, infatti, è un continente malato. E non solo per l'AIDS, con i suoi due milioni e trecentomila morti nel solo 2004 nelle regioni subsahariane, a causa non della malattia in sé ma dell'impossibilità di accedere alle terapie stante il loro costo dovuto alla patologica rincorsa del profitto che caratterizza le multinazionali in genere, e quelle del farmaco in particolare. Alla strage, assieme al profitto, concorre indirettamente anche la morale che proibisce la prevenzione attraverso l'uso del preservativo.

Giovanni Paolo II, il compianto Karol Wojtyla, nel suo lungo papato ha effettuato ben 33 viaggi in Paesi africani. Un importante segno di attenzione. Altri ve ne sono stati da parte laica. Ma tutto ciò non ha prodotto, in questi decenni, sensibili miglioramenti delle drammatiche condizioni di quei popoli. In attesa di un papa nero, un passo in avanti nella tolleranza dei metodi contraccettivi e di prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili sarebbe un bel progresso, calcolabile in grandi numeri di vite umane salvate. Timidi tentativi, prontamente stoppati e rinnegati, sono venuti nel gennaio 2005, forse non a caso, da vescovi della cattolicissima Spagna governata da José Luis Zapatero (la dimostrazione attualmente più vicina e concretamente apprezzabile di cosa può essere il riformismo, quello vero, attento ai diritti sociali e civili e non solo ai poteri forti).

Ma, poi, l'Africa è malata di conflitti annosi e sanguinosi e di risorse investite nell'acquisto di armi dall'Occidente, anziché nella sanità e nell'istruzione, o prosciugate dalla finanza occidentale attraverso il meccanismo predatorio degli interessi sul debito.

I profitti insanguinati

Mentre cresce l'export di armi italiane (nel 2004, del 16,18% sull'anno precedente), anche verso Paesi e aree come la Cina e il Medio Oriente in situazione di conflitto e profondo deficit di democrazia, il nostro Paese ha tagliato del 40% le donazioni per l'azione di bonifica dei territori infestati da mine antiuomo (delle quali, peraltro, proprio l'Italia è stata tra i massimi produttori, nella logica che il lavoro, come i soldi, non ha odore): un problema che ancora nel 2003 ha determinato la morte di 8065 persone, quasi tutte civili, nel 23% dei casi bambini, e che nel periodo 1999- 2004 ne ha uccise 42.500.

In un mercato globale degli armamenti che cresce anno dopo anno, l'88% degli apparati bellici vede come venditori i Paesi membri del Consiglio di Sicurezza dell'ONU (Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito) e, come destinatari, i Paesi in via di sviluppo, che assorbono il 67,6% del valore di tutte le armi commercializzate: gli USA sono i primi fornitori di armi a Paesi africani e asiatici, a Medio Oriente e America Latina.

Il Rapporto 2004 sullo sviluppo umano, elaborato dalle Nazioni Unite, evidenzia una cifra assai eloquente: a fronte di una spesa mondiale di 58 milioni di dollari per gli aiuti ufficiali allo sviluppo, vi sono annualmente 956 milioni di dollari di spese militari. Anche senza rivoluzionare l'attuale sistema, sarebbe sufficiente ridurre di un decimo le spese militari per raggiungere gli Obiettivi del Millennio fissati dall'ONU e assunti solennemente da 189 Capi di Stato e di governo nel 2000; tra di essi, quello di eliminare la povertà estrema e la fame entro il 2015.

Eppure, dicono le stime, nel 2004 le carenze alimentari hanno ucciso più esseri umani di tutte le guerre condotte durante l'anno.

A proposito di aiuti: di fronte al cataclisma dello tsunami, che nel dicembre 2004 ha provocato centinaia di migliaia di vittime e la devastazione di interi territori, apertasi la doverosa campagna degli aiuti internazionali, il Paese più ricco del mondo, gli USA, ha offerto prima 15 milioni di dollari, poi 35 (meno di quanto sono costati i festeggiamenti per il reinsediamento di Bush alla Casa Bianca), infine è arrivato a 350 milioni di dollari: che è poco più di quanto spende ogni giorno per l'occupazione dell'Iraq.

Diseguaglianze crescono

Anche secondo le ottimistiche cifre della FAO, le persone sottoalimentate nel mondo sono 852 milioni, 18 milioni in più rispetto agli anni Novanta.

Un Rapporto 2005 dell'UNICEF sottolinea il dato dell'aumento dei bambini poveri in 17 Paesi su 24 presi in considerazione. L'Italia detiene il record di povertà infantile in Europa, con una crescita negli ultimi dieci anni del 2,6%, che porta ora ad avere un milione e settecentomila minori poveri (il 16,6% di tutti i minori).

Volendo guardare in casa nostra, i numeri dicono che la metà delle ricchezze familiari nette è detenuta dal 10% della popolazione, mentre la metà delle famiglie italiane possiede il 10% della ricchezza totale. Mediamente, una famiglia molto ricca lo è ottanta volte di più di una famiglia povera.

Chi è ricco lo diventa sempre di più, mentre la povertà è un piano inclinato da cui è impossibile risalire e in cui si va sempre più a fondo. E sempre più, su questo piano scivoloso, finisce anche chi possiede un reddito: secondo gli stessi dati ISTAT, chi non ha un lavoro nel 40% dei casi è povero, ma questa condizione colpisce anche l'8,2% dei lavoratori dipendenti e il 6,7% di quelli autonomi. Cifre ancor più significative nel Mezzogiorno, dove risultano in stato di povertà il 36,4% dei disoccupati, il 23,9% dei ritirati dal lavoro, il 17,5% dei dipendenti e il 14,6% degli autonomi.

Secondo i dati della Banca d'Italia, la percentuale di coloro che, partiti da una fascia reddituale bassa, continuano a ristagnarvi, è passata dal 62,8% nel periodo tra il 1991 e il 1993 al 70,9% nel periodo tra il 2000 e il 2002; ed è salita dal 62,2% al 70,5% la percentuale di chi, da molto ricco, è diventato ulteriormente ricco.

Le ricette neoliberiste, insomma, hanno ormai mostrato appieno i risultati di profonda ingiustizia, le lacerazioni in termini di diseguaglianze. In passato diseguaglianza era sinonimo di ingiustizia. Ora, che le parole si sono disgiunte dalle cose, non più.

Le virtù del libero mercato

Queste cifre piene di sofferenza, provenienti da enti e fonti non sospetti di radicalismo, possono servire a evidenziare per un attimo quei fotogrammi di realtà celati dietro il paravento delle parole vuote. Una realtà sconveniente da dire, secondo l'opinione di chi ritiene vada illuminata solo la faccia dell'innovazione, delle magnifiche e progressive sorti del libero mercato. E questo, certo, è conveniente.

Da pulpiti di grande esperienza e autorità, quale da ultimo quello dell'ex Commissario europeo Mario Monti, continuano ad arrivare attestati di fede secondo i quali una maggiore concorrenza ha il poderoso effetto collaterale di aiutare i più deboli perché tutela gli interessi dei consumatori verso le imprese; delle imprese piccole verso le grandi, delle regioni povere verso le ricche (CorrierEconomia, 11 aprile 2005).

Ma, oltre ai dati già citati, basta ricordare che le 200 più grosse multinazionali gestiscono circa il 25% del prodotto mondiale lordo, con profitti spesso superiori al PIL della maggior parte dei Paesi, o che il reddito medio nei 20 Paesi più ricchi è 37 volte maggiore di quello dei 20 più poveri e che questo divario è crescente e raddoppiato negli ultimi trent'anni, per capire la distanza di quelle teorie dalla realtà vissuta da miliardi di persone.

Insomma, la liberalizzazione dei mercati somiglia un po' alle bombe intelligenti, altra contraddizione in termini cui ci ha abituati la propaganda, in buona o cattiva fede, che in questi anni ha appunto trasformato la ragione e l'analisi della realtà in aprioristica e fideistica attestazione contraria alle evidenze. Gli effetti collaterali delle bombe intelligenti, così come quelli delle politiche neoliberiste, possono essere occultati facilmente, perché non compaiono sulla scena mediatica, essendo masse intere, parti rilevanti di popolazioni.

E questo induce una riflessione anche sul diritto all'informazione, vale a dire alla conoscenza della realtà senza mistificazioni. Un diritto dato troppo facilmente per consolidato e scontato, a fronte di tendenze e situazioni di tutt'altro segno.

Questo Rapporto sui diritti globali 2005 dedica un nuovo capitolo a tale tema, il diritto all'informazione, decisamente centrale e attuale, tanto da essere in qualche modo individuabile come preliminare, condizione sine qua non per rendere effettiva la consapevolezza di avere dei diritti. Da tempo, il problema è divenuto l'erosione paziente e strisciante che si è fatta attorno a questa consapevolezza: i diritti, e quindi le loro violazioni, non vengono percepiti, e dunque rivendicati, come tali. E, così pure, dopo l'11 settembre la prima vittima della guerra infinita è stata per l'appunto la verità, la possibilità di descrivere ciò che accade, di chiamare le cose con il loro nome, di chiamare tortura e massacro di civili quello che avviene nell'Iraq occupato o a Guantánamo, esattamente come massacro è stato quello delle Torri Gemelle e lo stillicidio delle teste tagliate.

Certo, tutto ciò è solo una goccia nell'oceano dei 150 milioni di uccisi nel XX secolo a opera di violenze e, nella quasi totalità del numero, da parte di quella violenza sistematizzata e "legale" che si chiama guerra, che ha causato il 95% di quelle vittime, soprattutto civili (il 50% nella Seconda guerra mondiale, il 90-95% nei conflitti dell'ultimo decennio), secondo le cifre del bel libro di Marcello Flores, Tutta la violenza di un secolo. Ma è anche vero che, dopo il 1945, le vittime appartengono quasi interamente ai Paesi poveri. I quali non sono dunque solo sottoposti agli squilibri dovuti allo sviluppo diseguale e ai modelli di sviluppo economico e sociale imposti dall'Occidente (e in specifico da Fondo Monetario, Banca Mondiale e WTO) e a esso funzionali, ma al susseguirsi sanguinoso di conflitti scatenati o alimentati dagli interessi economici dei Paesi ricchi, a cominciare appunto dall'industria degli armamenti.

Il potere asimmetrico della globalizzazione

La questione non è solo del divario economico, del controllo sulle materie prime e sulle fonti di energia, delle politiche neocolonialiste. Il problema, assieme, è quello posto dall'United Nations Development Programme nel suo Rapporto 2004 sullo sviluppo umano, non a caso titolato La libertà culturale in un mondo di diversità: il potere asimmetrico della globalizzazione, l'asimmetria del potere tra l'Occidente e gli altri Paesi, e la probabilità che questa asimmetria possa tradursi nella distruzione delle culture locali, poesia, arte drammatica, musica, danza, abitudini alimentari e così via. Se, oltre alle ricchezze naturali, alle popolazioni di una consistente parte del pianeta si tolgono le identità e caratteristiche culturali, si toglie loro la libertà. E, anche qui, con cinica quanto eventualmente involontaria mistificazione, lo si fa in nome della libertà: quella dei mercati e della concorrenza. Insomma, delle ragioni e degli interessi del più forte. L'homo homini lupus, da cui grazie al progresso e alla ragione l'umanità si era allontanata, ritorna come darwinismo sociale, predominanza del più forte, vale a dire assenza di regole che non siano quelle del mercato, visto come equilibratore naturale e generale, voluto totalmente libero, a qualsiasi prezzo. Anche perché il prezzo lo pagano altri, rispetto ai decisori e ai beneficiari.

La Costituzione e la politica

Sta prevalendo una concezione della politica, dei rapporti sociali e di quelli internazionali, verticale e governata dall'economia e dalla forza. Questa, peraltro, è la logica consacrata e sistematizzata nella Riforma dell'ordinamento della Repubblica approvata dal Senato italiano nel marzo 2005. Una concezione difficile da ribaltare e correggere con il semplice voto al referendum confermativo. Perché essa è un punto di arrivo, non uno di partenza, di una progressiva degenerazione mistificata sotto il nome di modernizzazione, che si è sottilmente dipanata nel corso degli anni e che ha mutato in radice le forme e le forze politiche e le procedure che sostanziano la democrazia, a cominciare dal momento elettorale, dove per vincere sono ormai predominanti la capacità di investimento economico e la "visibilità", vale a dire la possibilità di accesso ai mezzi di comunicazione; visibilità che è divenuta un moderno feticcio ma, proprio per questo e al contempo, pure il modo più efficace per condizionare i cittadini ridotti a pubblica opinione.

La risorsa, l'alternativa, sono la partecipazione e, assieme, la modifica delle regole, ovvero il ristabilimento di regole pienamente democratiche, rimuovendo ogni inquinamento monocratico e plutocratico.

Peraltro, il censo, la disponibilità economica è divenuta centrale non solo nell'esercizio principe della democrazia, ovvero la facoltà di eleggere o, in questo caso, di essere eletti, ma nell'accesso a quelli che erano sino a non molto tempo fa considerati diritti universalmente garantiti. La sanità, l'istruzione, la giustizia vedono infatti, in maniera sempre più evidente e in misura crescente, un doppio binario: l'uno rivolto agli abbienti e l'altro ai meno abbienti.

Tutto ciò non è affermazione apodittica o ideologicamente orientata ma risulta inequivocabilmente dai tanti dati, ricerche, analisi, studi condensati nelle pagine che seguono.

Buone notizie & buone pratiche

Naturalmente, mantenere gli occhi aperti e lo sguardo critico di fronte alla realtà, anche se è a tinte fosche, non significa rinunciare a trasformarla. All'opposto, individuare i problemi e chiamarli col loro nome è la precondizione per il cambiamento.

Talvolta, le risposte, le possibilità, le direzioni di marcia, gli spunti di una nuova politica sono presenti e diffusi, anche se nascosti nelle pieghe della comunicazione. Sarebbe sbagliato non cogliere l'importanza di tanti tentativi, esperienze, sforzi, innovazioni che avvengono quotidianamente, per quanto da soli o di per sé impossibilitati a mutare il segno del quadro generale. Anche per questo, una delle novità che abbiamo introdotto quest'anno nel Rapporto sono i riquadri Buone notizie & buone pratiche: un contributo a sottolineare il positivo che avanza.

Una di queste ci racconta l'esperienza di un piccolo comune dello Stato di São Paulo in Brasile, Altinópolis, dove sindaco e cittadini assieme sono riusciti, a partire dalle scuole, a introdurre l'educazione alla pace, a organizzarsi in modo autogestito per prendersi comunemente cura del verde pubblico, delle donne in gravidanza e di chi ha bisogno di assistenza, a garantire generi alimentari a chi ne ha necessità, a istituire programmi di educazione alla salute e alla prevenzione per le famiglie. Nel giro di pochi anni, i risultati sono già riscontrabili in alcuni indicatori: ad esempio, il numero dei bambini morti alla nascita è sceso al tre per mille; un dato assai significativo in un Paese in cui è dieci volte tanto, e inferiore anche alle statistiche europee. La criminalità è diminuita del 90%, tanto che la polizia ha deciso di disarmarsi. Al commissariato dichiarano: La nonviolenza funziona a due sensi: se non vogliamo adolescenti violenti non dobbiamo usare le armi contro di loro. Un'affermazione e una cultura che sarebbe bello importare anche nel nostro Paese in cui, dopo Genova 2001, non si è riusciti neppure a introdurre una norma che imponga alle forze dell'ordine in servizio di ordine pubblico di esporre un codice numerico di identificazione: una tutela per i manifestanti, così come per gli operatori di polizia rispettosi di leggi e regole.

Ma, pur se non così avanzati, anche in Italia buoni esempi esistono, ad esempio nelle esperienze di democrazia urbana e bilancio partecipativo di cui parliamo nell'altro nuovo tema cui abbiamo quest'anno dedicato un capitolo: quello del diritto alle città.

Dal locale e dalle piccole esperienze si può e si deve imparare per un cambiamento più generale. Per quanto sia ovviamente più complessa, pure bisogna sapere che l'alternativa è possibile anche su scala diversa. I danni e le ingiustizie portati dalla globalizzazione neoliberista li abbiamo conosciuti. Sperimentare nuovi paradigmi è necessario e possibile.

E questo tocca alla politica volerlo e saperlo fare. Magari avendo il coraggio di tradurre in scelte, leggi, programmi e atti di governo la semplice esortazione che l'economista Riccardo Petrella ha avanzato nella seconda assemblea annuale del World political forum, tenutasi in Italia nell'ottobre 2004: Questo forum dovrebbe chiedere alle Nazioni Unite di dichiarare la povertà "illegale", così come lo è oggi la schiavitù. Va affermata la sacralità della vita e va riconosciuta l'umanità come soggetto politico globale.

Se l'uomo ha più valore del profitto, vuol dire che a lui e non al mercato va garantita la libertà. Ricordando che uno dei pilastri su cui erigerla è la liberazione dal bisogno.

A quelle auspicabili scelte e programmi, nel nostro piccolo, vorremmo tentare di contribuire con le pagine che seguono e con la stessa esperienza di questo Rapporto, capace di unire la disponibilità di forze diverse.

Quest'anno - è l'ultima novità - il progetto reso possibile e sostenuto dalla CGIL, arricchitosi nel 2004 con la partecipazione di CNCA, ARCI, Legambiente e Antigone, si è ancor più rafforzato con quella del Forum ambientalista. Ci piace considerarlo un ulteriore segno di riscontro positivo.

Tom Benetollo, nella presentazione della passata edizione, pochi giorni prima di morire, definì il Rapporto un indicatore di marcia. Una definizione cui speriamo di essere all'altezza con il nostro lavoro di quest'anno, che a Tom vogliamo dedicare.

Articolo di Michele Diodati pubblicato il  7/6/2005 alle ore 14,23.

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