Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

«Progettare e scrivere per Internet», una recensione

Alcune considerazioni su un interessante libro di Giovanni Acerboni, dedicato alla progettazione di siti web istituzionali.

[La copertina di 'Progettare e scrivere per Internet']Leggo pochissimi libri di informatica, nonostante lavori in questo campo, perché li trovo di solito insopportabilmente noiosi e mal scritti. Certo si tratta di libri tecnici, dunque non mi aspetto di trovarvi la cura della lingua propria di un Manzoni; ma l'uso di un italiano approssimativo, se non proprio scadente, fa il paio spesso con architetture concettuali mediocri: il lettore si trova di fronte così opere che sono prodighe, anche troppo, di informazioni sulle opzioni di configurazione del tale software o sulle possibilità di elaborazione che esso consente, ma non trova quasi mai una riflessione critica e indipendente sulla materia trattata, nulla che la elevi oltre il rango di raccolta, sia pure dettagliata, di informazioni utili, nulla che riveli l'opera di un pensiero originale e sistematico.

Data una simile premessa, non posso che testimoniare di essere rimasto piacevolmente sorpreso dalla lettura di Progettare e scrivere per Internet (McGraw-Hill, Milano 2005) , di Giovanni Acerboni. Innanzitutto è un libro ben scritto, in un italiano corretto, sobrio e scorrevole, come del resto era lecito attendersi dall'autore, dato che Acerboni è un italianista che si occupa per lavoro di scrittura professionale. In secondo luogo è un libro fornito di un'apprezzabile architettura concettuale, all'interno della quale i vari temi trattati s'incastrano secondo una logica chiara e condivisibile. In terzo luogo è un libro i cui contenuti sono stati attentamente pensati ed elaborati, e questo ne è secondo me il pregio maggiore. Gli oggetti della trattazione - cioè i vari elementi costitutivi di un sito web, le buone pratiche di progettazione e di scrittura - non sono «raccontati» al lettore, dando per scontato, come fanno troppi libri di informatica, che egli possieda già il retroterra culturale e la terminologia settoriale necessari per comprenderli. Il libro di Acerboni definisce ogni concetto trattato, dal livello più generale (l'interfaccia di connessione e l'interfaccia editoriale) fino al particolare (i singoli componenti dell'interfaccia e del contenuto), in una sequenza progressiva che, nello spiegare, dà forma e sostanza alla materia che descrive. E nel definire e ridefinire i concetti, innova anche la terminologia relativa al web, introducendo per esempio le nozioni di pertinenza informativa, mappa ragionata e unità informativa, che non fanno parte del linguaggio comune degli sviluppatori di siti e che l'autore usa per dare un nome a concetti e relazioni propri della sua particolare visione del web.

Qual è allora questa visione? Per tratteggiarla, partiamo dagli scopi del libro, chiariti nella Premessa (pag. XII-XIII):

... i problemi di cui ci dobbiamo occupare sono due, e sono intrecciati: 1) identificare l'italiano professionale adatto a un contesto editoriale che, a sua volta, 2) deve essere definito. Proporre un possibile equilibrio coerente tra la progettazione di un sito istituzionale e la redazione dei testi è dunque lo scopo principale di questo libro.

... questo libro non nasce da un progetto di ricerca scientifica (...), e ha, piuttosto, un intento formativo.

I propositi sopra indicati vengono realizzati nel libro, dopo una prima parte dedicata alla descrizione del contesto editoriale, mediante una seconda parte, più ampia, dedicata alla progettazione del sito (analisi della struttura, logica della navigazione, criteri di progettazione dell'interfaccia, pubblicazione e manutenzione) ed una terza parte, meno ampia, dedicata a delineare i princìpi di una scrittura professionale per il web.

Degna di una particolare menzione positiva, nella parte sulla progettazione, mi è sembrata la sezione dedicata alle modalità di relazione tra l'organizzazione che gestisce il sito e il destinatario della comunicazione (3.1.3 L'IO e il TU, pag. 48 e segg.). In essa, l'autore si sofferma su un aspetto importante, ma piuttosto trascurato, della comunicazione sul web: il pronome con cui i testi online si rivolgono ai destinatari. L'uso del tu, del noi o del voi cambia le implicazioni psicologiche della comunicazione. La percezione, da parte del lettore, di un registro informale, disteso, colloquiale o, al contrario, di uno rigidamente formale dipende in parte anche dal pronome con cui i testi in Rete gli si rivolgono. In ogni caso è necessario che la scelta sia consapevole e conservata coerentemente all'interno del sito: gli esempi forniti a corredo della teoria, tratti da pagine web esistenti («Milano per Me», pag. 54), chiariscono e rinforzano i concetti delineati dall'autore.

Il secondo punto che desidero mettere in rilievo costituisce a mio avviso il contributo teorico più importante che il libro di Acerboni porta alla discussione sulle regole di buona progettazione. Mi riferisco alle sezioni che descrivono gli strumenti per fare di ogni pagina web lo snodo di una serie di risorse correlate, immediatamente a portata di clic per l'utente (sezioni 4.2, 4.3 e 4.4, pag. 100 e segg.).

Secondo l'autore, uno degli errori più gravi nella progettazione di un sito è costituito dal far corrispondere la struttura di classificazione dei contenuti con la logica di navigazione. Quando tale corrispondenza è totale, l'utente, per passare da una pagina ad un'altra che è sullo stesso sito ma appartiene ad una sezione differente, è costretto ad un notevole sforzo cognitivo (deve cioè capire in via preliminare con quale criterio i contenuti sono stati catalogati) ed è vittima della condizione ansiogena di non sapere se le sue ricerche e le sue attese saranno coronate da successo. La navigazione in siti simili si snoda attraverso una serie indefinita di «tuffi», più o meno al buio, verso le pagine che si trovano al termine di ogni ramificazione dei contenuti, con la necessità di «riemergere» ogni volta risalendo fino ai punti di snodo, dai quali soltanto è possibile tentare nuove strade.

La soluzione che propone Acerboni è quella delle mappe ragionate, basate sullo studio delle pertinenze informative tra l'argomento di una data pagina web ed una serie di altri documenti, appartenenti allo stesso sito o anche ad altri siti, chiamati unità informative. Un'unità informativa è tale se il suo contenuto è comprensibile al lettore anche al di fuori del suo contesto originario e se può essere letta in un ordine qualsiasi rispetto agli altri documenti referenziati nella mappa ragionata.

Tale mappa è in sostanza un elenco di risorse collegate, dal punto di vista del contenuto, alla pagina in cui l'utente si trova. Lo scopo è di fornire al lettore un repertorio di pagine interessanti per continuare la navigazione dal punto in cui si trova, senza essere costretto a sforzarsi di capire la struttura del sito e senza dover risalire ai punti di snodo allo scopo di verificare se esistono documenti correlati a quello appena letto. Una simile mappa è utile e funziona veramente, se non si limita a indicare soltanto i documenti appartenenti alla stessa sezione del sito di cui fa parte la pagina corrente. Non deve cioè confondersi con l'indice di sezione. La mappa ragionata è fatta proprio per non rispettare i criteri di catalogazione dei contenuti scelti dai progettisti, che poco interessano ai lettori. Le pertinenze informative possono riguardare, infatti, argomenti diversi da quelli che hanno indotto gli autori a inserire una pagina web in una certa sezione: una recensione di un libro, per esempio, può essere catalogata in una sezione "libri" anche se il libro riguarda il cinema, ed il contenuto della recensione, perciò, può essere collegato facilmente - tramite un'opportuna mappa ragionata - ad altri articoli che fanno parte della sezione "cinema" dello stesso sito.

Mi fermo qui per quanto riguarda gli aspetti positivi di Progettare e scrivere per Internet, anche perché questa recensione non ha intenti agiografici bensì critici, nella speranza che possa far nascere una discussione fruttuosa. Passo dunque ad esaminare ciò che nel libro non mi ha convinto.

Non è un elenco lungo. Non mi hanno convinto alcune soluzioni di progettazione, che mi sembrano inutilmente limitative della spontaneità creativa dei progettisti di siti e che mi sembrano dipendere più dalle personali abitudini di navigazione dell'autore, dai suoi gusti e dalle sue esperienze soggettive, che da fattori assolutamente oggettivi.

Cito un paio di passaggi, che aiuteranno a capire cosa intendo dire.

3.1.2.1 Il numero dei pulsanti (pag. 39)

Il numero delle barre dipende soprattutto dal numero dei pulsanti, cioè dal numero di aree tematiche o funzionali nelle quali il progettista ha distribuito le informazioni. Una barra non dovrebbe contenere più di otto pulsanti (Figura 3.5 [Un'immagine della barra del sito di La Repubblica, con otto pulsanti]), perché:

  • se la barra è orizzontale, più di otto pulsanti (...) possono eccedere l'orizzontalità della pagina, rendendo necessario lo scorrimento orizzontale (che va evitato);
  • (...)

Se il progettista non può limitare a otto il numero dei pulsanti, dovrebbe progettare due o più barre.

3.2.2.1 Le pagine web (pag. 77)

(...) In Internet si trovano ancora troppe pagine leggibili faticosamente perché il contrasto fra il testo e lo sfondo è inadeguato. Risolviamo la questione in poche parole: testo nero e sfondo bianco garantiscono la leggibilità migliore. Qualsiasi riduzione del contrasto nero-bianco peggiora la leggibilità. Ciò non significa che le pagine web debbano essere interamente bianche, ma solo che lo sfondo del testo dovrebbe essere bianco.

Questi ed alcuni altri analoghi suggerimenti sparsi nel libro danno l'impressione che l'autore - almeno dal punto di vista grafico e per i siti istituzionali che hanno bisogno di una scrittura professionale - consideri come ideale di buona progettazione un web ingessato, bloccato su alcuni canoni fissi (massimo otto pulsanti orizzontali, testo nero su sfondo rigorosamente bianco, et similia). Suggerimenti di questo tipo, a mio parere, sono errati, prendendo a prestito un gergo politico oggi piuttosto abusato, nel merito e nel metodo.

Nel merito, perché è impossibile stabilire un numero massimo, valido in generale, di pulsanti che si possano allineare senza far comparire la barra di scorrimento orizzontale [1], e perché non è vero che testo nero su sfondo bianco sia la soluzione di progettazione migliore [2]. Nel metodo, perché i suggerimenti che propongono soluzioni fisse, quali esse siano, non tengono nel debito conto quella che è la vera, grande, innovativa specificità del web: cioè la sua flessibilità, la sua adattabilità ai più disparati contesti di fruizione.

Tale adattabilità alle esigenze dell'utente rende il web diverso da qualsiasi altro mezzo di comunicazione preesistente. Perciò i migliori suggerimenti che si possono dare oggi ai progettisti sono quelli che spiegano come rendere duttile, personalizzabile al massimo l'interfaccia di un sito.

La vera sfida del futuro, anzi del presente, si gioca sulla capacità di creare interfacce «gommose», in cui la separazione degli aspetti di presentazione dai contenuti sia così avanzata da consentire agli utenti un'interazione soddisfacente indipendentemente dai dispositivi, in continuo aumento ma già oggi numerosi e altamente personalizzabili, usati per la navigazione (monitor ad alta o bassa risoluzione, palmari, portatili, schermi in bianco e nero, screen reader, browser grafici e testuali, ingranditori di schermo, sistemi di puntamento alternativi, sistemi a comando vocale, chioschi multimediali, ecc.).

Per la verità Acerboni è ben consapevole della mancanza di un contesto di fruizione unico per i siti web e lo dice chiaramente, parlando di proporzioni e dimensionamenti.

E' impossibile predeterminare la visualizzazione di una pagina, perché le combinazioni fra le marche e le versioni dei browser, la loro impostazione e la dimensione e la risoluzione degli schermi sono pressoché infinite [pag.124].

(...) la dimensione fissa delle pagine e dei caratteri non è adatta al web. Se questi valori vengono predeterminati, l'impianto grafico penalizza molti navigatori [pag.127].

Che la qualità del lavoro grafico risieda nella sua visualizzazione secondo un modello unico e prestabilito è un equivoco, non foss'altro perché questo modello esiste solo nella memoria del computer del grafico che l'ha disegnato [pag.130].

Tuttavia, nonostante queste buone premesse, i suggerimenti dell'autore per la progettazione dell'interfaccia sembrano indirizzarsi, piuttosto che a un web fluido e personalizzabile, ad un web relativamente ingessato, immaginato forse come lo spazio di navigazione dell'utente medio, seduto davanti a un computer da tavolo con il monitor impostato a 800 x 600 o a 1024 x 768, con la mano appoggiata sul mouse, con due o più finestre sovrapposte aperte in contemporanea sullo schermo, figlio di una generazione che ha imparato a leggere sui libri e amante perciò di una grafica fatta a imitazione dei libri, con testi neri su sfondi bianchi.

Quello appena tratteggiato, però, è solo uno dei tanti possibili contesti di fruizione del web e, in progresso di tempo, è destinato a diventare minoritario, allargandosi già oggi l'uso di Internet a scenari oltremodo diversificati, dove ciò che conta è il contenuto, che deve essere in grado di sopravvivere rimanendo intellegibile, anzi senza perdere nulla, a molteplici scomposizioni e ricomposizioni (si pensi, per esempio, all'enorme diffusione raggiunta, in pochissimo tempo, dagli aggregatori automatici, che «mangiano» file XML/RSS e «sputano» fuori i contenuti di un sito, ricomposti secondo criteri grafici completamente differenti da quelli originari).

Mi sarebbe piaciuto perciò che il libro di Acerboni trattasse diffusamente di come rendere la progettazione indipendente dal dispositivo di navigazione, invece di curarsi di cercare un optimum nella composizione delle barre o nella scelta dei colori. La mancanza di enfasi e di un discorso organico sulla progettazione indipendente dal dispositivo mi sembra il vero, grande limite di Progettare e scrivere per Internet, un limite che rischia di rendere anzitempo obsoleto un libro che, per altri versi, mi sembra invece potentemente innovativo.

E, a proposito di innovazione, vale la pena di riportare un brano molto interessante, tratto dal capitolo 7, Strategie di gerarchizzazione (pag.198 e sgg.).

7.10 Le pagine pertinenti

Il passaggio a una pagina pertinente (...) avviene e non può che avvenire dopo la lettura integrale o esplorativa, cioè dopo che il navigatore abbia compreso il contenuto della pagina corrente e ne abbia espresso un giudizio. Questa considerazione può apparire ovvia, però tutte le pagine web che contengono link nel testo rischiano di contraddirla. Infatti, inserire dei link nel testo significa suggerire al navigatore che il testo può essere abbandonato in quel punto, cioè che tutto ciò che segue può essere 'saltato'. Questo suggerimento svaluta il contenuto della pagina corrente e, di conseguenza, il senso del rapporto di questa pagina con le pagine a essa correlate. Non solo. I link interni al testo (link embedded), per il fatto stesso di possedere un formato diverso da quello delle altre parole, conferiscono alle parole su cui sono applicati un'evidenza superiore a quella che dovrebbero avere, e dunque suggeriscono che le pagine a cui rimandano abbiano un'importanza maggiore della pagina corrente. Infine, va notato che i link nel testo sono in conflitto anche fra di loro: il primo ha molte più probabilità dell'ultimo di essere cliccato. Per queste ragioni, l'autore che intende valorizzare (e far apprezzare) il proprio lavoro deve inserire i link alle pagine pertinenti nella mappa ragionata (...). La mappa ragionata è lo spazio nel quale i link hanno la massima evidenza (molto maggiore di quella che avrebbero all'interno del testo). Inoltre, in questo spazio, i link possono essere definiti in modo che il navigatore capisca dove lo porta il clic. Ciò che non può capire da un link nel testo. Non si è riflettuto abbastanza sul fatto che i link embedded vengono applicati su una parola dopo che l'autore abbia scritto il testo: prima si scrive il testo e poi si decide quali parole debbano essere linkate. Questo procedimento toglie all'autore la possibilità di definire il link in modo autonomo dalla struttura linguistica della frase. La definizione dei link embedded coincide con il ruolo che la parola su cui viene applicato ha nella struttura della frase e, pertanto, molto raramente il navigatore comprende chiaramente perché l'autore lo inviti a cliccare su quella parola, e che cosa contenga la pagina di destinazione.

Da un punto di vista logico il discorso di Acerboni non fa una piega: è senz'altro vero che i link incorporati nella frase devono piegarsi alla struttura della medesima, quindi possono essere esplicativi della loro destinazione solo nei limiti in cui il testo lo consente. E' anche vero che incontrare un link embedded è un invito ad abbandonare la lettura in quel punto, il che appare poco coerente con lo scopo di un testo che prosegua oltre. Per di più la presenza di un collegamento ipertestuale su una parola o su un gruppo di parole conferisce loro un'evidenza rispetto al contesto che potrebbe non essere giustificata semanticamente.

Della teoria descritta nel brano che ho citato più sopra abbiamo del resto un'applicazione reale grazie a Webimpossibile, di cui Acerboni è coautore insieme con Lorenzo Spallino. In ogni articolo di quel sito (anzi di quel non-sito, visto che il motto in prima pagina recita questo non è un sito) non vi sono collegamenti incorporati nel testo [3], se non quelli relativi alle note, per saltare alle quali è previsto programmaticamente che si debba interrompere la sequenzialità della lettura. Tutti i collegamenti a risorse pertinenti sono spostati nella mappa ragionata, che si trova in una colonna apposita sulla destra dell'articolo.

Per quanto sia in linea teorica tutto molto condivisibile, resto con la convinzione che rinunciare in toto all'uso dei link embedded non sia necessario; penso che con opportuni accorgimenti si possano continuare ad utilizzare senza creare alcun problema al lettore e senza danneggiare la visibilità e la comprensibilità dei contenuti della pagina in cui sono inseriti. Paradossalmente, proprio da Webimpossibile ci viene un esempio di uso perfettamente accettabile di link embedded: nel poco testo presente nei tre blocchi sulla prima pagina troviamo diversi collegamenti incorporati, che rappresentano altrettanti inviti ad abbandonare la lettura nel punto in cui ciascuno di essi appare, in barba al testo che prosegue oltre. Eppure ciò non crea alcun dubbio nel visitatore della pagina né gli impedisce di leggere integralmente i tre blocchi. In primo luogo, le stringhe di testo su cui è posto ciascun link sono chiaramente indicative della destinazione: incontrando i link su "Giovanni Acerboni", "Lorenzo Spallino", "newsletter", "Termini d'uso" e "archivio" è difficile avere dubbi sulla destinazione di tali collegamenti. Per maggior sicurezza, gli autori hanno reso ancor più chiara la destinazione aggiungendo su ogni link, grazie all'uso dell'attributo title, una descrizione supplementare, che appare al passaggio del mouse come un messaggio a scomparsa (tooltip).

La mappa ragionata è insomma, a mio parere, uno strumento utilissimo, in certi casi addirittura necessario, ma non in tutti. Non è sempre indispensabile neppure in un sito istituzionale. Molti contesti editoriali possono fare a meno di una mappa ragionata, purché l'uso dei link embedded sia attentamente studiato, in modo da non generare alcun dubbio nel lettore circa la destinazione dei collegamenti (di esempi validi se ne trovano parecchi in Rete).

Per quanto riguarda, poi, il rischio d'interruzione della lettura nel punto in cui è presente un link incorporato, con la conseguente svalutazione del contesto successivo, esso è inevitabile. Non lo considero però un problema, ma una caratteristica peculiare del web. Il lettore interessato riconosce a colpo d'occhio i link (o a orecchio, se naviga con un sintetizzatore vocale). Se vuole terminare la lettura prima di andare a curiosare sulle pagine pertinenti, lo farà, ben sapendo che è libero di ritornare a proprio piacimento sui collegamenti incorporati e di attivarli quando più gli aggrada. Se, invece, un link lo incuriosisce molto e subito, lascerà la lettura della nostra pagina per farvi ritorno più tardi o forse mai più, se nel frattempo il suo interesse è stato catturato da altro. Credo che questo sia un rischio che gli autori di contenuti devono correre: il web è stato fin dall'inizio la metafora e l'espressione della libertà di associazione dei contenuti e della libertà di scelta dei percorsi di lettura; una sorta di rete neuronica virtuale, di cui i link incorporati nella frase costituiscono le connessioni sinaptiche, che il lettore sa di poter liberamente attivare e percorrere. Togliere questa possibilità, sia pure per lo scopo più che plausibile di razionalizzare e contestualizzare meglio le possibilità di navigazione da una pagina alle altre pertinenti, mi sembra un modo di violentare ciò che è più proprio del web, un modo di cancellare la sua identità originale, in cui il guadagno non copre del tutto la perdita. E allora, spostiamo pure i link dal testo discorsivo alla mappa ragionata, ma facciamolo con criterio e solo quando è realmente indispensabile.

Con ciò concludo e lascio la parola a Giovanni Acerboni, se, quando e come deciderà di replicare alle mie osservazioni. Con la speranza che possa nascere un dibattito utile a far progredire la nostra idea collettiva di cosa è, o dovrebbe diventare, il web.

[1] Innanzitutto lo spazio orizzontale occupato da una barra di navigazione dipende dalla larghezza di ogni singolo pulsante. Su questa influiscono la lunghezza del testo che etichetta il pulsante, l'ampiezza dei margini laterali, la grandezza del carattere prescelto per l'etichetta, l'eventuale ridimensionabilità del testo (a seconda se sia immagine bitmap o testo vero e proprio). Per di più il numero di pulsanti visibili tutti insieme in orizzontale dipende pesantemente dalla risoluzione del dispositivo video utilizzato. Un monitor impostato a 800 x 600 con i caratteri grandi, soluzione usata di frequente da chi vede poco, permetterà di vedere un numero di pulsanti orizzontali di gran lunga minore di quelli visibili su un monitor impostato a 1600 x 1200 con caratteri medi. Chi, poi, si collega con un palmare (un numero di utenti in continua crescita) ha a disposizione dai 200 ai 300 pixel orizzontali, il che significa vedere su una stessa riga tre o quattro pulsanti al massimo. Per non parlare degli utenti ciechi - esistono anche loro - per i quali il numero di pulsanti su una barra orizzontale è del tutto indifferente.

[2] Lo sfondo bianco è notoriamente fonte di abbagliamento per molti utenti con problemi della vista, ipovedenti in particolare. Il bianco, che i monitor producono combinando alla massima potenza le radiazioni dirette sui fosfori rossi, verdi e blu che creano le immagini, è lo sfondo più energetico e più stancante per la vista. Per questo molti utenti trovano più rilassante leggere testi su tenui sfondi pastello piuttosto che sul bianco puro. Chi soffre di abbagliamento preferisce addirittura lavorare a colori invertiti, cosa che i sistemi operativi della serie Windows prevedono in partenza, permettendo di impostare delle combinazioni di colori ad alto contrasto, in cui i testi sono in giallino o in verde e gli sfondi sono in nero puro, molto più riposante per la vista e meno energetico a livello di radiazioni (il nero si ottiene non accendendo affatto le triadi di fosfori RGB). Quanto il contrasto invertito sia più riposante per la lettura era ben noto già a chi progettò il sistema operativo che ha dominato il mercato per vari anni, prima dell'avvento delle interfacce grafiche a finestre: parlo del DOS, i cui utenti ricorderanno certamente la spartana interfaccia a caratteri, con testi in grigio chiaro e sfondo rigorosamente nero. Da tutto ciò si ricava, secondo me, che testo nero su sfondo bianco non è per nulla la soluzione di progettazione ideale per il web. E' vero che la combinazione bianco/nero dà il massimo contrasto, ma ve ne sono molte altre, a contrasto quasi altrettanto elevato, che sono da preferire perché più riposanti per l'occhio. Due apposite formule promosse dal W3C forniscono le coordinate matematiche per il calcolo di combinazioni primo piano/sfondo sufficientemente contrastate sia per quanto riguarda la luminosità sia per quanto riguarda il colore (si veda Testing The Readability Of Web Page Colors).

[3] Si veda a titolo di esempio Accessibilità e soggettività nella legge Stanca.

Articolo di Michele Diodati pubblicato il  10/6/2005 alle ore 18,54.

Indice del Pesa-Nervi | Diodati.org

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