Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

«Siamo clandestini, ma non siamo animali»

Il giornalista de L'espresso Fabrizio Gatti ha vissuto per otto giorni come un clandestino nel centro di permanenza temporanea di Lampedusa e ha denunciato le condizioni disumane in cui sono tenuti gl'immigrati clandestini.

Su L'espresso di questa settimana c'è un'inchiesta di Fabrizio Gatti (nella foto qui sotto) che vale la pena di leggere. Gettatosi in mare e ripescato come un clandestino qualsiasi, ha vissuto per otto giorni nel centro di prima accoglienza di Lampedusa, spacciandosi per l'inesistente cittadino curdo Bilal Ibrahim el Habib.

Qualche stralcio del lungo reportage chiarirà bene come si svolgono le cose in quel posto:

[Il giornalista Fabrizio Gatti, travestito da immigrato curdo] Venerdì 23 settembre

[...] Quando Bilal torna dal gabìnetto, dove è sempre stato seguito da un carabiniere, trova il suo posto occupato. Più di 200 mosche hanno pensato che quel lenzuolo bianco e fresco di cartiera fosse per loro. Ma sono mosche educate. Si alzano quando Bilal arriva e si riappoggiano su di lui soltanto dopo che si è sdraiato. Il tentativo di scacciarle è una battaglia persa. Dal pavimento sale un fortissimo odore di urina. Dal soffitto la luce non si spegne mai. I carabinieri ridono e parlano a voce alta tutta la notte. [...]

Sabato 24 settembre

L'alba si annuncia con un fragore assordante. Nel dormiveglia sembra il rumore di un aspirapolvere. No, forse è una lucidatrice. Ma no, è troppo forte. La puzza risolve il mistero. Si, queste sono esalazioni di jp, il carburante degli aerei. Ecco cos'è: l'aeroporto accanto. Quando gli Airbus fanno manovra, sparano il getto dei motori dritto dentro le finestre dove dormono gli immigrati. È ancora buio, ma ormai sono tutti svegli.

[...] Centinaia di immigrati sono seduti sull'asfalto in file da dieci tra due baracche prefabbricate e quattro container. Oggi siamo a quota 447, avevano detto nell'ufficio di polizia. I carabinieri gridano e ridono. Sulla tuta hanno il distintivo rosso del reparto: 1a Brigata Mobile. Vai in fondo, muoversi, muoversi, urla uno dei militari. Bilal va a sistemarsi dietro a tutti, accanto a un cinquantenne magro e piccolo con la maglia di Bergkamp, e due ragazzi egiziani. Due rigagnoli di liquido violaceo escono da una porta a destra e scivolano sotto i piedi delle ultime file. Il liquame puzza di urina e fogna. Seduti, urla uno dei carabinieri, Sit down. Ma qui in fondo è una schifezza, dice il collega, un ragazzone con accento napoletano. Il maresciallo ha detto di farli sedere. Sit down, grida più forte il primo e sorprende un immigrato alle spalle, frustandolo sulle orecchie con i suoi guanti in pelle. Bilal e gli altri si erano accovacciati sulle caviglie per non sporcarsi con il liquame. Ma non basta ai carabinieri. Per evitare botte bisogna rassegnarsi e bagnarsi. Là davanti l'interprete berbero e un poliziotto in borghese chiamano i prossimi che lasceranno il campo. Un aereo è in partenza per il Cpt di Bari o forse per la Libia. Nessuno spiega nulla. Il carabiniere con i guanti di pelle tenta di chiudere a calci la porta da dove escono i rigagnoli. Poi si piazza in posizione strategica e sempre con i guanti frusta sulle orecchie chi viene chiamato dall'interprete. Qualcuno deve ripassargli davanti per andare a prendere in camerata il sacchetto con le poche cose. E si riprende un'altra sventola. Ride il carabiniere, occhiali e carnagione pallida. E ridono anche i suoi colleghi. Altra frustata. Per loro è solo un gioco. L'interprete e i poliziotti fanno finta di non vedere. Ma tra le file sedute a terra, ragazzi e uomini mormorano di rabbia. Italiano, puttana, cornuto, sussurra lo smilzo con la maglietta di Bergkamp.

Non sembra per niente un centro di accoglienza. E qui dentro non c'è nemmeno l'atteggiamento di rispetto che i poliziotti dell'ufficio di identificazione avevano alla fine mantenuto. Bilal e tutti gli altri devono rimanere seduti e rannicchiati per più di un'ora perché dopo l'appello si resta in coda per il pranzo. Un piatto di plastica con pasta e tonno, un altro con bocconcini di pesce fritto (forse) e verdura in agrodolce, un panino, una mela e una bottiglia di due litri d'acqua da dividere in due senza bicchieri. Un'occasione per socializzare ma anche un rischio se qualcuno è entrato con malattie infettive. Nemmeno Bilal è stato visitato dal medico del centro. Si mangia per terra sotto il sole rovente, appoggiando pane e mela sull'asfalto o sui muretti. Il pomeriggio bisogna trovare un posto dove ripararsi dal caldo. I letti a castello sono tutti occupati. Dormono a decine perfino sui tavoli della mensa. Nessun assistente della Misericordia spiega a Bilal cosa deve fare. Dietro alla mensa-dormitorio c'è qualche materassino lasciato da chi è appena partito. Guardando meglio molti sono pieni di insetti minuscoli, forse pulci. E non ci sono nemmeno le lenzuola di carta per proteggersi, abbandonate fuori perché un poliziotto aveva fatto capire che la Misericordia le avrebbe distribuite una volta dentro la gabbia. Ma non era vero. [...]

Domenica 25 settembre

Bilal ha deciso di andare al gabinetto quando è notte. I gabinetti sono un'esperienza indimenticabile. Il prefabbricato che li ospita è diviso in due settori. In uno, otto docce con gli scarichi intasati, quaranta lavandini. E otto turche di cui tre stracolme fino all'orlo di un impasto cremoso: la sorgente dei due rigagnoli. L'altro settore ha cinque water, di cui due senza sciacquone, cinque docce e otto lavandini. Dai rubinetti esce acqua salata. Non ci sono porte, non c'è elettricità, non c'è privacy. Si fa tutto davanti a tutti. Qualcuno si ripara come può con l'asciugamano. E non c'è nemmeno carta igienica: bisogna usare le mani. Lì dentro è meglio andarci di notte perché di giorno il livello dei liquami sul pavimento è più alto dello spessore delle ciabatte e bisogna affondarci i piedi. Ma anche il pediluvio nel lavandino prima di uscire diventa un problema: perché non appena si sfila il piede, la ciabatta comincia a galleggiare e a navigare con la corrente. Eppure il 15 settembre il leghista Mario Borghezio, guidando una delegazione di europarlamentari, ha detto che il centro di Lampedusa è un hotel a cinque stelle e che lui ci abiterebbe: quel giorno il ministero dell'Interno gli aveva fatto trovare soltanto 11 reclusi e quella settimana i trafficanti avevano deviato la rotta dei barconi fino in Sicilia. [...]

Bilal ora è in terza fila. Un'altra lunga attesa, seduti e rannicchiati. Si avvicina il carabiniere con il grosso telefonino. [...] Dopo aver fatto sentire un po' di musica tecno, schiaccia un altro tasto e il telefonino comincia ad ansimare. Lui si china, mostra lo schermo ai minorenni seduti accanto a Bilal. Sono immagini di un film porno scaricate forse da Internet. Il carabiniere si rialza e sorride: E dopo, shampoo, annuncia ai minorenni mimando il gesto della masturbazione. I ragazzini ridono. Poi si china di nuovo sulla prima fila, la percorre e pretende che tutti guardino. Un trentenne si copre gli occhi con le mani. È uno dei ragazzi che ieri sera ha guidato la preghiera sul marciapiede-moschea. È un musulmano praticante e non vuole guardare. Il carabiniere con il neo gli strappa le mani dagli occhi: E guarda che così impari, dice piazzandogli lo schermo davanti al naso. Il trentenne si volta, guarda Bilal con gli occhi lucidi. Un carabiniere alle loro spalle scherza con il collega: Ma lascia perdere che quello è frocio.

Lunedì 26 settembre

[...] Subito dopo la colazione Bilal deve risolvere un problema serio: far sapere ai familiari e alla redazione che è rinchiuso nel centro. Al quarto giorno di silenzio, qualcuno potrebbe preoccuparsi. La possibilità di contattare la famiglia è al secondo posto tra i diritti degli immigrati secondo l'avviso che la Prefettura di Agrigento ha fatto appendere nelle camerate e nei bagni. Ma ogni volta che Bilal e gli altri hanno chiesto di ricevere o di comprare una scheda telefonica, il caposervizio della Misericordia ha risposto: Non io, direttore. Oppure: Bukara, domani. Oppure: Non scassare la minchia. Per questo che alcuni scafisti, chiusi da settimane nella gabbia, fanno affari d'oro vendendo a 20 euro schede da 3. Ma visto che nessuno può uscire, chi le passa dentro il cancello?

Martedì 27 settembre

[...] Anche nel mangiare c'è qualcosa che non quadra. Sabato sera e poi ancora altre volte la piccola cotoletta non era fatta di carne ma di pan grattato, farina e forse uovo. Tanto che era possibile tagliarla con un cucchiaino di plastica. Se è così vuol dire che a Lampedusa qualcuno spaccia pan grattato per carne. Bilal e gli altri vengono privati non solo della libertà ma anche delle proteine.

Mercoledì 28 settembre

[...] Li aiuta un collega in borghese, forse fuori servizio, basette curate, capelli neri con il gel e una maglietta con alcune scritte sul petto. Spogliati nudo, dice a un ragazzo in canottiera che sta tremando per il freddo e la paura. Lui non capisce. Resta immobile un minuto intero. What is the problem?, urla il carabiniere e gli tira uno schiaffo sulla testa. L'immigrato, pallido e magro come uno scheletro, trema. Altro schiaffo. Tutte le persone in quel momento nude davanti ai carabinieri vengono prese a schiaffi. Da mezz'ora quei ragazzi parlavano di fare il corridoio e nel gergo militare non è un ambiente che unisce due locali. Cosa sia lo dimostrano subito dopo: una fila di sei stranieri da portare nella gabbia passa in mezzo a loro e ciascuno si prende la sua razione di schiaffi. Quattro carabinieri fanno quattro schiaffi a testa. Appare finalmente il brigadiere che a mezzogiorno imitava Mussolini. Ma non rimprovera nessuno. Questo ti dà problemi?, chiede al collega in borghese. E spara un pugno sullo sterno all'immigrato magro, che non capisce proprio che cosa ha sbagliato ed è ancora in piedi immobile, in canottiera. Passa un'altra fila di immigrati, altro corridoio. Questa volta li accompagna un dipendente in divisa della Misericordia. Uno con il pizzetto e una piccola cicatrice vicino al naso, che una sera quando un ragazzo ha chiamato i musulmani alla preghiera, si è messo ad abbaiare ogni volta che sentiva dire Allahu akbar. Forse li farà smettere. Invece no, guarda e ride. Davanti alla fila si sistema il brigadiere. Fa il passo dell'oca e finge di portare una lancia: Avanti marsh. Soltanto un carabiniere napoletano non partecipa al gioco. Gli schiaffi risuonano nell'aria per mezz'ora. E finalmente una funzionaria di polizia se ne accorge. E' una ragazza bionda, non tanto alta, che di giorno raccoglie i capelli dentro un bandana. Maresciallo, dice nervosa, vada di là a vedere cosa stanno facendo i suoi ragazzi perché sento troppe mani che si muovono». Il maresciallo volta l'angolo e raggiunge gli altri carabinieri: Uhe ragazzi, mi raccomando, dice loro e si mettono a ridere tutti insieme.

Giovedì 29 settembre

[...] La sera sbarcano altri 350 immigrati. Ma è il turno del brigadiere per bene e nessuno viene picchiato. Appena entra nella gabbia John, 27 anni, partito dal Togo e altri suoi compagni di viaggio chiedono dove si può mangiare. Ma la Misericordia fa sapere che il primo pasto sarà distribuito solo l'indomani mattina. We are starving, non mangiamo da sette giorni, trema John, Quando siamo sbarcati ho visto un negozio e volevo comprare qualcosa ma la polizia ci ha detto che non potevamo e che qui dentro avremmo mangiato. Abbiamo i nostri soldi. Se siamo liberi, perché non possiamo comprare da mangiare?. Bilal vede passare il medico, lo chiama e gli spiega la situazione. Porto qualche brioche, dice il medico. Invece va via e non porta nulla. John e gli altri vanno a dormire su un marciapiede perché sono finiti anche i materassini. Un funzionario in borghese rovescia una lattina di Coca Cola addosso agli immigrati attraverso le sbarre. Perché questo?, grida Teemer, 26 anni, palestinese, Siamo clandestini, ma non siamo animali. Il funzionario si scusa. Le camerate sono strapiene di gente fin sotto i letti. La radio a tutto volume in cucina canta ciò che centinaia di bimbi forse pensano ogni giorno dei loro papà rinchiusi qui dentro: How I wish, how I wish you were here, come vorrei tu fossi qui. Si va a dormire in una scena da fine del mondo.

Venerdì 30 settembre

[...] Davanti al cancello stanno registrando un nuovo sbarco. E i carabinieri stanno di nuovo picchiando i ragazzi che perquisiscono. I primi sono due uomini che non si erano seduti al loro ordine. Uno lo chiamano Maradona. Volano sberle e per Maradona anche un calcio. Si fermano solo quando passa il tenente in borghese, un ragazzo con il pizzetto. Poi prendono a schiaffi un ventenne che non capisce che cosa deve fare. E altri due ragazzi che al "sit-down" non si sono seduti perché parlano arabo e francese. Bisogna fermare questo schifo. Bilal grida in inglese: State picchiando la gente, perché?. Un carabiniere tira un calcio alla rete da dove sta osservando, cercando di colpirlo. Bilal viene chiamato fuori dal cancello. È un faccia a faccia tesissimo, gli occhi di Bilal dentro gli occhi di un carabiniere con i capelli un po' brizzolati e la mascherina per nascondersi. Ma almeno smettono di picchiare. Quando il sole è alto dentro la gabbia sono state ammassate 1250 persone.

Per fortuna non tutto è così negativo. C'è il brigadiere con accento napoletano che comanda una squadra seria e professionale: quando c'è lui non accadono mai violenze e le cose si svolgono con ordine e precisione. C'è anche altro personale che lavora con abnegazione e umanità. Ma nel complesso l'accoglienza degli immigrati clandestini a Lampedusa, così come appare dal nudo racconto dei fatti di Gatti, è pessima. Il centro di permanenza temporanea è una sorta di lager e le persone responsabili delle violenze e dei disservizi non fanno una bella figura; e non la fanno fare all'Italia.

La cosa paradossale in tutta questa vicenda è che, mentre le angherie gratuite inflitte agli stranieri residenti nel centro di Lampedusa disegnano scenari degni di un campo di concentramento nazista, facendo dunque immaginare una forte capacità del sistema di controllare i clandestini e di rimandarli ai loro paesi d'origine, la gestione amministrativa del flusso di immigrati è invece incredibilmente superficiale e poco professionale: è una barca che fa acqua da tutte le parti.

Racconta Gatti: [...] i carabinieri si accorgono che mancano cinque persone. Ma parlando tra loro decidono di non segnalarlo. Impossibile sapere chi sia scappato perché non si fa nessun appello: i reclusi vengono solo contati. A metà della recinzione che separa dall'aeroporto, proprio dietro uno dei pali con le telecamere a circuito chiuso, il filo spinato è tagliato. E sul palo sono rimasti due lacci di stoffa bianca, forse legati lì per facilitare la presa di chi si è arrampicato fin sopra la rete.

Ma ciò che più di tutto dà la misura dell'inaffidabilità dei meccanismi di controllo è la vicenda stessa del giornalista Gatti. Benché cinque anni prima si fosse infiltrato in un altro centro di accoglienza spacciandosi quella volta per rumeno, e benché le sue impronte digitali lo tradiscano, le forze dell'ordine non riescono a smascherare la sua falsa identità di cittadino curdo.

Ancor più paradossale è la questione dei fogli di via. Quando vengono licenziati dal centro di permanenza temporanea, gli immigrati ricevono un documento che li obbligherebbe a lasciare l'Italia entro cinque giorni. Per molti di loro comincia invece proprio allora l'avventura in Italia o in qualche altra nazione europea: lungi dall'abbandonare il paese, lasciati liberi di muoversi sul territorio, si ricongiungono a parenti o conoscenti che, molto spesso, hanno già un lavoro pronto che li aspetta.

Dopo aver letto il reportage di Gatti, mi sorgono alcune domande: non sarebbe il caso di riprogettare completamente il sistema di accoglienza degli stranieri? Non sarebbe il caso di fare piazza pulita dei violenti e dei prepotenti presenti tra le forze dell'ordine? Non sarebbe il caso di creare centri di accoglienza con più gabinetti, più letti, più igiene, più rispetto verso le persone ricoverate? E che senso ha dare un foglio di via che non serve a nulla? Non si può trovare un equilibrio migliore tra i limiti della capacità di accoglienza del nostro paese e la comprensibile aspirazione dei migranti di costruirsi un futuro in una terra meno povera di quelle da cui provengono?

Per inciso, mi sembra doveroso notare che il servizio di Fabrizio Gatti è un esempio di giornalismo che dovrebbe invitare a riflettere: l'autore ha rischiato in prima persona e ha trascorso una settimana d'inferno, pur di riuscire a raccontare cosa succede realmente all'interno di quel centro di accoglienza. Che differenza con i tanti sedicenti giornalisti, che si limitano a riportare le contrapposte opinioni dei nostri politici, assemblando ignobili pastoni di vuote dichiarazioni, senza sentire la reponsabilità di fornire al pubblico uno straccio di critica o di presa di posizione o di dato oggettivo, che consenta a chi ascolta di capire chi abbia ragione e chi torto!

Postilla

Ho appena letto un articolo su Repubblica.it, intitolato Il sogno infranto di Bilal Ibrahim. Vi si riportano le allucinanti dichiarazioni dei politici di centrodestra, che, lungi dal fare un'autocritica per la cattiva gestione dell'accoglienza agli immigrati denunciata nel servizio di Gatti, si soffermano piuttosto sull'illecito commesso dal giornalista con l'essersi infiltrato sotto mentite spoglie nel centro di accoglienza e, peggio ancora, sostengono, come fa Castelli, che Gatti abbia raccontato il falso. Ecco un passaggio chiave dell'articolo di Repubblica:

Purtroppo, il sogno del paese normale ha cominciato a vacillare quando l'Espresso era in edicola da poche ore. Pippo Fallica, un deputato di Forza Italia, ha diffuso questa dichiarazione categorica: Nessun diritto è stato mai leso all'interno delle strutture di accoglienza di Lampedusa. Poi è stata la volta del capogruppo della Lega Nord al Senato, Ettore Pirovano, secondo il quale il collega Gatti, con la sua inchiesta, ha fatto un bel regalo ad Al Qaida.

Non poteva mancare l'europarlamentare Mario Borghezio (quello che chiama gli immigrati 'facce di merda') il quale, a dire il vero con inusuale moderazione, ha affermato di cascare dalla nuvole. Il colpo finale è arrivato alle 18,07 col lancio Ansa di una dichiarazione di Roberto Castelli. Questi, come è noto, non è solo un esponente della Lega Nord ma anche un ministro della Repubblica, e non un ministro di secondo piano visto che regge, diciamo così, il dicastero della Giustizia. Non credo a quanto affermato dal giornalista de L'Espresso, del resto da un giornale nel cui Cda siede qualcuno che ha frequentato le patrie galere ed è reo confesso di aver pagato tangenti non ci si può aspettare la correttezza di informazione.

Ciò che a mio parere è insopportabile in tali dichiarazioni è la capacità subdola di questi inqualificabili politici di ricondurre sempre i fatti ad opinioni, il tentativo di privarli della loro forza di fatti. Nessuna persona sensata può credere che Gatti, che ha avuto il coraggio di buttarsi in acqua e di rimanervi oltre quattro ore fino a che non è stato ripescato; che si è fatto otto giorni di "campo di concentramento" vivendo come un qualsiasi immigrato e riuscendo a non farsi smascherare, abbia poi raccontato il falso. Non si passa un'odissea del genere per raccontare il falso. Tanto più che i soprusi descritti da Gatti corrispondono punto per punto a quelli narrati nel corso degli anni da tanti immigrati, che, in quanto clandestini e derelitti, non sono mai stati giudicati credibili.

Abbiamo veramente bisogno di una nuova classe politica, di persone serie oneste e rispettabili, che abbiano a cuore il bene del Paese e il rispetto della verità e degli elettori. La gente che ci governa oggi e che ci rappresenta in Parlamento è in buona parte solo una casta di privilegiati, con nessun altro scopo e interesse che perpetuare indefinitamente i propri privilegi. Mandiamoli a casa!

Commenti dei lettori

  1. Commento di Elisabetta Corazza - 12/10/2005 ore 10,46

    Gatti è davvero un ottimo giornalista.

    Già quando si fece chiudere nel CPT di via Corelli a Milano (ai tempi scrisse un reportage sul Corriere della Sera) mi colpì molto.

    Io ho partecipato a diverse manifestazioni che chiedevano la chiusura di quel centro (e di tutti quelli italiani) perchè ritengo che, una simile detenzione, non rispetti in alcun modo la dignità e i diritti civili degli immigrati.

    In maniera assolutamente casuale (per lavoro sono stata in un edificio che si trova di fianco al centro e ho sbirciato dalle finestre) ho avuto la possibilità di vedere da vicino il centro di via Corelli, e vi assicuro che è qualcosa di veramente sconvolgente!

    L'architettura ricorda in tutto e per tutto quella dei lager nazisti: baracche, filo spinato, cancellate alte 6 metri.

    Si discute se sia lecito l'ingresso della Turchia nell'Unione Europea (visto come, in quel paese, vengono calpestati quotidianemente i diritti dei carcerati) ma noi? siamo così sicuri di vivere in un paese "civile"?

    ciao
    elisabetta
  2. Commento di Old Jacques - 12/10/2005 ore 21,11

    La cosa che mi stupisce e' che nessuno dei contrastanti ha pensato di presentare direttamente un conto per "l'ospitalità" per recuperare i costi che sicuramente saranno stati pagati lautamente per stare in quelle condizioni.

    Magari dettagliando i costi cosi' si capirebbe meglio chi sta a guadagnarci sopra per una situazione del genere.

    E non credo che possa essere stato il giornalista che pensava di riuscire sbeffarsi una vacanza sui conti dello stato italiano...

    mah...
  3. Commento di sig tato tinacri - 14/10/2005 ore 6,28

    Vi prego di leggere il mio blog.
    Avrete la conferma di cosa pensano di noi i NOSTRI politici. Dopo molte mail e solleciti ricevo la risposta di Pier Gianni Prosperini esponente di AN in Lombardia.
    Interessante vedere il tono della risposta.

    leggete per credere, meditiamo gente

    http://lifesstrange.blogspot.com

Articolo di Michele Diodati pubblicato il  12/10/2005 alle ore 1,50.

Indice del Pesa-Nervi | Diodati.org

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