Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Povertà vecchie e nuove

La povertà a Como: l'analisi di una situazione locale come esempio di una tendenza generale della società italiana contemporanea.

Premessa

Quello che segue è l'adattamento di un intervento di Lorenzo Spallino tenutosi lo scorso 24 ottobre presso i Lions di Como. L'intervento aveva per oggetto le nuove povertà. Non si tratta di un testo pensato espressamente per Internet, né per la tecnica di scrittura utilizzata né per i riferimenti, che sono centrati sulla città di Como: per questo motivo il testo originario è stato in parte decontestualizzato e opportunamente adattato per i lettori del Pesa-Nervi.

Nuovi poveri in Italia

[Una casa e subito dietro un grattacielo: uno stridente contrasto nel paesaggio urbano]C'è una povertà vecchia, dura a morire, che accompagna l'uomo da sempre; e c'è una povertà "nuova", segno dei tempi post-moderni, della "società dell'incertezza" e del rischio. Una povertà che non miete vittime, o non lo fa in misura così massiccia come la vecchia, ma che causa problemi e sofferenza, disagio, marginalità ed esclusione. Così prende avvio La città presente, il rapporto pubblicato a giugno di quest'anno dalla Caritas Diocesana di Roma, sfatando i luoghi comuni e disegnando una città che in molti ancora non conoscono. Delle quattromila persone senza dimora che si sono rivolte al centro di ascolto di Via Marsala a Roma (il maggiore della città, a due passi dalla stazione Termini), il 34,7% aveva una età compresa tra i 18 ed i 35 anni. Giovani, dunque, in gran numero, più maschi che femmine e quasi tutti con titolo di studio di medio livello (licenza media o superiore). Molti senza reddito ma tanti con un reddito, da lavoro o da pensione. Cercano aiuto: fra loro ci sono anziani soli, sempre più ci sono intere famiglie. Mai come negli ultimi anni (e in misura eclatante nel 2003) i nuclei familiari si sono affacciati ai centri della Caritas: un lento ma inesorabile collasso della famiglia - dicono i curatori del Rapporto - le cui condizioni socio-economiche vanno peggiorando, traducendosi in richieste di prima necessità, cioè aiuto alimentare (pacchi viveri) e alloggio. E cosi via, per moltissime altre categorie sociali, con un unico comune denominatore: la solitudine. Più vicino a noi, a Milano, alla domanda Chi sono i poveri? la Caritas Ambrosiana risponde che la povertà che abita le nostre città ha il volto abituale, e un po' rassicurante, dei barboni, dei mendicanti, dei clochard, dei nomadi, degli immigrati, di chi non sente di appartenere ad un sistema sociale e se ne tira fuori, anche fisicamente, "scegliendo" le stelle come tetto. Insomma la povertà come "scelta di vita". Ma - avverte la Caritas - siamo ancora nel campo dei luoghi comuni, dell'icona povertà nell'immaginario collettivo. Chi quotidianamente incontra il variegato mondo dei senza dimora e dei senza tetto (a Milano sono circa 5000 dei quali 2500 italiani) sa bene quanto tutto ciò non corrisponda al vero: tante le ragioni per le quali si finisce "fuori", mai la libera scelta. Se poi allarghiamo anche poco la visuale dei luoghi comuni e guardiamo ai dati, scopriamo che per essere poveri non bisogna necessariamente trovarsi in mezzo ad una strada. Ecco le 83.000 persone, secondo l'Università di Milano Bicocca, che si possono definire "con scarse o pressoché nulle disponibilità di risorse". Sicuramente, come dire, "non se la passano bene". Non basta, dice la Caritas Ambrosiana. Guardate: c'è una povertà che abita le nostre città, i nostri quartieri, i nostri condomini, una povertà che ha un volto meno riconoscibile rispetto a certi cliché e forse proprio per questo ancor più insidiosa in quanto invisibile. La povertà non più solo come condizione economica oggettivamente misurabile, ma come senso di insicurezza, di instabilità. Come camminare su una fune, in equilibrio precario, con il timore di cadere e l'ancor più dolorosa paura di non trovare nulla e nessuno ad attutire il colpo. A fronte di ciò l'equazione povero uguale "chi non ha" risulta quantomeno inadatta. Non è più, o non è solo, una questione di soldi a definire i confini della parola povertà.

Nuovi poveri in Europa

Prima di guardare a Como, vale la pena guardare quello che succede in Europa, per capire quali sono i dati di sfondo e, soprattutto, se l'allarme lanciato dalle associazioni ha un suo riscontro su scala più vasta. La risposta è positiva e preoccupante. È positiva, perché proprio in questi giorni sono usciti i dati 2003 di EUROSTAT, ancor più interessanti per il fatto di poter essere comparati con gli analoghi dati resi dieci anni fa per il 1993. Come opera EUROSTAT? Sottraendo, cioè ponendosi questa domanda: come ce la caveremmo eliminando il welfare state, pensioni comprese? La risposta è: male. Non "così così", proprio male. Se nel 1993 Eurostat indicava a rischio di povertà 57 milioni di europei, nel 2003 questi sono diventati 72.000.000. Il che a significare che il 42% della popolazione italiana rischierebbe l'indigenza. Tutto ciò, sottolinea il rapporto, a fronte di un continuo aumento di redditi da capitale. Le cifre, a questo punto, non possono più lasciare indifferenti: la parola povertà, confinata in ambiti lontani nel tempo e nei luoghi, diventa improvvisamente presente, quasi molesta. Si sta avverando quello che Franc Mangenot, descriveva lucidamente nel 1999:

finché la povertà e la miseria colpivano principalmente i paesi del Sud, finché i paesi europei vivevano un periodo di crescita produttiva e di aumento dei livelli di vita, il problema della povertà aveva un carattere esotico e rivestiva un aspetto morale. Il futuro sembrava garantito [...] Ma ecco che, sotto forme diverse, di nuovo la povertà colpisce l'Europa [...]. L'Europa dei Quindici conta diciotto milioni di disoccupati statisticamente quantificati e dai cinquanta ai settanta milioni di persone in situazione di precarietà. [...] Situazioni ritenute vent'anni fa eccezionali in Europa, e più o meno circoscritte, sono oggi correnti.

Ecco il dato che diventa notizia, ecco la parola povertà declinata in forme nuove, non solo sui media, ecco il nemico invisibile, vergognoso.

E a Como?

Sabato 22 ottobre, in Comune di Como, è stata presentata alla stampa l'Indagine sulle condizioni economiche e il potere di acquisto delle famiglie comasche a cura dell'Ufficio Statistica del Comune in collaborazione con le ACLI. I risultati dell'indagine su un campione di quasi 600 famiglie erano stati anticipati alla stampa che li aveva messi in evidenza nei quotidiani di Venerdì 21 ottobre. Ricchezza addio, i comaschi si scoprono poveri, titolava, un po' ironicamente, La Provincia, Comaschi sempre più poveri e senza risparmi, titolava più seriamente il Corriere di Como. Stupiva la reazione - trasversale - dei politici: Dato importante e inaspettato dichiara l'assessore al Commercio (perché poi al Commercio? ricordo che Como non ha un assessorato alle politiche sociali), Impensabile una miseria così diffusa, afferma Giovanni Moretti, capogruppo dell'opposizione in Consiglio comunale e promotore dell'iniziativa. Sorpresa, stupore: comuni denominatori di una visione che classifica il cittadino in una sola accezione: maschio, adulto, lavoratore. Cosa emerge dall'indagine? Un quadro desolante. Al di là dei dati numerici, grossolanamente enunciati dai quotidiani (ne cito alcuni: il 25,1% delle famiglie non può far fronte ad un improvviso impegno di spesa di 1.000 euro, il 21,3% ha difficoltà ad arrivare a fine mese; il 26,8% non può permettersi una settimana di ferie lontano da casa; il 60% non riesce a risparmiare), è il dato generalizzato delle aree di sofferenza che colpisce. Come correttamente sottolineato dalle ACLI, per quanto riguarda l'area di maggiore sofferenza sociale, il questionario:

  • non permette di rilevare la situazione delle famiglie monoreddito, che, sono normalmente quelle più a rischio di povertà all'interno della popolazione attiva;
  • permette tuttavia di individuare alcune caratteristiche delle situazioni maggiormente a rischio: il 53,5% di coloro che non hanno l'immediata disponibilità di 1.000 euro e non possono mangiare carne o pesce almeno una volta ogni due giorni è privo di titolo di studio o ha la sola licenza elementare; il 43,8% di chi ha risposto a questa domanda vive solo, il 56,2% ha oltre 65 anni.

Interessantissima poi è la risposta alla domanda di individuare un reddito minimo necessario alla famiglia per arrivare a fine mese senza difficoltà. Si badi bene: non si chiedeva di individuare il reddito per vivere bene, ma semplicemente quello necessario per superare le difficoltà riscontrate per arrivare a fine mese. Il valore medio pro capite viene indicato in 933,15 euro. Vi è una ovvia variazione in funzione della composizione del nucleo familiare: un solo componente del nucleo definisce il minimo necessario in 1500 euro, per le famiglie di due componenti questo valore scende a 1090 euro pro capite, per cinque componenti a 625 euro a testa. Se unite questi dati con quelli pubblicati pochi giorni fa dal Corriere della Sera, che in un servizio molto interessante quantificava in termini economici di spesa la giornata di una madre lavoratrice e di un single professionista, non possiamo non giungere alla conclusione che:

E Como?

Je suis l'Empire à la fin de la décadence, Qui regarde passer les grands Barbares blancs [1]: impossibile non associare il sonetto di Verlaine con lo spettacolo della decadenza dorata di Como, le sue ville, il suo lago, i suoi divi hollywoodiani. Ma tant'è. Quale risposta si vuole dare a questo disagio? Possiamo replicare le meritorie indagini del Comune, ma se ad esse non si dà seguito concreto, credo sia meglio e meno costoso in termini di risorse umane occuparsi d'altro. La mia convinzione è che, si stenta quasi a crederlo, al disagio, alla povertà, all'esclusione si risponde solo con la solidarietà e le politiche sociali. Sottolineo la parola politiche, che condivide con la parola politica l'etimo polis, città. Scriveva bene Don Daniele Denti nella presentazione del rapporto 2002 Disagio sociale a Como e dintorni:

che futuro può avere una città di meno di 80.000 abitanti, in buona parte anziani? È una questione improrogabile. La risposta più semplice è dire che non sarà più una città. Almeno ci fosse qualcuno che teorizza questo, cioè Como città impostata solo sui servizi, sulle attività pubbliche, sulla cultura e il divertimento. Bisognerebbe dargli contro, però sarebbe almeno un'idea chiara, per quanto a mio avviso impossibile da realizzare. Invece tutti vogliamo una città viva, abitata e abitabile, accogliente e aperta alle novità del nostro tempo e assistiamo impotenti al fatto che si vada nella direzione esattamente opposta ai nostri desideri.

Le notizie di questi giorni sull'incremento delle nascite e dei residenti a Como non deve ingannare: in primo luogo perché senza immigrati il dato sarebbe negativo, in secondo luogo perché il trend di lunga data ci dice che gli abitanti a Como saranno poco più di 70.000 nel 2014 - come nel dopoguerra - e 65.000 nel 2019. E qui torniamo alla mia - non so la vostra - sorpresa nel leggere dello stupore che caratterizza le dichiarazioni dei politici. Perché tutti sappiamo, o dovremmo sapere, i politici per primi, cos'è Como, che - lo ricordo - è una città che è da tempo in difficoltà e che invecchia sempre più rapidamente. Como con un indice di vecchiaia di 195 anziani (ossia persone sopra i 65 anni) per 100 giovani (ossia persone sotto i quindici anni), che va confrontato con una media nazionale di 124 e con una convalle dove l'indice raggiunge il valore di 228. Tanto per farsi un'idea, nel 1951 lo stesso indice era pari a 60, ossia a 60 anziani per 100 giovani. Como con un ultra settantenne su tre che vive solo. Como con sempre meno forza lavoro (62.048 residenti in età da lavoro nel 1990, 55.332 nel 1999). Como che non attrae lavoratori (il saldo attivo delle migrazioni verso Como era di 2 unità nel 1999, contro un saldo provinciale di 2.462 unità). Como a capo di un sistema produttivo provinciale con una forte vocazione all'export soprattutto per i settori Tessile/Abbigliamento e Legno/Arredo che a partire dal 1994 ha subito una fase di arresto, che è tanto più significativa in quanto il trend sia nazionale che regionale è di costante crescita.

Conclusioni

[Una panchina vuota di fronte al lago: quale miglior immagine della solitudine?]Parlando delle nuove povertà abbiamo finito con il parlare di Como. Se la risposta alle nuove povertà sta nella solidarietà e le politiche sociali, non vedo risposta, non vedo cioè un disegno, fosse anche sbagliato. Se la risposta sta nella città del turismo, nella città dei servizi, nelle piscine in piazza Cavour di fronte al lago, nelle città dei Balocchi, nelle "grandi opere destinate a lasciare un segno", mi spiace dissentire: la festivalizzazione della politica urbana, ce lo ricorda dal 1994 Marco Venturi, autore di un libro sulle politiche dei grandi eventi, è ovunque fallimentare. La Francia - tanto per citare un paese civile - l'ha abbandonata da anni. Sono così sempre più convinto, parlando della città, non necessariamente di Como, che il suo futuro appartenga non ai tecnici e ai politici, ma ai sociologi, ai teologi, ai liberi pensatori. Persone convinte anzitutto della possibilità concreta di realizzare quella città felice che l'Apocalisse descrive come irradiante la luce dell'apertura e dell'accoglienza dell'altro. La città che (si) apre all'esterno, partecipe della vita del mondo, al tempo stesso felice di accogliere al suo interno. Guardate: la città di oggi è per definizione città nomade, nata come antitesi al nomadismo e oggi essa stessa attraversata da ogni sorta di mobilità, non solo fisica. Tra i flussi che la attraversano, uno è quello dalla persona alla comunità, che si realizza in una sorta di esodo da sé verso l'altro: dove questo dinamismo si inceppa, ecco la persona prigioniera di sé, chiusa nella incomunicabilità e nelle catene delle reciproche esclusioni, trasformata in una folla di solitudini, somma di ghetti che reciprocamente si rifiutano (Forte). Se - se - oggi non abbiamo abbandonato un'idea di città da perseguire, sulla quale modellare le nostre istanze di cittadini, possiamo dire che città è anzitutto luogo di persone libere, creative, solidali, corresponsabili a tutti i livelli? Se la risposta è sì, la città delle nuove povertà che abbiamo cercato di tratteggiare non è la rappresentazione dei luoghi di disagio ma è - o dovrebbe essere - la raffigurazione delle ragioni di esclusione da una società che tutti i giorni si professa aperta, moderna, democratica. Credo sia questo il senso di queste riflessioni: rappresentare alla città i motivi di esclusione, perché anche attraverso la loro descrizione, questi diventino occasione di crescita.

Risorse

1. Caritas Romana La città presente, scheda per la stampa

2. Caritas Ambrosiana, Poveri equilibristi

3. Franc Mangenot, Le nuove povertà

4. Eurostat, Income poverty and social exclusion in the EU25, A new Source on Income, Poverty & Social Exclusion

5. la Repubblica, Dossier: L'Italia diventa più povera

Note

[1] Io sono l'Impero alla fine della decadenza, che guarda passare i grandi barbari bianchi.

Articolo di Lorenzo Spallino pubblicato il  25/10/2005 alle ore 12,20.

Indice del Pesa-Nervi | Diodati.org

Inizio pagina.