Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Dogmatici e relativisti

Un tentativo di chiarire le ragioni delle opposte concezioni del mondo che si sono scontrate nei dibattiti sui quesiti referendari del 12 e 13 giugno scorsi.

La guerra culturale

Cosa resta di questo referendum sulla legge 40, chiuso con una percentuale di votanti di poco superiore al 25%? A parte la delusione di chi ha perso e la gioia di chi ha vinto, restano le questioni filosofiche intorno alle quali si è giocata la campagna referendaria pro e contro le modifiche alla legge sulla fecondazione assistita.

Al fondo di tutti i dibattiti scientifici, e più spesso pseudo-scientifici, intorno all'utilità di effettuare ricerca sulle cellule staminali embrionali, sui rischi per la salute delle donne connessi all'impianto di tre embrioni tutti insieme, sulla natura umana o pre-umana dell'embrione, sulla possibile deriva eugenetica delle diagnosi pre-impianto, al fondo di tutta la retorica messa in campo dai due schieramenti, restano due opposte concezioni della vita: il relativismo, a cui si ispira chi pensa che la ricerca scientifica debba essere sciolta da vincoli religiosi e che la libertà decisionale dei singoli individui vada rispettata sempre, e il dogmatismo di stampo religioso e moraleggiante, associato all'idea che esista un universo di valori universali, assoluti, sacri e inviolabili, di cui la vita e i meccanismi della generazione fanno parte. Per chi la pensa così, la manipolazione genetica non è ammissibile, neppure se il fine è la procreazione o la ricerca di nuove cure mediche.

Scrive Giuliano Ferrara su Il Foglio di martedì 14 giugno:

La sconfitta del "sì" è devastante, senza attenuanti, perfino sorprendente e senz'altro grottesca considerati i mezzi impiegati nella battaglia referendaria e l'appello corrivo alla difesa dell'Io e delle sue voglie, di un modo di vita appiattito sulle comodità del conformismo, dello shopping eugenetico promesso sottovoce e del ricatto emotivo prospettato come sconfitta delle malattie e affermazione del benessere "moderno" fondato sull'idolo della Tecnica: idolo banale, ma pervasivo e persuasivo. (...)

La verità è che a una percentuale nota di distratti cronici si è aggiunta una valanga di italiane e di italiani che ha guardato nel microscopio e ha visto l'embrione umano, la realtà non soggetta a interpretazioni semantiche, il "concepito" i cui diritti sono bilanciati nella legge 40 con quelli degli altri soggetti ed erano invece cancellati dai quesiti referendari, e hanno scelto. La pattuglia del dissenso laico, femminile e femminista si è limitata a dare una mano, a mettere a fuoco la lente microscopica, a spiegare e rispiegare che niente è peggio del secolarismo divenuto devozione conformista. La guerra culturale continua.

Una guerra culturale, appunto. Dino Boffo, su Avvenire del 14 giugno, chiama in causa direttamente la Chiesa:

(...) Ma è capitato ancora di più. Ossia che si dovesse infine prendere atto che la Chiesa, quando parla delle cose che contano, e parla facendosi capire, appellandosi al sentire profondo del nostro popolo: là dove ella è riconosciuta interlocutrice singolarmente credibile, ha più ascolto di certi pulpiti esagitati. Questo il significato profondo dell'evento di domenica.

Che la Chiesa possa aver avuto un ruolo determinante nel risultato dei referendum del 12-13 giugno è stato prospettato anche all'estero. Scrive per esempio The International Herald Tribune in un articolo datato 16 giugno (mia traduzione):

(...) Il voto era la prima e più importante verifica del potere della Chiesa in Italia a partire dall'elezione del conservatore Benedetto XVI, e fa sorgere il timore che la Santa Sede potrebbe spostare presto la sua attenzione sull'aborto e sul divorzio. Certamente il sorprendente successo della Chiesa nel mantenere la partecipazione al referendum al livello di un misero 25,9 per cento ha dimostrato che, per quanto le chiese italiane possano essere vuote, la Chiesa possiede una considerevole influenza sui temi morali.

Non è possibile stabilire la misura esatta in cui la Chiesa, attraverso le dichiarazioni del papa e quelle di cardinali come Camillo Ruini, abbia realmente influito sul fallimento dei quattro referendum abrogativi di parti della legge 40. Ciò a cui è possibile risalire, invece, è il documento programmatico, che segna in un certo senso la rinnovata dichiarazione di guerra della Chiesa cattolica al relativismo nelle sue molteplici manifestazioni. Tale documento è l'omelia pronunciata dal cardinale Ratzinger, il futuro papa Benedetto XVI, in occasione della messa pro eligendo Romano pontifice, l'ultima celebrata prima del conclave.

Riporto di seguito alcune parti di quell'omelia, riprese da un articolo de la Repubblica del 18 aprile 2005.

(...) Soffermiamoci solo su due punti. Il primo è il cammino verso la maturità di Cristo; così dice, un po' semplificando, il testo italiano. Più precisamente dovremmo, secondo il testo greco, parlare della misura della pienezza di Cristo, cui siamo chiamati ad arrivare per essere realmente adulti nella fede. Non dovremmo rimanere fanciulli nella fede, in stato di minorità. E in che cosa consiste l'essere fanciulli nella fede? Risponde San Paolo: significa essere sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina. Una descrizione molto attuale!

Quanti venti di dottrina abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni, quante correnti ideologiche, quante mode del pensiero... La piccola barca del pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata da queste onde - gettata da un estremo all'altro: dal marxismo al liberalismo, fino al libertinismo; dal collettivismo all'individualismo radicale; dall'ateismo ad un vago misticismo religioso; dall'agnosticismo al sincretismo e così via. Ogni giorno nascono nuove sette e si realizza quanto dice San Paolo sull'inganno degli uomini, sull'astuzia che tende a trarre nell'errore.

Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare qua e là da qualsiasi vento di dottrina, appare come l'unico atteggiamento all'altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie.

Noi, invece, abbiamo un'altra misura: il Figlio di Dio, il vero uomo. E' lui la misura del vero umanesimo. "Adulta" non è una fede che segue le onde della moda e l'ultima novità; adulta e matura è una fede profondamente radicata nell'amicizia con Cristo. E' quest'amicizia che ci apre a tutto ciò che è buono e ci dona il criterio per discernere tra vero e falso, tra inganno e verità.

Questa fede adulta dobbiamo maturare, a questa fede dobbiamo guidare il gregge di Cristo.

(...)

L'altro elemento del Vangelo - cui volevo accennare - è il discorso di Gesù sul portare frutto: Vi ho costituito perchè andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga.

Appare qui il dinamismo dell'esistenza del cristiano, dell'apostolo: vi ho costituito perchè andiate. Dobbiamo essere animati da una santa inquietudine: l'inquietudine di portare a tutti il dono della fede, dell'amicizia con Cristo. In verità, l'amore, l'amicizia di Dio ci è stata data perchè arrivi anche agli altri. (...)

L'unica cosa, che rimane in eterno, è l'anima umana, l'uomo creato da Dio per l'eternità.

L'omelia del futuro papa ha una forza dirompente: mette sullo stesso piano, bollandoli alle fine come sette e deviazioni del pensiero, marxismo e liberalismo, tendenze misticheggianti e libertinismo, individualismo, agnosticismo, ateismo. A tutto ciò contrappone la fede nel messaggio salvifico di Cristo, fede che considera fonte di conoscenza e di verità: (...) adulta e matura è una fede profondamente radicata nell'amicizia con Cristo. E' quest'amicizia che ci apre a tutto ciò che è buono e ci dona il criterio per discernere tra vero e falso, tra inganno e verità.

Il dogmatico

Ecco dunque il nucleo del dogmatismo cristiano: considerare vero non ciò che l'intelletto e la logica ci possono indicare (o almeno non solo quello), ma ciò che la fede in Cristo, e quindi il sentimento, ci consigliano o addirittura ci impongono. Come ogni verità religiosa, la verità del messaggio cristiano è scientificamente indimostrabile, basandosi su affermazioni che non possono essere falsificate; si può dire perciò, ricorrendo a una metafora, che provenga dal cuore, non dalla testa, e a quello, non a questa, si rivolga.

I dogmatici, cioè quelli che hanno abbracciato come verità ciò che non può essere scientificamente dimostrato (ossia ciò che non può essere frutto di un esperimento ripetibile), mostrano di essere dogmatici soprattutto quando si chiede loro di mettere in discussione i princìpi che hanno abbracciato. Se si chiede a un credente di spiegare l'origine della sua fede, dirà che essa è nata in seguito a un evento "miracoloso" che gli ha cambiato la vita e gli ha mostrato la "via", salvandolo dalla perdizione; oppure dirà che è rimasto folgorato dalla bellezza del messaggio divino; o, ancora, dirà che la parola di Dio è autoevidente, è intrinsecamente vera perché rivelata dalle Scritture, della cui autenticità non è lecito dubitare. In ogni caso la verità di fede è una verità del cuore, non una verità dell'intelletto, giammai il frutto di una dimostrazione scientifica.

Il dogmatico dà per scontate le verità in cui crede. Il cattolico, per esempio, parla di Gesù, dei suoi atti e dei suoi insegnamenti, senza lasciar trasparire alcun dubbio sulla storicità di Cristo e sulla sua natura divina. Il dubbio non è contemplato nel vocabolario del dogmatico. Per lui la "verità" non è tanto ciò di cui non può essere logicamente affermato il contrario (come 2+2=4), ma piuttosto ciò che si impone al suo sentimento, alla sua fede, come vero. E' vero, per lui, ciò che vuole che sia vero.

Per il dogmatico l'arroganza dell'intelletto umano deve essere tenuta a freno. Non tutto ci è dato capire né tantomeno controllare per mezzo della scienza e della tecnica. Occorre che siano posti limiti al desiderio di sperimentare e di conoscere, limiti al desiderio umano di agire senza vincoli assecondando solo le proprie inclinazioni. Vi sono misteri che non devono essere violati e ordini "naturali" che non devono essere sovvertiti: la famiglia, per esempio, esiste solo se un uomo e una donna si sposano; i matrimoni omosessuali non sono ammissibili, sono pseudo-matrimoni, deviazioni rispetto all'unica regola ammessa.

Il dogmatico, infine, vuole diffondere la sua verità, cioè la sua fede. Ma per farlo non gli serve il ragionamento, dal momento che l'oggetto del suo credere non appartiene né all'intelletto né alla scienza; gli serve piuttosto il contagio emotivo, la comunicazione empatica, che avviene per mezzo della parola ispirata e dell'esempio.

Non che il dogmatismo escluda il pensiero razionale, anzi. Solo che la riflessione filosofica è posta al servizio di verità indimostrabili, prese come assunti di partenza. La teologia dogmatica è il capolavoro di questo tipo di pensiero: un raffinato e complicatissimo edificio concettuale, che viene fatto discendere, per via di deduzioni e collegamenti, da una serie di dogmi, cioè di articoli di fede immutabili e assoluti (come per esempio il dogma della Trinità).

Il relativista

[Una vignetta di Altan che dice: Il relativismo? C'è a chi gli piace, e c'è a chi no.]Chi è il nemico giurato del dogmatico? Il relativista, colui che ha eletto la contingenza delle conoscenze umane a proprio credo.

Per il Dizionario De Mauro, relativismo è ogni concezione filosofica che considera la realtà non conoscibile in se stessa ma soltanto in relazione alle particolari condizioni in cui i suoi fenomeni vengono osservati, e non ammette perciò verità assolute nel campo della conoscenza o principi immutabili in sede morale.

Per il relativista - come asserisce il filosofo della scienza Giulio Giorello in un'intervista a Radio 3 del 17 maggio scorso - non è vero che tutti i pareri, tutti i punti di vista siano equipollenti, come certa critica tende, anche un po' banalmente, ad asserire. Il relativismo è piuttosto riconoscere che ci sono punti di vista differenti, che più volte interagiscono; che talvolta, oltre ad avere una teoria, una norma dominante, è bene avere anche una teoria, una norma alternativa; che questo scambio è fruttifero a livello di crescita della conoscenza e anche di autonomia morale. E, soprattutto, essere relativisti vuol dire che ogni principio, ogni idea, ogni dottrina, ogni punto di vista ha il diritto a dei difensori pubblici.

Il relativista, in sostanza, accetta che, a fianco delle proprie verità, esistano le verità degli altri. Non pretende di avere l'esclusiva sulla verità. Ciò che fa la differenza tra due saperi in conflitto sono le ragioni che ciascuno di essi è in grado di portare. Secondo Giorello non ha senso parlare di una dittatura del relativismo, perché il relativismo, ammettendo per principio che differenti opinioni possano coesistere, rappresenta una forma di apertura verso il diverso, non un principio di esclusione, come è invece qualsiasi dittatura.

L'indifferenza di cui viene accusato il relativista, non è un sentimento di indifferenza verso gli altri come persone, ma una forma di apertura che consente di accettare la diversità dei punti di vista altrui, senza volerli per forza ridurre ai propri. In questa apertura, l'unico limite che il relativista pone è di non subire danno dalle teorie e dai punti di vista degli altri. Finché questi non gli procurano danno, il relativista accetta indifferentemente, per esempio, che qualcuno possa credere in un solo dio, in venti divinità diverse o anche in nessun dio.

In campo scientifico, il relativismo permette di mantenere un'apertura costante verso l'innovazione. Non considera infatti le teorie scientifiche come verità assolute, ma come verità relative ad un determinato contesto. Le teorie scientifiche sono considerate oggi, relativisticamente, modelli di spiegazione dei fenomeni, validi finché non vengono superati da un modello migliore. Un caso tipico è quello della meccanica newtoniana: le leggi del moto scoperte da Newton sono valide e perfettamente predittive solo al di sotto di una certa soglia di velocità, di distanza e di massa, superata la quale i fenomeni del moto vengono spiegati con maggiore approssimazione dalle leggi relativistiche postulate da Einstein. Se Galileo fosse vissuto in un'epoca e in una società orientate al relativismo, non avrebbe subito un processo come eretico e non sarebbe stato obbligato a ritrattare le conclusioni scientifiche a cui la sua ricerca astronomica lo aveva condotto.

In campo morale, il relativismo non assume valori assoluti. Fa propria piuttosto una morale utilitaristica, nella quale l'azione dipende da una valutazione dei costi e dei benefici legata all'analisi del contesto secondo le informazioni disponibili. In una simile morale non è esclusa l'accettazione del rischio, che è una componente essenziale dell'azione, quando non siano note tutte le variabili in gioco e le implicazioni possibili.

Riguardo alla scelta morale - che è quella che ci interessa ai fini di ricondurre il discorso ai referendum del 12-13 giugno, dai quali è partito - il relativismo porta con sé una dimensione dialogica, di confronto pubblico delle ragioni dei singoli, dalla quale può emergere un punto di vista più o meno accettabile per tutti o almeno per la maggioranza degli interessati, un punto di vista la cui oggettività, però, rimane sempre limitata al contesto: non si tratta in nessun caso di un assoluto.

La differenza con il dogmatismo è data dal fatto che, in un sistema dogmatico, una decisione che influenza la collettività può dipendere da princìpi postulati come universali, assoluti, indiscutibili, vincolanti, non derivati dall'analisi dei punti di vista dei singoli individui coinvolti dalla decisione: tale è il caso, per esempio, delle teocrazie come l'Iran. La cancellazione di mille e più candidature, tra cui tutte quelle di donne, per le elezioni presidenziali del 17 giugno è stata decisa dal Consiglio dei Guardiani valutando il rischio che ogni candidato, se eletto, avrebbe rappresentato per i princìpi dell'Islam, posti a fondamento anche politico della nazione. Non è stata messa in discussione neppure per un attimo la validità dei princìpi dell'Islam rispetto al bene potenziale che ciascuno di quei mille e più candidati, se eletto, avrebbe potuto fare alla nazione. Si è pensato, dogmaticamente appunto, che i princìpi della religione dovessero essere difesi a priori contro ogni tentazione riformistica.

In un sistema relativistico, invece, una scelta che coinvolge la collettività dovrebbe dipendere dal confronto libero e democratico dei punti di vista in gioco e dalla conseguente scelta di quello più adatto alla situazione. Nessun punto di vista dovrebbe avere a priori più valore degli altri, ma ciascuno dovrebbe poter avere dei difensori pubblici ed essere considerato solo in base alle ragioni che lo giustificano.

Lo spirito democratico del relativismo contiene però in sé anche i germi che permettono l'affermazione del dogmatismo. Ed è in effetti quello che è successo con i referendum sulla fecondazione assistita. La discussione sui quattro quesiti è stata pubblica e c'è stato spazio per ascoltare e discutere numerosi dati e opinioni in conflitto (anche se sono sorte dispute aspre sui tempi e i modi concessi a ciascuna parte). Si è partiti cioè con uno spirito relativistico, che concedeva a ciascuno dei punti di vista a confronto uguale diritto a valersi di un "difensore pubblico".

Alcune opinioni erano tuttavia assunti dogmatici, anche se variamente mascherati da motivazioni razionali: uno per tutti, l'idea dell'equivalenza tra embrione e persona umana, che non può in alcun modo essere dimostrata e contrasta con i dati empirici (l'embrione è biologicamente un insieme di cellule indifferenziate, privo di qualsiasi caratteristica assimilabile a quelle delle persone che incontriamo nella nostra esperienza quotidiana). Quando Giuliano Ferrara scrive su Il Foglio che una valanga di italiane e di italiani ... ha guardato nel microscopio e ha visto l'embrione umano, la realtà non soggetta a interpretazioni semantiche, il "concepito" i cui diritti sono bilanciati nella legge 40 con quelli degli altri soggetti, sta dicendo in realtà - non so quanto consapevolmente - che gli italiani hanno compiuto una scelta basata su un assunto dogmatico, non su una realtà misurabile e quantificabile. Se avessero realmente guardato nel microscopio avrebbero visto un gruppetto di cellule.

Alla fine, dunque, un metodo relativistico ha prodotto un risultato che è frutto di un pensiero dogmatico: la legge 40 rimane com'è sulla base, presumibilmente, del maggior valore che gli italiani hanno attribuito a princìpi morali che hanno la loro origine nella religione cattolica e ad assunti dogmatici indimostrabili. E' risultata per loro meno importante la mancanza di giustizia che c'è nel modo discriminatorio con cui l'attuale legge permette ad alcune coppie sterili di risolvere i propri problemi tramite la fecondazione assistita e ad altre no. Del pari meno importante è risultata la richiesta di aiuto di quei malati che avevano riposto le proprie speranze di guarigione nella ricerca sulle cellule staminali embrionali.

Meglio il relativismo o meglio il dogmatismo?

[Una vignetta di Giannelli sul Corriere della Sera in cui il Cardinale Ruini dice: Io vi benedico. Ma voi non fate alcun segno di croce]La domanda ha un valore più che altro teorico, dal momento che abbracciare l'una o l'altra filosofia non è scelta che si possa fare a comando: possedere, infatti, una mentalità dogmatica o relativistica è il frutto, a mio parere, di fattori culturali, e forse anche innati, che risalgono fino all'infanzia di un individuo.

Comunque sia, per chi crede che la democrazia ed il rispetto delle libertà individuali siano valori a cui non si può rinunciare, allora non può che essere preferibile il relativismo.

Chi è dogmatico presume che la propria verità sia superiore alle verità altrui. Queste ultime gli appaiono come "verità" tra virgolette, cioè in sostanza errori che meritano di essere corretti. Il dogmatico, sia pure animato dalle migliori intenzioni, vuole esportare la sua fede, non si accontenta di tenerla per sé. Dice il futuro papa Ratzinger nella già citata omelia: Dobbiamo essere animati da una santa inquietudine: l'inquietudine di portare a tutti il dono della fede, dell'amicizia con Cristo. In verità, l'amore, l'amicizia di Dio ci è stata data perchè arrivi anche agli altri. Dalla benevolenza verso l'altro, considerato un fratello a cui comunicare il dono della fede, il dogmatico può trapassare nell'intolleranza per il diverso, per chi non accetta il proprio credo; l'intolleranza può limitarsi a velate espressioni di censura, ma può sfociare anche in misure repressive o oppressive: la già ricordata esclusione, da parte dei capi religiosi iraniani, di tutti i candidati alle elezioni presidenziali non sufficientemente affidabili dal punto di vista del rispetto della fede è un tipico esempio di come il dogmatismo di alcuni avveleni la vita di altri (come minimo quella dei candidati esclusi). Nei referendum italiani del 12 e 13 giugno, chi ha votato "no", oppure si è astenuto per evitare che si raggiungesse il quorum, ha ritenuto - agendo da dogmatico - che la propria verità morale fosse superiore a quella di chi pensava di modificare la legge 40 in senso libertario. Ha ritenuto accettabile imporre le proprie convinzioni anche a chi non era sensibile ai richiami della Chiesa e a chi pensava che l'embrione non fosse una persona. Ha ritenuto in sostanza che fosse lecito e desiderabile limitare la libertà altrui, anche se, per esempio, la decisione di una coppia sterile di ricorrere alla fecondazione eterologa non gli avrebbe procurato alcun danno personale.

Viceversa, i relativisti, anche se personalmente non convinti della bontà di una decisione o di un principio, accettano che altri possano pensare e agire diversamente. Un relativista che non ricorrerebbe per se stesso alla fecondazione eterologa, non si sognerebbe mai di vietare per legge che altri vi possano ricorrere, perché accetta che punti di vista diversi dai suoi abbiano altrettanto diritto di esistere e di essere tenuti in considerazione dalla legge. Il limite a questo indifferentismo verso le opinioni e i comportamenti altrui è dato dal principio del danno. Gli altri sono liberi di pensare e fare ciò che vogliono purché non danneggino nessuno. Si tratta dunque di dimostrare, volta per volta, in modo non dogmatico, non aprioristico, se una scelta di libertà individuale può causare danni a chicchessia. Le tante discusioni pubbliche sui pro e i contro della fecondazione assistita servivano appunto ad appurare se e quali danni potessero derivare ai soggetti coinvolti e alla società in generale dalle varie pratiche di fecondazione artificiale.

Ed è stata alla fine proprio la tolleranza del sistema che ha portato ad un risultato illiberale. Dopo l'esposizione pubblica delle varie opinioni pro e contro, è toccato infatti ai cittadini esprimere il proprio parere per mezzo del voto o dell'astensione. E l'hanno fatto privilegiando il dogma della sacralità e inviolabilità della vita umana, fin dallo stato embrionale (nei limiti in cui la legge 40 consente tale inviolabilità, visto che tutto sommato la fecondazione assistita rimane praticabile, pur con tutti i ben noti vincoli).

La colpa - per chi la considera tale, naturalmente - non è del relativismo, è delle idee messe in campo, del modo in cui sono state divulgate e, soprattutto, comprese e metabolizzate dalla gente comune.

E' possibile una conciliazione? Sono ipotizzabili un dogmatismo relativistico o un relativismo dogmatico?

[Una vignetta di Giannelli sul Corriere della Sera che mostra il cardinale Ruini e papa Benedetto XVI]Temo di no. Nulla vieta che un uomo pensi, nel corso delle proprie vicende quotidiane, a volte come un dogmatico, altre volte come un relativista. Tuttavia non è possibile ricondurre sotto un'unica logica quei due opposti, se considerati nella loro essenza.

Una posizione dogmatica, quale essa sia, è tale perché assume che qualcosa sia assolutamente vero, cioè vero per tutti, ora e per sempre. Ciò esclude ipso facto la relativizzazione dell'assunto dogmatico: nel momento in cui si ammette che il tale punto di vista non è l'unico possibile riguardo al suo argomento, lo si è relativizzato, non è più un dogma.

Quest'impossibilità di conciliazione fa sì che alcune questioni su cui l'uomo è chiamato a giudicare, per esempio quelle trattate nei referendum sulla fecondazione assistita, non possano essere decise per mezzo di una logica mista: o si sceglie da dogmatici o da relativisti. Le persone che non hanno una formazione filosofica naturalmente non sapranno di aver giudicato in base a uno dei due sistemi, ma ciò non toglie che la scelta finale adottata (il voto o l'astensione, nel caso dei referendum) sia influenzata da ragionamenti che mettono sul piatto della bilancia, se pure lo fanno, assunti dogmatici e posizioni relativistiche, e alla fine scelgono qualcosa che appartiene al primo o al secondo campo. La cosa paradossale è la presunzione di molti dogmatici di aver giudicato in base a considerazioni del tutto razionali, anzi scientifiche, perché non sono stati in grado di scorgere la debolezza logica delle posizioni che hanno abbracciato ed il sostrato dogmatico su cui poggiavano.

Ciò premesso, appare problematica la posizione di chi presume di poter in qualche misura conciliare ragione e religione, relativismo e dogmatismo. Cito a tal proposito, come espressione di un tal proposito di conciliazione, alcuni passi da un discorso tenuto dall'allora cardinale Joseph Ratzinger alla Katholische Akademie di Monaco, sul tema I fondamenti morali prepolitici dello Stato liberale, riportato da Il Sole 24 Ore in un articolo del 16 maggio 2004.

L'interculturalità mi pare oggi costituisca una dimensione indispensabile per la discussione intorno alle questioni fondamentali sull'essere uomo, discussione che non può essere condotta né solo all'interno del cristianesimo né solo nell'ambito della tradizione occidentale della ragione. (...)

Vi sono nella religione patologie estremamente pericolose, che rendono necessario considerare la luce divina della ragione, per così dire, come organo di controllo, movendo dal quale la religione deve necessariamente farsi purificare e ordinare continuamente. (...) Ma nelle nostre riflessioni si è anche mostrato che vi sono pure delle patologie della ragione (cosa di cui oggi in generale non è altrettanto consapevole l'umanità), una hybris della ragione, che non è meno pericolosa, ma ancora più minacciosa se vista nella sua potenziale efficienza: bomba atomica, uomo come prodotto. Per questo, a sua volta, anche la ragione dev'essere ammonita sui limiti ed esortata a imparare una disponibilità all'ascolto verso le grandi tradizioni religiose dell'umanità. Se essa si emancipa completamente, e abbandona questa disponibilità di apprendere, questa correlatività, essa diviene deleteria. In modo corrispondente io parlerei di una necessaria correlatività tra ragione e fede, ragione e religione, che sono chiamate alla reciproca purificazione e al mutuo risanamento, e che hanno bisogno l'una dell'altra e devono riconoscersi l'un l'altra. (...) È importante per le due grandi componenti della cultura occidentale farsi coinvolgere in un ascolto, in una vera correlatività anche con le altre [culture]. È importante coinvolgerle nel tentativo di una correlazione polifonica, in cui aprano se stesse alla complementarietà essenziale tra ragione e fede, cosicché possa crescere un processo di purificazione universale, in cui in ultima istanza i valori e le norme essenziali in qualche modo conosciuti o presagiti da tutti gli uomini possano conseguire nuova forza d'illuminazione, cosicché possa ritornare ad avere forza operante quanto tiene unito il mondo.

Belle parole indubbiamente. Ma cosa vogliono dire nella pratica? Quando un cattolico si trova a dover scegliere su un tema etico anche solo personale, per esempio sulla possibilità di ricorrere oppure no all'aborto terapeutico nel caso di un feto scoperto affetto da gravi tare genetiche, non può fare una mediazione tra relativismo e fede. O sceglie la posizione libertaria, garantita dalla legge, di interrompere la gravidanza per evitare alla propria famiglia, e al figlio stesso, lo strazio di una vita passata ad assistere una persona gravemente menomata, oppure sceglie di non abortire in ossequio al messaggio, continuamente ripetuto dalla Chiesa in questi giorni, che la vita umana deve essere preservata sempre e comunque.

Sul rapporto tra relativismo e fede è interessante a questo punto considerare il pensiero espresso dal filosofo Emanuele Severino, in un'intervista rilasciata al Corriere della Sera il 19 aprile 2005 e pubblicata con il titolo Il relativismo è una tempesta e porterà alla morte degli eterni.

Professor Severino, che cos'è oggi il relativismo?

Quando si parla di relativismo ci si riferisce alla filosofia. E la Chiesa va innanzitutto ammirata perché anche in questa occasione, attraverso le parole di Ratzinger, mostra la propria capacità di capire il carattere decisivo della filosofia nella storia dell'uomo. Dopo la fine dell'Urss, con le ovvie differenze di impostazione, la Chiesa è rimasta l'unica istituzione planetaria a valorizzare questo carattere.

Ma Ratzinger condanna il relativismo?

Da decenni vado dicendo che la Chiesa sottovaluta la potenza del pensiero filosofico del nostro tempo e lo riduce, appunto, a semplice relativismo. Non riesce a scorgere la potenza concettuale che sta alla radice del relativismo e delle altre forme del pensiero contemporaneo.

Il cardinale ha parlato di dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo...

Non si tratta di dittatura ma dell'invincibilità del pensiero del nostro tempo, che non è semplice scetticismo ingenuo e nemmeno semplice negazione dogmatica della verità, dell'etica e della realtà assolute.

Perché invincibilità?

L'invincibilità è tale soltanto rispetto alla grande tradizione culturale dell'Occidente. Questo discorso invincibile lo si può sommariamente indicare così. Se esiste una verità eterna o un essere eterno, essi sono presenti ovunque: ora, nel passato, nel futuro; e in questo modo essi riempiono ogni vuoto, ovvero quello che deve esistere affinché ci possa essere divenire e storia.

Che cosa intende, professore, con queste due ultime parole?

Mi riferisco ai processi che vanno via via riempiendo e producendo vuoti, creando e annientando.

E allora?

Ma riempiendo ogni vuoto, allora l'eterno cancella proprio quel divenire storico, che anche per la tradizione è l'evidenza suprema. Si evoca Dio per fondare, illuminare, salvare il divenire che sta dinanzi agli occhi. Concludendo, il discorso invincibile mostra che se c'è un eterno non ci può essere il mondo.

Mi sembra che Ratzinger condanni il vento che condiziona ogni giorno le dottrine in cui il mondo di oggi crede...

Non si tratta di un vento, o si può parlare così soltanto in relazione alla superficie degli eventi. È una tempesta quella che porta invincibilmente alla morte degli eterni e di Dio.

E la verità in cui crede il cristiano?

Tutto il discorso di Ratzinger è rigoroso e ripropone, anche a proposito del relativismo, una tematica ricorrente nelle encicliche e nei documenti ufficiali della Chiesa degli ultimi decenni. Ma la verità del cristianesimo è fede, e cioè è volontà che il mondo abbia un senso piuttosto che altri, i quali avrebbero lo stesso diritto di farsi valere. Questo fatto porta la fede in una pericolosa vicinanza alla volontà di potenza e alla violenza. Naturalmente al di là delle intenzioni, quasi sempre molto nobili, degli uomini di Chiesa.

Ma senza la fede, parafrasando l'omelia di Ratzinger, che cosa rimane all'uomo?

Indubbiamente l'uomo non può vivere senza una fede, così come è difficile sopravvivere senza ingannare. La necessità della fede non significa la sua verità, inoltre si fa avanti una fede più forte di quella religiosa: le montagne sono mosse ormai sempre più dalla fede nella tecnica.

Ratzinger condanna il relativismo perché le cose e i valori di cui è portatore scompaiono presto...

La Chiesa e tutta la nostra cultura affermano l'annientamento delle cose del mondo. Su questa persuasione, che è l'autentico omicidio ed enticidio originario, è inevitabile che si arrivi alla morte degli eterni e di Dio. Ma la follia più radicale sta proprio in quella persuasione che identifica le cose e il nulla, sicché la non-follia è l'apparire dell'eternità di ogni situazione, stato, istante del mondo. Il pensiero di Spinoza appartiene a quella follia, ma possiamo servirci di una sua grande affermazione che si legge nell'Etica: Sentimus experimurque nos aeternos esse, ossia: Sentiamo e sperimentiamo di essere eterni. Ma l'eternità autentica non è quella di un padrone, creatore, demiurgo che domina le creature e il divenire.

Severino, come è noto a chi segue almeno a grandi linee le tappe del pensiero filosofico contemporaneo, ritiene che il divenire, cioè il fatto che le cose possano essere e non essere rimanendo le stesse, sia la grande illusione della tradizione culturale occidentale, di quella scientifica come di quella religiosa. Egli nega il divenire e postula l'eternità dell'essere. E' un punto di vista filosofico che trascende sia il dogmatismo religioso che il relativismo scientifico.

Per chiudere questa carrellata con un punto di vista più vicino al contingente delle nostre vicende quotidiane che agli enti eterni della filosofia, riporto nella sua quasi totalità un articolo di Claudio Magris, pubblicato sul Corriere della Sera del 15 giugno e intitolato L'onnipotenza che ci fa paura.

Al referendum sulla legge 40 non si è votato soltanto per abrogare o mantenere alcuni suoi precisi articoli. Si è votato anche - specialmente causa una campagna pro o antireferendaria che ha spesso scorrettamente radicalizzato in termini ideologici la scelta fra i sì e i no - contro o per le trasformazioni della vita e dell'uomo stesso che la scienza e la tecnologia promettono e permettono in una misura esaltante e inquietante, sino a ieri imprevedibile. (...)

(...) L'aborto non pone il problema della manipolazione dell'individuo; di per sé nemmeno il referendum ha posto tale problema, ma il pathos con cui esso è stato vissuto deriva non solo e non tanto dalle ragionate posizioni divergenti su un articolo o un altro della legge 40, bensì dall'oscura, irrazionale ma non infondata sensazione che l'umanità stia vivendo, in tempi incredibilmente e vertiginosamente veloci, una trasformazione radicale, avvertita - con angoscia o con ebbrezza - quasi come una mutazione.

Massimo Salvadori - alieno da ogni seduzione millenarista o apocalittica e allergico a ogni nostalgia tradizionalista e religiosizzante - ha parlato delle inquietudini dell'uomo onnipotente, come dice il titolo di un suo libro, e ne ha indicato la radice: Il sospetto che una potenza che non è mai stata così grande generi non una maggiore sicurezza del vivere, ma al contrario una maggiore insicurezza e un ingovernabile disordine. Il dominio sulla Terra, assegnato all'uomo dalla Bibbia, si è realizzato, in ogni settore, in misura inimmaginabile, facendo dell'uomo quasi un dio capace di creare la vita, ma non ha risolto i problemi fondamentali del vivere; ha accresciuto il divario fra i privilegiati e i dannati a condizioni subumane e dunque ha incrementato le cause di conflitto, e sembra sfuggire al controllo dell'uomo onnipotente, distruggendo la soggiogata madre terra e minacciando dunque di distruggere l'apprendista stregone che di lei vive.

(...)

Tra le inquietudini che più insidiano l'uomo onnipotente c'è la sensazione di manipolare la vita e la natura e quindi se stesso, alterando la propria identità sino al punto da renderla irriconoscibile e dunque di distruggerla, nella sua conformazione millenaria che sino a ieri sembrava immutabile. Tale inquietudine si esprime, quasi sempre, in forme inaccettabilmente irragionevoli e irrazionali. Non esiste, come amano credere i compiaciuti profeti di sventura nostalgici dei bei tempi antichi in realtà mai esistiti, una Natura pura e autentica, che il dissennato progresso tecnologico distruggerebbe. Come sapeva Goethe, la natura - che egli ha amato e cantato più di ogni altro - è tutto; nulla ricade fuori di essa, neanche ciò che sembra negarla e che è invece una delle sue tante, contraddittorie e conflittuali messinscene.

(...)

La manipolazione, in una certa dose, è sempre presente; una fascia che arresta un'emorragia, una protesi dentaria, un antibiotico che uccide bacilli, una camomilla o un tranquillante che inducono a dormire sono tutti «interventi» che interferiscono in un presunto processo «naturale »; quantitativamente sono ben diversi da un'operazione al cervello, dal trapianto di un organo o da una fecondazione in provetta, ma il principio è il medesimo.

Non esiste una natura in sé, autentica incontaminata e immune da interventi, come non esiste un individuo autonomo dalla realtà e dall'azione esterna, a cominciare dal cibo che nutre pure il suo ragionare e dalla cottura del medesimo cibo, invenzione della specie umana né più né meno artificiale dell'alveare o del formicaio. La natura è appunto l'insieme di tutti questi processi, che la costituiscono modificandola in un'incessante metamorfosi. Chi lo dimentica, la offende, come tanta odierna paccottiglia pseudo-culturale e irrazionale che pasticcia falso naturismo e falso misticismo, opponendosi al sapere scientifico e razionale - a quel Logos che, dice il Vangelo, è l'essenza di Dio - e mescolando superstizioni, attese miracolistiche, ciarpame paranormale, sentimentalismo addominale, culti misterici avulsi dal loro contesto storico, oroscopi e buttacarte e magiche diete. Queste artificiose fumisterie sono nemiche della scienza come delle grandi religioni, razionali perché distinguono ciò che è oggetto di ragione da ciò che è oggetto di fede e perché, come diceva il cattolico Chesterton, sono permeate di genuino materialismo ossia capaci di fare i conti con la materia di cui è fatto il mondo creato da Dio, con le sinapsi di neuroni in cui si è incarnato il Verbo. Se quest'ansia dell'uomo onnipotente assume spesso toni regressivi e ottusi, essa tuttavia è, nella sua genesi, giustificata e troppo spesso molti scienziati - anziché rispondere razionalmente alle sue domande, formulate irrazionalmente ma obiettivamente fondate - arricciano prettamente il naso con un'aria di superiorità e si trincerano dietro la propria regola interna, che è quella di oltrepassare senza sosta le proprie frontiere senza preoccuparsi delle conseguenze. Einstein, Oppenheimer o Szilard, che si sono posti angosciosamente il problema delle conseguenze delle loro scoperte, non la pensavano così; grandissimi scienziati, sapevano che nemmeno la scienza è un valore supremo e fine a se stesso, indifferente come un truce dio tribale a ciò che i propri risultati significano per l'umanità.

Ogni differenza, come s'è detto, è quantitativa, ma oltre un certo punto la differenza di quantità diviene un salto di qualità. Tutto è manipolazione, ma la diversità fra la piombatura di un dente e la clonazione viene legittimamente percepita come un conturbante cambiamento che rischia di mutare il volto stesso dell'uomo. Oggi è teoricamente e materialmente possibile che una donna abbia un figlio da se stessa, senza il concorso di alcun partner - in una vera partenogenesi o autoclonazione - prendendo un nucleo di una sua cellula somatica e inserendola in un suo ovocita da cui sia stato tolto il pronucleo. Questo comporta, potenzialmente, una mutazione antropologica e culturale radicale, perché il sesso, la riproduzione e il loro rapporto - potremmo anche dire l'amore - costituiscono una caratteristica fondamentale di una civiltà e anche di una specie; fra l'accoppiamento dei pesci e l'amore cortese c'è una differenza che noi percepiamo come qualitativa, ma anche la differenza tra una società che pratica il sacrificio del primogenito e una che costruisce nidi ed asili è una differenza che cambia sostanzialmente il modo di essere umani.

È comprensibile che, ad esempio, le sperimentazioni sugli embrioni sconcertino non solo chi vuole tutelare il diritto dell'individuo nella fase iniziale della sua esistenza, ma anche chi vede e teme l'avvio di interventi sulla vita che potrebbero mutare il volto dell'uomo così come lo conosciamo. È stato Nietzsche a prevedere, ben più di un secolo fa, una tale mutazione antropologica e culturale, l'avvento di un «oltre-uomo», di un nuovo stadio dell'evoluzione maturato non nei lentissimi tempi del passato, ma a velocità insostenibile. Pure chi sa di essere ben diverso dai propri lontanissimi avi di epoche remote, dai nostri trisavoli scimmieschi o roditori o creature ancor più primordiali, rilutta a pensare che i suoi pronipoti possano essere un giorno altrettanto diversi da lui. Queste sono prospettive fantascientifiche, delle quali è facile e giusto sorridere.

Ma alcuni cambiamenti già in atto ed alcune ventilate possibilità sono già abbastanza destabilizzanti. Ed è inutile assicurare che, anche quando ad esempio la clonazione umana fosse possibile, non la si farà, perché tutto ciò che è possibile viene, prima o dopo, messo in atto, come dimostrano Hiroshima o Nagasaki. C'è sempre la tentazione di credere che ciò che è materialmente fattibile sia anche sempre moralmente lecito.

Non è la natura a essere in pericolo, come vociferano gli ecologisti; i gas inquinanti, il virus dell'Aids o i terremoti non minacciano la natura, bensì la nostra specie, alla quale la natura non è certo più interessata che agli estinti dinosauri. Se la nostra specie si estinguesse, non sarebbe uno scandalo cosmico, tuttavia è spiegabile che noi ce ne preoccupiamo, più di quanto ci preoccupi la scomparsa dell'okapi o la disintegrazione di un meteorite. Non è nemmeno la religione a essere minacciata, perché l'infinito abisso di Dio, in cui tutto fiorisce precipita e ritorna e in cui ogni rosa sta nella eternità, abbraccia la clonata pecora Dolly come il susseguirsi delle ere geologiche e i gigli dei campi.A sentirsi minacciato è qualcosa di più modesto, ma per noi insostituibile: l'umanesimo, il volto e il posto dell'uomo. La nostra etica, la nostra visione del mondo, il senso della nostra vita si fondano su un presupposto che probabilmente non regge, ma a cui non possiamo rinunciare, ossia sulla distinzione qualitativa, assoluta fra l'uomo e il resto del creato. L'uomo, così come da millenni e millenni è stato formato dall'evoluzione, è per noi qualcosa di radicalmente altro dal resto dell'evoluzione, qualcosa di assoluto. Questo postulato, se andiamo a ritroso nella storia fino alle origini della vita, probabilmente non tiene, ma non ne possiamo fare a meno. Può darsi che, dal punto di vista cosmico, lo sterminio di un popolo non sia troppo diverso da quello di una specie animale, ma per noi, anche se amiamo gli animali e aborriamo le loro sofferenze, quella differenza è una frontiera invalicabile. Quando pensiamo all'uomo, lo pensiamo come lo conosciamo - e come si è riprodotto - da millenni e millenni. Se abbiamo, a torto o a ragione, l'impressione che qualcosa possa cambiare in quest'ambito essenziale della nostra umanità, ne siamo sgomenti.

Nella campagna referendaria è risuonata forse un po' troppo reboante la tromba del Progresso. Come ha scritto Salvadori, non è la fede in un infinito Progresso - aberrante come ogni fede dogmatica - che può confortarci, bensì la fede, umanistica e illuminista, in tanti piccoli, diversi progressi possibili, che possono aiutarci a vivere un po' meglio; a essere, con più giustizia, quello che siamo.

Il discorso di Magris punta a identificare la radice psicologica della chiusura che ha fatto prevalere nei recenti referendum, e di gran lunga, la posizione conservatrice sulla posizione progressista: la chiusura è nata secondo lui dalla paura che l'uomo, attraverso le manipolazioni genetiche su DNA, gameti ed embrioni, possa finire con lo smarrire la propria identità. L'astensione e i "no" hanno significato dunque il rifiuto di dare il proprio beneplacito alla trasformazione della specie umana in qualcosa di diverso e di sconosciuto. Il dogmatismo religioso, così, ha avuto buon gioco sul relativismo perché ha sfruttato la paura dell'ignoto che, per l'uomo contemporaneo, è molto forte e viva, dato l'enorme potere di trasformazione di cui dispone.

Ciò nondimeno, conclude Magris, l'idea che la natura sia un "in sé" che l'uomo non dovrebbe toccare è smentita dal fatto che l'attività dell'uomo, fin dalla preistoria, è sempre stata una continua manipolazione della natura. Non esiste anzi un "artificiale" separato dal "naturale". L'uomo, con la sua intelligenza e il suo potere di trasformare il mondo, è natura al pari delle piante e degli animali.

Alla fine di tutto, la trasformazione, anche quella genetica, deve o dovrebbe essere considerata una possibilità del tutto in linea con il nostro cammino evolutivo. Ciò che la distingue da manipolazioni di minor impatto sulla realtà (come una fasciatura o la piombatura di un dente) non è una differenza di qualità, ma una differenza di grado. Con ciò mi sembra che anche Magris accetti e confermi la preferibilità di un relativismo attento e consapevole ai divieti imposti da un dogmatismo in cui fede e paura prevalgono sul desiderio di conoscenza e di innovazione.

Articolo di Michele Diodati pubblicato il  18/6/2005 alle ore 18,45.

Indice del Pesa-Nervi | Diodati.org

Inizio pagina.