Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Il custode dei fatti

Note dal convegno «Libera stampa in libero Stato», organizzato da MicroMega in collaborazione con l'Università di Roma Tre.

L'attesa

Sabato primo ottobre l'ho trascorso in modo diverso dagli altri sabati: otto ore seduto nell'aula magna dell'Università di Roma Tre in via Ostiense, ad ascoltare i dibattiti del convegno «Libera stampa in libero Stato», organizzato da MicroMega.

Ci sono andato perché attirato e dal nome dei partecipanti e dai temi annunciati dal manifesto dell'iniziativa: Sabina Guzzanti che discute di Viva Zapatero! con il pubblico; dibattito su giornalisti imparziali o lottizzati con Mentana, Giovanni Floris, Oliviero Beha e altri; e poi ancora Lilli Gruber, Marco Travaglio, Elio Veltri, Massimo Fini, Lidia Ravera, i direttori delle principali testate giornalistiche di sinistra, lo scrittore Antonio Scurati; ed infine il fantasma di Bruno Vespa che aleggia sulla manifestazione, evocato dal titolo del dibattitto conclusivo: Bruno Vespa è inevitabile? Il talk show tra informazione, spettacolo, o peggio. Insomma un programma ghiotto, per uno che non si riconosce in questa sinistra, ma vive il regime di censura e autocensure imposto dalla destra come una cappa di piombo che ottunde le intelligenze e affossa gli spiriti.

La noia

Dirò subito che alla fine me ne sono andato piuttosto deluso: il convegno ha finito per diventare una maratona estenuante di interventi non molto interessanti, spesso ripetitivi. Ero pubblico in mezzo al pubblico e sono stato perciò testimone diretto della noia e del fastidio di molti spettatori, me compreso. Col passare delle ore, in tanti si sono dati (romanesco per "andati via con una certa fretta"), sicché nella grande sala, completamente gremita alla mattina, erano rimasti in chiusura di dibattito sparuti gruppi di resistenti, abbarbicati alle sedie nell'attesa di ascoltare la parola risolutiva, quel qualcosa che desse senso ai discorsi dell'intera giornata. Sono stato anch'io tra quei resistenti.

Alcuni interventi mi sono parsi di una noia insostenibile: metto in testa quelli di Antonio Padellaro, direttore de L'unità, che ha analizzato i difficili equilibri in cui un giornale come il suo è costretto a muoversi, per far quadrare i conti da un lato e per non deludere i lettori "istituzionali" dall'altro, cercando nel contempo di riuscire anche innovativo e libero (per giunta in un panorama politico come quello italiano, che a tutto invoglia fuorché alla libertà). Parole piene di buon senso, ma capacità di coinvolgere il pubblico zero, o quasi. Per fortuna come direttore di giornale riesce meglio.

Ma la noia ha raggiunto livelli elegiaci con gli interventi di Sandro Curzi. Richiesto per esempio di raccontare i retroscena, certamente intriganti, della visita di Petruccioli, nuovo presidente "di garanzia" della RAI, a casa di Berlusconi, visita nella quale avrebbe ricevuto l'investitura ufficiale da parte del premier, Curzi - non si sa per via di quali insondabili associazioni mentali - ha cominciato invece a raccontare la storia della sua vita (sua di Curzi, non di Petruccioli). E' partito addirittura dai primi anni Settanta e, con voce resa ancor più bassa dalla raucedine, ha narrato una lunga e personalissima vicenda di concorsi pubblici, di assunzioni in RAI con il minimo contrattuale nonostante i titoli professionali già acquisiti, e via di questo passo. Chissenefrega!!, ha urlato con voce strozzata dall'irritazione una signora seduta alle mie spalle. In cuor mio l'ho abbracciata.

Gli assenti

Bisogna anche dire che la giornata è stata in parte rovinata dai molti forfait di personaggi illustri e meno illustri, che per una ragione o per l'altra non hanno accettato l'invito di Paolo Flores d'Arcais (direttore di MicroMega e moderatore di tutti i dibattiti). Il primo forfait, e direi il più grave, è stato proprio quello di Claudio Petruccioli, che ha mandato al suo posto una lettera. Non voleva venire a farsi mettere il cappello d'asino in testa: questa mi pare la sostanza del suo rifiuto a intervenire al convegno. Bell'inizio per un presidente "di garanzia"! Del resto come stupirsi? Piace a Berlusconi, e, se piace a Berlusconi, vuol dire che la garanzia è già scaduta.

Il secondo forfait grave è stato quello di Enrico Mentana. Devo dire che buona parte dell'interesse che mi aveva spinto ad essere presente in quell'aula magna nasceva proprio dalla partecipazione di Mentana, annunciata nel manifesto. Considero Mentana un giornalista di regime, che si professa falsamente indipendente; certo, è molto lontano dal servilismo di Fede, ma l'indipendenza vera è un'altra cosa. Trovo che sia perfetto l'epiteto che gli ha appiccicato Luttazzi in Bollito misto con mostarda: «Mentana è un chiagne e fotte». Era perciò particolarmente attraente l'ipotesi di assistere a un dibattito con Mentana seduto allo stesso tavolo di Oliviero Beha e Norma Rangeri, che non gli avrebbero risparmiato domande scomode. Ma Mentana è improvvisamente scomparso dalla sala e dalla scaletta del convegno. Dalle ultime file dove ero seduto, ho sentito Flores D'Arcais che diceva a un certo punto: chiamate Mentana, dov'è Mentana? Era qui tra il pubblico un attimo fa. Fatto sta che Mentana non s'è più visto né è mai più stato nominato nel resto della giornata. Mah...

Assenti anche Furio Colombo (causa compleanno irrinunciabile di una signora novantacinquenne), Miriam Mafai (problemi con il dentista), Piero Sansonetti (direttore di Liberazione; aveva accettato l'invito ma non si è fatto vedere), il primo spezzone previsto di "Viva Zapatero!" (incompatibilità di formati digitali).

L'imbarazzo

Ecco finalmente la proiezione di uno spezzone di Viva Zapatero!. Dura pochissimo, ma lascia intravedere la grande qualità del film documentario di Sabina Guzzanti. Ciò che rimane nella memoria è soprattutto la canzone We are the world, cantata da un gruppo di pupazzi animati con le sembianze caricaturali di Bush, Chirac, Blair e altri politici. I pupazzi cantano in inglese e i sottotitoli sono in francese. Le parole della canzone sono modificate in modo che il ritornello suoni, in italiano, Noi fottiamo il mondo; il resto prosegue sulla stessa falsariga. La critica ai potenti contenuta nelle parole modificate della canzone dimostra un livello di indipendenza della satira inimmaginabile in Italia.

Comincia il dibattito con il pubblico e cala l'imbarazzo. Prima domanda: un giovane e sconosciuto attore satirico di Lanciano, che si è detto censurato ai provini di Zelig, chiede alla Guzzanti se - lei che ce l'ha fatta - è disposta a mettere su un teatrino dove giovani attori sconosciuti possano avere campo libero per portare in scena i loro lavori satirici, nella speranza di farsi conoscere dal grande pubblico. Giustamente la Guzzanti risponde che ognuno ce la deve fare con i propri mezzi, che il teatro ancora non è luogo di censure e che sarebbe meglio se le domande riguardassero questioni di carattere generale e non lamentazioni individuali.

Seconda domanda: una donna eleva a Sabina un retorico e stucchevole Grazie di esistere e poi chiede se sia possibile creare una rete di televisioni private, attraverso le quali diffondere satira e informazioni non censurate. La Guzzanti risponde, anche qui ottimamente, che se uno sforzo deve essere fatto, è senza dubbio quello di riappropriarsi della televisione pubblica, che appartiene a noi tutti.

Terza domanda: prende la parola un uomo che, invece di chiedere qualcosa alla Guzzanti, invita Lilli Gruber, seduta in prima fila, a farsi portavoce politico della difesa dei diritti di un'informazione senza censure; ma lo fa con un profluvio di frasi non proprio intellegibili, che affossano del tutto l'idea di un botta e risposta interessante tra la Guzzanti e il pubblico. Flores d'Arcais interviene opportunamente a sedare il tribuno. L'ultima e più pertinente delle domande, posta da un'altra persona, riguarda la capacità della satira di indirizzare l'opinione pubblica.

Si chiude qui l'unico scambio con il pubblico dell'intera giornata. La Guzzanti va via e il bilancio dell'interazione con la gente presente è a mio avviso fallimentare (non per colpa dell'attrice).

Ho parlato di imbarazzo, perché tre domande su quattro sono state imbarazzanti per l'inadeguatezza degli interlocutori e delle loro idee; e inoltre è triste che solo in quattro, su centinaia di presenti, abbiano fatto sentire la propria voce. Credo anche che sarebbe stato più utile se si fosse data al pubblico la possibilità di fare domande agli ospiti nel corso degli altri dibattiti. Fare domande a Sabina Guzzanti mi è sembrato infatti quasi inutile: è una vittima della censura, non ci sono domande scomode da rivolgerle. Il suo lavoro è chiaro e trasparente; le si può solo dire: Brava! Continua così.

Mi resta l'impressione che i giovani intervenuti al convegno non avessero idee e cultura sufficienti per tenere testa agli ospiti invitati da Flores d'Arcais o per metterli in difficoltà.

«Le cose sono molto complesse»

L'intervento di Carlo Freccero è stato centrato sul pessimismo. Le cose sono molto complesse, ha detto. Non è pensabile che un cambio di governo o un cambio di dirigenza possano risolvere in Italia la questione della libertà di espressione in televisione.

Impeccabile, al riguardo, il commento di Oliviero Beha. Se un'intelligenza lucida come quella di Carlo Freccero - ha chiosato Beha - ha prodotto, quando era direttore di RAI Due, porcate innominabili come il programma sui cuori spezzati condotto da Alda d'Eusanio (in cui le storie venivano "pettinate", secondo l'espressione che ricordo fu usata all'epoca dallo stesso Freccero), figuriamoci cosa potrebbero mai fare delle menti meno lucide!

Anche Lilli Gruber ha preso il treno della complessità, messa in evidente difficoltà da Norma Rangeri, critica televisiva del Manifesto, che le aveva rimproverato una recente apparizione in una trasmissione di Anna La Rosa [1]. Chi tiene alla questione morale evita di andare ospite da Anna La Rosa, questo il succo della critica della Rangeri. Ma Lilli Gruber ha obiettato che, scomparsa dal video dopo essere stata eletta al Parlamento Europeo, è costretta ad andare anche dove non vorrebbe, quelle rare volte che la invitano, se vuole dare ogni tanto ai suoi numerosi elettori (1.200.000 voti ricevuti) un segno di esistenza in vita. Com'è difficile la vita dell'eurodeputato!

Bruno Vespa è inevitabile?

C'è stato un solo momento nella giornata di dibattiti che mi ha entusiasmato, che mi ha fatto dire: ecco, siamo arrivati al nocciolo della questione.

Sto parlando dell'intervento di Marco Travaglio, in cui ha criticato il format televisivo unico dei programmi di informazione politica. Secondo Travaglio, Ballarò non è in fondo molto diverso da Porta a porta. In entrambi i casi, c'è un giornalista che si limita, tutto sommato, a fare il vigile, smistando il traffico delle domande e delle opinioni in modo da consentire agli ospiti politici, sempre rigorosamente dei due schieramenti, di parlare più o meno per lo stesso numero di minuti. Nel traffico delle opinioni contrapposte, in cui gli esponenti del centrodestra affermano immancabilmente il contrario degli esponenti del centrosinistra, il fatto, la notizia, la verità, se esistono, scompaiono. Le opinioni contrapposte si annullano; per lo spettatore a casa la somma algebrica del confronto televisivo è zero: non rimane che l'impressione di due gruppi di persone in disaccordo, senza alcuna certezza di dove siano la verità e la ragione.

Ecco allora, dice Travaglio, che Floris può anche fare il suo lavoro meglio di Vespa, ma il problema vero non sono i giornalisti, bensì il format. Ciò che serve, dunque, è un format differente, che restituisca al giornalista il suo ruolo naturale di custode dei fatti. La preoccupazione principale non dovrebbe essere quella di far parlare tutti gli ospiti lo stesso numero di minuti, bensì quella di informare il pubblico su come stanno realmente le cose. Il giornalista deve tendere alla verità, che non è né di destra né di sinistra. Se trascura la verità, restano solo le opinioni o, peggio ancora, i fatti vengono scambiati per opinioni e messi al livello di quelle.

Santoro è stato allontanato dalla televisione, secondo Travaglio, proprio perché si comportava da giornalista vero, cioè da custode dei fatti, ancorché scomodi, piuttosto che da controllore del traffico delle opinioni.

Poco mi hanno convinto, dopo tali parole, i chiarimenti di Giovanni Floris, chiamato pesantemente in causa da quelle critiche. Floris ha insistito sulla propria indipendenza nel trattare con gli ospiti e nel formulare le domande, sulla propria concezione di giornalismo, personale e necessariamente diversa da quella di Santoro o di Travaglio. Ma cosa avrebbe potuto dire? Credo che nessuno abbia dubitato in sala, neppure per un attimo, del fatto che Marco Travaglio avesse assolutamente ragione. Non c'è oggi in Italia nessun programma televisivo e nessun giornalista, a parte forse Milena Gabanelli con Report, che riescano a fare informazione vera, e cioè un'informazione libera onesta scomoda e pericolosa (la verità è sempre pericolosa).

Che cosa possiamo fare?

Un ultimo sussulto è venuto da Elio Veltri. Ripigliando il tema fondamentale del suo ultimo libro, Il topino intrappolato, ha chiesto ai tre direttori di giornale presenti - Antonio Padellaro (L'Unità), Federico Orlando (Europa) e Gabriele Polo (il Manifesto) - come mai la stampa avesse passato sotto silenzio un fatto straordinariamente grave come le affermazioni fatte da Violante, in un discorso alla Camera del 28 febbraio 2002 [2]. Violante aveva ammesso in sostanza che c'era stato un accordo politico tra il centrosinistra e Berlusconi, che aveva consentito a quest'ultimo di mantenere il controllo delle sue televisioni: un accordo segreto, che non aveva nulla a che fare con una qualsiasi legge sul conflitto d'interessi e, meno ancora, con l'interesse dei cittadini italiani.

Gabriele Polo ha risposto adducendo a giustificazione il problema delle fonti: spesso un quotidiano è costretto a tacere notizie anche importantissime per non giocarsi l'amicizia di un contatto importante. Capita, infatti, che proprio i politici siano non di rado le uniche fonti delle notizie che li riguardano. Pubblicare articoli a loro sgraditi può significare perdere il loro saluto, subire ramanzine, insulti telefonici urlati a squarciagola o addirittura querele, oltre che, naturalmente, perdere degli informatori. Dalle parole di Polo e degli altri direttori emerge il quadro di un politico italiano terribilmente narcisista e permaloso: il peggio che ci si possa attendere, dal punto di vista del comune cittadino.

Con questo argomento la giornata di dibattiti è giunta stancamente alla fine.

Da cittadino interessato alle questioni della libertà di stampa e della moralità in politica, la fine del convegno mi lascia un senso di non finito, di provvisorietà o forse, peggio, di impotenza. Mi è parso di cogliere nelle parole stesse di Flores d'Arcais e dei suoi ospiti, che hanno più volte ribadito quanto le discussioni svolte fossero state interessanti, la consapevolezza negata del mezzo fallimento rappresentato dalla giornata, la certezza dello scarso coinvolgimento del pubblico.

Il fatto è che tutti gli ospiti erano, sia pure in misura differente, dalla stessa parte della barricata. E' mancato clamorosamente il colpevole. Sarebbero serviti almeno un Petruccioli o un Mentana, per indirizzare il fuoco delle domande e delle recriminazioni verso dei possibili capri espiatori della tensione accumulata. Un diverbio tra Padellaro e Lidia Ravera, compagni di lavoro all'Unità, è stato un segnale di questa tensione, come pure le risposte piccate di Lilli Gruber e Giovanni Floris alle critiche ricevute. Ma i veri colpevoli erano altrove e la tensione è restata.

Personalmente sono grato a MicroMega e in particolare a Paolo Flores d'Arcais per la qualità e l'importanza del lavoro di informazione svolto con la rivista e con convegni come questo di Roma. In un periodo storico oscuro come l'attuale dal punto di vista dell'esercizio delle libertà civili, è fondamentale che vi sia qualcuno che riesce a far circolare, pur tra mille difficoltà, informazioni vere e idee realmente democratiche.

Tuttavia resto con l'impressione che si sia arrivati a una specie di punto morto. La gente comune è stanca di Berlusconi e del berlusconismo - lo sta dimostrando alle urne da almeno tre anni - ma è priva di passione civile. Un quarto di secolo di Canale 5 e di interruzioni pubblicitarie non può essere passato senza lasciare tracce: ha creato, o ha contribuito a creare, generazioni di consumatori, non di cittadini. Se vogliamo aspirare a un rinnovamento italiano, a una politica de-berlusconizzata, ad un'informazione libera e indipendente, c'è bisogno di risvegliare in qualche modo le coscienze, perché solo un nuovo furore morale collettivo, analogo a quello che tredici anni fa accompagnò Mani pulite, potrebbe consegnarci un Parlamento senza inquisiti e una televisione meno servile. Oggi questo risveglio delle coscienze purtroppo non c'è stato e me ne dispiace. Temo che quella sete di rinnovamento morale, quell'indignazione civile che portarono migliaia di persone in piazza qualche anno fa, nelle giornate di Piazza Navona e di San Giovanni, si siano estinte. So che è possibile far rinascere quel fuoco; ma occorre qualcosa di più e di diverso, rispetto ai discorsi per la gran parte autoreferenziali che ho ascoltato in questo convegno.

[1] Nota conduttrice RAI inquisita a Perugia in un'inchiesta per corruzione e accusata di parzialità poco edificanti.

[2] Onorevole Anedda, la invito a consultare l'onorevole Berlusconi perché lui sa per certo che gli è stata data la garanzia piena, non adesso, nel 1994, quando ci fu il cambio di governo - che non sarebbero state toccate le televisioni. Lo sa lui e lo sa l'onorevole Letta...

Commenti dei lettori

  1. Commento di Luca Morelli - 2/11/2005 ore 14,53

    Io avrei chiesto se prima dell'avvento in politica di Berlusconi, c'era libertà di stampa e informazione.
    Qualche anno fa ero alla ricerca di cosa ha fatto e non ha fatto Berlusconi e il suo governo. Ora, se uno vuole capire, basta cercare su internet, sulle Tv libere, sulle riviste indipendeti (vedi la ricca sezione di link "Altri siti")... si trova molto materiale.

    Pero' adesso sono piu' incuriosito dalle "marachelle" della sinistra e del centro. Forse seguo un po' troppo alla lettera il proverbio: "Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio".
  2. Commento di Michele Diodati - 2/11/2005 ore 19,04

    Beh, se vuoi saperne di più sulle porcherie a cui ha partecipato la sinistra, non hai che da leggere Il topino intrappolato di Elio Veltri. Nell'articolo del blog che ho segnalato ne puoi trovare degli ampi stralci.
  3. Commento di Luca Morelli - 3/11/2005 ore 11,51

    Interessante lettura. Senza usare lo spirito ironico di Benigni in Rockpolitik, credo di aver trovato una cosa positiva che Berlusconi ha fatto agli italiani: ha aperto gli occhi sul problema della libertà d'informazioni.
    Per favore che non si dica che prima di Berlusconi c'era libertà di informazione al 100%, altrimenti non si spiegano scandali come mani pulite e tangentopoli.

Articolo di Michele Diodati pubblicato il  4/10/2005 alle ore 1,45.

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