Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Le acque alte

Montale, Boratto, Baricco e il mare.

La scorsa mattina sedevo in cucina per la colazione, con tanto più sonno che appettito, e sbocconcellavo svogliato una fetta di pane tostato, ipnotizzato dal suono tutto interiore del mio masticare: crunc, crunc, crunc.

La radio sommessamente parlottava di vaghe questioni agricole e Comunitarie, ma alla fine mi risvegliò con un'intervista al comico spezzino Dario Vergassola, al quale veniva chiesto quale fosse il suo rapporto, da ligure, col mare.

Questi rispondeva in sostanza d'essere, per tradizione familiare, un uomo che lo vive come paesaggio ed orizzonte, cioè come quel qualcosa che è più giù ed oltre gli sterminati terrazzamenti delle Cinque Terre che, con indomita pazienza e feroce fatica, generazioni di liguri scorzosi costruirono pietra su pietra, aggiungendo terra a terra e coltivando viti e olivi dove per Natura non ci sarebbero che rovinosi e precipiti scoscendimenti, senza facili approdi.

Aggiungeva pure che, il mare, la lingua ligure lo chiama "ma", allo stesso modo del male e del dolore e, similmente e più teneramente, della madre, costituendolo così come parte essenziale di una trinità mediterranea generatrice di vita e dispensatrice di cibo e, insieme, di sventure e morte.

Si capisce bene quale potente motore possa rappresentare per la storia, anche individuale, e per la letteratura.

Alla luce del principio filosofico, o psicologico, dell'unità degli opposti, il mare-madre può ben essere un mare-padre, quello di cui in Ossi di seppia scrisse Eugenio Montale, da figlio che nell'adultità visse il dolore più da separazione che da alterità di un padre incolpevole.

Del mare gli uomini vivono la legge pericolosa, ma la loro vita è altrove, vicino al mare, al più sul mare, mai più nel mare. Sradicato da un'infanzia d'acque e scagliato dall'evoluzione sulla terra, pure con il dono potente della parola l'uomo non può aprire un varco nel tempo e ritrovare la via del ritorno da un esilio che è definitivo. Le esistenze, come le evoluzioni, corrono in direzioni assegnate dalla volontà di un caso; le identità mutano e sottostanno all'aleatorietà degli incontri e a questi la memoria, inconsapevole degli orologi, conferisce capricciosamente qualità ineffabile d'eternità o d'istante, così che volgendosi indietro ci si può sentire infinitamente ricchi o derubati.

Le acque alte

Mi sono inginocchiato con delirante amore
sulla fonte Castalia
ma non filo d'acqua rifletteva
la mia immagine.

Non ho veduto mai
le acque dei pirahna. Chi vi si immerge
torna alla riva scheletro scarnificato.

Eppure
altre acque lavorano con noi,
per noi, su noi con un'indifferente
e mostruosa opera di recupero.
Le acque si riprendono
ciò che hanno dato: le asseconda il loro
invisibile doppio, il tempo; e un flaccido
gonfio risciacquamento ci deruba
da quando lasciammo le pinne per mettere fuori gli arti,
una malformazione, una beffa che ci ha lasciato gravidi
di cattiva coscienza e responsabilità.

Pare che la ribollente zavorra su cui m'affaccio,
rottami, casse, macchine ammassate
giù nel cortile,
la fumosa colata che se ne va
per conto suo e ignora la nostra esistenza,
parve che tutto questo fosse la prova del nove
che siamo qui per qualcosa un trabocchetto o uno scopo.
Parve non pare... In altri tempi scoppiavano
castagne sulla brace, brillava qualche lucignolo
sui doni natalizi. Ora non piace più
al demone delle acque darci atto che noi
suoi spettatori e còrrei siamo pur sempre noi.

(Eugenio Montale, da "Diario del'71 e del '72")

Lo scultore genovese Giorgio Boratto conclude così una sua riflessione sulle radici dell'uomo:

Noi non siamo mai una persona sola. Ogni uomo è molte persone diverse: ereditate, imitate, subite, assimilate, confuse, spesso nemiche fra loro, per buona parte inconsce. Tuttavia un uomo colpisce con la sua individualità e sappiamo invece che è un caos. Così l'uomo assomiglia sempre più al mare e alle sue onde, nell'essere costantemente mutevole e frastagliato nel gioco delle onde...L'uomo è come il mare. Ecco la vera radice è il mare. E' stato un tempo remoto quando un animale con le pinne, uscendo dal mare e guadagnando la terra, ha trasformato quelle pinne lentamente in piedi e mani. Ecco furono le mani a costruirci con la desinenza in u-mani. Ecco sono queste mani la radice che affonda nelle carezze e nei pugni la nostra capacità di integrarsi con l'ambiente e il prossimo. E' stato poi, un mattino oppure verso sera, sempre vicino al mare, mentre un branco di scimmioni si grattava l'un l'altro, che "l'idiota" del branco si fermò a guardare per aria. Già altre volte si incantava a guardare il cielo e perciò era schernito dagli altri. Quella volta emise uno strano grugnito, era la prima vocale, era la prima lettera di una lunga serie di suoni che diventarono parole: am - mm- ma- mare - madre... Nacque una radice e sempre il mare.

Se ci sono verità e salvezza, sono in fondo all'oscurità da cui risalimmo e a cui la parola, la dannazione vitale con cui produciamo noi stessi, non può attingere. Là non c'è mare che risponda se ne superiamo la voce col frastuono incessante del nostro pensiero.

A questo punto smetti
dice l'ombra.
T'ho accompagnato in guerra e in pace e anche
nell'intermedio
sono stata per te l'esaltazione e il tedio,
t'ho insufflato virtù che non possiedi,
vizi che non avevi. Se ora mi stacco
da te non avrai pena, sarai lieve
più delle foglie, mobile come il vento.
Devo alzare la maschera, io sono il tuo pensiero,
sono il tuo in-necessario, l'inutile tua scorza.
A questo punto smetti, stràppati dal mio fiato
e cammina nel cielo come un razzo.
C'è ancora qualche lume all'orizzonte
e chi lo vede non è un pazzo, è solo
un uomo e tu intendevi non esserlo
per amore di un'ombra. T'ho ingannato
ma ora ti dico a questo punto smetti.
Il tuo peggio e il tuo meglio non t'appartengono
e per quello che avrai puoi fare a meno
di un ombra. A questo punto
guarda con i tuoi occhi e anche senz'occhi.

(A questo punto, da "Diario del '71 e del '72" di Eugenio Montale)

Scrive Alessandro Baricco nel suo Oceano mare:

Sguardo meraviglioso che è vedere senza chiedersi nulla, vedere e basta. Qualcosa come due cose che si toccano - gli occhi e l'immagine- uno sguardo che non prende ma riceve, nel silenzio più assoluto della mente, l'unico sguardo che davvero ci potrebbe salvare - vergine di qualsiasi domanda, ancora non sfregiato dal vizio del sapere - sola innocenza che potrebbe prevenire le ferite delle cose quando da fuori entrano nel cerchio del nostro sentire-vedere-sentire- perché sarebbe nulla di più che un meraviglioso stare davanti, noi e le cose, e negli occhi ricevere il mondo - ricevere - senza domande, perfino senza meraviglia - ricevere -solo- ricevere- negli occhi - il mondo.

Articolo di Vittorio Bica pubblicato il  3/5/2004 alle ore 2,41.

Indice del Pesa-Nervi | Diodati.org

Inizio pagina.