Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Per commemorare lo sterminio degli Ebrei nella giornata della memoria

Un brano tratto dal libro di Daniel J. Goldhagen, "I volenterosi carnefici di Hitler".

[La copertina del libro di Goldhagen 'I volenterosi carnefici di Hitler']C'è un libro per nulla retorico, che tutte le persone con la tendenza a dimenticare il passato farebbero bene a leggere.

Questo libro s'intitola I volenterosi carnefici di Hitler. Pubblicato nel 1996, suscitò subito un grande scalpore. Il suo autore, un professore di Harvard chiamato Daniel Jonah Goldhagen, affrontò la questione dello sterminio degli Ebrei da un punto di vista nuovo: avrebbero potuto gli esecutori materiali dello sterminio - cioè i soldati tedeschi, le varie milizie poliziesche, i fiancheggiatori polacchi, russi, rumeni, ecc. - rifiutarsi di eseguire gli ordini dei loro superiori?

La risposta di Goldhagen, documentata con una messe di fatti ricavati dalla minuziosa rilettura degli archivi e delle testimonianze, è sconvolgente. Contrariamente a quello che si è sempre creduto, cioè che la macchina dello sterminio fosse un meccanismo impersonale governato dall'alto, Goldhagen mostra come in innumerevoli occasioni i carnefici avrebbero potuto rifiutarsi senza conseguenze, o con minimi disagi, di esercitare il loro terrificante compito di boia.

Quella che riporto di seguito è un'agghiacciante testiminianza, tratta dalle pagine 229-233 (Mondadori, 1997) del libro. Vi si descrive il primo eccidio compiuto dagli uomini del battaglione 101 ai danni dei cittadini inermi di Józefów, nella Polonia occupata, massacro avvenuto nel giugno del 1942. Il maggiore Trapp, comandante del battaglione, offrì ai suoi soldati la possibilità di non partecipare allo sterminio. Ma furono davvero pochi ad approfittare di questa occasione...

Rimane aperta la questione: c'è in ognuno di noi, nascosta da qualche parte, una bestia disumana così spaventosa? E' possibile che eventi di tale insopportabile assurdità si verifichino nuovamente nella storia dell'uomo?

Vale la pena di riflettere sulle motivazioni profonde dello sterminio degli Ebrei, soprattutto in questo periodo in cui l'insipienza dei nostri politici si è appropriata, strumentalizzandolo, anche del tema dell'antisemitismo, facendone l'ennesimo terreno di scontro tra destra e sinistra.

All'alba i tedeschi iniziarono il rastrellamento degli ebrei del ghetto di Józefów, passandolo al setaccio in piccole pattuglie di due o tre uomini, e cacciando a forza gli ebrei dalle loro case. Quelli della 3a Compagnia avevano ricevuto direttamente dall'ufficiale le medesime istruzioni comunicate alle altre: Nel corso dell'evacuazione i vecchi, i malati, i neonati e i bambini piccoli che opponessero resistenza dovranno essere fucilati sul posto. I tedeschi agirono con incredibile brutalità, eseguendo con slancio l'ordine di non preoccuparsi se qualcuno non era in grado di camminare fino al luogo di raccolta: lo si ammazzava su due piedi. Vidi circa sei cadaveri di ebrei, che i miei camerati avevano ucciso, secondo gli ordini, nel posto in cui li avevano trovati. Fra gli altri c'era una vecchia, uccisa nel suo letto. Quando i tedeschi ebbero finito, il ghetto era disseminato di corpi, nei cortili, sulle porte, lungo tutte le strade che portavano al mercato. Così un soldato della 3a Compagnia riferisce di quelle prodezze: So che quell'ordine fu eseguito anche perché, attraversando il quartiere ebraico nel corso dell'evacuazione, vidi parecchi cadaveri di vecchi e bambini. So che tutti i ricoverati di un ospedale israelitico furono fucilati dalle truppe che setacciavano il quartiere.

Sarebbe facile leggere queste due frasi, rabbrividire per un istante, e passare oltre. Ma proviamo a considerare quanto sarebbe stata forte la pressione psicologica a non uccidere quella gente se i poliziotti fossero stati davvero contrari all'eccidio, se davvero non fossero stati convinti che gli ebrei meritassero quella sorte. Avevano appena sentito dal loro comandante che chi avesse voluto tirarsi indietro sarebbe stato esentato. Invece di raccogliere quell'offerta, preferirono entrare in un ospedale, una istituzione di carità, per sparare agli ammalati, tremanti, inginocchiati a chiedere pietà. E ammazzavano i neonati, anche se nessuno dei testimoni ha ritenuto opportuno riferire questi dettagli. Probabilmente l'assassino sparava al bambino in braccio alla madre, e magari anche alla madre, oppure, come piaceva a molti in quegli anni, lo sollevava per una gamba e gli sparava con la pistola. Forse la madre stava a guardare, inorridita, mentre il corpicino veniva gettato a terra, a marcire come un mucchietto di spazzatura. Sarebbe dovuto bastare l'orrore di un solo infanticidio, o di aver preso parte al massacro dei ricoverati nell'ospedale ebraico - per non parlare di tutti gli altri eccidi avvenuti o a venire in quella giornata - per indurre quelli tra i tedeschi che consideravano gli ebrei come parte della famiglia umana a informarsi se l'offerta di Trapp potesse essere ancora considerata valida anche per loro. A quel che sappiamo, nessuno lo fece.

Completato il primo rastrellamento, i tedeschi setacciarono di nuovo il ghetto per assicurarsi che nessun ebreo potesse sfuggire al suo destino. Ovunque in Polonia, dopo l'esperienza personale e collettiva, fatta nei primi mesi del 1942, di ciò che i tedeschi avevano in serbo per loro, gli ebrei avevano costruito nascondigli, spesso molto ingegnosi. I tedeschi, aiutati con entusiasmo da parecchi polacchi, si dedicavano con grande zelo alla ricerca di quei rifugi, esaminando minuziosamente ogni parete e ogni zolla rivoltata:

il quartiere fu perquisito un'altra volta. Spesso grazie all'aiuto dei polacchi, furono scoperti numerosi ebrei nascosti in stanze o alcove murate. Ricordo che un polacco mi fece notare un cosiddetto spazio morto tra le pareti di due stanze adiacenti. Un altro polacco ci parlò di un nascondiglio sotterraneo. Gli ebrei scoperti in due nascondigli non furono uccisi subito, come prescrivevano gli ordini; fui io a decidere di farli portare nella piazza del mercato.

Se dobbiamo credergli, quest'uomo preferì che fossero altri a sporcarsi le mani, scegliendo di disobbedire all'ordine di uccidere chiunque opponesse resistenza, ma ottenendo comunque lo scopo in modo meno sgradevole (ci pensassero gli altri, a ucciderli). Ma se, oltre a trovarlo un compito spiacevole da eseguire personalmente, fosse stato contrario all'eccidio degli ebrei, non gli sarebbe stato difficile evitare di trovare quelli che avevano fatto il possibile per tenersi nascosti; dalla sua lunga testimonianza, invece, non risulta che né lui, né altri tedeschi abbiano finto di non vedere.

I tedeschi avevano radunato gli ebrei nella piazza del mercato. Avevano impiegato parecchio tempo: era il primo eccidio del Battaglione 101, e le procedure andavano ancora perfezionate. Qualche ufficiale, insoddisfatto dell'andamento dell'operazione, correva da un punto all'altro spronando gli uomini: Siamo fuori tempo massimo! Più in fretta, più in fretta!. Finalmente, alle 10 del mattino, i tedeschi selezionarono i cosiddetti abili al lavoro (Arbeitsfahigen), circa 400 uomini, destinati a un campo «di lavoro» presso Lublino. A questo punto gli uomini del 101 erano pronti per affrontare la fase centrale della loro prima impresa genocida. Furono dati nuovi ordini, per prepararli all'eccidio sistematico. Già durante l'adunata con Trapp avevano ricevuto istruzioni sulla tecnica della fucilazione.

Ricordo perfettamente il dottar Schoenfelder ... Come ho detto, stavamo in semicerchio intorno a lui e agli altri ufficiali. Il dottar Schoenfelder disegnò sul terreno - perché tutti potessimo vedere - il profilo di un torso umano, e segnò sul collo il punto al quale si doveva sparare. Quell'immagine mi rimane impressa nella mente. Di una cosa non sono certo, se per fare il disegno avesse usato un bastone o qualcos'altro.

Il medico del battaglione, che insegnò agli uomini il modo migliore per uccidere, evidentemente non riteneva che il giuramento di Ippocrate valesse anche per gli ebrei. Vi furono altre discussioni per perfezionare le tecniche del macello. Si parlò di come si dovesse sparare. Ci si chiedeva se fosse meglio farlo con o senza la baionetta in canna ... La baionetta aiutava a prendere la mira, e manteneva un minimo di distanza tra il fucile e la vittima.

A gruppi, i tedeschi trasferirono gli ebrei in camion dalla piazza ai boschi nei dintorni di Józefów, dove i poliziotti di scorta ordinarono di saltare giù, e naturalmente, date le circostanze, diedero loro "una mano" [nachgeholfen wurde] a fare più presto. Era il loro primo eccidio, ma stando alla testimonianza di questo assassino per gli uomini del Battaglione 101 era già una cosa «naturale» picchiare gli ebrei (l'evidente significato dell'eufemistica «mano», che anche nella deposizione compare tra virgolette). Tanto «naturale» che il testimone ne fa cenno di sfuggita, non considerando la cosa degna di attenzione o approfondimento.

Intorno a mezzogiorno agli uomini della 1a Compagnia, inizialmente gli unici assegnati alle fucilazioni, si aggiunsero elementi della 2a, perché il maggiore Trapp prevedeva che altrimenti non si sarebbe riusciti a portare a termine il massacro entro sera. L'aspetto materiale dell'eccidio finì quindi per essere condiviso da un numero maggiore di uomini di quanto il maggiore avesse progettato. Le modalità precise del trasporto e delle esecuzioni furono lievemente diverse da un'unità all'altra, e si modificarono nel corso della giornata. Per rimanere alla 1a Compagnia, i suoi plotoni si erano divisi in squadre di circa otto uomini. All'inizio la procedura seguiva più o meno questo iter: la squadra si avvicinava a un gruppo di ebrei appena arrivati, all'intemo del quale ogni tedesco sceglieva la sua vittima - un uomo, una donna, un bambino. Ebrei e tedeschi si avviavano poi insieme, in due file parallele in modo che ogni assassino marciasse al passo con la sua vittima, fino a una radura, dove prendevano posizione e attendevano dal caposquadra l'ordine di far fuoco.

La passeggiata nel bosco offriva a ognuno di quegli uomini un'occasione di riflessione; camminando a fianco delle loro vittime, essi potevano confrontare la figura umana accanto a loro con le proiezioni della propria mente. Qualcuno, naturalmente, aveva al fianco un bambino. È estremamente probabile che a suo tempo, in Germania, questi stessi uomini avessero fatto passeggiate nei boschi con i propri figli, che correvano accanto a loro pieni di allegria e curiosità. Con quali pensieri, quali emozioni, potevano ora marciare, sbirciando di continuo accanto a loro la figura, diciamo, di una ragazzina di otto-dieci anni, che a un occhio non velato dall'ideologia sarebbe apparsa identica a qualsiasi altra ragazzina? Oppure vedevano soltanto un'ebrea, giovane certo, ma comunque un'ebrea? Si chiedevano forse, increduli, con quale giustificazione si apprestavano a farle saltare le cervella? O invece consideravano ragionevole quell'ordine, per la necessità di stroncare anche sul nascere la minaccia ebraica? Dopo tutto, quella bambina ebrea sarebbe diventata una madre di ebrei.

L'eccidio vero e proprio fu raccapricciante. Dopo la passeggiata nel bosco, ogni tedesco puntava il fucile alla nuca di quello stesso volto, ora rivolto verso terra, che fino a un attimo prima aveva camminato al suo fianco; poi schiacciava il grilletto e rimaneva a guardare gli ultimi spasimi della vittima, a volte una ragazzina, finché rimaneva immobile. Occorreva restare impassibili di fronte alle grida, alle donne che piangevano, ai bambini che strillavano. Sparando quasi a bruciapelo, capitava spesso che i tedeschi si insozzassero di materia organica umana. Il colpo di grazia raggiunse il cranio con tanta forza da strappare via tutta la calotta posteriore, schizzando il tiratore di sangue, schegge d'ossa e materia cerebrale. Il sergente Anton Bentheim riferisce che non si trattò di un episodio isolato, ma di una condizione generale: I boia erano spaventosamente coperti di sangue, materia cerebrale e schegge d'ossa, che si attaccavano alle divise. Nonostante l'esperienza visceralmente ributtante, sufficiente a turbare anche il carnefice più incallito, questi neofiti del macello ritornavano a prendere nuove vittime, altre ragazzine, per l'ennesima passeggiata nel bosco. Per ogni gruppo di ebrei cercavano una nuova radura.

In questo modo personalizzato, individuale, ognuno dei fucilatori uccideva in genere dai 5 ai 10 ebrei, per lo più vecchi, donne e bambini. I circa 30 uomini del plotone del tenente Kurt Drucker, 2a Compagnia, per esempio, nell'arco di tre-quattro ore ammazzarono dai 300 ai 400 ebrei. Fra una scarica e l'altra si concedevano qualche pausa per riposare, riprendersi e fumare una sigaretta. Diversamente dalle procedure tipiche delle operazioni omicide dei tedeschi, gli uomini del Battaglione 101 non costrinsero gli ebrei a spogliarsi, né raccolsero gli oggetti di valore: quel giorno il loro pensiero era fisso su un'unica missione. In tutto, tra il massacro incontrollato nel ghetto e le esecuzioni metodiche nei boschi, i tedeschi uccisero qualcosa come 1200 ebrei, forse qualche centinaio in più. Lasciarono i cadaveri dove stavano, per le strade di Józefów o nei boschi circostanti; ci pensasse il sindaco polacco, a organizzare la sepoltura.

Articolo di Michele Diodati pubblicato il  27/1/2004 alle ore 13,19.

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