Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Impigliati nella rete del terrore

La traduzione di un articolo del giornalista pakistano Syed Saleem Shahzad su alcune spiacevoli conseguenze delle leggi antiterrorismo.

[Segue didascalia.]
Il presidente del Pakistan,
Generale Pervez Musharraf

Il presidente del Pakistan Pervez Musharraf ha dato di recente un nuovo giro di vite alla macchina statale di controllo e repressione del terrorismo. Lo ha fatto in risposta alle forti pressioni occidentali, seguite agli attentati di Londra del mese di luglio, viste le evidenti implicazioni dei terroristi suicidi con il Pakistan.

Tuttavia il sistema della repressione ha grandi limiti, sia per l'impossibilità di controllare realmente tutto e tutti sia per i gravi danni che le misure di controllo e detenzione procurano alle vite di molte persone, le quali, pur avendo poco o nulla a che fare con il terrorismo internazionale, si sono trovate al posto sbagliato nel momento sbagliato. Pubblico qui di seguito, con il permesso dell'editore, la mia traduzione in italiano di un articolo datato 30 luglio, pubblicato su Asia Times Online. E' un articolo secondo me interessante per il lettore occidentale: mostra infatti un piccolo spaccato della realtà pakistana, che è molto più complessa e variegata di come appare dalle scarne informazioni che riceviamo dai nostri media tradizionali. Gli estremisti, quelli veramente pericolosi, sono solo una piccolissima parte della popolazione. C'è poi tanta gente comune, che oscilla a volte pericolosamente verso il fondamentalismo fanatico, ma che potrebbe essere riassorbita nella società, se solo si trovasse un modo più intelligente e sensibile di trattare con loro e con i loro problemi.

Non esiste una soluzione facile né mi convince particolarmente la strada del capitalismo e del successo personale, che si intravvede al termine dell'articolo come proposta possibile di incentivo al riassorbimento nella società civile, per quei giovani che inclinano verso il fondamentalismo. E' importante però che si acquisisca qui da noi la consapevolezza della complessità della situazione e l'idea che le società dei paesi arabi ed asiatici non sono blocchi monololitici di fanatici estremisti, ma insiemi estremamente complessi di uomini e problemi in rapido cambiamento. Quel che è certo è che alcuni metodi repressivi, lungi dal risolvere i conflitti in corso, rischiano piuttosto di rinfoltire le schiere dei jihadisti.

Impigliati nella rete del terrore

di Syed Saleem Shahzad (30 luglio 2005)

Copyright 2005 Asia Times Online Ltd (www.atimes.com)

Karachi - Gli attacchi dell'11 settembre contro gli Stati Uniti hanno cambiato per sempre la vita di Kashif Khan Sherwani, ora venticinquenne. Ispirato dagli eventi, decise di abbandonare la sua famiglia piccolo-borghese, i suoi tre fratelli minori, le due sorelle minori e gli anziani genitori, e di rispondere alla chiamata della jihad in Afghanistan. Dopo che i Talebani si furono ritirati da Kabul, in seguito all'invasione del paese guidata dagli Americani, sul finire del 2001, le truppe statunitensi catturarono questo giovane emotivo ma privo di addestramento e lo internarono nella prigione di Guantanamo a Cuba.

Dieci mesi fa, dopo che la sua famiglia aveva ormai perso ogni speranza, è stato rilasciato e gli è stato consentito di ricongiungersi ai parenti in Karachi. E' rimasto un musulmano devoto e ha partecipato alle preghiere con regolarità.

La sua vita è ritornata lentamente ad una sorta di normalità. Si è sposato ed ha cominciato a lavorare nella piccola impresa del padre. Un costante promemoria del suo passato erano, tuttavia, le visite settimanali alla locale stazione di polizia, alle quali era obbligato per informare i funzionari dei suoi spostamenti. Non ha mai mancato di presentarsi.

Poi vennero gli attacchi suicidi di Londra del 7 luglio e ancora una volta la vita di Kashif Khan Sherwani è stata messa sottosopra.

Khan è stato convocato alla stazione di polizia, dove è stato tratto in arresto in base a quelle che egli dichiara essere accuse inventate, cioè di aver distribuito degli opuscoli. Il poliziotto che trattava il suo caso era sotto pressione per la richiesta di effettuare quanti più arresti possibile. Ciò valeva per tutta la polizia, dal momento che il Pakistan si trovava sotto stretta osservazione: tre dei terroristi dinamitardi erano di origine pakistana e avevano visitato il Pakistan prima di sferrare i loro attacchi.

La storia di Khan è simile a quelle di centinaia di altri, radunati dalle forze dell'ordine. Nella maggior parte dei casi, essi non erano più associati a nessun gruppo jihadista, ma poiché o erano stati detenuti a Guantanamo o risultavano già schedati dalla polizia, erano i "sospetti usuali" da radunare nei periodici giri di vite del paese nella "guerra al terrore".

Ciò crea però un circolo vizioso.

Ogni volta che un uomo viene arrestato, diventa più difficile per lui integrarsi nella società. Viene evitato sul posto di lavoro - ammesso che abbia trovato un lavoro - e persino i suoi familiari alla fine gli si rivolgono contro: i raid della polizia e le "parcelle" legali e di altro tipo, necessarie per garantirsi il rilascio, si rivelano un peso troppo grande da sopportare.

Il risultato è che questi uomini si sottraggono ad una vita normale. Queste anime frustrate sono lasciate senza altra scelta che quella di fuggire verso le aree tribali ed unirsi ai movimenti pro Talebani, ha detto ad Asia Times Online un anziano funzionario della sicurezza.

Diverse agenzie di spionaggio del Paese, tra cui Intelligence Bureau e Inter-Services Intelligence (ISI), hanno ripetutamente riferito ai capi di grado più alto che tali rastrellamenti sono futili esercizi, che costringono giovani che potrebbero aver già lasciato i gruppi jihadisti a far ritorno all'ovile. Invece di tenere questi uomini nel vivo della società, i ripetuti arresti li spingono verso la militanza o anche verso una vita criminale.

Tuttavia, l'incontenibile pressione dall'estero, specialmente dagli Stati Uniti, che contano il Pakistan come un importante alleato nella "guerra al terrore", lascia i dirigenti pakistani con poche scelte. Dopo il 7 luglio, il Presidente Generale Pervez Musharraf, che è anche capo di stato maggiore dell'esercito, ha inviato una vibrante nota a tutti i gruppi di spionaggio, diffidandoli da ogni deliberata negligenza nell'arresto di jihadisti.

Inoltre, ha convocato i principali funzionari di polizia del paese e ha detto loro specificamente di rastrellare il maggior numero possibile di jihadisti, senza lasciarsi in alcun modo fuorviare. Poi, in un messaggio televisivo della scorsa settimana, Musharraf ha fatto appello alla nazione affinché intraprenda una guerra santa contro i predicatori d'odio ed ha annunciato provvedimenti per tenere sotto controllo le scuole e i gruppi islamici militanti.

Più di mille persone sono state successivamente arrestate, compreso lo sfortunato Kashif Khan Sherwani. Funzionari pakistani riferiscono che alcuni di questi detenuti sarebbero giudicati in base alla legge antiterrorismo del paese, che consente alle autorità di trattenere un sospetto fino ad un anno senza rivelare i capi d'imputazione.

E' un fatto che solo pochi tra loro sarebbero dei criminali: quelli che sono coinvolti in un qualsiasi crimine si danno alla macchia, non stanno nelle loro case. Tuttavia è tra i nostri doveri di rastrellare i sospetti e di interrogarli, onde chiarire i dubbi su ogni possibile coinvolgimento. Chi è stato jihadista è sempre sospetto, perché conosce gente coinvolta in attività anti-statali. Forse essi non sono coinvolti in tali attività, ma c'è sempre il dubbio che in qualsiasi momento potrebbero essere in conttato con criminali ed unirsi a loro. Lo ha detto ad Asia Times Online un funzionario del Dipartimento d'Investigazione Criminale (CID - controspionaggio) di Karachi.

Zain Anwar e Kashan Anwer sono due cittadini statunitensi di origine pakistana. Il loro defunto padre era un membro dell'assemblea provinciale di Karachi ed apparteneva al Movimento Muttahida Qaumi, un partito etnocentrico d'immigranti indiani. Si trasferirono in Afghanistan molto tempo fa. Lo scorso anno sono stati arrestati dalla polizia in Pakistan e sono passati attraverso molte mani, comprese quelle dell'ISI e degli americani del FBI. Di recente sono stati prosciolti dalle accuse e rilasciati.

Dopo otto mesi di detenzione, le forze dell'ordine si sono accorte di aver sbagliato e che i ragazzi erano innocenti. Tuttavia, le carriere di questi giovani sono distrutte. Non possono più ritornare negli Stati Uniti perché sono permanentemente sospetti. Nessuno li assumerà neppure in Pakistan, perché non c'è alcuna garanzia che essi non saranno arrestati nuovamente in futuro. Credo che si dovrebbe intentare una causa contro quelli che li hanno arrestati per errore e li hanno illegalmente detenuti per otto mesi, ha detto Khalid Khawaja, un ex funzionario dell'ISI, che ora lavora come un attivista per i diritti umani dei jihadisti che sono stati coinvolti per errore dalla polizia o dai servizi segreti.

Un funzionario di polizia del CID di Karachi, che ha avuto a che fare con Zain e Kashan dal loro arresto fino alla loro scarcerazione, commenta: E' vero che Zain e Kashan erano innocenti. Ma il loro arresto non era del tutto privo di fondamento. Essi conoscono Atif Kamran. Atif era quello che aveva progettato di uccidere Musharraf. Confessarono durante l'interrogatorio che avevano incontrato Atif Kamran numerose volte. Ora, una volta che un'agenzia della sicurezza sa qualcosa di una simile associazione, specialmente con i precedenti di Zain e Kashan, diviene impossibile fare finta di niente. Entrambi erano cittadini statunitensi. Le organizzazioni jihadiste sono sempre alla ricerca di tali giovani, da coltivare e da mandare negli Stati Uniti o in Gran Bretagna come suicidi (attentatori suicidi). Ora diteci quale scelta avevamo? Non c'è dubbio che abbiamo rovinato le loro carriere, ma la nostra esperienza ci dice che era essenziale prenderli e rivoltarli da dentro a fuori.

Nei periodi altamente drammatici che seguono invariabilmente attacchi come quelli di Londra, i governi occidentali e le agenzie della sicurezza, come per reazione istintiva, se la prendono pesantemente con il Pakistan, affinché faccia qualcosa contro militanti e jihadisti, e lo faccia subito. Ma il problema non è di semplice soluzione.

Quelli che davvero lavorano per procurare guai sono realmente pochi di numero, a paragone dell'enorme quantità di coloro che potrebbero aver avuto in passato una blanda associazione con gruppi jihadisti, e che potrebbero, se trattati con sensibilità, essere ricondotti nel seno della società civile.

Per scopi pratici, i jihadisti sono classificati in tre categorie.

  1. Jihadisti globali. Questi sono i veri estremisti.
  2. Jihadisti privi di addestramento, che si uniscono ai movimenti antiamericani perché sono coinvolti nella causa dei musulmani e che, sulla spinta della pura emotività, si recano in posti come l'Afghanistan.
  3. Quelli che combattono per una causa nazionalista in Kashmir.

Tuttavia la classe dirigente americana non è pronta a fare alcuna distinzione quando si tratta di militanza. E vuole che il Pakistan abbandoni la militanza a tutti i costi.

Per la maggior parte si tratta di giovani isolati. Bisogna ricondurli in seno alla società civile. Attraverso degli incentivi dobbiamo creare in loro un interesse personale ad essere individui di successo nella società. Senza incentivi ed interessi personali, nessuno può far parte con successo della società civile, ha detto Arif Ali Khan Abbasi, ex amministratore delegato della Pakistan International Airlines e dirigente anziano nel settore sportivo.

Voi sapete che ho a che fare con l'addestramento dei giovani fin dagli anni '60, quando io stesso ero un giocatore di cricket di prima classe. In Pakistan e nelle Indie Occidentali, i giocatori di cricket provengono soltanto da famiglie di bassa estrazione o della piccola borghesia. Ovviamente, molti di loro non sono dei buoni studenti. Noi li abbiamo educati alla disciplina, ma non è una strategia a senso unico a renderli individui disciplinati. Naturalmente non ci aspettiamo che tutti i ragazzi vadano a letto alle dieci in punto, anche se devono alzarsi presto e disputare la partita con piena concentrazione. Ci sono vari metodi per renderli disciplinati; i migliori sono gli incentivi e l'interesse personale, che possono spingerli a dare la scalata al successo.

Noi parliamo ancora di lauree e dottorati in discipline umanistiche, che producono soltanto impiegati sopravvalutati, sempre pronti a disprezzare la propria sorte. Perché non parliamo piuttosto di scuole tecniche e proviamo a far loro assorbire questi jihadisti isolati; perché non creiamo in loro un interesse personale ad essere individui ricchi e decorosi?, si domandava Abbasi.

Stavo ritornando a casa dalla Germania. Al posto accanto al mio era seduto un signore, in Club class, un pakistano che ritornava a Lahore per ottenere l'ammissione di suo figlio all'elitario Atchison College di Lahore. In Germania faceva il muratore, ma grazie alle sue capacità tecniche aveva guadagnato un mucchio di danaro e aveva l'ambizione di far integrare suo figlio nelle èlites del paese. Lo stesso è accaduto con il mio meccanico di Karachi, che è un individuo privo d'istruzione, ma è un ricco professionista e ha ottenuto che suo figlio fosse ammesso alla elitaria Grammar School di Karachi. Quando in una società si affermano tendenze di questo tipo, le deviazioni generalmente s'interrompono e la società rimane in carreggiata, osservava Abbasi.

Nel frattempo Kashif Khan Sherwani langue in prigione, mentre i suoi avvocati tentano di fargli ottenere la libertà provvisoria.

Articolo di Michele Diodati pubblicato il  2/8/2005 alle ore 1,32.

Indice del Pesa-Nervi | Diodati.org

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