Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Il topino intrappolato

L'ultimo libro di Elio Veltri affronta la spinosa questione della legalità, denunciando le colpe della coalizione al potere, ma anche le omissioni e le complicità del centrosinistra.

Uno scrittore scomodo

[La copertina de 'Il topino intrappolato' di Elio veltri]Elio Veltri è da sempre impegnato, come scrittore e come politico, in una lotta impari: la difesa della legalità in Italia.

Una caratteristica dei suoi libri, da L'odore dei soldi fino a Il topino intrappolato, è che non risparmiano nessuno, né a destra né a sinistra. Le denunce di Veltri non sono mai opinioni campate in aria, ma si basano su fatti ben documentati, fatti che inchiodano l'accusato senza consentirgli di svicolare, fatti che richiedono risposte nette e precise. E' per questo motivo che né da destra né da sinistra ci tengono a dialogare in pubblico con lui. Sintomatico, per esempio, il fatto che, nonostante il clamore suscitato da L'odore dei soldi, non sia mai stata data occasione a Veltri di esporre in televisione le proprie ragioni. Ecco cosa dice l'autore in proposito (Il topino intrappolato, Editori Riuniti, 2005, pag. 266):

L'odore dei soldi non solo ci ha portato le cause civili di Berlusconi e dei suoi amici, con la richiesta di danni per milioni di euro, ma per quanto mi riguarda, sono successe cose incredibili:

1) nessun giornalista televisivo italiano mi ha interpellato. Se fosse vero che il libro ha condizionato la campagna elettorale, quanto meno a cominciare da Vespa, avrebbero dovuto ascoltarmi (...). Vespa, invece, nonostante una delega scritta del presidente dell'Italia dei valori, mi ha impedito di partecipare al suo programma in campagna elettorale, mettendo per iscritto (14 marzo) che era lui a decidere gli inviti, indipendentemente dalle designazioni dei partiti. Poiché io ero il vicepresidente dell'Italia dei valori con la delega a custodire e presentare il simbolo del movimento, sarebbe stato come dire a D'Alema: non voglio il tuo vicesegretario perché mi è antipatico.

2) Se avessi parlato ai dirigenti del centrosinistra dell'intenzione di scrivere il libro, mi avrebbero sconsigliato: altro che complotto!

3) In molte presentazioni nelle regioni rosse, gli organizzatori, volevano presentare il mio libro, ma senza di me. A Bologna, in piazza, alcuni diessini mi hanno contestato e, a loro volta sono stati contestati da un gruppo di giovani; a Modena, Reggio Emilia e Ferrara hanno fatto di tutto per non farmi parlare. A Parma la casa editrice ha sospeso l'incontro perché volevano farlo senza di me. La ragione è semplice: in campagna elettorale andava bene anche attaccare il Cavaliere, ma guai criticare il centrosinistra e raccontare le cose come erano andate effettivamente.

L'accordo scellerato

Con Il topino intrappolato, Veltri ci riprova: alla base del libro c'è non solo la volontà di denunciare l'illegalità diffusa nel Paese e la connivenza dei politici, ma anche il desiderio di fornire una serie di proposte concrete, come per esempio l'istituzione di un ministro alla legalità e alla trasparenza, proposte che l'autore affida idealmente a Prodi, con la speranza che sia eletto e che possa e voglia portare avanti, nella prossima legislatura, una battaglia a favore della legalità.

Il libro affronta la questione morale da diversi punti di vista. Uno dei filoni principali è senza dubbio la critica spietata al centrosinistra, che in molte occasioni ha dimostrato di non saper scegliere una strada diversa, fatta di rigore morale e di rispetto della legge a qualsiasi costo, di fronte alle sfide poste da Berlusconi e dal suo rapporto, diciamo "disinvolto", con le leggi, le regole e la moralità.

Ecco allora che Veltri, mentre spiega il titolo del libro, racconta anche un aneddoto inquietante: una dichiarazione di Violante in Parlamento, che spiattella senza mezzi termini l'esistenza di un accordo extralegale tra centrosinistra e Berlusconi sulle televisioni. Vale la pena di leggere le parole dell'autore (pagg. 40-41).

Facendo riferimento ai comportamenti dell'opposizione e a una inconsapevole resa alle logiche del berlusconismo, Martinazzoli ha detto che gli veniva in mente quel topino che, intrappolato, agli amici intenti a liberarlo spiegava che lui non si lamentava della trappola ma solo della cattiva qualità del formaggio.

Chi è il topino intrappolato: se la coalizione o poche persone o una sola, lo decida il lettore. Piú difficile dire se il formaggio ci fosse davvero, di che qualità fosse e perché il topino lo preferisse alla sua stessa libertà.

Luciano Violante alla Camera, il 28 febbraio del 2002, mentre si discuteva la proposta di legge riguardante il conflitto d'interesse, rivolto alla maggioranza ha detto: Ieri l'onorevole Adornato ha ringraziato il presidente del nostro partito per aver detto che non c'è un regime. Io sono d'accordo con Massimo D'Alema: non c'è un regime sulla base dei nostri criteri. Però, cari amici e colleghi, se dovessi applicare i vostri criteri, quelli che avete applicato voi nella scorsa legislatura contro di noi, che non avevamo fatto una legge sul conflitto d'interessi, non avevamo tolto le televisioni all'onorevole Berlusconi... Onorevole Anedda, la invito a consultare l'onorevole Berlusconi perché lui sa per certo che gli è stata data la garanzia piena, non adesso, nel 1994, quando ci fu il cambio di governo - che non sarebbero state toccate le televisioni. Lo sa lui e lo sa l'onorevole Letta... A parte questo, la questione è un'altra. Voi ci avete accusato di regime nonostante non avessimo fatto il conflitto d'interessi, avessimo dichiarato eleggibile Berlusconi, nonostante le concessioni... Durante i governi di centrosinistra il fatturato di Mediaset è aumentato di 25 volte. Dunque, non c'è stata alcuna operazione di questo genere. Ora, se dovessimo applicare i criteri che avete applicato voi a noi, altro che regime, cari amici!.

Si sapeva che le cose erano andate come ha detto Violante dal momento che tutte le proposte di legge che potevano disturbare Berlusconi e metterlo in condizione di non nuocere, sbarrandogli la strada della vittoria nel 2001, o non sono state messe all'ordine del giorno delle commissioni parlamentari o sono state bocciate dalla coalizione di centrosinistra d'accordo con il Polo. Tuttavia mancavano le prove. Violante le ha fornite e c'è da chiedersi come mai non si sia posto il problema che, nel caso della ineleggibilità di Berlusconi, per fargli un favore, è stata violata anche la legge del 1957.

L'ineleggibilità di Berlusconi

Vediamo dunque cosa dice questa legge del 1957, che, se fosse stata applicata coerentemente, avrebbe sancito fin dall'inizio l'ineleggibilità di Berlusconi. Ne parla il capitolo decimo del libro (pagg. 174-175).

La legge del 1957 sulla ineleggibilità dei parlamentari è chiara: Non sono eleggibili coloro che in proprio o in qualità di legali rappresentanti di società o di imprese private risultino vincolati con lo Stato per contratti di opere o di somministrazioni, oppure per concessioni o autorizzazioni amministrative di notevole entità economica, che importino l'obbligo di adempimenti specifici, l'osservanza di norme generali o particolari protettive del pubblico interesse, alle quali la concessione o l'autorizzazione è sottoposta.

La Corte costituzionale con la sentenza n. 42 dell'11 luglio 1961 ha affermato che l'ineleggibilità di chi si trova in rapporti d'affari con lo Stato è stabilita prevalentemente perché tali persone non danno garanzie di obiettività e di disinteresse nell'esercizio delle funzioni alle quali aspirano: si tratterebbe cioè di un conflitto d'interessi. È proprio il caso delle concessioni di cui Berlusconi gode e in virtú delle quali ha potuto gestire tre reti televisive. Chi decide sulla ineleggibilità dei deputati e dei senatori è la Giunta per le elezioni di ciascuna Camera e la sua decisione è inappellabile.

Nel 1994, dopo la vittoria elettorale di Berlusconi, un comitato formato da un gruppo di intellettuali: Alessandro Galante Garrone, Paolo Sylos Labini, Ettore Gallo, Vito Laterza, Alessandro Pizzorusso, Aldo Visalberghi, Antonio Giolitti, Giuseppe Bozzi, Roberto Borrello, Paolo Flores d'Arcais, Vittorio Cimiotta, ha curato la presentazione di alcuni ricorsi riguardanti la ineleggibilità di Berlusconi, Dell'Utri, Previti, Cecchi Gori e altri. La giunta per le elezioni, a maggioranza del Polo, con il solo voto contrario dell'onorevole Luigi Saraceni, deputato dell'Ulivo, li ha dichiarati tutti eleggibili.

Il problema si è riproposto dopo le elezioni del 1996, e la giunta, questa volta, a maggioranza di centrosinistra, ha deciso allo stesso modo. La motivazione della giunta è stata tutta politica e non ha tenuto in nessun conto la sostanza dei problemi. Infatti, accampando un cavillo formale riguardante la rappresentanza legale, ha ignorato il problema del controllo societario delle imprese e quindi del potere decisionale effettivo. In base a questo presupposto la giunta ha ritenuto che Berlusconi fosse eleggibile perché l'amministratore di Mediaset, che certamente conta meno del proprietario, era Fedele Confalonieri. Per cui, mentre Confalonieri e, persino, il suo avvocato, non sarebbero stati eleggibili, Berlusconi lo era.

Ciò che Veltri denuncia, in sostanza, è la volontà politica del centrosinistra di assecondare Berlusconi, una volontà che si è manifestata con la deliberata violazione di una legge dello Stato, per ragioni che rimangono ignote, non essendo chiaro quali benefici avrebbe potuto trarre il centrosinistra dal sancire l'eleggibilità di Berlusconi a dispetto della legge. Ma tant'è, e a sostegno della denuncia dell'autore, c'è una dichiarazione di D'Alema, rilasciata a Bologna il 15 settembre 2000 nel corso di una festa dell'Unità (pag. 200): Berlusconi concessionario dello Stato - dice D'Alema - era ed è ineleggibile per incompatibilità, la decisione della Giunta per le elezioni è stata una finzione.

La cultura dell'illegalità

Leggendo il libro di Veltri viene da pensare quanta saggezza popolare vi sia in quell'antico proverbio che dice Il pesce puzza dalla testa. E' straordinario, per esempio, pensare a quanti inquisiti e condannati siedano in Parlamento, ora come negli anni scorsi, nonostante il Parlamento sia il luogo dove si fanno le leggi, il luogo cioè nel quale, più che in qualsiasi altro posto, dovrebbe aleggiare un rispetto sacro per la legge e la legalità. Ma che non sia così, ce lo spiega bene l'autore, raccontandoci per esempio la storia del deputato Gianstefano Frigerio (pag. 32): Alcuni casi sono davvero divertenti: l'onorevole Gianstefano Frigerio, arrestato piú volte per mazzette e condannato con sentenza definitiva, è stato arrestato il primo giorno dell'attuale legislatura. Avrebbero dovuto portarlo in "collegio", come si diceva una volta per i galeotti comuni, ma la Camera si sarebbe potuta privare del suo contributo? E poi, sarebbe stato un vero sgarro ai suoi elettori, i quali, per la verità non avevano capito chi era, dal momento che, lui lombardo, si era presentato in Puglia con un altro nome. Ma oramai l'avevano votato e... la sovranità popolare, lo dice la parola stessa, è sovrana! Per cui anche Frigerio sta a Montecitorio, che però non è un carcere.

Un Parlamento pieno di inquisiti e condannati non è, naturalmente, una deplorevole eccezione all'interno di un paese onesto. E' piuttosto una delle espressioni più clamorose e visibili di un malcostume che riguarda gli italiani in generale. Dice Veltri (pagg. 60-61): L'assenza di una cultura delle regole, dalle piccole cose come fumare dove è vietato e non rispettare la fila per prendere il taxi, alle violazioni piú gravi, è una specificità italiana. [...] molti sono ancora convinti che illegalità ed efficienza, nell'economia come nei servizi, possono convivere. Naturalmente a rimetterci sono sempre i cittadini che rispettano la legge. [...] è evidente che mentre un cittadino commette un abuso edilizio, tanti altri aspettano pazientemente il rilascio della concessione da parte del comune e pagano gli oneri di urbanizzazione, la tassa sulla depurazione delle acque, quella sulla spazzatura e quant'altro. Così avviene per il fisco: chi evade aspetta il condono mentre la maggioranza dei cittadini paga in base al reddito personale o d'impresa. Lo stesso dicasi per l'esportazione illecita di capitali: mentre i furbi e i delinquenti hanno danneggiato l'economia del paese, e con il provvedimento del governo detto "Scudo fiscale" hanno pagato il 2,5 per cento e cioè una mancia, sui capitali esportati illegalmente, tanti altri hanno tenuto in Italia i loro capitali, li hanno investiti, hanno creato ricchezza e hanno pagato le tasse. Per non parlare dei fondi neri e della falsificazione dei bilanci che di fatto è stata cancellata dalla legge sul falso in bilancio. Anche in questo caso gli imprenditori onesti hanno presentato bilanci veritieri e hanno pagato tasse e contributi previsti dalle leggi.

La cultura dell'illegalità in cui annega l'Italia trova un riscontro puntuale negli indici di corruzione, stilati periodicamente da organismi come Transparency International. Nel 1996, ricorda Veltri, in una classifica stilata dall'associazione, l'Italia figurava tra i paesi piú corrotti del mondo, un po' meglio di Thailandia, India, Filippine, Brasile, Venezuela, Pakistan, Cina e Indonesia. Il punteggio andava da 0 (massimo della corruzione) a 10 (massimo dell'onestà) e l'Italia veniva accreditata di 2,99 punti a fronte della Nuova Zelanda, di Singapore e della Finlandia che superavano i 9 punti.

Nello stesso periodo, continua l'autore, Ray Kendall, segretario dell'Interpol, dichiarava che l'Italia era messa peggio della Colombia. Nel 1998 l'associazione presentava un documento a Milano, in una conferenza stampa, con un sondaggio allegato dal quale risultava che: il 78,2 per cento degli interpellati rispondeva che le istituzioni non si difendevano dalla corruzione e oltre il 90 per cento riteneva che le illegalità e la corruzione non erano adeguatamente punite. Il 97 per cento pensava che vi erano ancora larghe aree di corruzione inesplorate e il 62 per cento rispondeva che le attività piú corrotte erano la politica e l'amministrazione.

Di fronte al dilagare della corruzione, cosa fanno i politici? Si preoccupano di fornire esempi positivi al paese? Neppure per idea! Si preoccupano piuttosto dei finanziamenti ai partiti (pagg. 69-71):

Uno dei segnali peggiori che il ceto politico manda al paese è la violazione delle regole da parte di chi le fa. È avvenuto molte volte e i comportamenti si ripetono. Due esempi per tutti: il finanziamento ai partiti e le spese elettorali.

La prima legge sul finanziamento pubblico è stata ampiamente violata tanto che nell'inchiesta Mani pulite sono stati coinvolti moltissimi politici e parlamentari. Che il finanziamento illecito provenisse il piú delle volte dalla falsificazione dei bilanci delle società e delle aziende, dall'accumulo di fondi neri e dalla costituzione di cartelli per manovrare gli appalti, non impensieriva piú di tanto i beneficiati. Così come non li turbava che il costo delle campagne elettorali stravolgesse le regole fondamentali della democrazia perché i candidati onesti non potevano competere.

Nel 1996 è stata approvata una nuova legge riguardante il finanziamento ai partiti che prevedeva la contribuzione volontaria dei cittadini così come avviene per la Chiesa cattolica e per quelle delle altre confessioni. [...] Ma al primo anno di prova i cittadini hanno negato i loro finanziamenti e i partiti, anziché riflettere seriamente, hanno cambiato la legge ritornando al finanziamento diretto dello Stato moltiplicato per quattro. I partiti hanno incassato piú soldi. La democrazia ha perduto credibilità.

Strettamente connesso al finanziamento pubblico è il problema del costo delle campagne elettorali. La legge del 1993, che risente del clima di Mani pulite e che limita le spese a 45 mila euro circa, viene violata da moltissimi candidati e lo sanno tutti.

L'attuale governo, secondo Veltri, è il principale responsabile del degrado morale del Paese in questi ultimi anni. Tutti gli atti del governo Berlusconi, afferma l'autore (pagg. 73-74), spingono all'illegalità. D'altronde, le promozioni sul campo, le medaglie distribuite e l'accredito di condannati e di inquisiti per reati gravi e comuni, ne sono la dimostrazione piú concreta. Il Parlamento pullula di indagati, inquisiti e condannati e nessuno ci fa caso.

L'analisi di Veltri continua impietosa: La strategia politica del governo, fino al crac Parmalat era chiara e non subiva mutamenti: l'obiettivo era la diminuzione del controllo di legalità per tutte le categorie economiche e per i colletti bianchi e la negazione dei rapporti mafia-politica. [...] Gli strumenti adoperati per conseguire l'obiettivo sono stati: le leggi approvate che incidono sull'economia, spostando i confini dall'economia legale verso l'economia criminale e bloccando i processi; la delegittimazione della magistratura; la difesa dei politici inquisiti prima ancora di conoscere i fatti (anche quando le prove sono raccolte, come nell'inchiesta che coinvolge il presidente della Regione Sicilia, Cuffaro, mediante intercettazioni telefoniche e ambientali); l'affidamento di importanti incarichi a tutti i politici della prima Repubblica condannati o che hanno patteggiato la pena; il disconoscimento delle sentenze della magistratura come nei casi di Andreotti e di Previti; la trasformazione della Commissione antimafia in organismo che per principio non si occupa dei rapporti mafia-politica. La legge sull'ordinamento giudiziario ha aggiunto altri tasselli, ridimensionando l'iniziativa dei pubblici ministeri, gerarchizzando l'ufficio, con tentativo di controllo dei capi (piú agevole controllarne uno che dieci) e distogliendo i giudici dal loro lavoro attraverso l'impegno nei numerosi concorsi previsti per progredire nella carriera.

I politici sono i primi a non volere cambiare le cose

Il libro di Veltri è sconcertante, per il cittadino comune ignaro dei maneggi che avvengono nelle stanze del potere, perché mostra impietosamente le prove della diretta volontà dei politici di impedire il varo di leggi che consentirebbero un'opera di moralizzazione e regolamentazione concreta ed efficace.

Un esempio di ciò è il fallimento della commissione parlamentare anticorruzione, istituita nell'ormai lontano 1996 e morta, dopo una lunga agonia, nel 2001. Nell'agenda iniziale della commissione c'erano alcune proposte che, se approvate, avrebbero avuto una forza dirompente nello sforzo di eliminare il marcio dalle istituzioni:

  1. «Norme per la trasparenza del mercato pubblico e dei relativi contratti»: istituzione del Bollettino allegato alla Gazzetta Ufficiale e obbligo delle amministrazioni (Stato, regioni, province, comuni e società a capitale pubblico) di pubblicare appalti, contratti, incarichi, consulenze, iter amministrativo e graduatorie (Veltri-Ulivo e altri trasversali). Gradimento della commissione: buono. Relatore: Piergiorgio Martinelli (Lega Nord).
  2. «Norme per l'accertamento della situazione patrimoniale degli amministratori pubblici, dei membri del governo, del Parlamento e dei consigli e delle giunte regionali, provinciali e comunali» (Mammola, Palombo, Floresta-Fi).
    Gradimento della commissione: formalmente buono, ma con l'obiettivo di non farne nulla. Relatori: Bonito e Li Calzi (Pds e Fi).
  3. «Norme per lo scioglimento e la confisca dei beni dei partiti politici a seguito di condanne penali dei loro segretari nazionali politici e amministrativi» (Martinat e altri, An). Gradimento della commissione: zero. Relatore: Cento (Verde).
  4. «Istituzione Autorità anticorruzione e Anagrafe patrimoniale» (Veltri e altri 36 deputati trasversali; Tremaglia, Lucchese, Pecoraro Scanio).

Sarebbe troppo lungo riportare l'intera storia del parto doloroso e della morte per sfinimento della commissione anticorruzione, ma vale la pena di riportare se non altro qualche paragrafo del racconto del testimone oculare Veltri (Garantisti all'attacco, pagg. 96-97):

In commissione è iniziato il bombardamento di tutte le proposte che in qualche modo prevedevano controlli di legalità per i parlamentari dal momento che gli eletti, a dispetto delle affermazioni pubbliche, nel Palazzo vengono considerati al di sopra e al di fuori della legge. D'altronde, il Parlamento è diventato quello che erano chiese e conventi nel medioevo: quando si riesce a entrare si diventa inviolabili. È stato lo stesso relatore Achille Serra ad aprire le ostilità e pur avendo votato in commissione il testo unificato concordato, in aula lo sconfessa. Gian Franco Anedda, attuale capogruppo di An alla Camera, invece non va per il sottile, invoca riservatezza e dice che l'Autorità rischierebbe di portare a un regime di polizia. Ma quelli del Msi e di An, dopo il lavacro di Fiuggi, non erano per «la legge e l'ordine?». Nulla da fare: Anedda non molla. Per lui i parlamentari sono immacolati in quanto tali e a nulla valgono i richiami alla realtà del paese. La difesa acritica della corporazione da parte di alcuni vecchi missini, i quali dall'opposizione davano del ladro a tutti e dopo i primi arresti di Mani pulite ostruivano l'ingresso della Camera per impedire ai «corrotti» di entrare, è sconvolgente. Anedda, però, non e il solo deputato di An che evoca la dittatura dell'Autorità. Fragalà, avvocato ipergarantista e collega di gruppo, parla del rischio di «creare uno stato di polizia» e il «comitato di salute pubblica» di Robespierre e SaintJust. Tiziana Maiolo di Forza Italia, non è da meno. L'Autorità, diretta da 7 signori, con competenze e moralità indiscutibili, scelti dai presidenti delle Camere, a suo parere, «criminalizza» intere categorie perché la «responsabilità penale è personale». Ma che c'entra la responsabilità penale con una Autorità amministrativa che non ha alcun potere di applicare sanzioni, nemmeno amministrative? Vallo a capire! Il fatto è che Maiolo, come tanti altri deputati, non ha letto la proposta e parla per partito preso, perché vede carabinieri, manette e magistrati dappertutto. Ma anche Paolo Cento, deputato verde di maggioranza, ci mette del suo. Lui l'Autorità anticorruzione la vuole, ma alle «dipendenze funzionali della presidenza del Consiglio». Magnifico! Nel caso di scuola di Berlusconi, il presidente processato per corruzione dei giudici, avrebbe dovuto vigilare su se stesso. Come idea non è male! Bonito, Pds, invece non ha «pregiudiziali né sulla proposta Serra, né sulla proposta Veltri».

Giusto processo

Sono troppi i temi toccati da Veltri per rendere conto qui di tutti. Da leggere e meditare è sicuramente la parte del libro dedicata alla critica del cosiddetto "giusto processo" (cioè la riforma dell'art.111 della Costituzione approvata nel corso della passata legislatura), nella quale si dimostra che al processo penale, così modificato, di giusto rimane veramente poco.

Lo si evince per esempio dalle parole pronunciate dal procuratore generale della Cassazione Favara, nella relazione di inaugurazione dell'anno giudiziario 2003 (pag. 140):

Il susseguirsi in questi ultimi anni di riforme mal coordinate e prive di disegno unitario, ma soprattutto l'introduzione di un numero eccessivo di pretese garanzie, ha determinato una situazione alla quale occorre al piú presto porre rimedio senza tener conto eccessivo di interessi di categoria. Favara aggiunge: un processo ipergarantito è un processo costoso, cui possono accedere in pochi, si determina una situazione per cui: si creano due tipi di processo penale: quello piú garantito per chi può permetterselo e quello meno per chi non può permetterselo. Sono affermazioni gravi che giornali e televisioni non hanno riferito dal momento che le garanzie per gli imputati eccellenti sono un vero tabú, ma soprattutto hanno ignorato i fatti e le argomentazioni che le giustificano. Le affermazioni del procuratore sono tanto piú gravi se si considera che nessun politico di rilievo le ha citate o commentate e che l'onere di una riflessione tanto importante è stata lasciata alla sola magistratura, nel silenzio e nella solitudine piú totali.

L'eccesso di garanzie per chi può permettersi di pagare fior di avvocati e di ricorsi, a fronte della mancanza di adeguate garanzie per chi, essendo povero, non ha i mezzi per usufruire dei sotterfugi permessi ai ricchi, crea nel sistema penale italiano una situazione di profonda ingiustizia e, soprattutto, di inapplicabilità della pena ai delinquenti veri, cioè ai colletti bianchi, ai mandanti che dirigono le operazioni dalla stanza dei bottoni, senza mai sporcarsi direttamente le mani. Sentiamo cosa dice Veltri in proposito (pagg. 147-148):

In Italia, vengono condannate piú persone che in Inghilterra, ma va in galera il 30 per cento, mentre nel Regno Unito va in carcere l'85 per cento. Inoltre il 93 per cento dei condannati dei tribunali italiani non va in carcere. I cittadini italiani vanno in carcere durante il processo ed escono dopo una sentenza di condanna. Il numero dei detenuti è inferiore a quello degli Usa, Nuova Zelanda, Canada, Spagna, Portogallo, Regno Unito, Francia. Molto significativa è la composizione della popolazione carceraria: i detenuti stranieri sono oltre 17 mila e i tossicodipendenti circa 16 mila. Il 31 per cento dei condannati sconta pene entro tre anni, il che significa che per difficoltà economiche, mancanza di buoni avvocati, pastoie burocratiche, questi cittadini vanno in carcere perché non utilizzano la legge Simeone che prevede misure alternative in presenza di condanne fino a tre anni di carcere. Inoltre, l'età della maggioranza dei detenuti è inferiore a 40 anni. Insomma, il carcere è diventato il luogo di espiazione della pena per i poveri e gli emarginati, mentre coloro che pur commettendo reati gravi, possono scegliere buoni avvocati, lo evitano.

Un'ultima questione riguarda la sospensione condizionale della pena concessa in base alla mera mancanza di precedenti penali dell'imputato per cui, da strumento di recupero del condannato diventa atto di rinuncia alla punizione.

In conclusione, l'avere messo sotto accusa e processato parte significativa della classe dirigente per corruzione e per altri reati gravissimi, ha fatto passare il nostro paese come uno Stato di polizia. Invece i fatti e i numeri dicono che il nostro sistema penale è uno dei meno severi dell'Occidente per numero di denunce, arresti, mitezza delle pene e numero di detenuti. Nel contempo illegalità, corruzione e criminalità mafiosa non hanno riscontro in nessun altro paese dell'Unione. Il nostro sistema si accompagna al perdonismo e non esiste mai, come ha scritto Galante Garrone, un rapporto certo tra delitto e castigo. Inoltre, favorisce la cultura e la pratica della illegalità, aiuta a violare il principio della legge uguale per tutti, mette in crisi i rapporti tra i cittadini e la giustizia e quindi tra i cittadini, le istituzioni e la democrazia.

Paradisi fiscali

Merita infine una menzione la spinosa questione dei paradisi fiscali, alla quale l'autore dedica una lunga e accurata disamina.

Le operazioni di riciclaggio di danaro sparco, che consentono a mafie e impenditori corrotti di arricchirsi fino a livelli disumani, alla faccia della gente onesta che lavora e paga le tasse in patria, non sarebbero possibili se non esistesse una miriade di staterelli, per lo più situati in isole e isolette sperdute nell'Oceano, che fanno del segreto bancario e del pelo sullo stomaco le loro bandiere nazionali.

Concludo questa introduzione al libro di Veltri, citando le due pagine che concludono il capitolo sui paradisi fiscali (pagg. 220-222). L'indifferenza dei governi occidentali, che non fanno nulla di concreto per bloccare l'ingentissima mole di attività finanziarie disoneste basate sui paradisi fiscali, la dice lunga sul grado di connivenza che essi hanno con le sorgenti criminali di questa economia "alternativa". Non c'è che un'amara conclusione: oggi la gente onesta se la passa veramente male...

La maggior parte delle isole e isolette-stato fa quel cavolo che vuole e cinque paradisi: Andorra, Liberia, Liechtenstein, Isole Marshall e Monaco hanno deciso di non cooperare nemmeno formalmente con l'Ocse.

I paradisi si sono moltiplicati, ma soprattutto hanno cambiato funzione, occupandosi sempre piú di operazioni sporche e criminali. Essi costituiscono il porto sicuro di tutta la finanza che si sottrae alle leggi e alla trasparenza, perché proviene da evasione fiscale, frodi, fondi neri, traffico di esseri umani, di droga, di armi e quant'altro. È quel sistema di moneta «apatride», senza patria, che nel 1978 la rivista americana Business Week valutava in 400 miliardi di dollari, equivalenti al doppio di tutte le riserve degli istituti di emissione, che si sottraeva a qualsiasi controllo dei governi (Maurice Duverger, Les orangers du lac Balaton, Seuil).

E oggi? Le cifre sono impressionanti perché la finanza «apatride» è aumentata proporzionalmente alla globalizzazione della illegalità e della criminalità e all'espansione di Internet.

Nessuna impresa con sedi nei paradisi fiscali è corretta. I suoi fini sono illeciti, per bene che vada vuole evadere le tasse. Ma si è andati oltre, afferma Victor Uckmar, avvocato e fiscalista tra i piú noti del nostro paese che lavora da sempre anche all'estero. Cosa si può fare? Chiuderli tutti, risponde Uckmar ad Aldo Bernacchi del Sole-24Ore (24 gennaio 2004), ma non mi illudo: è una battaglia persa in partenza. Si può agire mettendo al bando gli operatori che li usano. Per questo, dice Uckmar, è necessario trovare un accordo tra l'Unione europea e gli Stati Uniti. Nel 1999, con il Centro Studi e ricerche dell'Università Bocconi, il professore era stato incaricato di predisporre un rapporto sull'argomento per l'Unione europea, ma non sa che fine abbia fatto. D'altronde, giornali autorevoli come il Financial Times e l'Economist, ricorda Uckmar, fanno pubblicità alle società off-shore. «Una volta, in un incontro a New York con Rudolph Giuliani, all'Fbi, proposi di mettere al bando tutte le istituzioni finanziarie che avevano propaggini nei paradisi fiscali. Loro mi guardarono in modo strano. Avevano mappe molto dettagliate, megaschermi che fornivano grafici sofisticati e dati sui flussi di denaro, ma mi risposero: noi di quello non ci occupiamo» (il Manifesto, 5 febbraio 2004).

Il disinteresse dei governi e della comunità internazionale per i paradisi fiscali è tale che persino con il terrorismo planetario che imperversa, si parla solo di morti e di distruzioni. Sono scomparse da giornali e televisioni le due questioni principali nonché strumenti essenziali per la sopravvivenza del terrorismo: i soldi e le armi. Non ne parla nessuno, eppure tutti sanno che in questo inizio di millennio sono state disseminate nel mondo tante armi «clandestine» come mai in precedenza, con profitti enormi per le aziende produttrici e che le organizzazioni terroristiche dispongono di quantità immense di denaro «apatride».

Mi chiedo come mai, a cominciare dagli Stati Uniti, impegnati nella lotta al terrorismo globale, dopo qualche tentativo autonomo, non si è fatto piú nulla perché l'Onu intervenisse con decisioni drastiche riguardanti tutti i paradisi fiscali. Evidentemente la finanza sporca viene usata anche dai potenti che frequentano i salotti buoni e le stanze piú o meno ovali.

Nel canale della Manica, racconta Antonio Laudati, della procura nazionale antimafia, c'è un'isola piccolissima che si chiama Sark, praticamente uno scoglio sull'oceano, ha circa 500 abitanti, due strade, cinque trattori e due fuoristrada. Nell'isola però hanno sede 9.987 società commerciali e tre cittadini di Sark, presumibilmente dediti all'agricoltura e alla pastorizia, sono ognuno di loro amministratore delegato di 1600 società a testa. Poi ci sono 700 società di assicurazioni e circa 1200 banche. Di fronte alla protesta dell'Ecofin, il governo del Regno Unito ha detto: ma no!, un momento, questo non è territorio del Regno Unito, questo è un possedimento della Corona per cui qui non si può applicare la legislazione antiriciclaggio. Subito dopo hanno aggiunto: ma la stessa cosa non succede a Gibilterra? Non succede ad Andorra? Non succede al Principato di Monaco? Non succede a San Marino? Non succede nel Liechtenstein? Non succede a Città del Vaticano?.

Commenti dei lettori

  1. Commento di fortunato zanotti - 24/3/2007 ore 19,23

    IL GIUSTO PROCESSO DOVREBBE ESISTERE DAVVERO,NON SOLO SULLA CARTA,IO SONO TREDICI ANNI SOTTO INCHIESTA E SE MI AVESSERO EVENTUALMENTE PROCESSATO QUANDO SAREBBE STATO GIUSTO,NE AVREI GUADAGNATO IN SALUTE,E LO STATO IN DENARO!
    (diario di un esattore)Grazie

Articolo di Michele Diodati pubblicato il  29/9/2005 alle ore 1,17.

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