Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Saddam Hussein: da carnefice a vittima

L'ingiusta guerra portata dagli americani in Iraq dona a Saddam, come sua conseguenza, un'immagine di vittima che non avrebbe avuto, se a destituirlo e volerlo alla sbarra fossero stati i suoi stessi concittadini.

[Foto di Saddam Hussein come imputato in tribunale]Televisioni e giornali rimandano da ieri senza sosta l'immagine di Saddam Hussein alla sbarra, chiuso nella gabbia degli imputati, mentre un giudice dall'aspetto severo gli intima con il dito puntato di declinare le proprie generalità. Saddam però non accetta l'intimazione del giudice: rifiuta di fornire nome e cognome, dicendo che tutti sanno chi è e che è ancora il legittimo presidente dell'Iraq; piuttosto è lui, Saddam, a non sapere chi sia il giudice che lo sta interrogando. L'ex raìs dichiara pubblicamente di non riconoscere l'autorità di quel tribunale e, dopo di lui, fanno lo stesso gli altri gerarchi del passato regime, imputati nel medesimo processo.

La scena è in un certo senso surreale: chi si aspettava di vedere un Saddam Hussein umiliato, pavido e tremante, rassegnato a subire la giusta punizione per i tanti crimini commessi, ha avuto una grossa delusione. Le immagini televisive mostrano invece un Saddam pieno di dignità, fermo nella sua decisione di negare la legittimità del processo intentatogli: un Saddam che trasmette al suo popolo, non l'immagine di un colpevole e di un vinto, come forse avrebbero voluto gli americani, ma quella di un capo, di un uomo che si sente, nonostante la prigionia, ancora il leader carismatico del suo popolo.

E' un'immagine pericolosa, perché da un lato alimenta una certa nostalgia del passato, come dimostrano le manifestazioni di sostegno da parte dei sunniti represse dagli americani, dall'altro ostacola la transizione dell'Iraq verso la normalizzazione, cioè verso una piena accettazione del nuovo governo e delle nuove istituzioni da parte della popolazione.

Tutto ciò è un'altra cattiva conseguenza dell'ingiusta guerra portata dagli americani in Iraq. Se Saddam fosse stato destituito dal suo popolo, esasperato da trent'anni di soprusi, invece che dallo zio Sam, oggi forse l'avremmo visto alla sbarra in quel tribunale con un atteggiamento diverso: non avrebbe potuto reclamare di essere ancora il legittimo presidente dell'Iraq, se fossero stati proprio i suoi concittadini a ribellarsi e a togliergli pubblicamente quel consenso, almeno apparente, di cui ha invece goduto fino a quando non è stato costretto a nascondersi per non essere catturato dai soldati nemici.

Saddam ha governato l'Iraq con la paura e con la violenza e, come tutti i tiranni, avrebbe meritato di fare una brutta fine per mano del suo stesso popolo. Gli iracheni sono stati però privati di questa possibilità dall'intervento armato degli Stati Uniti. Forse non avrebbero mai avuto il coraggio di rovesciare Saddam, ma il fatto che il loro tiranno sia stato porto su un piatto d'argento dagli americani, ha privato il popolo iracheno del diritto di farsi giustizia da solo, del diritto di essere arbitro del proprio destino e della propria storia.

L'invasione dell'Iraq da parte degli Stati Uniti costituisce perciò un precedente molto grave e pericoloso. E' sommamente ingiusto che una nazione si arroghi il diritto di intervenire nelle vicende interne di un altro Stato sovrano e indipendente. E che sia stato ingiusto è talmente evidente, che persino un tiranno come Saddam è apparso ieri, in quell'aula di tribunale, più come una vittima che come un carnefice.

Articolo di Michele Diodati pubblicato il  20/10/2005 alle ore 11,40.

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