Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Ancora cervelli in fumo

L'indignazione satirica, da Giovenale a Sabina Guzzanti, passando per Aristotele, Milton, Eco, Petrolini e Gaber.

Si natura negat , facit indignatio versum, se manca il genio, fa poesia l'indignazione scrisse il poeta latino Giovenale (60 ca. - 140 ca. d.C.) esplodendo le sue Saturae, dove fustigò senza risparmio i vizi di una Roma decadente, preda della prepotenza del denaro, in cui l'onestà è lodata, ma muore di freddo.

Italicissima è quindi l'indignatio che respira nelle righe di Giorgio Beltrammi, e pure il suo genio satirico, meritevole di essere coltivato e affilato.

A Giovenale, ricordo, dobbiamo molte locuzioni che, più o meno a proposito, ancora usiamo, talvolta per parlare forbito. Tra queste, una mi pare che faccia al caso in questione: panem et circenses.

Ormai, da quando non si vendono più i voti, ha perso ogni interesse; un tempo attribuiva tutto lui, potere, fasci, legioni; adesso lascia fare, spasima solo per due cose: pane e giochi. Così Giovenale accusava il popolo romano, dimentico della sua dignità di legittimatore d'ogni pubblico potere, invischiato per miseria e convenienza nei rapporti clientelari e abbindolato dal grandioso apparato spettacolare dei giochi circensi.

Nel disastro della sua Roma, Giovenale, egli stesso insofferente cliens, sbottò: ... è difficile non scrivere satire. Ma chi può sopportare una città così perversa? Bisognerebbe essere di ferro per trattenersi .... Per pungere i vivi, però, trovò più cauto insolentire i morti, quelli che sono sepolti lungo la Via Flaminia e la Latina.

Un po' come il grande Ettore Petrolini.

Impossibile dimenticare il suo irresistibile Nerone, adombrante Mussolini, che nelle riprese di Blasetti offriva in un perfetto latinorum panem et circentibus al popolo teatrale e bue, già ammansito dalla promessa di far risorgere, dopo l'incendio, Roma più bella e superba che pria.

La locuzione era storpiata apposta e pronunciata a maggior sfregio dopo la battuta E' piaciuta questa parola... pria... Il popolo quando sente delle parole difficili si affeziona... Ora gliela ridico... Più bella e più superba che pria, e giù l'irresistibile susseguirsi dei bravo! e grazie!, fino a osservare: Lo vedi all'urtimo come è il popolo? Quando si abitua a dire che sei bravo, pure che non fai gnente, sei sempre bravo!

Non c'è mai nulla di nuovo sotto il sole.

Ora come allora, lo scrittore e l'attore satirico devono ricordare l'ammonimento di Giovenale: Ma ogni volta che Lucilio, la spada in pugno, freme di sdegno, chi l'ascolta, con la mente stretta dai propri crimini, si fa di fuoco e il cuore trasuda colpe segrete. Odio e lacrime alla fine. Pensaci bene prima di dar fiato alle trombe: con l'elmo in testa non si evita il duello.

Sabina Guzzanti che, per la citazione colta del film Kill Bill di Quentin Tarantino, ha osato agitare la katana, ne sa bene qualcosa. Tuttavia, pure se ha patito la censura e la querela per non avere accettato di autocensurarsi troppo, almeno lei avrà la soddisfazione di fare respirare la cultura in qualche aula di tribunale, spiegando cosa è la satira e chi sia Lucilio.

A noi, invece, il fiato resta corto e la luce del tubo catodico probabilmente continuerà a friggere i cervelli, più che illuminarli. Anche se il segnale sarà diventato digitale e si moltiplicheranno i canali per magia, se nulla cambia s'aprirà inevitabilmente più profondo il solco del nostro analfabetismo di ritorno.

Già ora, mi immagino gli archivi delle televisioni organizzati come la biblioteca del cupo monastero di Il nome della rosa di Umberto Eco, con un FINIS AFRICAE per occultare le opere proibite. La videocassetta di RaiOT come il secondo libro della poetica di Aristotele dedicata alla commedia e al riso.

Ricordate? Là c'era Jorge da Burgos, monaco benedettino cieco e fedele alla sua regola (verba vana aut risui apta non loqui) fino all'omicidio, fino a distruggere l'odiato libro, fino alla distruzione di tutti i libri.

Bandire un buon libro è quasi lo stesso che uccidere un uomo e in un certo senso è ancora peggio: perché chi uccide un uomo uccide una creatura dotata di ragione, fatta ad immagine di Dio; ma chi distrugge un buon libro uccide la ragione stessa, ammonì l'autore di Paradise lost, John Milton, nel suo celebre saggio Areopagitica (1644), in difesa della libertà di stampa.

Ci sarà mai un Guglielmo da Baskerville che svelerà il segreto del nostro omicidio, al quale l'agelasta di turno potrà rivolgersi con le stesse parole del romanzo di Eco, senza che però accada l'incendio finale?

Questo libro potrebbe insegnare che liberarsi della paura del diavolo è sapienza. Quando ride, mentre il vino gli gorgoglia in gola, il villano si sente padrone, perché ha capovolto i rapporti di signoria: ma questo libro potrebbe insegnare ai dotti gli artifici arguti, e da quel momento illustri, con cui legittimare il capovolgimento. Allora si trasformerebbe in operazione dell'intelletto quello che nel gesto irriflesso del villano è ancora e fortunatamente operazione del ventre. Che il riso sia proprio dell'uomo è segno del nostro limite di peccatori. Ma da questo libro quante menti corrotte come la tua trarrebbero l'estremo sillogismo, per cui il riso è il fine dell'uomo! Il riso distoglie, per alcuni istanti, il villano dalla paura. Ma la legge si impone attraverso la paura, il cui nome vero è timor di Dio.

Di quale Dio oggi dovremmo aver paura e di quale demonio potremmo ridere?

Le Edizioni Paoline hanno pubblicato un interessante dossier: Si può ancora ridere di Dio - la satira religiosa dopo l'11 settembre (Jesus, 4 aprile 2002).

Vi si legge, tra gli altri, un intervento dei simpatici autori della trasmissione radiofonica Il ruggito del coniglio, Antonello Dose e Marco Presta, intitolato ovviamente Il ruggito del divino:

... Il vero problema, secondo il nostro modesto parere, non è se si possa ancora ridere di Dio, ma se si possa ridere delle divinità contemporanee. Provatevi a lavorare nello spettacolo e a deridere pubblicamente il vostro sponsor. Al confronto di quello che vi accadrebbe, la terribile distruzione di Sodoma e Gomorra apparirebbe come una puntata de «Lo Zecchino d'oro». E i sondaggi durante una campagna elettorale? Vengono tenuti nascosti come in un tabernacolo e nessun opinionista o politico oserebbe criticarne il responso, come fosse quello dell'oracolo di Delfi. E non è forse vero che anche il più arguto comico televisivo perde il buonumore di fronte al responso del dio Auditel?...

Il mercato è il demonio, il mercato è Dio, cantò Giorgio Gaber.

Aveva ragione, ma è comunque un antinomìa difficile da risolvere per chiunque.

Figuriamoci per chi ha il cervello in fumo!

Commenti dei lettori

  1. Commento di vittorio Bica - 19/3/2008 ore 10,16

    E' molto interessante il vs. articolo e sono quasi totalmente d'accordo, la cosa che più mi impressiona è "la pubblicità che appare alla fine".
    Schizofrenia, vittime inevitabili o furboni? Come vi si deve considerare?
  2. Commento di Vittorio Bica - 20/3/2008 ore 0,53

    Rispondiamo all'estensore del primo commento.

    A nostro vedere le possibilità sono solo due: o siamo evidentemente dei matti come e peggio di Antonine Artaud, o siamo più verosimilmente delle vittime, ma di chi non ha la minima nozione della netiquette, oltre che della Legge, se non si fa scrupolo di abusare dell'altrui identità.

    Lo decidano i lettori, prima che il curatore del blog.

Articolo di Vittorio Bica pubblicato il  7/1/2004 alle ore 0,38.

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