Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Poca scienza, troppa religione?

La divulgazione scientifica sui media arabi è molto carente. La traduzione in italiano di un articolo dell'egiziano Waleed El-Shobaky.

Traduco qui di seguito un articolo del giornalista egiziano Waleed El-Shobaky, pubblicato il mese scorso su Islam Online, nella sezione intitolata Health & Science ("Salute e scienza").

La scienza nei media arabi: a malapena scientifica!

di Waleed al-Shobakky, 13 luglio 2005

Temi scientifici appaiono di rado sui media arabi. Quando compaiono, sono o troppo sensazionalistici per essere scientifici o troppo scientifici per attrarre un pubblico non specialistico. E' qui che si manifesta il peso dei divulgatori scientifici.

Non ci vuole uno sforzo per notare la penuria di contenuti di tipo scientifico e tecnologico sui media arabi. Riviste scientifiche popolari (come Scientific American o NewScientist) o canali televisivi (come Discovery) sono rari se non del tutto inesistenti. Su stampa, radio e televisioni, la copertura per scienza e tecnologia è modesta e di qualità variabile.

I contenuti relativi a scienza e tecnologia sui media arabi sono inadeguati e di scarsa qualità, a paragone di ciò che possiamo vedere e leggere sui media internazionali, popolari o specializzati, sostiene il Dr. Mohamed El-Makhzangy, scrittore di cose scientifiche e romanziere egiziano. Nella maggior parte dei casi, i contenuti [di tipo scientifico e tecnologico] si basano su mediocri traduzioni di fatti e programmi provenienti da fonti occidentali. Peggio ancora, la trattazione punta decisamente sugli aspetti frivoli e sensazionalistici, non su quelli scientifici, egli aggiunge.

Stranamente, non è detto che ciò sia proprio ciò che il pubblico richiede. Solo raramente vengono svolte indagini tese ad accertare ciò che i vari pubblici nel mondo arabo realmente vogliono leggere/vedere/ascoltare. E quando queste inchieste sono condotte, è ancora più raro che si prendano i provvedimenti da esse suggeriti, dice Nadia El-Awady, un medico-giornalista egiziano, responsabile della sezione inglese Health & Science di IslamOnline.net. Può essere allora sorprendente per molti scoprire che i media che forniscono contenuti approfonditi godono di un ampio numero di lettori. La sezione scientifica in arabo di IslamOnline.net, per esempio, produce all'incirca 300.000 pagine viste al mese. E secondo quanto sostiene El-Makhzangy, i documentari scientifici ben realizzati risultano allettanti tanto quanto i film d'azione per una vasta gamma di pubblici nella regione.

Dipendenza scientifica

Per molti professionisti della comunicazione in ambito scientifico e tecnologico, la tendenza dei media arabi a tradurre semplicemente o ad arabizzare ciò che proviene dai media occidentali è un importante indicatore di come questi soggetti vedono la scienza.

Il fatto che la maggior parte dei contenuti sia basata su fonti occidentali può essere attribuito a molti fattori. In primo luogo, la stragrande maggioranza dei media arabi non considera la copertura di scienza e tecnologia come una priorità, o non la inserisce tra le priorità, a confronto con la copertura data alla politica. Pertanto, la cosa più facile per loro è "copiare e incollare" da fonti europee e americane. Redattori, produttori e direttori arabi danno la precedenza ai temi politici, dice El-Awady.

La responsabile di IslamOnline ritiene che ciò sia dovuto probabilmente agli attuali conflitti politici e agli sconvolgimenti che scuotono la regione. Un'altra ragione che spiega la natura altamente politicizzata dei media arabi è che nei paesi arabi i canali televisivi e i giornali più solidi sono quelli statali. E i regimi al potere manipolano con mano molto pesante i contenuti nel tentativo di ripulire la propria immagine. In un'atmosfera di questo genere, la trattazione di temi scientifici e tecnologici raramente trova spazio. Anche quando è permesso a media non statali, indipendenti o di opposizione, di trasmettere, il loro discorso rimane eminentemente politico, non importa in quale direzione, dice Abdel Hakeem Mahmood, un presentatore ed autore yemenita di programmi televisivi, concentrato sulla trattazione di temi ambientali.

La seconda ragione dietro la dipendenza dai media occidentali è che produrre materiale scientifico e tecnologico originale richiede investimenti molto alti. Questi investimenti non saranno fatti, finché quelli che prendono le decisioni, quelli che reggono il timone dei differenti canali mediatici arabi, non avranno compreso l'importanza di divulgare scienza e tecnologia ad un pubblico generalista. Per il momento, ciò è lungi dall'essere accaduto.

Il paradigma dominante è che la trattazione di scienza e tecnologia è relegata alle pagine interne dei giornali o ai "tempi morti" dei canali televisivi. La scienza finisce sotto i riflettori solo quando tratta temi controversi, come la clonazione, nella speranza che ciò incrementi le vendite e il numero di spettatori, dice Zeinab Ghosn, giornalista libanese che si occupa di scienza e tecnologia, ed ex responsabile del quotidiano Assafir per la sezione scienza e tecnologia.

Didascalia:
La prima pagina del sito dell'Associazione
dei giornalisti scientifici arabi

La terza ragione per cui la maggior parte dei media arabi trova più semplice dipendere da fonti occidentali per la copertura di scienza e tecnologia è la penuria di giornalisti di valore in questo settore. Principalmente ciò dipende dal fatto che né i dipartimenti di giornalismo né i singoli media producono corsi di giornalismo scientifico e tecnologico. Così, non desta sorpresa che l'argomento "scienza" sui media arabi sia trattato in modo a malapena serio o informativo.

Elevare la professionalità dei giornalisti scientifici arabi è stata la ragione che ha spinto ad istituire l'Associazione dei Giornalisti Scientifici Arabi (AASJ) nel novembre 2004. Benché appena nata, la AASJ può fare molto per migliorare il livello del giornalismo scientifico nella nostra parte di mondo, ha detto El-Awady, prima presidentessa dell'associazione e colei che per prima l'ha concepita. La semplice azione di creare una rete di comunicazione tra i giornalisti scientifici arabi può favorire una maggiore consapevolezza delle novità a livello internazionale riguardanti lo stile di scrittura, le opportunità di borse di studio e di premi, gli argomenti interessanti da trattare, ella ha aggiunto.

Traducilo!

Alcuni giornalisti arabi considerano la dipendenza dai media occidentali e il limitarsi alla copertura di ciò che l'Occidente sta producendo come la nuda faccia dell'attuale problematica situazione della comunicazione scientifica sui media arabi. Poco viene fatto per produrre materiale scientifico puramente arabo sui nostri media, basato su scienza araba e prodotto da giornalisti arabi, ha detto El-Awady.

Altri scrittori di cose scientifiche vedono la questione in modo differente. El-Makhzangy, che ha conseguito un dottorato in psichiatria e medicina alternativa in Ucraina, dice che non ci procurerà alcun marchio d'infamia il riconoscere il nostro presente stato di arretratezza, come produttori sia di scienza sia di media scientifici. Egli ritiene che la vera missione del giornalista scientifico sia il trasferimento della conoscenza. Vale a dire rendere consapevoli i cittadini della nostra regione, i non addetti ai lavori come pure i ricercatori, degli eccitanti sviluppi che stanno avendo luogo nella scienza e nella tecnologia. Questo è quello che hanno fatto Giappone e Corea [del Sud], se noi li consideriamo come buoni precedenti, ha detto El-Makhzangy. E persino in quei paesi in cui i contenuti scientifici e tecnologici sui media sono più che abbondanti, si mantiene un occhio vigile su ciò che altri stanno producendo. Per esempio, nonostante le apparenti differenze culturali e politiche tra Francia e Stati Uniti, esiste una versione francese di Scientific American, ha aggiunto. Quando si tratta di scienza, non esiste nazionalismo; e se tu tendi ad essere nazionalista, sei tu che ci rimetti.

Inoltre, El-Makhzangy non sottostima le serie ed avanzate ricerche in corso in alcune parti del mondo arabo, come quelle sulla desalinizzazione dell'acqua marina in Kuwait e le ricerche sui laser e le onde elettromagnetiche presso l'Università del Cairo. Egli sottolinea che, benché si tratti di casi sparsi, non rappresentativi di una tendenza in atto, meritano tuttavia copertura e supporto.

Superare il vuoto comunicativo

Possiamo essere d'accordo che i contributi forniti dalle università arabe al panorama degli sviluppi del mondo scientifico potrebbero essere migliori di quello che sono. Ma è difficile asserire in modo definitivo che il rigagnolo che trova la sua strada dai laboratori di ricerca delle università arabe fino alla ribalta dei media sia tutto quello che c'è lì. Probabilmente vi sono più innovazioni che i media arabi, e forse quelli internazionali, potrebbero trovare degne di essere raccontate al pubblico. Chi lo sa? Come possiamo saperlo, se un enorme vuoto di comunicazione separa le università dai professionisti dei media, il che è una delle principali malattie che affliggono i contenuti scientifici sui media arabi?

Una soluzione per questo dilemma dovrebbe comprendere la collaborazione da entrambe le parti. Dal lato delle università, deve esserci uno specialista dei media o delle pubbliche relazioni, il cui solo lavoro sia di comunicare con i media e tener aggiornati i giornalisti sulle ultime novità su ricerca e sviluppo all'interno delle università., dice Ghosn. Dal lato dei media, bisognerebbe dedicare ai contenuti scientifici e tecnologici tempo e spazio in prima serata. E i giornalisti hanno bisogno di essere più accurati nella loro trattazione, per evitare di perdere il contributo di scienziati e ricercatori, aggiunge.

Tuttavia alcuni scrittori non ritengono che sia una buona idea, almeno per il momento, che le università si occupino di pubbliche relazioni. Piuttosto, essi preferiscono che il lavoro di ricercare e scrivere sia assegnato completamente agli scrittori. In primo luogo, sostiene El-Makhzangy, non noi vogliamo appesantire i ricercatori seri con compiti ulteriori. In secondo luogo, aggiunge, ironicamente quelli che si precipiterebbero con la prospettiva di suscitare l'attenzione dei media, sarebbero probabilmente i ricercatori meno seri, se non proprio i dirigenti dei centri di ricerca statali, pronti ad attribuirsi presuntuosamente il merito degli sforzi altrui.

Questioni di lingua

Un aspetto del dilemma della comunicazione scientifica sui media arabi, portato di frequente all'attenzione, è la lingua. In altre parole, la questione centrale in questa parte del dibattito può essere così formulata: la lingua araba è sufficientemente flessibile da abbracciare ed assimilare l'ininterrotta alluvione di termini scientifici e tecnologici? Io credo che il problema non sia l'arabo, quanto piuttosto quelli che lo usano. Noi possediamo una lingua molto ricca. Ma troppo spesso soccombiamo di fronte alla traduzione automatica di termini stranieri, sostiene il presentatore della TV yemenita Mahmood. Non ci sforziamo di trovare il miglior equivalente per ciascuna parola. Ciò conduce a termini arabi che sono o imprecisi o del tutto privi di significato.

L'altro problema che ostacola l'arabo è che alcuni autori e scrittori tendono a derivare nuovi termini da parole o espressioni vecchie o abbandonate. Come risultato, in molti casi arabizzare il termine latino, così com'è, è più facile che usare un termine arabo. Un esempio in cui mi sono imbattuto di recente è l'equivalente arabo della parola pancreas. Essendo egiziano, sono stato educato che la parola per quest'organo del sistema digestivo è la stessa in inglese e in arabo. Ma successivamente ho imparato che in un paese arabo avevano derivato, o coniato, una parola araba per quello, basata su un termine originariamente arabo. Il nuovo termine arabo per pancreas era awthaklah, che - sono pronto a scommetterci - la maggioranza degli arabi non ha mai sentito.

Penso che non dovremmo lasciarci ossessionare dalla coniazione di precisi termini in arabo per ogni nuova parola straniera. Utilizziamo piuttosto il ricco lessico della lingua per spiegare ciascun termine. Questo è ciò che conta alla fine, afferma El-Makhzangy. Quest'approccio, di usare l'arabo per chiarire il significato dei termini piuttosto che per trovare loro equivalenti, riafferma la necessità di avere responsabili editoriali ed autori di trasmissioni altamente qualificati ed aggiornati.

Organizzazioni internazionali e regionali ci si stanno mettendo d'impegno. L'Organizzazione Mondiale della Sanità e il Centro di Arabizzazione della Scienza Medica in Kuwait sono stati attivamente coinvolti nell'arabizzazione delle terminologie mediche e scientifiche.

Gli sforzi di singoli scrittori ed autori di programmi scientifici, di organizzazioni internazionali e regionali, benché cruciali, non sono sufficienti a mettere in moto un nuovo atteggiamento dei media verso la scienza e la tecnologia. Per spingere verso un tale cambiamento, occorre un mandato politico. Credo che questo gran parlare di riforme in questa regione si tradurrà alla fine in un vero supporto alla scienza, nelle università e nei media, dice El-Makhzangy.

Ho deciso di tradurre l'articolo di Waleed El-Shobaky perché offre al lettore italiano, cioè occidentale, notizie di prima mano sulla situazione della divulgazione scientifica nei paesi arabi: si tratta di un quadro informativo attendibile, perché proviene da una fonte araba che conosce bene la materia e gli operatori del settore, ben più di quanto sarebbe possibile, con ogni probabilità, ad un giornalista occidentale che si impegnasse in un analogo reportage.

Emerge dall'articolo l'immagine di media arabi impegnati nel produrre soprattutto informazione politica e spettacolo. La divulgazione scientifica non è tra le loro priorità. Elemento di particolare interesse è che il pubblico arabo, a dispetto di un'offerta di contenuti scientifici e tecnologici scarsa e di qualità generalmente mediocre, è avido di ottenere un tale tipo di informazione.

Non sorprende che i media arabi siano relativamente insensibili alla domanda di divulgazione scientifica del pubblico, o almeno di una sua percentuale non trascurabile: così come da noi, giornali e televisioni sono essenzialmente strumenti di potere, al servizio delle principali forze politiche e/o economiche. Tali forze vogliono evidentemente che la popolazione araba rimanga quanto più possibile incolta, che pensi il meno possibile con la propria testa: un pubblico ignorante è uno strumento politico molto più manipolabile di un pubblico colto e avido di conoscenza e di modernità. Il politico populista prospera sull'ignoranza dei suoi elettori, ammesso che vi siano elezioni di una qualche serietà, e vi sono raramente nei paesi arabi.

Ancor meno sorprende, perciò, che in quei paesi i giornalisti scientifici di valore siano pochissimi e che università e centri di ricerca non abbiano canali di comunicazione con giornali, radio e televisioni. Tutto il mondo arabo, in generale, per stessa ammissione degli studiosi intervistati da El-Shobaky, versa in uno stato di notevole arretratezza per tutto ciò che riguarda scienza e tecnologia.

E' questo, a mio parere, il nodo centrale della questione.

Le varie civiltà umane che popolano la Terra si distinguono per usi e costumi storicamente consolidati e diversi. Tali usi e costumi riflettono la storia dei vari paesi e delle differenti culture e sono il frutto, almeno in parte, di inclinazioni psichiche peculiari. E' un fatto che la scienza moderna sia nata in Occidente e che qui soprattutto si sia sviluppata negli ultimi quattro secoli. Ciò testimonia di un'inclinazione psichica dell'uomo occidentale al pensiero astratto e alla manipolazione degli oggetti.

Certo, questo tipo di inclinazione non è un'esclusiva dell'Occidente. Nel corso del Ventesimo secolo il Giappone ha bruciato le tappe in ambito scientifico e tecnologico, ma lo ha fatto non su basi originali, bensì partendo dall'analisi minuziosa e intelligente di ciò che l'Occidente aveva prodotto. Corea del Sud, Cina e India stanno oggi bruciando a loro volta le tappe: stanno letteralmente spostando verso Oriente l'asse della ricerca e dell'innovazione scientifica e tecnologica.

In un simile scenario internazionale, i popoli arabi segnano invece il passo. L'enorme ricchezza prodotta dal petrolio è andata ad arricchire quasi esclusivamente le classi dirigenti, mentre la massa della popolazione vive ancora oggi in condizioni di precarietà economica, con altissimi tassi di disoccupazione e di natalità e prospettive nebulose per il futuro. Tutto ciò non è frutto del caso, ma di una cultura peculiare, frutto a sua volta di altrettanto peculiari inclinazioni psichiche. Il pensiero astratto e la predisposizione alla manipolazione a scopo tecnologico della realtà materiale non sono di certo le caratteristiche psichiche peculiari dei popoli arabi.

Ciò che è tipico di questi popoli, piuttosto, è il grande sviluppo dell'intuito; intuito che, se rivolto verso l'esterno, porta ad eccellere nel commercio, se rivolto verso l'interno, porta verso la religione e la poesia. E non c'è popolo al mondo, infatti, che attribuisca alla religione un'importanza maggiore di quella che vi attribuiscono gli arabi.

Più ancora che la politica, il vero freno allo sviluppo della scienza e della divulgazione scientifica tra i popoli arabi è la pervasività della religione. Come possono la scienza e la tecnologia procedere liberamente nell'esplorazione e nella manipolazione dell'universo materiale, se ogni atto pubblico e privato deve essere scrupolosamente conforme ad una legge religiosa immutabile e vecchia di secoli?

Nella pagina di presentazione di Islam Online, il serissimo e documentato sito di divulgazione da cui ho tratto l'articolo di El-Shobaky, si legge questa significativa spiegazione (mia traduzione dall'inglese): Questo sito mira a presentare un Islam unificato e vivente, che sta al passo con i tempi moderni in tutti i campi. Il nostro motto è: credibilità ed eccellenza. Il nostro scopo per questo sito è essere degni della vostra fiducia. Per raggiungere il nostro obiettivo, è stato costituito un comitato dei maggiori studiosi dell'intero mondo islamico, guidato dal Dr. Yusuf Qardawi. Il suo ruolo è di assicurarsi che nulla in questo sito violi i principi immutabili della legge islamica (Shar'ia). Il comitato include esperti di politica, economia, comunicazione, sociologia, tecnologia, arti ed altri settori, ognuno dei quali è impegnato a partecipare al Rinascimento Islamico in tutti i campi e a tutti i livelli.

C'è qui una contraddizione in termini: la scienza non può progredire rispettando una legge fissata a priori e immutabile. La religione, tramite la rivelazione, ha già deciso una volta per tutte cosa è bene e cosa è male, cosa gli uomini possono fare e cosa no. Si può dire che il sapere di una religione è già dato tutto insieme con la rivelazione che la fonda. Non può progredire con nuove informazioni, può solo essere meglio chiarito interpretando e reinterpretando le formule contenute nella rivelazione. La scienza è proprio il contrario di ciò: indaga il mondo per scoprire e sapere sempre di più; non riconosce vincoli di alcun tipo, se non quelli imposti dalle leggi della natura; la tecnologia, dal canto suo, ci fornisce strumenti per vivere più comodamente e più a lungo, usando al meglio le risposte che la scienza è riuscita a fornire, procedendo nella sua esplorazione a 360 gradi dell'universo conoscibile.

Religione e scienza nascono da due atteggiamenti mentali profondamente diversi e inconciliabili. Sono molto belle le parole di tolleranza e di elogio della conoscenza contenute nella dichiarazione d'intenti di Islam Online, ma proprio per i presupposti di rispetto assoluto della Shar'ia, contenuti nella stessa dichiarazione d'intenti, è lecito dubitare che possa perseguire una divulgazione scientifica assolutamente libera e completa.

E tuttavia le popolazioni arabe, sollecitate forse dal profluvio di gadget tecnologici che arrivano dall'Occidente, talvolta proibiti dalle autorità come i fotofonini, vogliono dai media più contenuti scientifici e tecnologici. Sono convinto che la diffusione del sapere scientifico e, più ancora, della mentalità che ne è alla base sono gli unici valori che l'Occidente può sperare, almeno per il momento, di esportare con successo verso Oriente. Più i popoli arabi riusciranno ad aprirsi alla scienza e al sapere contemporaneo, più saranno in grado di resistere - e noi con loro - al potere distruttivo del fanatismo religioso.

Commenti dei lettori

  1. Commento di LLa pulce d'Acqua - 9/8/2005 ore 15,12

    Che ne penso?
    Semplice, penso a tutti quegli arabi che in passato, grazie alla loro scienza, hanno permesso l'incivilimento dell'occidente.
    Il mio pensiero è rivolto pure, a capire come accreditava la loro religione, le varie scoperte scientifiche che vi venivano fatte.

    Come mai, che allora la religione islamica permetteva la diffusione del pensiero scientifico oltre che teologico, mentre oggi viene di fatto impedito.
    Mi viene da pensare che ovviamente ciò è dettato dal fatto che tutto ciò che proviene dall'occidente, debba essere censurato: "dagli all'infedele".

    E però, oggi è l'occidente in piena rivoluzione scientifica, e così come mille anni fa, la nella spagna occupata, dove arabi e cristiani convivevano in qualche modo, scambiandosi informazioni; oggi si deve guardare alla stampa e ancor più a internet per continuare questo scambio di informazioni, non solo scientifiche.

    Ho già scritto in un'altra occasione, che secondo il mio modesto parere e modo di vedere, non c'è peggior persona di chi si immola per una causa non sua; pensavo a Bush e Bin Laden allora, e ai kamikaze che si facevano scoppiare in nome del Dio petrolio; ma rimane sicuramente un pensiero attuale.
    In occidente, l'arabo è visto solo come un possibile attentatore proprio perhé arabo, e in arabia noi siamo per lo più dei satana o servi di esso, perché non c'è informazione su di noi e sulla nostra reale cultura, come da noi non c'è della loro.

    Marco.
  2. Commento di Michele Diodati - 10/8/2005 ore 11,23

    In occidente, l'arabo è visto solo come un possibile attentatore proprio perhé arabo, e in arabia noi siamo per lo più dei satana o servi di esso, perché non c'è informazione su di noi e sulla nostra reale cultura, come da noi non c'è della loro.

    Giusto. Proprio per questo sto cercando in rete articoli (ehm... non in questi giorni che sono in vacanza) scritti da arabi che spieghino il pensiero e la realtà dei popoli arabi a noi occidentali.

  3. Commento di Nadia El-Awady - 9/10/2005 ore 9,11

    In order to understand the comments under the article we published on IslamOnline.net, I had to use an online translation service. Unfortunately, I was only able to get the main gist of these comments. Nevertheless, that should be enough for me to post my own comments in reply.

    I'm the managing science editor at IslamOnline.net. One of our main objectives is to promote development in the research and development fields. There is absolutely no contradiction between this and between religion, albeit Islam. I cannot talk on behalf of other religions, but Islam is in no way a static religion that does not allow for change and advancement. This is what I understood you to mean. If this is the case, it shows that you do not understand our religion and that you are making judgments based on your own misunderstandings. That, in my opinion, is not fair.

    The first comment on your own comments to our article seemed to say, at least in some parts of it, what I'd like to say also. With the advent of Islam came a scientific revolution in the Islamic world. A revolution that eventually spread to other parts of the world.

    The fact is, our own scientific backwardness right now has absolutely nothing to do with Islam as a religion. It might in fact have a lot to do with the fact that we are not adhering to our religion as we should do.

    Also, the first commentor said that Muslims might be reluctant to accept science from the 'infidels' (did I understand that correctly?). This is absolutely not the case. The science now taught in our universities is Western in origin, and thousands if not hundreds of thousands of young men and women travel every year to the West to obtain graduate degrees in science.

    I hope this clarifies some misconceptions that are unfortunately quite common in the West, and we ourselves as Muslims are partly to blame for that.

    I hope you continue to read our articles and to hopefully get a better understanding through them how we really think as Muslims.

    Best,
    Nadia El-Awady
    Managing Science Editor
    IslamOnline.net
    nadia.elawady@iolteam.com
  4. Commento di Michele Diodati - 9/10/2005 ore 13,24

    Nadia:

    first of all thank you for your very interesting contribution and excuse me for my so-so English. I am very happy you read this little italian blog. I think your comment opened a very important channel of cultural exchange between you, as an authoritative representative of the Islamic world, and me, as a representative of the Western world. I hope this channel will be the herald of an always growing reciprocal comprehension.

    I am the translator of Waleed al-Shobakky article and the author of the comments at the end of the translation, so I feel myself entitled to answer your constructive criticism.

    You wrote: «One of our main objectives is to promote development in the research and development fields. There is absolutely no contradiction between this and between religion, albeit Islam. (...) Islam is in no way a static religion that does not allow for change and advancement.»

    This sounds for me very interesting and progressive, but it let me very dubious. On the "About us" page of IslamOnline.net, I read: «Its role [referred to the committee directed by Dr. Qardawy] is to ensure that nothing on this site violates the fixed principles of Islamic law (Shar'ia)». According to English dictionary, fixed means "not subject to change or variation; constant"; it also means "firmly, often dogmatically held: fixed beliefs".

    I am not able to understand which way the natural tension of science toward a free increase of human knowledge in every direction can harmonize itself with "the fixed principles of Islamic law". I will grateful to you if you will clarify this point.

    Moreover, I want to specify that my doubt isn't referred only to Islam, but to every religion based on dogmatic truths, as for example Christianism. A dogmatic truth, whatever is, fixes an a priori boundary that limits knowledge and science progresses.

    In Italy we lived this incurable conflict between religion and science only few months ago. A referendum was held on June about a law on artificial insemination. In that occasion, Catholic Church used all of its power to influence Italian public opinion so that makes the referendum fail. And it largely achieved its goal. The consequence is now that in Italy every scientific research on human embryos is prohibited, even those on the thirty thousand embryos already frozen in the last years. Italians who want a son with heterologous insemination need to go Spain, where there are more permissive, less religious laws. Italians with serious illnesses to the spinal column need to look to South Korea, where eminent scientists are conducting important researches on staminal cells, free from religious bonds.

    The worst thing is that the arguments used by Catholic Curch to influence the public opinion in this referendum were strongly lacking in scientific value. The main argument was that a embryo is already a person, a bizarre and umprovable theory (nevertheless too many Italians uncritically believed it). In the United States, another unscientific theory, known as Creationism or Intelligent Design, and highly financed by men of the religious extreme right, is trying to put Darwin and the evolutionism out of the American educational system.

    Western history seems to teach us that where religion is strong science is weak, and vice versa. In 1633 Galileo Galilei, the first and one of the most important Italian scientist, was forced by the Church to abjure his revolutionary (and scientifically correct) astronomical theory. He had observed the four Medicean satellites to orbit around Jupiter, but the Inquisition demanded him to deny the evidence.

    Too many facts tell me that the belief in dogmatic truths is a mortal enemy of the freedom of thought, crucial for a real and wide scientific development. I know you disagree with my opinion. I hope you will be able to convince me that I'm wrong.

    All the best,
    Michele Diodati
    michele@diodati.org

Articolo di Michele Diodati pubblicato il  5/8/2005 alle ore 1,36.

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