Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Norberto Bobbio, Benjamin Constant e gli attentati alla libertà di stampa

Un pensiero di Benjamin Constant, tratto da un libro di Norberto Bobbio.

Faccio seguito ad un mio articolo precedente per proporre qualcosa che "ci azzecca" e, insieme, per una mia tardiva, personalissima riparazione.

Non so quanti, sul finire d'anno, abbiano trepidato per la vita dell'anziano senatore Norberto Bobbio, più che novantenne, ricoverato in ospedale per l'aggravarsi delle già precarie condizioni di salute. Probabilmente pochi.

Già il secolo scorso si chiuse, portando con sé una messe d'uomini di cultura, spesso senza che per loro si spendesse non dico una parola sentita di rimpianto, almeno un distratto saluto. E il dischiuso millennio vede andarsene, come foglie d'autunno, chi ha portato oltre la sua soglia la memoria viva, onorevole e grave del secolo concluso.

E' stato quindi con pensiero riverente e ben augurante che ho ripreso dalla mia libreria un'Introduzione alla Costituzione ch'egli pubblicò nel 1972 insieme a Franco Pierandrei. Per leggerne un poco e sentirmi vicino all'uomo sofferente.

Il manualetto resiste agli anni anche se un po' spiegazzato - come me, come la nostra Italia - e mi riporta a un tempo felice quando, più che gli ideali, premevano gli ormoni e apposta era più vitale il sentimento della libertà.

Proprio al paragrafo La libertà spirituale, che introduce e spiega l'articolo 21 della Costituzione, ritrovo un pensiero di Benjamin Constant, che nel mio tempo verde evidenziai con una nota: NO. Per risparmiare davvero poca fatica nello studio, vedi che sciocco!

Così, con adolescenziale leggerezza mi privai di ritenere appieno l'insegnamento di Bobbio, della chiara verità additata in quelle poche parole dell'autore di Adolphe e di quel Cours de politique costitutionelle, da cui appunto sono tratte. Riparo adesso e ve ne faccio dono.

Domandandosi, nel periodo della Restaurazione, quali fossero le conseguenze degli attentati alla libertà di stampa, così rispondeva Constant: esasperare gli scrittori che hanno il sentimento dell'indipendenza, inseparabile dall'ingegno, costringere ad allusioni che diventano tanto più amare quanto più sono indirette; rendere necessaria la circolazione di scritti clandestini, e, tanto più pericolosi, alimentare l'avidità del pubblico per gli aneddoti, i fatti personali, i princìpi sediziosi; dare alla calunnia l'aspetto sempre attraente del coraggio; infine attribuire un'importanza eccessiva alle opere proibite (Parigi, 1818, volume I, pagina 150).

Articolo di Vittorio Bica pubblicato il  4/1/2004 alle ore 22,11.

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