Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Donne al volante in Arabia Saudita

Importanti esponenti della fede islamica chiedono al governo dell'Arabia Saudita di non rilasciare alle donne la patente di guida.

Traduco in italiano un articolo tratto WomenOne.org, un sito che offre informazioni sulla condizione delle donne nei paesi islamici.

Imam sauditi, accademici musulmani contro la concessione alle donne del permesso di guidare

DUBAI - Più di cento religiosi musulmani, sceicchi, giudici, studenti islamici, insegnanti di università islamiche ed altri capi musulmani hanno firmato in Arabia Saudita una dichiarazione contro la concessione alle donne del permesso di guidare.

Il quotidiano saudita Arab News ha riportato lunedì che la dichiarazione era stata diffusa fin da venerdì su Internet. In essa si affermava che: I nemici dell'Islam stanno cercando di distruggere il grande ruolo che è stato affidato alle donne nell'Islam, corrompendole e, perciò, corrompendo l'intero mondo islamico.

Essa diceva, inoltre, che i nemici dell'Islam hanno ritratto l'immagine delle donne musulmane come senza diritti, persone con un'ala spezzata, sostenendo che le loro case sono prigioni, che i loro mariti le maltrattano e che i veli e gli abiti che le coprono dalla testa ai piedi sono un segno di arretratezza.

La dichiarazione diceva anche che la regola dell'Islam secondo la quale chiudere tutte le porte conduce alla corruzione era chiara ed esisteva per la protezione delle persone e della società.

Che le donne possano guidare non è ammissibile perché la regola del chiudere le porte che conduce alla corruzione si applica a ciò direttamente, continuava la dichiarazione.

La dichiarazione metteva in evidenza che permettere alle donne di guidare avrebbe prodotto aggravi economici come la multiproprietà di automobili in una stessa famiglia in luogo di una sola usata dal guidatore; la sostituzione di un'auto con un'altra dal momento che è risaputo che le donne amano tutto ciò che è nuovo; e inoltre il costo per il governo di dover aprire speciali sezioni femminili in tutti i Dipartimenti per il Traffico.

L'Arabia Saudita applica una rigorosa interpretazione della legge islamica e proibisce alle donne non solo di guidare, ma anche di viaggiare senza un permesso scritto di un parente maschio.

Per noi italiani, abituati a vedere donne al volante con frequenza sempre maggiore da almeno cinquant'anni, dichiarazioni come quelle dei saggi musulmani dell'Arabia Saudita appaiono sconcertanti. Sappiamo per esperienza che le donne sono addirittura più prudenti degli uomini nella guida, come dimostrano recenti statistiche. Ed infatti il divieto voluto dai musulmani d'Arabia Saudita non ha ragioni tecniche, ma culturali, anzi religiose: l'Islam richiede che la donna non possa chiudere tutte le porte che la separano dal mondo esterno, come accadrebbe - se ho capito bene il senso della dichiarazione - chiudendo gli sportelli della sua automobile. Ciò sarebbe fonte di corruzione morale.

Simili divieti rendono di stringente attualità le considerazioni sulle profonde differenze che esistono tra mondo occidentale e mondo musulmano. E' difficile immaginare una convivenza pacifica, sul medesimo territorio, tra persone che pensano che l'uomo e la donna debbano essere sottoposti a regole differenti in base al sesso e persone, invece, che ritengono tutti gli individui uguali indipendentemente dal sesso.

Non ho paura di affermare che il nostro punto di vista - quello occidentale - sia più intelligente e più giusto rispetto a quello degli arabi musulmani: le nostre democrazie hanno conquistato con fatica e dolore l'uguaglianza di diritto tra uomini e donne, ed è una conquista troppo importante per metterla anche semplicemente in discussione. Però è altrettanto vero che la semplice contrapposizione tra «noi» e «loro» non ha senso, in un mondo in cui i viaggi, l'emigrazione, la televisione e Internet consentono in pratica di realizzare i viaggi nel tempo, creando un rimescolamento di società, di opinioni, di credenze senza precedenti.

E' infatti un vero e proprio viaggio nel tempo, per chi emigra da un paese in cui vige una mentalità basata sulla rigida separazione tra i sessi, il passaggio ad un paese dalla mentalità più aperta, in cui contano gli individui e la loro cultura più che le loro caratteristiche biologiche. Ma questo viaggio nel tempo lo abbiamo compiuto anche noi in un passato non molto lontano: come dovevano apparire, per esempio, le città della Svizzera, del Belgio o dell'Olanda agli emigranti siciliani del secolo scorso, che, da paesini in cui gli uomini e le donne passeggiavano ancora su marciapiedi separati, si trovavano catapultati in città dinamiche, in cui le donne non erano considerate una specie diversa, ma lavoravano, vivevano da sole, potevano addirittura convivere con un uomo senza sposarsi?

La situazione è oggi esplosiva, perché chi vede il progresso - rappresentato dalle democrazie occidentali, dai loro usi, dalla scienza e dalla tecnologia di cui dispongono - come una fonte di corruzione che mina alle radici la rigida separazione tra i sessi, ha i mezzi per indebolire il «nemico», seminando morte e distruzione, ma soprattutto insicurezza, nei luoghi stessi che animano le democrazie occidentali, cioè le grandi città come New York, Londra, Parigi, Madrid, Roma.

A mio parere l'errore più grande che si possa commettere è rispondere alla violenza con la violenza. Questa è una guerra culturale, va combattuta con le idee, non con le armi.

Non è pensabile che si possa estirpare il terrorismo distruggendo tutte le cellule di combattenti estremisti. E' un tentativo inutile come la fatica di Sisifo, costretto a riportare su un monte, all'infinito, un masso che ogni volta rotola a valle. E' altrettanto inutile quanto pensare che si possa estirpare il fenomeno della droga, sequestrando tutti carichi in viaggio e arrestando tutti gli spacciatori. Ciò che esiste per soddisfare un intimo bisogno della gente, o almeno di una sua parte consistente, rinasce all'infinito per quanto possano essere duri i colpi che gli vengono assestati. Perciò la repressione è solo un palliativo, non è mai la vera cura.

La vera cura è la diffusione pacifica delle idee.

Nella visione distorta del mondo musulmano che ci trasmettono i nostri media, l'unica idea che ricaviamo è quella di una società di estremisti fanatici o, tutt'al più, di ignoranti. Per fortuna non è così. A fianco delle frange di estremisti, più o meno numerose e organizzate, esiste anche nei paesi musulmani una società civile, fatta di giovani, di intellettuali, di persone che leggono e usano Internet. Sono queste persone il vero alleato nella lotta per la diffusione di idee di democrazia e di uguaglianza. Sono solo queste persone che potranno far crollare, come giganti di argilla, i regimi autoritari che sfruttano il Corano come chiave universale per garantirsi l'eternità del potere.

A sostegno di quanto detto, mi ripropongo di citare prossimamente qualche brano significativo da un grande libro della studiosa marocchina Fatema Mernissi, intitolato Islam e democrazia. Un libro che molti in Occidente dovrebbero avere la cura di leggere, prima di emettere giudizi radicali e poco informati su un mondo che sostanzialmente ignorano.

Commenti dei lettori

  1. Commento di Nina - 7/10/2005 ore 18,33

    Pur condividendo in larga parte quello che dici, cogliendo, credo, il tuo ragionamento di fondo, vorrei sottolineare che l'uguaglianza di diritto tra uomini e donne conquistata in Occidente non corrisponde affatto, purtroppo, ad un'uguaglianza di fatto. E credo che sia sempre più importante che ne prendiamo coscienza. Non possiamo crogiolarci nelle conquiste fatte. Conquiste, peraltro, a rischio costante. La segregazione delle donne nel mondo del lavoro, orizzontale e verticale, è ancora molto forte. Basta vedere alcuni dati; le statistiche sono facilmente reperibili.
    Per non parlare dei ruoli tradizionali in cui la donna è ancora "segregata". Non a caso il tasso di disoccupazione femminile cresce spaventosamente negli anni in cui una donna diventa madre.
    Se poi apriamo il discorso degli stereotipi di genere ce n'è per giorni!
    E lo sfondo pseudo culturale che supporta il tutto? Basti vedere come viene presentata la figura femminile, a partire dagli album per bambini per arrivare alle immagini pubblicitarie, alla fiction televisiva e via dicendo. Anche rispetto a questo c'è del materiale molto interessante.
    Chiaramente mi rendo conto che in un articolo non si possano affrontare tutte le questione legate ad un argomento così vasto. Solo che la mia sensazione, in generale, è che "qui" si dia molto per scontata un'uguaglianza che nei fatti non esiste.
    Un ultimo appunto: il linguaggio penso che sia importante. Non credo si possa parlare di pace e poi dire che c'è una guerra culturale. E anche se c'è chi questo incontro-confronto-scontro lo considera tale, io sento di dover prendere le distanza da questo tipo di approccio.
    Ciao grazie
  2. Commento di Michele Diodati - 8/10/2005 ore 11,05

    Ciao Nina,
    grazie innanzitutto per il tuo interessante commento. Sulla questione della mancanza di uguaglianza di fatto tra uomini e donne, a fronte dell'ormai conquistata uguaglianza nei diritti, sono completamente d'accordo con te. Tuttavia ammetterai che l'uguaglianza nei diritti è il tassello iniziale indispensabile, senza il quale nessuna uguaglianza reale può essere costruita o mantenuta a lungo. A volte le leggi tardano a prendere atto di conquiste già fatte dai costumi di una società, altre volte, invece, anticipano i tempi. In ogni caso rappresentano il volto ufficiale del modo di concepire i rapporti uomo-donna all'interno di una data società. Il mio articolo tendeva a mettere in luce questo aspetto e nulla più di questo (ho trattato la questione dei diritti negati delle donne anche in un altro articolo, se ti interessa leggerlo).

    Per quanto riguarda, invece, la tua presa di distanza dall'espressione "guerra culturale", ne capisco le motivazioni, ma non mi sento in errore ad adoperarla. Quando individui di due diverse civiltà vengono a contatto e sono costretti a condividere gli stessi spazi vitali, le medesime istituzioni pubbliche, lo stesso universo mediatico, lo scontro culturale è inevitabile. Tutta la società ne viene rimescolata e punti di vista inconciliabili vengono in conflitto. Per ogni coppia di opposti, un punto di vista deve essere sacrificato: o le donne possono guidare l'automobile oppure no; o uomini e donne possono fare sport insieme oppure no; o la donna può viaggiare da sola oppure no. E così via. Il fatto che nel nostro paese le leggi siano a vantaggio del nostro punto di vista, non vuol dire che la guerra culturale non ci sia. E quando gli stranieri residenti avranno, come è giusto che sia, un'adeguata rappresentanza politica, quello che oggi è un conflitto ancora latente scoppierà con tutta la sua forza. In un simile contesto, non è sbagliato a mio parere né parlare di guerra culturale né credere che solo la diffusione pacifica delle idee possa essere il rimedio.
  3. Commento di francesca - 13/3/2006 ore 11,16

    penso che non possiamo imporre agli altri una democrazia che non vogliono loro stessi ma non credo che si possano indignare o stupire se il nostro giudizio su di loro è negativo, dobbiamo volere entrambi una convivenza pacifica ma sambra che non sia la lora priorità.

Articolo di Michele Diodati pubblicato il  20/7/2005 alle ore 12,09.

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