Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

L'embrione e la Ferrari: alcune riflessioni sui quesiti referendari relativi alla legge sulla fecondazione assistita

Le ragioni per cui vale la pena di votare "sì" a tutti e quattro i referendum sulla procreazione assistita.

Benché sia ormai tardi per sottoporle al vaglio dei lettori, visto che le votazioni sono partite già questa mattina, presento in questo lungo articolo delle mie riflessioni sui quesiti referendari, nate dal tentativo di chiarire in primo luogo a me stesso le idee, per il desiderio di esprimere un voto consapevole. Rimarranno a futura memoria, per chi vorrà dilettarsi a rianalizzare a posteriori le tante questioni sollevate dai referendum sulla legge 40.

Premessa

Era probabilmente dai tempi dei referendum sul divorzio (1974) e sull'aborto (1981) che non si vedeva in Italia uno scontro così apertamente giocato sul terreno ideologico: da un lato i rappresentanti del pensiero progressista, laico, libertario e filoscientifico, schierati in larga maggioranza per votare quattro "sì", dall'altro i sostenitori di un conservatorismo di stampo soprattutto cattolico, schierati per l'astensione, cioè per far fallire i referendum per mancanza del quorum (che si raggiunge se va a votare il 50% + 1 degli aventi diritto al voto).

Per il cittadino comune, per quello cioè che non è scienziato e neppure religioso, decidere se andare a votare e che cosa votare è stavolta particolarmente difficile. Per chi desidera giungere a una decisione personale e libera, scevra il più possibile da preconcetti ideologici o religiosi e da conformismo da appartenenza, si tratta di una vera e propria sfida culturale e intellettuale. In questi referendum sulla procreazione assistita (precisamente per l'abrogazione di alcune parti della legge 40/2004, intitolata Norme in materia di procreazione medicalmente assistita) confluiscono infatti una serie di tematiche molto complesse e controverse, che riguardano la libertà individuale, la scienza, la salute, la politica, la morale e la religione.

Alcuni modi di porre la questione, da parte dei sostenitori delle opposte fazioni, sono sconcertanti per chi, prima di decidere se e cosa votare, vuole soltanto capire. Entrambi i partiti, infatti, dicono di essere per la difesa della vita. Ma cosa significa essere per la difesa della vita, se in un caso per difenderla si deve votare "sì" e nell'altro si deve votare "no" oppure astenersi?

Poiché credo innanzitutto nel principio di non contraddizione, cioè che non possono essere vere due cose opposte nello stesso tempo e sotto lo stesso rispetto, proverò a fare alcuni ragionamenti molto personali, per rispondere alle domande che mi girano per la testa dopo aver letto i quesiti referendari, con lo scopo precipuo di chiarirmi definitivamente le idee prima di andare (o non andare) a votare.

Ma vediamo innanzitutto cosa succede se vincono i "sì" e cosa succede se vincono i "no". La scheda seguente è tratta dal dossier pubblicato su Repubblica.it

Se vince il Sì

  • Primo quesito
    Saranno abrogati gli articoli che pongono limiti alla ricerca clinica e sperimentale sugli embrioni e verrà consentita la clonazione delle cellule staminali a scopo terapeutico.
  • Secondo quesito
    Sarà rimosso il limite di impiantare solo tre embrioni ed eliminato l'obbligo di trasferimento, con un unico e contemporaneo impianto, nell'utero senza previo accertamento medico sulla sanità dell'embrione.
  • Terzo quesito
    I diritti dell'embrione non saranno più considerati equivalenti a quelli di una persona vivente.
  • Quarto quesito
    Sarà consentito fare ricorso alla donazione esterna per risolvere problemi di sterilità: si potranno utilizzare ovuli o seme di persone estranee alla coppia.

Se vince il NO

  • Primo quesito
    Resta vietata qualsiasi sperimentazione sull'embrione umano, anche su quelli già congelati e rimasti nelle banche dei centri di fecondazione.
  • Secondo quesito
    Resta fermo il divieto di creare più di tre embrioni da impiantare contemporaneamente. È vietato inoltre l'aborto per ridurre le gravidanze plurime.
  • Terzo quesito
    Rimane in vigore l'articolo 1 della legge 40 che equipara i diritti dell'embrione a quelli di una persona vivente.
  • Quarto quesito
    Resta vietato utilizzare per la fecondazione ovuli o seme forniti da persone estranee alla coppia.

E' giusto che coppie sterili procreino ugualmente, aggirando in questo modo la sterilità di uno o di entrambi i partner?

Me lo chiedo dopo aver letto, nell'opuscolo prodotto dall'Associazione Luca Coscioni, brani come il seguente (pag.5).

Che cosa pensereste di uno Stato che proibisse a una qualche categoria di persone di avere figli? E' quanto avviene in Italia con la l. 40/2004, che limita la libertà procreativa di alcune categorie di persone, colpevoli soltanto di essere sterili.

... colpevoli soltanto di essere sterili. E' quel «soltanto» che alle mie orecchie suona male. La sterilità, sia genetica sia dipendente da malattie, è un limite che la natura impone ad alcuni individui, non è né una colpa né un'imposizione di legge. Abbiamo il diritto, noi esseri umani, di ignorare questo limite a cui sottostanno indistantamente tutte le specie viventi e di ricorrere alla medicina per aggirarlo? Il presunto atto d'amore nei confronti del figlio desiderato, proclamato dagli aspiranti genitori che ricorrono alla fecondazione assistita, non nasconde piuttosto un desiderio infantile ed egoistico di avere a tutti i costi un "pupazzetto" da accudire e da vezzeggiare, così come lo hanno le altre coppie non sterili? Non nasconde anche un atto di arroganza nei confronti dei limiti imposti dalla natura?

Non ho risposte certe a tali domande, ma non posso fare a meno di pormele, soprattutto pensando che esistono nel mondo milioni di bambini in condizioni tragiche, che aspettano soltanto di essere adottati. Mi pare vero atto di amore l'adozione di un bambino, non il ricorso alla fecondazione per avere un figlio che secondo natura non sarebbe potuto nascere.

Tuttavia i quesiti referendari spostano il discorso dalle considerazioni etiche astratte alle disposizioni della legge 40. La domanda di prima diventa dunque un'altra, e cioè:

Come dovrebbe comportarsi una legge giusta nei confronti di chi per via naturale non può o non dovrebbe avere figli?

Ecco un altro stralcio dal già citato opuscolo dell'Associazione Luca Coscioni (pag.10).

La fecondazione eterologa è l'unico rimedio possibile in caso di infertilità totale. Proibendola, la legge impedisce alle coppie completamente sterili di avere figli, ponendo in essere una discriminazione inaccettabile. Gli esclusi sarebbero, ad esempio, persone che a seguito di interventi chirurgici o trattamenti antitumorali sono diventate sterili, così come i portatori di gravi malattie trasmissibili.

Trovo sbagliato, o quantomeno incompleto, il ragionamento contenuto nel brano precedente. Non è la legge che probisce alle coppie completamente sterili di procreare, ma la natura: se gli organi riproduttivi dei partner sono sterili, per cause genetiche o per via di cure o di malattie, allora non procreare è la conseguenza naturale. Le cose oggi sono molto più complicate, perché la medicina consente alle donne l'incredibile opportunità di rimanere incinte anche se sono sterili e, addirittura, di rimanere incinte di un figlio non proprio. La domanda da porsi allora è: la legge deve proibire a tutte le coppie sterili di avere figli o lo deve consentire a tutte? Oppure ad alcune coppie sì e ad altre no?

Se vediamo la legge come espressione di uno Stato laico che fa il massimo sforzo per garantire il rispetto della libertà di scelta degli individui, allora la risposta non può che essere una: la legge non dovrebbe impedire a nessuna coppia sterile di avere figli grazie all'aiuto della medicina, anche se fosse necessaria la fecondazione eterologa. Infatti la decisione di ricorrere alla fecondazione assistita attiene alla sfera del privato, delle libertà individuali: la scelta delle coppie che decidono di ricorrervi può essere discutibile, ma non crea danni a terzi (tralasciando per il momento il problema dell'embrione-persona), posto che i figli nati con l'ausilio della scienza medica sono desiderati e sarebbero amati e accuditi dai genitori.

Se vediamo invece la legge come l'espressione di uno Stato che si pone come arbitro della morale pubblica, allora la risposta dipende da quale è, in un momento storico come l'attuale, l'orientamento della morale pubblica e, anzi, se esiste un orientamento morale prevalente.

I problemi sorti con la legge 40 nascono a mio parere proprio dal fatto che lo Stato si è reso, con questa legge, interprete e garante della morale pubblica in fatto di procreazione medicalmente assistita. I legislatori hanno deciso che non è possibile manipolare il patrimonio genetico degli embrioni per scopi eugenetici, che la clonazione non è permessa, che non è possibile mescolare gameti umani con gameti non umani. Tali decisioni, credo, rispecchiano un sentire largamente diffuso negli italiani.

Altre decisioni contenute nella legge, approvate al termine di un lunghissimo e acceso dibattito parlamentare, sono, al contrario, espressione di una morale conservatrice, non altrettanto largamente condivisa. La legge stabilisce per esempio che la fecondazione eterologa è proibita e che l'embrione ha dei diritti analoghi a quelli dei nati: due posizioni che nascono da scrupoli morali che sono solo di una parte della popolazione italiana e che però hanno effetti pesanti su determinate coppie sterili, discriminandole nei confronti di altre, pure sterili, le cui problematiche non rimangono impigliate nelle strette maglie della legge 40.

La mia idea è che tale discriminazione non è accettabile e rende ingiusta la legge nella sua formulazione vigente. Posto che il Parlamento ha deciso che delle coppie sterili possono avere figli grazie alla procreazione assistita, non è giusto che ad alcune coppie sterili sia permesso e ad altre no in virtù di divieti e limitazioni che non rappresentano l'espressione di una morale largamente condivisa, ma di una morale propria di una parte soltanto della popolazione e violentemente osteggiata dalla parte rimanente. In mancanza di un orientamento morale condiviso, una legge equa o deve proibire indiscriminatamente a tutte le coppie sterili di avere figli o lo deve permettere a tutte quelle per le quali la medicina sia in grado di provvedere.

Cos'è l'embrione? Ha senso attribuirgli i diritti di una persona oppure no?

Il primo comma dell'articolo 1 della legge dice:

Al fine di favorire la soluzione dei problemi riproduttivi derivanti dalla sterilità o dalla infertilità umana è consentito il ricorso alla procreazione medicalmente assistita, alle condizioni e secondo le modalità previste dalla presente legge, che assicura i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito.

Con tale formulazione il «concepito» viene definito soggetto, cioè persona umana, e come tale detentore di diritti. A proposito di ciò, ecco cosa ribatte l'opuscolo prodotto dall'Associazione Luca Coscioni:

L'ovulo appena fecondato è un organismo elementare, invisibile a occhio nudo, composto di cellule indifferenziate, del tutto privo non solo di qualsiasi capacità di sentire e pensare, ma di ogni traccia di sistema nervoso. Nell'80% e più dei casi, anche nella fecondazione naturale, non riesce a sopravvivere, e viene espulso con il primo ciclo mestruale.

Inoltre, entro i primi 14 giorni dalla fecondazione, può suddividersi dando vita a più gemelli. Come può essere una persona se può diventare più individui? Si tratta di una vita di livello cellulare, che la stessa Chiesa cattolica fino al 1869 definiva "vegetativa".

L'equiparazione di un ovulo fecondato con la persona è espressione di una visione materialistica della vita umana, che viene così ridotta a un dato puramente biologico, la fusione del dna materno con quello paterno.

Vediamo ora cosa dice invece, sempre a proposito dell'embrione, il Comitato Scienza & Vita, una delle voci più rappresentative dell'altra campana:

(...) è necessario correggere la domanda iniziale; non cos'è, ma chi è l'embrione.

L'embrione non è una cosa, ma un essere che fin dal primissimo istante della sua esistenza possiede un patrimonio genetico proprio e completo e che si sviluppa in modo autonomo in virtù di una forza interna al suo essere.

Oggi abbiamo una conoscenza approfondita circa l'embrione, la sua formazione il suo sviluppo.

Questa enorme quantità di informazioni scientifiche ci portano, per logica induzione, ad affermare che fin dal momento del concepimento un reale individuo umano inizia la sua propria esistenza, o ciclo vitale, durante il quale, date tutte le condizioni necessarie, realizzerà autonomamente tutte le potenzialità di cui è intrinsecamente dotato.

Perché l'embrione vivente è realmente un individuo umano, non un mero cumulo di cellule.

Essendo un individuo umano, l'embrione ha diritto alla vita, come ogni altro essere umano.

Ecco il cuore della contesa, la domanda cruciale di questi referendum: abbiamo il diritto di trattare gli embrioni umani come cose, facendovi esperimenti ed eventualmente uccidendone un certo numero per portare a buon fine una fecondazione assistita, oppure dobbiamo trattarli come se fossero persone, quindi non possiamo compiere esperimenti su di loro e non possiamo ucciderli neppure per far nascere altre vite?

Le due opposte posizioni, quella dei radicali e quella del Comitato Scienza & Vita, contengono a mio parere entrambe un punto di debolezza.

La posizione dei radicali, e di tutti quelli che la pensano allo stesso modo, manca di considerare, o quanto meno di affermare esplicitamente, se sia giusto oppure no, se sia etico oppure no, che l'uomo entri così profondamente, grazie alla manipolazione degli embrioni, nei meccanismi intimi della vita. Abbiamo il diritto di alterare il meccanismo naturale della generazione, creando embrioni, manipolandoli, eventualmente uccidendoli?

Chi è per il "sì" ritiene evidentemente che l'uomo abbia un simile diritto, ma ne parla troppo poco o nulla, lo dà come un fatto scontato, spostando il discorso sulla natura dell'embrione e affermando che, nei primi giorni di vita, non ha ancora nulla di una persona umana. Invece la sua creazione e manipolazione sono comunque atti di portata inaudita, che ci pongono in un certo senso fuori dalla natura. E' una tremenda responsabilità morale, della quale - come minimo - è doveroso essere consapevoli. L'uomo, grazie alla sua intelligenza e al progresso scientifico, si arroga il diritto di creare la vita umana esternamente al corpo dei genitori, trattando gameti ed embrioni come cose, sia pure preziose. E' un atto che gli antichi greci avrebbero forse etichettato come hybris, cioè tracotanza, come fu il volo di Icaro troppo vicino al Sole. Non è tracotanza se siamo degni di farlo, se ne abbiamo il diritto, altrimenti lo è. Non è chiaro però chi o cosa potrebbe conferirci un simile diritto o stabilire se ne siamo degni. Tuttavia l'aver saltato a pie' pari, almeno per quanto a me è noto, di confrontarsi pubblicamente e apertamente con tale responsabilità indebolisce ai miei occhi la posizione del partito del "sì" [1].

La posizione del partito dell'astensione (e del "no") mi sembra poi ancora più debole.

Riferirsi all'embrione come a un «chi» mi pare infatti persino ridicolo. E' certamente vero che l'embrione contiene il patrimonio genetico di entrambi i genitori e, se impiantato nell'utero e fortunato al punto di attecchire, potrà diventare un feto ed un giorno persino nascere al mondo come essere umano vivo e completo. Tuttavia l'embrione in sé è lontanissimo dall'essere umano che potrebbe diventare e non è quell'essere umano. Cosa pensereste di uno che, vedendovi curiosare intorno ad un cumulo di metalli, cavi, vetro, plastica, gomma, pelle ed altri materiali, vi apostrofasse duramente urlandovi: Ehi, lascia stare subito la mia Ferrari! E cosa pensereste se quella stessa persona, avendo subìto il furto dei suddetti materiali, si precipitasse alla polizia per denunziare il furto «della sua Ferrari»?

Mi dica inanzitutto la targa, il colore e dove l'aveva parcheggiata?, gli chiederebbe come prima cosa il poliziotto che riceve la denuncia, pronto a diramare le informazioni alle pattuglie, nella speranza di ritrovare la costosa automobile.

No, guardi, per la verità non c'era ancora la targa e non era stata neppure verniciata. I pezzi si trovavano nel mio capannone ma le assicuro che c'erano proprio tutti. Mancava solo la mano d'opera e la mia bella Ferrari rossa, nuova fiammante, sarebbe stata pronta a partire!

Ma insomma, dobbiamo cercare dei pezzi o una macchina?, risponderebbe spazientito il poliziotto. Prima mi dice che le hanno rubato la Ferrari, poi mi dice che si trattava di materiali. Si metta d'accordo con se stesso prima di sporgere denuncia!

Ma i pezzi sono la Ferrari!, risponderebbe l'uomo risentito, avendo egli abbracciato la stessa logica paradossale con cui il partito pro legge 40 considera gli embrioni umani.

Insomma il partito contrario a modificare l'attuale legge si batte per affermare la sacralità e l'inviolabilità della vita umana, anche di quella di un embrione, ma lo fa con un argomento che non sta né in cielo né in terra. E' un argomento che si basa sul principio che non esiste un momento preciso in cui sia possibile scorgere la transizione, in virtù della quale un gruppo di cellule più o meno differenziate non è più solo tale, ma è diventato un essere umano. Dunque ne conclude che, se non c'è una transizione visibile, allora la persona umana c'è fin dall'inizio e pone l'inizio, appunto, nell'embrione.

L'argomento è fallace non solo perché è evidente a chiunque vi rifletta che un embrione, per quanto sia legato al futuro neonato da un processo evolutivo continuo, è molto lontano dal somigliare agli esseri umani conosciuti nella nostra esperienza; è piuttosto un progetto di essere umano, così come l'insieme dei materiali e degli schemi costruttivi di una Ferrari non sono ancora l'auto in grado di correre sulle strade, ma solo il suo stadio preliminare, dotato perciò di un valore sensibilmente minore rispetto al prodotto finito. L'argomento è fallace anche perché non tiene conto che, così come non c'è un evento preciso che rappresenti l'«apparizione» dell'essere umano nel periodo che va dall'embrione formato alla nascita, allo stesso modo non c'è un evento che segni la stessa cosa prima e durante la formazione dell'embrione.

Il decidere che l'unione dei gameti maschile e femminile in un embrione sia l'atto di nascita dell'essere umano è altrettanto arbitrario quanto il decidere che la comparsa dell'«umanità» avvenga al sesto giorno dopo la fecondazione, al quattordicesimo giorno, al quarantesimo giorno o dopo tre mesi.

Il problema è che, mentre sappiamo riconoscere con certezza come umano un neonato che piange o anche un feto che, ripreso con le più recenti tecniche di ecografia, mostra un corpo già formato ed espressioni del volto pienamente umane, non siamo in grado di elencare precisamente quali caratteristiche distinguano un essere umano da un essere non (ancora) umano.

Gli scienziati a favore del "sì", per esempio Evandro Agazzi, sostengono che l'embrione va considerato individuo a partire dal momento in cui compaiono certe strie cellulari (avviene più o meno al 6° giorno).

Solo dopo l'impianto della blastocisti nella parete uterina si distinguono nettamente la componente embrionale da quella extra-embrionale, mentre appaiono una o più strie primitive, che indicano ciascuna il piano costruttivo di un singolo individuo o più individui geneticamente identici. Questi dati mostrano che mentre l'identità genetica è stabilita fin dalla fecondazione dell'ovulo, essa non è sufficiente per garantire un'identità individuale (i gemelli monozigoti hanno il medesimo patrimonio genetico, ma sono distinti). In altre parole se io ho un fratello gemello monozigote, non posso regredire e affermare idealmente quello ero io fino alla fase dello zigote.

... appare ben fondato sostenere che almeno fino al sesto giorno dopo la fecondazione, mentre l'identità genetica è fissata, quella individuale non lo è ancora: si e in presenza di materiale biologico di tipo umano, ma non ancora di individui nel senso pieno.

Tuttavia un embrione, sia pure «striato», è ancora lontanissimo da ciò che siamo soliti considerare un essere umano (per esempio un neonato che si agita, ride o piange). Eppure, per chi è per il "no" o per l'astensione, ancor prima della comparsa di queste strie cellulari nell'embrione, e cioè fin dal momento dell'unione dei gameti maschile e femminile, l'embrione è una persona umana, un soggetto di diritti. Questa è una posizione arbitraria e paradossale: in quel momento l'embrione non ha un aspetto umano, non ha un sistema nervoso centrale, non può comunicare, può trasformarsi addirittura in più individui diversi. L'unica cosa che lo lega all'essere umano futuro, se mai nascerà, è la presenza del DNA di entrambi i genitori, per altro inizialmente ancora non fuso in un'unità. Se il legame è solo questo aspetto biologico, allora a mio parere è troppo poco per farne un essere umano. Nell'essere umano in atto, vivo e comunicante, dotato di una psiche, c'è molto più che non il solo DNA, cioè il "progetto" di un essere umano. Allora, se si deve considerare "umano" l'embrione, perché non considerare altrettanto umani lo spermatozoo e l'ovulo da cui l'embrione si è formato? In fondo sono entrambi altrettanto indispensabili al processo evolutivo dell'uomo quanto lo è l'embrione e sono entrambi contenitori di una parte del genoma che confluirà in quello. In virtù di quale arbitrario salto logico si pretende di considerare l'embrione una persona ma di non considerare tali l'ovulo e lo spermatozoo? Cosa ha l'embrione di più importante, più sacro e inviolabile delle parti che lo hanno preceduto e prodotto?

La verità è che i processi naturali sono un continuum ininterrotto. E' l'uomo che, riflettendo e studiando tali processi, crea arbitrariamente delle cesure, chiamando cose ed esseri del mondo ciascuno con un proprio nome. Tale procedimento di astrazione è indispensabile, perché non potremmo operare sul mondo trasformandolo, non potremmo aver creato, per esempio, una società umana fondata su regole condivise, se non avessimo la capacità logica di distinguere il tutto in parti, in moltissime parti. Per gli usi quotidiani, le distinzioni provengono dal senso comune, ma vi sono casi ambigui che devono essere disciplinati per legge. Così la legge ha deciso che la morte di un uomo corrisponde alla fine dell'attività cerebrale; perciò dopo che questa è stata constatata, è possibile espiantare gli organi, mentre le unghie del cadavere continuano però ancora a crescere per un certo tempo. Stabilire cosa è da considerare "morte" è dunque un'astrazione umana, giustificata dagli scopi posti dalla legge sui trapianti. Allo stesso modo è un'astrazione conferire a un embrione lo status di «persona umana». Solo che questa astrazione appare, almeno a una parte rilevante della popolazione italiana, molto più arbitraria di quella sulla morte.

Cosa fare alla fine con questi referendum? E' meglio votare "sì", votare "no" o astenersi?

Allora, secondo me, le domande che bisogna porsi - che influenzano tutti e quattro i referendum - non riguardano il grado di umanità dell'embrione. L'embrione non è una persona, è uno stadio preliminare della persona, necessario al suo sviluppo, ma lontanissimo dal "prodotto finito". Le domande vere, quelle che giacciono al fondo della controversia tra fautori del "sì" e fautori dell'astensione, sono: abbiamo il diritto di intervenire sui processi naturali della generazione, producendo embrioni e gravidanze che secondo natura non sarebbero avvenuti? Abbiamo il diritto di trattare gameti ed embrioni, anche se non sono esseri umani, come oggetti, usandoli a fini sperimentali anche a costo di ucciderli?

Le risposte a tali domande non possono essere che ideologiche. Sono giudizi di valore legati all'idea che ciascuno ha di se stesso e del suo posto nell'universo. Per i cattolici, la vita è un dono di Dio, qualcosa di sacro, che esula dal potere decisionale dell'uomo, ragion per cui l'uomo non dovrebbe mettere le mani nei processi che presiedono alla generazione, alterandone il corso naturale, anche se da tali alterazioni molte persone (coppie sterili e malati) potrebbero trarre giovamento.

Invece per i progressisti, per chi crede nella laicità dello Stato e nell'autonomia della scienza dalla religione, non bisognerebbe porre freni alla ricerca scientifica, se essa mira a curare malattie e infertilità. Per costoro gameti ed embrioni sono alla fine oggetti, per quanto preziosi, che possono essere manipolati, se il fine è di garantire un beneficio agli esseri umani in atto.

Di fronte a queste opposte visioni del mondo, la legge ha scelto una scomodissima via di mezzo. Ha deciso che è lecito che in Italia si compiano manipolazioni su gameti ed embrioni finalizzate alla generazione di figli per le coppie sterili, ma ha posto una serie strettissima di vincoli, che creano una discriminazione ai danni di alcune coppie sterili e ai danni di chi vorrebbe compiere ricerca scientifica sugli embrioni.

Tale legge è contraddittoria. Se gli embrioni devono essere considerati realmente delle persone, allora non dovrebbe essere consentito MAI di utilizzarli né per la ricerca né per tecniche di fecondazione, così come non è lecito - e nessuna legge lo consentirebbe - di uccidere un bambino per farne nascere degli altri o per fare ricerca sul suo corpo. Dunque, se la legge 40 consente di usare gli embrioni a scopi di fecondazione, sia pure con forti limitazioni, ma sapendo che potrebbero morire durante il processo di impianto, allora sotto sotto non li considera proprio persone, o almeno non sempre e non tutti, il che è ingiusto.

I divieti contenuti nella legge 40 - eccettuati quelli che toccano un sentire veramente comune agli italiani di oggi, come il divieto di clonare esseri umani e quello di produrre ibridi - mi sembrano il frutto di tardivi scrupoli di coscienza. In realtà la specie umana ha intrapreso da secoli la strada di una ricerca scientifica spregiudicata, che non si fa scrupolo di violare, non appena può, i sancta sanctorum della natura, allo scopo di ottenere armi, macchine e strumenti che le consentano di modificare in modi sempre più profondi, e spesso distruttivi, gli stessi esseri umani e l'ecosistema in cui vivono.

Tutto il mondo dell'uomo è costruito sullo sfruttamento della natura, uno sfruttamento spesso scriteriato, al punto da distruggere irreparabilmente risorse non rigenerabili o almeno non rigenerabili in tempi brevi. In poche generazioni abbiamo consumato una buona parte del petrolio che i processi naturali di decomposizione avevano accumulato nel corso di milioni di anni; stiamo facendo lo stesso con il gas naturale; in poche generazioni abbiamo immesso tanta anidride carbonica nell'atmosfera da innalzare la temperatura media della Terra, contribuendo a creare squilibri climatici che annunciano conseguenze nefaste; in poche generazioni, grazie alla pesca industriale, abbiamo spopolato la fauna ittica dei mari, portando il numero delle specie e degli esemplari al di sotto del livello di guardia; in poche generazioni abbiamo distrutto una percentuale notevole di tutte le foreste pluviali del pianeta... e l'elenco delle devastazioni potrebbe continuare. La specie umana si comporta verso la natura come un predatore stupido e insaziabile, le manca di rispetto in tutti i modi possibili e immaginabili. La nostra vita quotidiana, con le molteplici attività industriali e agricole, con città sempre più popolose che consumano enormi quantità di energia e producono ancor più enormi quantità di rifiuti, è scandita da questa predazione quotidiana ai danni del pianeta. Siamo ormai legati completamente, almeno nei paesi più ricchi, ad uno stile di vita che richiede un'economia basata sulla scienza e sulla tecnologia e sul loro uso spregiudicato. Possiamo solo sperare che, non mettendo limiti alla ricerca scientifica e alle sue applicazioni tecnologiche, si riesca in un futuro prossimo a trovare modi per conciliare la conservazione, o magari persino il miglioramento del nostro attuale tenore di vita, con il recupero della salute dell'ecosistema, oggi così gravemente minata.

Di fronte a questa situazione globale, di fronte al fatto che anche in Italia viviamo e prosperiamo non in accordo con la natura, ma ai suoi danni, violentandola con un'azione continua e indiscriminata, i paletti messi dalla legge 40 alla ricerca e all'utilizzo degli embrioni sanno di falso, sanno di odiosa retorica ecclesiastica, sanno di fariseo e di sepolcri imbiancati [2].

Una legge non farisea, che realmente considerasse sacra ogni manifestazione della vita, avrebbe dovuto proibire completamente qualsiasi manipolazione dei gameti e degli embrioni, per qualsiasi scopo. Ma avrebbe anche dovuto spiegarci per quale motivo sia poi possibile continuare a praticare l'aborto terapeutico, a fare esperimenti sugli animali, a produrre armi e a venderle a caro prezzo, a inquinare e saccheggiare i mari, a deforestare e a cementificare il territorio. La natura è una: o la si rispetta integralmente, sempre e comunque, a livello non solo umano ma generale, oppure i bei princìpi degli astensionisti sono solo retorica, falsità, scrupolo di coscienza.

Per tale motivo, visto che la legge 40 ha già deciso che degli embrioni possono essere sacrificati e che delle coppie sterili possono avere figli, in ciò andando contro natura, il minimo che si possa chiedere a questa legge è che, all'interno della scelta operata, non vi siano discriminazioni. Ecco perché voterò "sì" a tutti e quattro i referendum.

Resta indeterminato se l'uomo abbia - indipendentemente da ciò che dice la legge - il diritto morale di manipolare i processi della generazione. Ma tutta la nostra civiltà è costruita sulla manipolazione della natura e dei suoi processi. Siamo ormai troppo avanti su questa strada per ritornare indietro. Ciò che servirebbe è un cambio di filosofia, un'evoluzione, un mutamento di prospettiva rispetto alla mercificazione dell'ecosistema, che è al fondo del capitalismo, e persino della fecondazione assistita, che è solo una delle innumerevoli filiazioni del capitalismo. Del resto tutto il procedimento di fecondazione assistita, dalla crioconservazione degli embrioni alle tecniche diagnostiche, dalle tecniche di stimolazione a quelle di fecondazione e di impianto, costa bei soldi alle coppie sterili desiderose di avere ugualmente un figlio, a conferma che anche la generazione della vita con queste tecniche rientra nella mercificazione generale di cui noi stessi siamo parte.

Ma questo cambio di prospettiva non può essere determinato forzosamente da nessuna legge e tantomeno dalla legge 40/2004, che non fa altro che istituzionalizzare una versione ristretta e discriminatoria della mercificazione dei processi di generazione della vita umana.

[1] Preciso che il mio punto di vista in proposito è laico, non religioso: parlando di etica e responsabilità a proposito delle pratiche di fecondazione assistita, intendo riferirmi esclusivamente alle conseguenze future, per l'umanità intera, di un approccio che tratta gameti ed embrioni come oggetti; restano al di fuori del mio discorso i problemi di coscienza suscitati su questi temi dalla Chiesa e dai cattolici in generale.

[2] 24Guide cieche, che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello!
25Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pulite l'esterno del bicchiere e del piatto mentre all'interno sono pieni di rapina e d'intemperanza. 26Fariseo cieco, pulisci prima l'interno del bicchiere, perché anche l'esterno diventi netto!
27Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all'esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume. 28Così anche voi apparite giusti all'esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d'ipocrisia e d'iniquità. (Vangelo secondo Matteo, 23,24-28)

Commenti dei lettori

  1. Commento di Gianluca Troiani - 17/6/2005 ore 19,26

    La sterilità, sia genetica sia dipendente da malattie, è un limite che la natura impone ad alcuni individui, non è né una colpa né un'imposizione di legge. Abbiamo il diritto, noi esseri umani, di ignorare questo limite a cui sottostanno indistantamente tutte le specie viventi e di ricorrere alla medicina per aggirarlo?

    Non sono d'accordo. La specie umana è sessuata, dunque la sterilità (anche congenita) à una malattia. Se la natura mi ha fatto debole di cuore, talassemico o altro, compito dello stato è curarmi o almeno permettermi di superare le limitazioni della mia malattia.

  2. Commento di Michele Diodati - 17/6/2005 ore 23,25

    Ciao Gianluca,
    la mia non era una domanda retorica, cioè una domanda per la quale prevedevo a priori una risposta negativa. Era un vero dubbio. Intendevo mettere in luce la necessità di riflettere sulla questione prima di votare sì o no ai referendum, non che non fosse lecito considerare e trattare la sterilità come una malattia.

    Sono d'accordo poi sul fatto che lo Stato non dovrebbe ostacolare il cittadino che voglia superare grazie alla medicina la propria sterilità, tanto è vero che ho votato "sì" ai referendum.

Articolo di Michele Diodati pubblicato il  12/6/2005 alle ore 16,07.

Indice del Pesa-Nervi | Diodati.org

Inizio pagina.