Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Libertà, democrazia e pregiudizio

Il tempo fa giustizia dei pregiudizi: come ha dimostrato l'errore di coloro che negavano il diritto di voto alle donne, speriamo che prima o poi mostri l'errore di quelli che non sopportano i "meticci" ed il multiculturalismo.

Le suffragette

Un articolo di Vittorio Zucconi su Repubblica.it ricorda il difficile e lungo cammino compiuto dalle donne negli Stati Uniti per ottenere il diritto di voto. Tale lotta è testimoniata da una galleria fotografica disponibile sul sito della Library of Congress degli Stati Uniti. Si tratta di una serie di fotografie d'epoca che, con le loro tinte sbiadite o il loro bianco e nero, ci permettono di gettare uno sguardo sul passato e sulle lotte compiute da alcune donne coraggiose e cocciute. Queste donne, a dispetto della morale dominante nella società maschilista di cui facevano parte, portarono avanti una battaglia di democrazia durata oltre 80 anni, cominciata negli anni '30 del XIX secolo e terminata solo nel 1920, quando il Tennessee, ultimo di tutti gli Stati dell'Unione, ratificò il diritto di voto delle donne.

Scrive Zucconi:

Queste terrificanti rivoluzionarie con i capelli bianchi, il cappellino di paglia, il collare di pizzo e il cammeo, erano le vandale in sottogonne di crinolina che avrebbero distrutto la famiglia e spazzato via i valori morali della nostra società come tuonava l'immancabile trombone dell'epoca, Orestes Bronson. I buoni cittadini, i bravi padri di famiglia, i conservatori erano terrorizzati dalla coincidenza fra il movimento femminile e la invenzione del processo di vulcanizzazione della gomma che nel 1859 aveva permesso la produzione industriale di profilattici moderni, palese strumento di devastazione morale e di liberazione della sessualità, come decenni dopo la "pillola". Ma le rovinafamiglia hanno tutte, nell'album, un'aria di impeccabile e vittoriana rispettabilità borghese, come era il mondo dal quale venivano.

Erano mogli di austeri businessmen, di predicatori quaccheri o anglicani, certamente più beghine che dissolute, predicatrici della temperanza, studentesse frustrate in una società nella quale Elizabeth Cady si sentì dire dal padre avvocato, dopo anni di pratica nel suo ufficio: Peccato che tu sia femmina, Liz, saresti stata un eccellente avvocato e Harriet Stowe poteva scrivere un best seller sconvolgente come La Capanna dello Zio Tom, ma non votare neanche per il consiglio comunale. Hanno in fondo la stessa espressione di orgoglio e di pudore dei fantaccini ritratti in uniforme prima di essere mandati al massacro. E se nessuna di queste signore immortalate nei primi dagherrotipi del 1848 (lo stesso anno del Manifesto marxiano), quando il movimento per il voto alle donne cominciò con una Dichiarazione di sentimenti scritta attorno a una tazza di tè da Lucretia Mott e da Jane Hunt e poi fino alla vittoria del 1920, cadde al fronte, parecchie finirono dietro le sbarre.

Il confronto con la legge e con gli uomini che la rappresentavano fu una costante della lotta compiuta da quelle donne. E' particolarmente illuminante, a tal proposito, il processo subito da Susan B. Anthony tra il 17 e il 18 giugno del 1873.

Il "crimine" per il quale la Anthony fu processata consisteva nel suo aver votato, insieme con altre quattordici donne, alle elezioni presidenziali del 5 novembre 1872. Nell'esigere di poter votare, la Anthony si era appellata al 14° Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, divenuto legge nel 1868, che, secondo l'interpretazione fornita dall'avvocato Francis Minor, sanciva il pieno diritto di cittadinanza delle donne.

Il giudice Ward Hunt fu però di diverso avviso. Rifiutando di chiedere il parere della giuria, dichiarò colpevole la Anthony e la condannò a pagare una multa di 100 dollari, in base al principio che il diritto di voto era regolato non dalla Costituzione, ma dalla legislazione dello Stato nel quale tale diritto era esercitato (lo Stato di New York, nel caso in questione). Prima di dichiarare chiusa la seduta, commise però l'errore di chiedere alla condannata se avesse qualcosa da dire. Susan B. Anthony, ribollendo d'indignazione, gli rispose queste splendide parole (mia traduzione dall'inglese):

Sì, Vostro Onore. Ho molte cose da dire; dal momento che, con il verdetto di colpevolezza che avete ordinato, voi avete messo sotto i piedi ogni principio vitale del nostro governo. I miei diritti naturali, i miei diritti civili, i miei diritti politici, i miei diritti giuridici sono stati tutti ugualmente ignorati. Derubata del privilegio fondamentale della cittadinanza, io sono degradata dalla condizione di cittadina a quella di persona sottomessa; e non solo io come individuo, ma tutto il mio sesso, in grazia del verdetto di vostro onore, è destinato alla soggezione politica sotto questa cosiddetta forma di governo.

Dovevano passare ancora quasi cinquant'anni dalla vibrante denuncia di Susan B. Anthony, prima che la legge sancisse ufficialmente il diritto di voto delle donne negli Stati Uniti. Sono passati da quel giorno esattamente 85 anni: era infatti il 26 agosto 1920 quando il 19° Emendamento della Costituzione, ratificato il 18 agosto, divenne legge.

Il tempo però è galantuomo. Oggi le testimonianze fotografiche e testuali della dura e difficile lotta condotta dalle suffragette per ottenere il diritto di voto sono considerate addirittura "Tesori americani" (American Treasures of the Library of Congress): segno di una sensibilità culturale molto cambiata nel corso degli anni. Nessuna democrazia occidentale potrebbe più mettere in discussione il diritto delle donne di partecipare con il voto alla vita politica della nazione. Siamo infatti tutti più o meno convinti che la democrazia debba fondarsi sull'uguaglianza dei diritti e sul rifiuto di qualsiasi discriminazione basata sul sesso, sulla razza, sulla religione o sulle condizioni sociali di un individuo. L'articolo 3 della nostra Costituzione afferma esplicitamente questo principio: Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

Eppure un simile principio, che noi italiani possiamo dare oggi per scontato perché sancito quasi sessant'anni fa dalla nostra Costituzione, non è per nulla scontato presso altri popoli ed altre nazioni. Le donne del Kuwait, per esempio, hanno ottenuto il diritto di voto solo il 16 maggio di quest'anno, grazie ad un emendamento della legge elettorale, passato nonostante la strenua opposizione dei conservatori.

Una "pera" di "valori"

didascalia:
Susan B. Anthony ed Elizabeth Cady Stanton
(1870 circa)

Il principio dell'uguaglianza di tutti gli esseri umani di fronte alla legge non è mai stato conquistato, dove è stato conquistato, senza lottare. C'è sempre stata una fiera opposizione da parte dei conservatori, convinti che alcuni esseri umani sono più uguali degli altri e che la legge deve discriminare, limitandosi a formalizzare lo status quo (che ha il difetto di essere spesso gravemente iniquo).

I conservatori sono sempre esistiti e sempre esisteranno, perché gli esseri umani hanno sensibilità e culture differenti: alcuni credono nel progresso e nella razionalità, altri nei "valori" e nella loro conservazione ad infinitum. Il problema sorge, a mio parere, quando, per propaganda politica, si cambia il significato delle parole.

Che in Italia l'alleanza dei conservatori si chiami "Casa delle Libertà" è un assurdo, una contraddizione in termini. La libertà, in uno Stato di diritto, è innanzitutto garantita dall'uguaglianza di fronte alla legge. I conservatori italiani hanno dimostrato innumerevoli volte che per loro l'uguaglianza non è importante, non è una priorità.

Lo dimostrano le leggi ad personam votate dal Parlamento grazie alla spinta decisiva della maggioranza di centrodestra: la legge 140/2003, che, per difendere Berlusconi dai processi in corso, ha stabilito che le cinque più alte cariche dello Stato non sono perseguibili durante il loro mandato (la Consulta, con sentenza del 20 gennaio 2004, ha dichiarato l'illegittimità costituzionale del comma 2 dell'articolo 1); la legge Gasparri (approvata dopo essere stata rinviata alle Camere da Ciampi), che ha ufficializzato il conflitto d'interessi di Berlusconi, stabilendo che può conservare la proprietà di Mediaset; varie altre leggi che è inutile qui enumerare.

La libertà degli individui è inoltre garantita dalla tolleranza verso il diverso e verso chi la pensa in modo differente, dalla disponibilità ad accettare che gli altri, nei limiti in cui non arrecano danno a terzi, vivano e si comportino in base a princìpi differenti dai propri. In nessun campo come in quello della tolleranza, la cosiddetta "Casa delle Libertà" si è dimostrata illiberale e desiderosa di coartare la libertà di scelta e di espressione di chi la pensa diversamente.

Basti pensare alle accuse di "uso criminoso" della televisione pubblica, lanciate da Berlusconi contro Santoro, Biagi e Luttazzi con il famoso diktat bulgaro del 2002, che hanno condotto all'allontanamento forzato dei tre dal video, nonostante la loro riconosciuta professionalità e gli altissimi indici d'ascolto delle loro trasmissioni.

Basti pensare alla lotta condotta dal centrodestra prima per far approvare una legge sulla fecondazione assistita penalizzante e ingiusta e poi per far fallire i referendum per l'abrogazione di alcune parti della medesima legge.

Basti pensare alla rabbia dei leghisti prima contro gli italiani del Sud ("Roma ladrona") ed ora contro gli stranieri, che vorrebbero veder rimandati ai loro paesi d'origine in nome della salvaguardia di una "razza padana" che esiste solo nelle loro menti razziste e xenofobe.

Basti pensare alla condanna pubblica della legge spagnola sui matrimoni omosessuali espressa dal Presidente del Senato Pera (I matrimoni gay? Un capriccio), in nome di una presunta salvaguardia della famiglia e dei suoi valori; una condanna che a me sembra soprattutto espressione di pregiudizio e che non ha altro effetto che discriminare gli omosessuali e le loro aspirazioni.

Basti pensare alle parole dette dallo stesso Pera al recente Meeting dell'amicizia di Comunione e Liberazione, a Rimini, il 21 agosto. Vale anzi la pena di citare qualche passo da questo "illuminato" discorso:

In Europa si pratica il multiculturalismo come diritto di identità irriducibile di tutte le comunità, non importa se genera apartheid, risentimenti e terroristi di seconda generazione.

In Europa si alzano le bandiere arcobaleno anche quando si è massacrati, e si ritirano le truppe dal fronte della guerra contro il terrorismo anche quando il terrorismo fa vittime in casa nostra - il riferimento è alle marce della pace contro l'America e alla decisione spagnola sull'Iraq.

In Europa la popolazione diminuisce, si apre la porta all'immigrazione incontrollata, e si diventa "meticci".

E così via, di allarme in allarme.

[...]

Già, ma "noi" chi? "Noi" non siamo soli. Come rapportarci agli "altri", quando, immigrando, vogliono entrare nella nostra comunità? E come difenderci dagli "altri", quando, violando le nostre leggi, ci vogliono distruggere?

Sul problema della convivenza e dell'integrazione, l'Europa ha dato una risposta sbagliata e una risposta ingenua.

La risposta sbagliata - più democratica che liberale - è quella del multiculturalismo, cioè la protezione delle culture e delle comunità anziché degli individui. Il risultato di questa politica è stato quello di gruppi etnici che, nel migliore dei casi, si ignorano, e, nel peggiore, si dimostrano ostili. Dopo l'assassinio del politico Fortuym e del regista van Gogh, anche l'Olanda sta facendo marcia indietro rispetto a questo modello. E lo stesso accade in Inghilterra dopo gli attentati terroristici del 7 luglio.

La risposta ingenua - più liberale che democratica - è quella della tolleranza. Con un grave malinteso: che la tolleranza, così come è intesa e praticata da noi, è una virtù passiva, che confina con l'indifferenza e la sopportazione. Dopo tanti fallimenti delle nostre politiche di integrazione, questo equivoco dovrebbe essere eliminato. Ciò di cui abbiamo soprattutto bisogno non è la tolleranza così concepita, ma, l'ho detto più volte, il rispetto, che, a differenza della tolleranza, è una virtù attiva. Ma il rispetto comincia da casa nostra. Non possiamo chiedere rispetto, e nessuno ci rispetterà, se non cominciamo a rispettare noi stessi. Se, alla domanda: "sei tu ebreo e cristiano?", rispondiamo come Pietro, che rinnegò. O se, alla domanda: " credi nel valore della tua tradizione?", ci atteggiamo come Pilato, che non se ne curò. Non c'è altra strada: o ci impegnamo ad integrare gli altri facendoli diventare cittadini della nostra civiltà - con la nostra educazione, la nostra lingua, la conoscenza della nostra storia, la condivisione dei nostri princìpi e valori - oppure la partita dell'integrazione è perduta.

Il tema intorno a cui Pera ha sviluppato il proprio discorso era: la democrazia è libertà? La risposta data dal Presidente del Senato a me sembra essere: no. L'idea della democrazia di Pera, e del centrodestra in generale, è quella dell'imposizione indiscriminata dei propri dogmi, ritenuti a torto valori universali; per chi in quei valori non si riconosce, essi appaiono più come pregiudizi che come valori. L'idea che le persone debbano essere lasciate libere di darsi le proprie regole, almeno nella misura in cui non arrecano danno agli altri, è estranea a questa maggioranza di governo. Dubito che il nome "Casa delle Libertà", con simili premesse, abbia un senso. Ma deve essere colpa mia che non sono in grado di capire dove stia la libertà...

didascalia:
Il Presidente del Senato Marcello Pera
ed il cardinale Camillo Ruini

Nel parlare di "meticci" Pera ha usato un termine degno del peggior fascismo. Le sue posizioni retrograde non hanno trovato pieno consenso neppure tra i giovani di Comunione e Liberazione a cui erano destinate. Se questa è l'idea di libertà dei conservatori italiani di oggi, chi ha a cuore veramente l'uguaglianza e la democrazia non può che sperare che una simile maggioranza termini quanto prima il proprio mandato politico.

La lotta delle suffragette appariva ai governanti dell'epoca come un sovvertimento dei valori e della società civile. Allo stesso modo, la società multiculturale appare insopportabile ai conservatori italiani di oggi. Mi auguro che la storia prima o poi faccia giustizia e, così come ha mostrato l'errore di chi riteneva le donne indegne di partecipare con il voto alla vita politica, faccia apparire con tutta evidenza la pochezza intellettuale e lo squallore morale che si cela dietro questa crociata dei conservatori per i "valori".

Se la civiltà europea vuole avere una sola speranza di sopravvivere all'invasione di genti e culture straniere a cui da decenni è sottoposta, questa speranza riposa nel suo non abdicare ai propri princìpi di uguaglianza e di giustizia sociale, conquistati in secoli di lotte drammatiche. Non è l'imposizione violenta e autoritaria delle proprie regole che può salvaguardare nel tempo i principi della democrazia, ma solo l'esercizio sereno di una vera giustizia sociale, anche a costo di perdere, in nome appunto dell'esercizio di tale giustizia, parte della propria identità culturale (per esempio concedendo la cittadinanza e il diritto di voto agli stranieri residenti). Le identità culturali non sono immutabili: tutte le culture sono soggette a trasformazioni, dovute a contatti con altre genti ed altre usanze. Questa è la vera ricchezza dei popoli, non la loro perdizione.

Commenti dei lettori

  1. Commento di LLa pulce d'Acqua - 29/8/2005 ore 15,20

    Mi ricordo, non tanti anni or sono, quando si diceva che le donne lavoratrici, avrebbero inesorabilmente tolto posti di lavoro ai maschi, veri detentori del diritto al lavoro in Italia.

    Marco.

Articolo di Michele Diodati pubblicato il  26/8/2005 alle ore 23,50.

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