Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

«Alziamoci, andate!»

L'Occidente è in guerra contro il terrorismo islamico, ma il prezzo della guerra lo paga di solito la gente comune, non chi impartisce gli ordini e decide le strategie.

I capi dell'Occidente colpito dagli attacchi terroristici fanno sfoggio di sicurezza, proclamando, con tutta l'enfasi retorica di cui sono capaci, che l'Occidente democratico non si lascerà piegare da questo subdolo nemico, che gli attentatori saranno assicurati alla giustizia, insomma che sarà dura, ma alla fine vinceremo la guerra. Qualunque cosa faranno, è la nostra determinazione a far sì che non riescano a distruggere ciò che amiamo in questo paese e nelle altre nazioni civili del mondo, ha dichiarato Tony Blair nel suo discorso alla nazione, dopo il massacro di Londra del 7 luglio.

Belle parole. C'è però qualcosa che stona terribilmente.

Stona il fatto che le parole sono da capo carismatico, ma non le azioni. I veri capi carismatici le guerre le conducono in prima persona, non mandano gli altri a combatterle al posto loro.

Proviamo a fare qualche paragone scomodo. Anno 334 a.C.: Alessandro Magno combatte alla testa delle truppe macedoni nella battaglia del fiume Granico, che cambierà il corso della storia. Ecco una breve descrizione dei fatti, nel racconto di Umberto Maiorca (Storiadelmondo n.10, 2 giugno 2003).

Allo spuntare dei primi chiarori Alessandro, indossato l'elmo di bronzo argentato a forma di leone con le fauci spalancate, mosse l'esercito nel più assoluto silenzio e attraversò il Granico. Come i cavalli immersero i garretti nell'acqua risuonò l'allarme delle guardie persiane. Incurante delle frecce che piovevano dalla sponda opposta, Alessandro guidò personalmente la carica attraverso il guado, piombando sui persiani che si stavano organizzando. L'esercito persiano era accampato, infatti, su una collina a tre chilometri dal fiume e alla prima notizia dell'attraversamento del fiume la cavalleria si era staccata dal resto dell'esercito galoppando avanti. Alessandro, però, aveva già schierato la cavalleria, lanciandola in una travolgente carica. L'urto delle aste di frassino e corniolo, di corpi umani e di cavalli, le grida e i nitriti sovrastarono la piana del Granico. Di fronte all'impeto dei macedoni, lo schieramento persiano si aprì e Alessandro penetrò in profondità, rimanendo, però, tagliato fuori dal grosso dell'esercito macedone, ancora impegnato nel guadare il Granico o ad organizzarsi. Il giovane Alessandro fu circondato e il nobile Spitridate, riuscì ad assestare un forte colpo sulla testa del re macedone. L'elmo di Alessandro fu danneggiato ed il sangue sgorgò copioso. Un secondo colpo avrebbe ucciso il giovane re, ma intervenne la spada di Clito il nero che tranciò il braccio del satrapo, uccidendolo. Alessandro balzò su di un altro cavallo riprendendo il combattimento. La violenza dello scontro e la morte di molti comandanti indusse la cavalleria persiana alla fuga.

Se l'amico Clito non gli avesse salvato la vita, Alessandro sarebbe stato ucciso dal persiano Spitridate, e addio conquista dell'Oriente (la battaglia del fiume Granico fu la prima tappa dell'incredibile conquista dell'Asia realizzata in pochi anni dal re macedone).

Facciamo un salto in avanti di qualche secolo, e vediamo cosa scrive lo storico Svetonio di Giulio Cesare, nella sua celeberrima Vita dei Cesari:

57 Fu abilissimo nell'uso delle armi e nell'equitazione e sopportava le fatiche in modo incredibile. In marcia precedeva i suoi uomini qualche volta a cavallo, ma più spesso a piedi, con il capo scoperto, sia che picchiasse il sole, sia che piovesse. Con straordinaria rapidità coprì lunghissime tappe, senza bagaglio, con un carro da nolo, percorrendo in un giorno la distanza di centomila passi. Se i fiumi gli sbarravano la strada, li attraversava a nuoto o galleggiando su otri gonfiati: così spesso arrivava prima di coloro che dovevano annunciare il suo arrivo.

62 Spesso da solo riordinò le file sbandate, opponendosi a quelli che fuggivano, trattenendoli uno per uno e afferrandoli alla gola per volgerli verso il nemico. Questo avveniva magari nei confronti di uomini così atterriti che un portatore di insegne lo minacciò con la punta, mentre tentava di fermarlo e un altro, per sfuggirgli, gli lasciò l'insegna tra le mani.

63 Non certo inferiore fu la sua temerarietà e numerose ne sarebbero le prove. Dopo la battaglia di Farsalo, mandate avanti verso l'Asia le truppe, attraversò lo stretto dell'Ellesponto su una piccola nave da trasporto. Quando incontrò L. Cassio, che era del partito avversario, con dieci navi rostrate, si guardò bene dal fuggire, ma, avvicinandosi, lo esortò ad arrendersi spontaneamente e lo accolse a bordo come supplice.

64 Ad Alessandria, durante l'attacco ad un ponte, una improvvisa sortita del nemico lo obbligò a saltare su una barca, ma poiché un gran numero di soldati ci si buttò contro, si tuffò in mare e, nuotando per duecento passi, si mise in salvo presso la nave più vicina, tenendo alzata la mano sinistra per non bagnare i libri che portava con sé e stringendo fra i denti il suo mantello di generale per non lasciare al nemico una simile spoglia.

E' chiaro che, per un uomo di questa tempra, i soldati fossero pronti a sacrifici incredibili e, naturalmente, anche a morire:

68 Per tutte queste ragioni li rese fedelissimi alla sua persona, ma anche molto coraggiosi. All'inizio della guerra civile i centurioni di ciascuna legione gli offrirono, di tasca propria, l'equipaggiamento di un cavaliere, mentre tutti i soldati si dichiararono disposti a prestare i propri servizi gratuitamente, senza paga e senza rancio: i più ricchi, poi, si impegnarono al mantenimento dei più poveri. Durante la guerra così lunga nessuno di loro lo abbandonò mai e quelli che furono fatti prigionieri, quando si videro risparmiata la vita se avessero voluto continuare a combattere contro di lui, per lo più rifiutarono. Quanto alla fame e alle altre privazioni, non solo quando erano assediati, ma anche quando assediavano, sopportavano tutto con tale coraggio che Pompeo, dopo aver visto nelle trincee di Durazzo un tipo di pane fatto con erba, che serviva loro di nutrimento, disse di avere a che fare con bestie, e lo fece subito sparire senza mostrarlo a nessuno. Temeva che la tenacia e l'ostinazione del nemico scoraggiasse l'animo dei suoi soldati. Con quanto valore combattessero i soldati di Cesare è dimostrato dal fatto che, dopo essere stati battuti una volta presso Durazzo, essi stessi, spontaneamente, chiesero di essere puniti, tanto che il loro generale dovette impegnarsi più a consolarli che a rimproverarli. In tutte le altre battaglie vinsero facilmente le forze innumerevoli del nemico, anche se erano inferiori per numero. Infine una sola coorte della sesta legione, posta a difesa di un forte, tenne impegnate per alcune ore quattro legioni di Pompeo, benché quasi tutti gli uomini fossero trafitti dalla quantità delle frecce nemiche, delle quali centotrentamila furono trovate dentro il vallo. La cosa non sorprende, se si fa attenzione ad alcuni esempi di eroismo individuale come quelli del centurione Cassio Sceva o del soldato semplice Gaio Acilio, per non citarne altri. Sceva, colpito ad un occhio, trapassato il femore e l'omero, forato lo scudo da centoventi colpi, continuò a difendere la porta del forte che gli era stata affidata. Acilio, durante la battaglia navale presso Marsiglia, si vide tagliata la mano destra con cui aveva afferrato la poppa di una nave nemica. Imitando allora il mirabile esempio del greco Cinegiro, saltò sulla nave e respinse con la sporgenza dello scudo quanti gli venivano incontro.

Uomini come Alessandro e Cesare erano capi per vocazione e per unanime riconoscimento dei loro sottoposti, e lo dimostrarono più volte nel corso delle loro vite straordinarie. Tempre simili non sono però solo retaggio di una storia così lontana nel tempo. Poco più di due secoli fa, in un'epoca quindi molto più vicina a noi, un certo Napoleone Bonaparte cominciava la sua inarrestabile scalata al dominio dell'Europa, spronando i suoi soldati alla vittoria nella Campagna d'Italia con un gesto di coraggio non comune, che poteva costargli la vita. C'è una stele di granito a ricordare cosa avvenne quel 17 novembre del 1796:

Ad Arcole la leggenda "mito" Napoleone è ancora oggi lì... sul ponte. E' la stele di granito posta nel mezzo. Nel conquistare questa località, il suo migliore reparto, i suoi fedeli granatieri, avanzarono sul ponte, giunti nel mezzo il primo gruppo fu falciato dal fuoco austriaco; quelli che seguivano si fermarono esitanti, paralizzati. Improvvisamente dal gruppo partì al galoppo un cavallo con sopra un audace cavaliere, raccolse la bandiera per terra, proseguì la galoppata e la piantò alla fine del ponte, come segno inequivocabile di conquista; tutti gli altri galvanizzati da simile audacia, in un lampo lo seguirono. Su quel cavallo c'era Napoleone Bonaparte, e aveva fatto tutto da solo! - Nelle sue Memorie ...se alla Battaglia di Lodi ebbi la sensazione che ero stato chiamato a fare grandi cose, ad Arcole non ebbi più il minimo dubbio.

Proprio negli stessi anni, Napoleone ebbe un formidabile competitore nell'Ammiraglio inglese Horace Nelson, che, altrettanto se non più coraggioso del corso, morì combattendo contro i francesi e gli spagnoli nella grande battaglia navale di Trafalgar, che nel 1805 orientò definitivamente a favore dei britannici i destini della supremazia marittima in Europa e nel mondo intero. Ecco il racconto di quella celebre battaglia:

England expects that every man will do his duty [L'Inghilterra si attende che ogni uomo compia il suo dovere.]

Questo storico messaggio di Orazio Nelson, il più famoso della storia navale, fu trasmesso agli equipaggi dalle bandiere di segnalazione issate a riva dell'albero di maestra della "Victory".

In quel momento, l'alba del 21 ottobre 1805, la Gran Bretagna si accingeva, nelle acque di Trafalgar, a giocare la carta decisiva per l'affermazione di quel potere marittimo che per 140 anni, orgogliosamente, avrebbe imposto al mondo la realtà espressa dal celebre motto Britannia rules the waves.

[...] La mattina del 20 ottobre tutta la flotta di Villeneuve uscì da Cadice. L'ammiraglio era ben conscio che la flotta nemica era in attesa anche se non è noto quali fossero esattamente i suoi piani.

[...] All'alba del 21 ottobre la flotta franco-spagnola scorse sulla sua dritta, e cioè verso ponente, la flotta britannica, ordinata su due colonne con prora a levante, in direzione quindi perpendicolare alla formazione sua. Per evitare che la flotta britannica avvolgesse la coda della sua linea, Villeneuve fece invertire la rotta ordinando nel contempo l'accostata.

Nelson proseguì con le sue navi su due colonne, con vento favorevole, e approfittando della felice posizione con rotta di rapido avvicinamento verso la formazione nemica, coadiuvato intelligentemente in questa manovra dall'ammiraglio Cutlipert Collingwood a bordo del Royal Sovereign e da tutti i comandanti. Costoro avevano intuito l'intenzione del loro ammiraglio che era quella di piombare sul centro e sulla coda della formazione avversaria introducendosi fra una nave e l'altra per frazionare la battaglia in tanti duelli isolati. La manovra riuscì, la battaglia si frazionò in tanti accaniti singoli combattimenti da ambo le parti. Il centro e la coda della formazione francese si trovarono a combattere contro le unità nemiche assai superiori di numero e subirono in breve tempo perdite rilevanti mentre le navi di testa rimanevano senza bersaglio e non seppero portare un pronto soccorso alle altre unità così duramente provate.

La nave ammiraglia di Nelson il "Victory" seguita dalle unità della sua colonna si avvicinò al vascello "Bucentaure", nave ammiraglia di Villeneuve, e sfiorandola poi di poppa l'aveva poi abbordata sottovento.

Il duello tra "Victory" e "Bucentaure" fu davvero epico. Come è noto, mentre ancora la battaglia ferveva accanitissima, Nelson fu ferito mortalmente da un colpo di moschetto sparato da un fuciliere dalla coffa del vascello "Redoutable" che, con con lo spagnolo "Santissima Trinidad" era accorso in sostegno del "Bucentaure".

Anche l'ammiraglio Gravina, comandante della flotta spagnola, venne ferito mortalmente.

Le sorti della battaglia erano ormai nettamente favorevoli ai britannici, nel combattimento a corpo a corpo furono fatti prigionieri l'ammiraglio Villeneuve e gli ammiragli spagnoli Alava e Cisneros.

Nel duello fra nave e nave i britannici poterono sfruttare la loro superiorità e riuscirono ben presto ad avere ragione del nemico. Dopo tre ore di combattimento la flotta franco-spagnola era annientata, 17 vascelli resi inutilizzabili, uno distrutto, quelli che avevano potuto salvarsi vennero in parte catturati nei giorni successivi. I 17 relitti, che gli inglesi avevano in parte presi a rimorchio dovettero essere abbandonati e andarono a picco durante una furiosa tempesta scatenatasi nella notte successiva. I vascelli francesi in buona parte in fiamme furono abbandonati e lasciati alla loro tragica sorte.

Di tutta la magnifica flotta apprestata con vigile cura da Napoleone non restarono che poche unità. L'imperatore comprese che da quel momento ogni speranza di poter battere la flotta britannica era perduta. La battaglia di Trafalgar togliendo dalla scena la flotta franco-spagnola eliminò ogni serio ostacolo al raggiungimento del dominio dei mari da parte della flotta britannica.

Di fronte al coraggio vero di Alessandro, di Cesare, di Napoleone, di Nelson, che figura fanno i retorici proclami di Tony Blair e di George W. Bush? Chi può credere alle doti di condottiero di un presidente americano che rischia di soffocarsi mangiando un salatino e che il massimo del combattimento corpo a corpo che è in grado di sostenere consiste nel mandare all'ospedale un ignaro poliziotto investendolo con la bicicletta? Può questa caricatura di capo indicare la strada all'Occidente, può Bush dare la dignità di una battaglia giusta alla lotta senza quartiere proclamata contro il terrorismo? Che forza morale può mai venire alla popolazione da capi che se ne stanno nascosti dietro cordoni di protezione invalicabili, mentre la gente comune, quella che per spostarsi è costretta a prendere autobus, treni e metropolitane, rimane esposta quotidianamente al rischio degli attentati suicidi?

Gli attentati suicidi che stanno fatalmente riducendo la libertà in Occidente sono senza dubbio atti esecrabili, soprattutto per il fatto che attaccano non i diretti responsabili delle politiche invise agli estremisti islamici, ma povera gente che non c'entra nulla, persone che magari, prese individualmente, erano contrarissime all'attacco contro l'Iraq deciso da Stati Uniti e Gran Bretagna.

Però non è denigrando la mentalità degli attentatori suicidi che i capi delle nostre democrazie in crisi risolveranno il problema. Nella follia di quegli attentatori, c'è comunque un coraggio sovrumano, che noi occidentali non abbiamo e che tantomeno possiedono i nostri governanti. Un uomo coraggioso come Giovanni Falcone, che conosceva la mafia meglio di tanti altri, rispettava i suoi nemici (lo dichiarò per esempio in un suo libro-intervista, Cose di cosa nostra, Rizzoli, 1991): da siciliano qual era, comprendeva le "ragioni" e la mentalità dei mafiosi. Sapeva di poter sconfiggere la mafia solo studiandola seriamente, comprendendone le radici sociali e territoriali.

Questa umiltà di fronte al nemico è propria dei grandi. I piccoli, invece, si soddisfano di retorica e di grandi proclami. Protetti da plotoni di guardie del corpo e dalle più sofisticate tecnologie, lanciano asettici ordini di morte, senza mai affrontare direttamente il pericolo, senza esporsi in prima persona. Ma le grandi imprese - e sconfiggere le ragioni del terrorismo è certamente una grande impresa - richiedono grandi personalità e grandi rischi personali. Né Alessandro né Cesare né Napoleone né Nelson si sottrassero al rischio corso sulla propria pelle: ciascuno di loro sarebbe potuto morire prima di portare a termine la propria impresa, se qualcosa fosse andato storto nel corso dell'azione. E' su questa capacità di rischiare direttamente che un Bin Laden, da anni in fuga, disposto a vivere pericolosamente spostandosi da una caverna all'altra, braccato dalle bombe "intelligenti" dei nemici, dimostra di essere un capo molto più forte e carismatico dei membri della triade BBB (Bush, Blair, Berlusconi).

[Berlusconi attorniato da guardie del corpo, nella vignetta di Giannelli]La condanna pubblica dell'odio religioso e del terrorismo, che si alza unanime anche dai paesi islamici, deve fare necessariamente i conti con la percezione del non detto, cioè con l'immagine forte di capo di Bin Laden, a paragone dell'immagine debole di Bush e Blair, la cui forza non sprigiona direttamente dalle loro azioni personali, ma solo dalla potenza economica e militare degli apparati che comandano.

E' anche, e forse soprattutto, di questo che devono preoccuparsi i capi occidentali nella loro lotta contro il terrorismo: devono preoccuparsi di diventare credibili, devono mostrare in loro stessi l'espressione di quelle virtù superiori, di cui - come capi di nazioni democratiche - annunciano quotidianamente di voler essere i difensori. Il fate come dico, non fate come faccio è un pessimo esempio. Le guerre non si vincono solo con le armi e con l'intelligence. Si vincono dimostrando con l'esempio personale la forza delle proprie idee, scoraggiando gli avversari con la dimostrazione della propria superiorità morale: su questo terreno i nostri leader stanno miseramente fallendo. Bellissima, perciò, una recente vignetta di Giannelli pubblicata sul Corriere della Sera. Vi si vede un Berlusconi attorniato dalle guardie del corpo, che dice Per me non c'è alcun rischio. Molto vero, quando si vive protetti fino all'inverosimile e quando non si frequentano i luoghi dove il rischio è veramente alto!

Tali considerazioni mi hanno suggerito il titolo di quest'articolo. E' la sarcastica parafrasi del titolo di un libro di Giovanni Paolo II: Alzatevi, andiamo!. I nostri governanti fanno il contrario. I loro inviti a non aver paura, a vivere la nostra vita quotidiana quasi come se niente fosse successo, mentre loro si guardano bene dall'esporsi in prima persona a qualsiasi rischio, fa l'effetto contrario delle parole di Giovanni Paolo II. Equivalgono ad un comico Alziamoci, andate!.

Per fortuna che ci pensa il nostro presidente del Consiglio a tenerci allegri, ridimensionando l'importanza delle scorte di protezione, e dunque della differenza tra i comuni cittadini, indifesi, e i potenti, nascosti dietro omoni grossi come armadi, dalle espressioni impenetrabili e dalle mascelle squadrate, vestiti con l'immancabile divisa d'ordinanza composta di giacca scura, occhiali da sole e auricolare. Oddio, non è che Berlusconi ci abbia dato di proposito una qualche prova di democrazia, diciamo che è stato un caso. Mi riferisco al famoso lancio del cavalletto, di cui fu vittima lo scorso inverno a Piazza Navona. Quel lancio e il successivo cerotto dietro il collo del premier ci dimostrarono che le scorte non servono a nulla: sono solo uno sfoggio di potere e di arroganza, che ha lo scopo di tenere i potenti su un piedistallo molto poco democratico, ben lontani dalla gente comune.

Mi auguro che su questi «dettagli» i nostri governanti riflettano attentamente, mentre pensano alle future strategie con cui condurre la loro guerra senza quartiere contro i terroristi.

Articolo di Michele Diodati pubblicato il  19/7/2005 alle ore 14,33.

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