Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Devolution, un termine che mira a sfasciare l'Italia

La voce della cultura contro la grettezza che anima la riforma disgregatrice dello Stato italiano, voluta disperatamente dalla Lega (e solo dalla Lega).

[Lo scrittore Claudio Magris]Claudio Magris incarna con la sua scrittura la migliore tradizione umanistica e rappresenta l'immagine plurale della letteratura europea all'inizio del XXI secolo. Un'Europa diversa e senza frontiere, solidale e disposta al dialogo interculturale. Con poderosa voce narrativa, Magris indica nei suoi libri spazi che compongono un territorio di libertà, e in essi si configura un desiderio: quello dell'unità europea nella sua diversità storica. Con queste parole è stato motivato il conferimento del premio 2004 per la letteratura della Fundacion Principe de Asturias, una specie di Nobel spagnolo, a Claudio Magris, scrittore triestino e germanista, nota firma del Corriere della Sera. Tra i candidati al nobel vero e proprio, Magris è stato quest'anno, anche se il premio è poi finito al drammaturgo inglese Harold Pinter.

La premessa è utile per introdurre un articolo a firma di Magris, apparso sul Corriere della Sera di oggi. Condivido il giudizio demolitorio dello scrittore sulla riforma chiamata, con inutile termine inglese, devolution. Spero che la sua voce autorevole serva ad aprire gli occhi anche ai parlamentari di questa sciagurata maggioranza di governo. Riporto di seguito alcuni ampi e significativi estratti dall'articolo di Magris.

«Devolution», parola molesta

I neologismi della politica. Un termine che mira a sfasciare l'Italia

di Claudio Magris, 18 ottobre 2005

(...) Il termine «devolution», ripetuto con coatta iattanza, è vacuo come il «cioè» postsessantottino; non è tanto una parola che esprima un concetto, quanto un rumore, come quelli che il corpo talora emette anche involontariamente, magari con effetti socialmente imbarazzanti; un segnale convenuto di riconoscimento fra simili, come il fischio di certi animali o quello irriferibile immortalato da una celebre canzone goliardica.

Purtroppo, in questo caso, non è in gioco una festa delle matricole o di addio al celibato, bensì il Paese, l'Italia, lo Stato, la Patria o come vogliamo chiamarlo; il suo destino e il suo futuro, la sua dignità, il senso e il peso della sua presenza nel mondo. La ributtante riforma costituzionale in cantiere, che si appresta a cancellare quel poco o tanto di buono che c'è ancora nello Stato italiano e il senso stesso dello Stato e dell'Italia, non nasce dalla doverosa e sacrosanta esigenza di decentramento.

È ovvio che la democrazia inizia ed esiste concretamente dal basso, nella realtà di istituzioni e autogoverni locali attenti alla peculiarità dei loro compiti ed è ovvio che un centralismo elefantiaco (come quello statale, spesso peraltro imitato da quello regionale, a differenza dalla più viva realtà comunale) è non solo potenzialmente livellante e illiberale, bensì anche anchilosato e inefficiente.

Ma la devoluzione —okay, devolution — non si ispira a queste esigenze concrete. Essa nasce da una regressiva negazione dell'unità del Paese e dal livoroso desiderio di distruggerla. Non a caso, sino a poco fa, veniva strombazzata — pur senza alcuna intenzione di porla in atto — la parola «secessione», con cui si sciacquavano la bocca macchiette di provincia assai poco simili all'aristocrazia cavalleresca del vecchio Sud di Via col Vento. E secessione significa, appunto, distruggere l'unità del Paese.

A questa unità — a questo senso di più vasta appartenenza comune, pur nella creativa e amata varietà di città, territori, tradizioni, dialetti e costumi diversi — si vuol contrapporre un ringhioso micronazionalismo locale, spiritualmente strozzato dal proprio cordone ombelicale conservato sott'olio e chiuso a ogni incontro, pronto ad alzare ponti levatoi i quali offendono anzitutto il libero e schietto amore per il luogo natio, che è il piccolo angolo in cui impariamo a conoscere e ad amare il mondo.

(...) Anche la cultura esiste nella peculiarità delle sue forme ed è giusto che una Regione possa e debba curare, nell'istruzione e nelle iniziative culturali, la propria specificità, ma sempre nell'ambito di una formazione generale che interessa il Paese. La sicilianità di Verga è inscindibile dalla sua grandezza, ma non interessa un veneto meno di un siciliano; un'esclusiva competenza locale in materia scolastica che inducesse gli scolari piemontesi a ignorare Leopardi per studiare Gianduia sarebbe disastrosa anzitutto per quegli scolari.

(...) Le peculiarità locali compongono, costituiscono l'unità del Paese; se la distruggono, distruggono se stesse, così come un dialetto, parlato con gioiosa e spontanea naturalezza, viene falsificato in una tonta ideologia se lo si vuol sostituire o contrapporre alla lingua nazionale.

La devolution mira, oggettivamente, a disfare l'Italia, al contrario del federalismo patriottico (e antinazionalista) propugnato già in anni lontani da forze risorgimentali come il Partito Repubblicano — oggi snaturato e autoridicolizzato — che miravano a un Paese unitario e articolato nelle sue preziose varietà e destinato a integrarsi, senza dissolversi, in una unitaria e variegata Europa.

La «devolution» è propugnata da partiti che costituiscono oggi la maggioranza parlamentare, benché divisi su molti problemi e soprattutto sul senso della Patria, visto che An, che organizza le marce e feste del Tricolore, governa insieme alla Lega, il cui leader ha dichiarato di volersi pulire il sedere col Tricolore. In realtà la devolution non si limita a intaccare la Nazione e lo Stato, ma si propone di evirare gli organi dello Stato capaci di impedire l'abuso dei poteri, non solo locali; mina l'armoniosa vita civile di una vasta e pluralistica comunità, retta da quel sistema di separazione, controllo e contrappeso di poteri elaborato dal pensiero liberale per garantire i cittadini e le libertà.

La riforma costituzionale che la maggioranza vuole varare è un attentato al patriottismo e al buon governo. Ma il Parlamento è composto di eletti che, secondo la Costituzione, sono responsabili verso il Paese, non verso il partito o la circoscrizione in cui sono stati eletti. Si è già visto come, nella maggioranza, a proposito della «devolution » ci siano persone cui sta più a cuore l'Italia che il proprio partito. È da sperare che parecchi avranno la dignità e il fegato di ribellarsi a questa mutilazione, di capire che essa deturpa anche il loro volto.

Commenti dei lettori

  1. Commento di Salvatore Marchiafava - 26/10/2005 ore 16,35

    L'Italia e' una nazione infantile, antica nella sua storia ma ha molto da crescere. Il popolo Italiano e' una unione di popoli come l'America"Pluribus Unum" Il governo deve insegnare con il proprio esempio l'importanza dell'unita' e la fratellanza delle varie filosofie e culture.
  2. Commento di Francesco Caruso - 23/11/2005 ore 15,54

    Condivido pienamente ed,anzi,vado oltre l'analisi di Claudio Magris.Pur simpatizzando da sempre per il centro-sinistra, sono e resto un centralista convinto, perchè il decentramento in Italia ha significato sempre e soltanto una sola cosa: la moltiplicazione delle greppie e delle inefficienze. E' vero che la burocrazia regionale sta replicando tutti i difetti di quella statale ( ed era cosa facilmente immaginabile), ma è altrettanto vero che i comuni non sono quelle oasi di buon governo che anche Magris ritiene che siano: la verità ( che nessuno osa dire) è che oggi i sindaci, grazie alle riforme degli anni 90, sono diventati dei veri e propri satrapi, padroni di fare e sfare ciò che vogliono,senza alcun tipo di controllo Facciamo qualche esempio? Non esistono più i controlli esterni, il segretario comunale è stato trasformato in una sorta di zerbino vivente del Primo Cittadino, che può rimuoverlo dall'incarico quando vuole, e la tanto decantata separazione tra politica e gestione non ha significato altro che l'assoluta impunità per Sindaci e Assessori, i quali continuano a comandare ai Capi Servizio ciò che devono o non devono fare senza il rischio di dover pagare dazio ,perchè tanto le firme non le mettono loro .
    No,grazie, meglio i Prefetti...

Articolo di Michele Diodati pubblicato il  18/10/2005 alle ore 13,46.

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