Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

La paura della libertà

Osservazioni sulla libertà tratte da un film, «Magdalene» di Peter Mullan, e da un filosofo, Benedetto Croce.

Un paio di giorni fa ho visto un film bellissimo: «Magdalene» di Peter Mullan. E' la storia di tre ragazze irlandesi che, negli anni '60, vengono segregate per alcuni anni in un convento-prigione - come ce n'erano tanti in quel periodo - per presunte colpe sessuali.

Una delle tre ragazze, dopo quattro anni di sofferenze indicibili, si trova per caso di fronte ad una porta aperta nella recinzione del convento. Ha solo la campagna di fronte a sé, può finalmente fuggire. Ferma un'automobile per chiedere un passaggio, ma, al momento di salire a bordo, la paura della libertà l'attanaglia. Rimane come un'imbambolata di fronte al guidatore dell'auto, che esclama: Che roba! Ora prendono anche i ritardati in questo posto, e quindi riparte, accelera e scompare. E la ragazza getta un altro sguardo struggente verso la campagna, cioè verso la libertà, e poi rientra di sua spontanea volontà in "prigione".

La scena che ho raccontato evoca secondo me molto bene la paura della libertà, ma solo di una particolare accezione di «libertà»: la libertà da qualcosa. Nel caso della protagonista del film, la libertà dalle sevizie e dalla prigionia nel convento.

Benedetto Croce parla della schiera dei desideri contingenti della vita (anche la fuga dalle sevizie di un convento-prigione è filosoficamente un desiderio contingente...) come di una fonte certa di insoddisfazione.

Ecco un brano tratto da Filosofia della pratica. Economica ed etica:

...l'amante, deluso dal matrimonio, si volgerà ad altri amori; l'ambizioso, stufo della vita politica, penserà a nuove ambizioni, o a quella di non averne alcuna, chiudendosi nella cosiddetta pace domestica; il cercatore di fama letteraria vagheggerà l'ozio, il silenzio e l'oblio. Ma invano: l'insoddisfazione perdura. E perdurerà sempre, e la pallida Cura si assiderà sempre dietro di noi, sulla groppa del nostro cavallo, se non sapremo strappare al contingente il suo carattere di contingente rompendone la malìa e arrestandoci di colpo in quel progressus ad infinitum, di cosa in cosa, di piacere in piacere, al quale esso ci spinge; se non sapremo, nel contingente, inserire l'eterno, nell'individuale l'universale, nel libito il dovere. Allora soltanto si acquista l'interna pace, la quale non è dell'avvenire ma del presente, perché nell'istante è l'eternità, per chi sappia riporvela.

Verso la fine della sua evoluzione di pensatore, Croce pensa che l'unica e vera libertà possa essere garantita all'uomo solo dall'azione morale. Ne La storia come pensiero e come azione dice infatti:

...l'azione che mantiene nei loro confini le singole attività, che tutte le eccita ad adempiere unicamente il loro ufficio proprio, che si oppone in tal modo al disgregamento dell'unità spirituale, che garantisce la libertà, è quella che fronteggia e combatte il male in tutte le sue forme e gradazioni, e che si chiama l'attività morale.

Le due citazioni del pensiero di Croce sono tratte da Giuseppe Pezzino. La libertà e il bene in Benedetto Croce. Il PDF di questo breve saggio è il primo risultato che si ottiene interrogando Google con «Benedetto Croce» e «libertà».

Articolo di Michele Diodati pubblicato il  7/1/2004 alle ore 1,14.

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