Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Gli attentati di Londra e il loto delle nevi

Piuttosto che promettere rinnovati sforzi di polizia contro quel terrorismo internazionale che ieri ha portato morte e distruzione nella metropolitana di Londra, converrebbe chiedersi se non valga la pena di ripensare fin dalle radici il nostro rapporto con il mondo naturale e con i nostri simili.

Quando ero un ragazzino, mi pare che avessi intorno ai quindici anni, lessi, come tanti altri adolescenti in tutto il mondo, Avere o essere? di Erich Fromm. Del libro mi rimase impresso in particolare un paragone dell'autore tra il modo di rapportarsi a un fiore durante una passeggiata da parte di due poeti, il giapponese Basho e l'inglese Tennyson. Era un esempio che spiegava perfettamente la differenza tra le due mentalità - quella dell'essere e quella dell'avere - su cui era imperniato il libro. Sono riuscito a recuperare quel brano, che riporto qui di seguito dopo averlo ritrovato in una copia recente del libro (Erich Fromm, Avere o essere?, Mondadori, collana "I miti", Milano 1996, pagg. 32-34 e 36-37).

Foto di
Erich Fromm

Per introdurre il lettore alla comprensione della differenza tra le modalità esistenziali dell'avere e dell'essere, mi sia lecito servirmi, a mo' di illustrazione, di due composizioni poetiche di contenuto affine, citate dal defunto D.T. Suzuki in Lectures on Zen Buddhism. Una è un haiku o haikai di un poeta giapponese, Basho, vissuto tra il 1644 e il 1694; l'altra composizione è di un poeta inglese del XIX secolo, Tennyson. Ognuno dei due autori descrive un'esperienza affine: la sua reazione alla vista di un fiore in cui si imbatte durante una passeggiata. I versi di Tennyson suonano:

Flower in a crannied wall,
I pluck you out of the crannies,
I hold you here, root and all, in my hand,
Little flower - but if I could understand
What you are, root and all, and all in all
I should know what God and man is.
*

Tradotto in inglese, lo haiku di Basho suona all'incirca così:

When I look carefully
I see the nazuna blooming
By the hedge!
**

La differenza è enorme. La reazione di Tennyson alla vista del fiore consiste nel desiderio di averlo, e infatti lo strappa e lo tiene in mano radici e tutto. E, se è vero che Tennyson conclude i suoi versi con la riflessione intellettualistica sulla possibile funzione del fiore al servizio della sua comprensione della natura di Dio e dell'uomo, per quanto riguarda il fiore questo resta ucciso in conseguenza dell'interesse che per esso nutre il poeta. Come risulta dalla sua composizione, Tennyson può venire paragonato allo scienziato occidentale che cerca la verità col metodo consistente nel disgregare la vita.

Di tutt'altro genere è la reazione di Basho al fiore. Egli non desidera coglierlo, anzi neppure lo tocca. Si limita a guardarlo attentamente per vederlo. Ecco ora le spiegazioni fornite da Suzuki:

E probabile che Basho stesse passeggiando lungo una strada di campagna quando scorse, accanto a una siepe, qualcosa di poco appariscente. Avvicinatosi, osservò attentamente quel che aveva scorto e constatò che si trattava di una pianticella selvatica, alquanto insignificante e di norma neppure notata dai passanti. Quello descritto nella composizione poetica, è dunque un banale evento, e un sentimento poetico specifico trova espressione forse soltanto nelle ultime due sillabe, che in giapponese si dicono kana. Si tratta di una particella, che spesso si trova connessa a un sostantivo, aggettivo o avverbio, e che designa un certo sentimento di ammirazione, approvazione, dolore o gioia, e che a volte può essere appropriatamente tradotto in inglese con un punto esclamativo, che nello haiku in questione costituisce appunto il culmine dell'intero ultimo verso.

A quanto sembra, Tennyson ha bisogno di possedere il fiore per comprendere i suoi simili e la natura, ma il fatto di averlo comporta, come s'è detto, la distruzione del fiore stesso. Ciò cui Basho aspira, è vedere e non soltanto guardare il fiore: essere tutt'uno con esso, «identificarsi» col fiore e lasciarlo vivere.

[...]

Il rapporto che Tennyson istituisce con il fiore rientra nella modalità dell'avere ovvero del possesso, sia pure non materiale, trattandosi in questo caso del possesso della conoscenza. Il rapporto con il fiore di Basho e Goethe, è invece tale per cui entrambi lo vedono secondo la modalità dell'essere. Con «essere» intendo quell'atteggiamento esistenziale in cui non si ha nulla né si aspira ad avere alcunché, ma si è in una condizione di gioia, si usano le proprie facoltà in maniera creativa, si è tutt'uno con il mondo.

Goethe, il grande innamorato della vita, uno di coloro che con più vigore hanno lottato contro la disgregazione e la meccanizzazione dell'uomo, ha espresso la condizione dell'essere contrapposta a quella dell'avere in molte sue opere. Il Faust è una descrizione, in termini drammatici, del conflitto appunto tra essere e avere (quest'ultimo rappresentato da Mefistofele), e nella breve composizione seguente Goethe esprime con la massima semplicità la qualità dell'essere:

Eigentum

Ich weiß, daß mir nichts angehört
Als der Gedanke, der ungestört
Aus meiner Seele will fließen,
Und jeder günstige Augenblick,
Den mich ein liebendes Geschick
Von Grund aus läßt genießen.
***

La differenza tra essere e avere non è essenzialmente quella tra Oriente e Occidente, ma piuttosto tra una società imperniata sulle persone e una società imperniata sulle cose. L'atteggiamento dell'avere è caratteristico della società industriale occidentale, in cui la sete di denaro, fama e potere, è divenuta la tematica dominante della vita. Società meno alienate, come a esempio la medioevale, quelle degli Zuñis dell'America Centrale e le tribali africane non impregnate delle idee del moderno «progresso», hanno tutti i loro Basho. Non è escluso che, tra qualche altra generazione industrializzata, anche i giapponesi abbiano i loro Tennyson. E non è che l'Uomo Occidentale non sia in grado di comprendere appieno i sistemi orientali, ad esempio il Buddhismo Zen (contrariamente a quello che riteneva Jung): accade invece che l'uomo moderno non riesca ad afferrare lo spirito di una società che non si accentri sulla proprietà e la brama di possesso. In effetti, gli scritti di Maestro Eckhart (di altrettanto ardua comprensione di Basho o dello Zen) e gli scritti del Buddha non sono che due dialetti della stessa lingua.

[*] Letteralmente: Fiore in un muro screpolato, / ti strappo dalle fessure, / ti tengo qui, radici e tutto, nella mano, / piccolo fiore - ma se potessi capire / che cosa sei, radici e tutto, e tutto in tutto,/ saprei che cosa è Dio e cosa è l'uomo. [N.d.T.]

[**] Letteralmente: Se guardo attentamente / vedo il nazuna che fiorisce / accanto alla siepe!. Si ricordi che lo haiku consta di soli tre versi di cinque, sette e cinque sillabe rispettivamente (modulo derivato da un antico passatempo poetico, le cosiddette renga o poesie a catena). La sua traduzione è pressoché impossibile, ma imitazioni se ne possono trovare nella poesia europea contemporanea, specie nella poesia «pura» francese e nell'italiana tra impressionistica ed ermetica, ad esempio nell'essenzialità quasi epigrammatica di Ungaretti in L'Allegria, 1919. [N.d.T.]

[***] Letteralmente: POSSESSO. Io so che nulla mi appartiene al mondo / fuorché il pensiero, flutto imperturbato / che vuol sgorgare dall'anima mia, / e ogni istante giocondo / in cui benigno un fato / di goder mi concede dal profondo. [N.d.T.]

Ma perché mi è ritornato alla mente proprio oggi il libro di Erich Fromm? Per un motivo molto semplice: la lettura del seguente articolo, datato 7 luglio 2005, tratto dal sito de Le Scienze online:

Il loto delle nevi rimpicciolisce

Nell'ultimo secolo la specie si è significativamente ridotta

In un articolo pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, alcuni ricercatori della Washington University di St. Louis scrivono che la raccolta del loto delle nevi himalayano, un ingrediente della medicina tradizionale e un popolare souvenir, ha portato a un significativo rimpicciolimento della specie selvatica.

Il fiore, che si trova ad elevate altitudini nell'Himalaya orientale, è ricercato dai turisti e usato nella medicina tradizionale tibetana e cinese. Delle due specie di loto delle nevi, Saussurea laniceps e Saussurea medusa, la prima è quella maggiormente ambita, e ne vengono colti soprattutto gli esemplari più grandi. I fiori vengono presi durante il loro unico periodo di fioritura, e pertanto solo le piante risparmiate possono propagare il proprio materiale genetico.

Wayne Law e Jan Salick hanno studiato come è cambiata la dimensione del loto delle nevi in queste condizioni. I ricercatori hanno esaminato esemplari raccolti nel secolo scorso e campioni selvatici moderni, confrontando inoltre i cambiamenti nel tempo fra le due specie.

I risultati mostrano che S. laniceps si è rimpicciolita durante tutto lo scorso secolo, e particolarmente nelle aree più soggette a raccolta. Lo stesso trend non è stato osservato in S. medusa, che viene colta molto più raramente. La scoperta rivela come gli esseri umani possano inconsapevolmente guidare l'evoluzione di una specie, un aspetto che andrebbe considerato quando si gestisce la conservazione delle specie in pericolo.

Wayne Law, Jan Salick, Human-induced dwarfing of Himalayan snow lotus, Saussurea laniceps (Asteraceae). Proceedings of the National Academy of Sciences (2005).

Insomma, un po' per il piacere estetico di cogliere gli esemplari più belli e più grandi, un bel po' per il «piacere» commerciale ricavato dalla vendita di questi fiori, usati nella medicina tradizionale, gli esseri umani hanno peggiorato geneticamente il loto delle nevi, minandone addirittura la sopravvivenza.

Foto di
Un loto delle nevi

Fatti del genere dimostrano che la mentalità del possesso, di cui le multinazionali sono la massima espressione, vince oggi nettamente sulla mentalità dell'«essere» in armonia con la natura. Purtroppo la «brama degli oggetti» ha colpito anche zone del mondo che ne erano in passato immuni. Servirebbe una gigantesca opera di educazione (o di rieducazione) degli esseri umani. Servirebbe che ci venisse insegnato fin da piccoli ad amare la bellezza della natura come un tutto: a rispettare gli alberi, le foreste, i mari, i corsi d'acqua, i fiori, gli animali; a servirci della natura senza devastarla; ad usarla sì, ma con moderazione. Invece questa maledetta brama di possesso ci ha privato della capacità di scorgere la bellezza senza distruggerla.

Di fronte ai drammatici fatti di ieri, agli attentati terroristici che hanno disseminato morte e distruzione nella metropolitana di Londra, la cosa più facile sarebbe abbandonarsi alla retorica dello sdegno, per la barbarie con cui gli assassini hanno colpito. E' quello che in sostanza hanno fatto tutti i politici intervistati senza sosta da radio, giornali e televisioni, nel grande circo mediatico, messo in scena ogni volta che capita di poter offrire al pubblico lo spettacolo della morte in diretta.

Per quanto mi riguarda, preferisco astenermi da questa insulsa retorica. La violenza degli assassini suicidi ha radici non solo nel fanatismo islamico, ma anche nel desiderio di contrastare il devastante colonialismo occidentale, che non si attua più, come un tempo, attraverso il controllo politico dei territori, ma attraverso l'imposizione di un modello di vita che, sotto la superficie dei grandi ideali democratici, si rivela profondamente nevrotico e contraddittorio.

Piuttosto che promettere vendetta ai terroristi, avremmo bisogno di ripensare profondamente i nostri modelli di vita e di relazione con gli altri e con la natura. Avremmo bisogno di capire che quella mentalità che sta portando il loto delle nevi verso l'estinzione è il vero nemico da combattere, molto più subdolo e pericoloso dei terroristi di Al-Qaeda.

Commenti dei lettori

  1. Commento di La pulce d'acqua - 10/7/2005 ore 19,54

    C'è stato un tempo nel quale, gli uomini vivevano dei soli frutti spontanei della terra.
    In questo tempo, si percorrevano grandi distanze per andare a raccogliere le graminacee che servivano all'alimentazione umana.
    Durante il trasporto, le spighe più deboli cadevano, e solo le più forti riuscivano ad arrivare nel centro dell'aia, ancora attaccate al culmo.
    Questo modo di procedere, assolutamente involontario da parte dell'uomo, produsse una selezione naturale nelle spighe di graminacea, creando ivolontariamente una specie più resistente.
    Ci vollerò anni perché un uomo un giorno capì, che si potevano piantare quelle spighe e produrre in proprio il grano che serviva alla comunità.

    Ci sono vari modi in cui modifiche introdotte dall'uomo nell'ambiente, apportano benefici, una è questa.
    Potremmo parlare per ore di allevamento e zootecnia, ma la realtà è che noi viviamo un reale distacco dalla vita concreta; oggi un bambino può arrivare a credere che la bistecca nasca nei supermecati.

    O che Bush è una brava persona :-)

    M.
  2. Commento di Michele Diodati - 11/7/2005 ore 12,23

    E' vero, oggi nei paesi occidentali c'è un fortissimo distacco dalla natura, soprattutto da parte delle nuove generazioni vissute in città. Ciò rende più difficile quell'opera di rieducazione di cui parlavo nell'articolo.

    Non si tratta però solo di riscoprire la natura, ma di ripensare il rapporto dell'uomo con il mondo circostante: rapporti basati sul profitto, sul possesso, sulla filosofia del consumo (da cui «consumismo»), piuttosto che dell'uso responsabile, sono deleteri. Andare a vedere gli animali negli zoo, anche se ormai li chiamiamo "bioparchi" e non più "zoo", fa parte del problema. Come fa parte del problema il safari in Africa fatto invadendo le riserve naturali con gipponi terrificanti, dal rombo assordante, superinquinanti, lasciandosi dietro montagne di rifiuti.

Articolo di Michele Diodati pubblicato il  8/7/2005 alle ore 17,32.

Indice del Pesa-Nervi | Diodati.org

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