Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Rapporto Freedom House 2005: l'Italia peggiora ancora, la Turchia migliora

La traduzione del capitolo dedicato all'Italia nel Rapporto 2005 di Freedom House sulla libertà di stampa.

Nella trasmissione Porta a porta del 27 ottobre, dedicata alla libertà d'informazione, il presidente dei parlamentari di Forza Italia Elio Vito ha sostenuto con grande convinzione che il pessimo posizionamento dell'Italia [1] nella classifica 2005 sulla libertà di stampa, stilata dalla prestigiosa Freedom House, sia dovuto unicamente alla vicenda che ha visto la condanna al carcere per un reato d'opinione del giornalista (e senatore di Forza Italia) Lino Jannuzzi.

Lo stesso concetto è stato ribadito in un servizio della trasmissione Matrix di qualche giorno prima nonché in un articolo pubblicato su Il Giornale, che inizia con la seguente citazione: «Se avessimo saputo che Jannuzzi è stato graziato, sareste un Paese free, libero. Il prossimo anno lo sarete sicuramente»; la citazione è attribuita a Karin Karlekar, da New York, una delle autrici della parte dedicata all'Italia nel Rapporto 2005 di Freedom House.

Credo che le affermazioni di Elio Vito, il servizio di Matrix e l'articolo de Il Giornale abbiano volutamente esagerato l'importanza della vicenda Jannuzzi per la classifica di Freedom House, allo scopo di far scomparire sullo sfondo il colossale conflitto d'interessi di Berlusconi.

Per rendere giustizia ai fatti, traduco qui di seguito il capitolo dedicato all'Italia, tratto dalle pagine 111-113 del Rapporto 2005 di Freedom House sulla libertà di stampa. Chi lo leggerà, capirà da solo quanto siano false e tendenziose le dichiarazioni che attribuiscono alla sola vicenda Jannuzzi la causa del 77° posto ottenuto dal nostro Paese.

Italia.
Status: parzialmente libera

[La copertina del Rapporto 2005 di Freedom House sulla libertà di Stampa]

Contesto legale: 9
Contesto politico: 13
Contesto economico: 13
Punteggio totale: 35

Le libertà di parola e di stampa sono garantite dalla Costituzione. Il legislatore era prossimo, in luglio, all'abolizione delle condanne al carcere per la diffamazione a mezzo stampa, un provvedimento atteso con favore dai rappresentanti dei media; tuttavia gli emendamenti proposti non sono ancora stati adottati. Nel corso del 2004 politici e loro sostenitori hanno intentato numerose cause per diffamazione contro giornalisti; in febbraio il giornalista Massimiliano Melilli fu condannato a 18 mesi di carcere ed al pagamento di 100.000 euro (124.400 dollari). In luglio, un giornalista e senatore settantaseienne [n.d.t.: Lino Jannuzzi] fu messo agli arresti domiciliari, attenuando una condanna del 2002 a 29 mesi di carcere per diffamazione. Le associazioni per la libertà di stampa criticarono due diverse irruzioni governative nelle case e negli uffici di alcuni giornalisti, dovute al rifiuto di quei giornalisti di rivelare le loro fonti per alcune controverse inchieste.

La maggior parte delle testate giornalistiche sono possedute da privati ma sono spesso collegate a partiti politici o controllate da grandi gruppi attivi nel settore dei media, che esercitano una qualche influenza editoriale. In dicembre, i giornalisti del più importante e più venduto quotidiano italiano, il Corriere della Sera, hanno protestato per le crescenti interferenze editoriali e per le pressioni esercitate dagli azionisti sulla redazione. Il giornale è di proprietà di RCS Mediagroup, di cui 15 dei maggiori gruppi italiani possiedono azioni. Preoccupazioni per la concentrazione della proprietà dei media sono sorte fin dall'elezione a primo ministro, nel 2001, di Silvio Berlusconi, magnate dei media e uomo più ricco d'Italia. La carta stampata, che conta otto quotidiani a diffusione nazionale, due dei quali sono controllati dalla famiglia Berlusconi, continua a fornire opinioni politiche diverse, comprese quelle critiche verso il governo. Tuttavia Berlusconi controlla o influenza sei dei sette canali televisivi nazionali. Mediaset, compagnia nella quale egli ha i maggiori interessi e che è il maggior produttore televisivo privato del Paese, possiede tre canali nazionali, mentre la televisione di Stato (la RAI), tradizionalmente soggetta a pressioni politiche, ne controlla tre. Continua ad essere oggetto di controversie la questione dell'impatto politico del controllo sui media da parte di Berlusconi. L'Osservatorio di Pavia, un organismo indipendente di sorveglianza sui media, ha riportato che nel mese di febbraio la presenza di Berlusconi in televisione è stata pari al 42% del tempo dedicato ai politici. Durante l'anno, il presidente della RAI Lucia Annunziata e una star del giornalismo televisivo, Lili [sic] Gruber, si dimisero come reazione al dominio sui media da parte Berlusconi. A luglio è stata approvata una legge a lungo attesa sul conflitto d'interessi, che si proponeva di risolvere le contraddizioni tra gli affari privati di Berlusconi e il suo ruolo di primo ministro. Benché la legge limiti il potere di controllo che i politici hanno sui loro gruppi finanziari, non impedisce loro di possedere società. Come risultato, la legge, considerata inefficace dai suoi critici, avrà ben poco impatto sull'impero dei media di Berlusconi.

In aprile il parlamento approvò una legge di riforma del servizio televisivo, nota come legge Gasparri, che introduce all'apparenza numerose riforme, quali il passaggio al digitale terrestre (previsto per il 2006) e la parziale privatizzazione della RAI. La legge fu inizialmente bocciata nel 2003 dal Presidente Carlo Ciampi, che fu indotto a ciò dalle associazioni dei media, che ritenevano che la legge minacciasse la libertà di stampa e indebolisse il pluralismo nell'informazione. Benché la versione rivista della legge disponga un tetto massimo ai guadagni conseguibili da una singola azienda attiva nel settore dei media, essa non considera gli interessi nelle industrie dell'editoria, del cinema e della musica. Chi critica la legge sostiene che non fa che rinforzare il controllo di Berlusconi sui media. La nuova legge consente inoltre a Retequattro, uno dei tre canali Mediaset, di continuare le sue trasmissioni con segnale terrestre. Il decreto va contro una sentenza della Corte Costituzionale del 2002, che imponeva che le trasmissioni del canale fossero spostate sul satellite a partire dal gennaio 2004, per garantire la concorrenza. Il passaggio al satellite avrebbe prodotto una considerevole perdita del valore di mercato dell'emittente.

Avevo già pubblicato mesi fa la traduzione dei passi che parlavano dell'Italia, nel rapporto di Freedom House del 2004. Confrontando i tre indici attribuiti al nostro Paese nel 2004 con quelli del 2005, si nota che c'è stato un miglioramento nel contesto legale (passato da 11 a 9, dove meno è meglio), nessun cambiamento nel contesto politico (valutato a 13) ed un netto peggioramento nel contesto economico, passato da 9 a 13. Il totale conseguito dall'Italia nel 2005, 35, segna due punti di peggioramento rispetto al già pessimo totale, 33, fatto registrare l'anno precedente. La Turchia, di contro, nostro compagno di sventura tra i paesi giudicati parzialmente liberi, è migliorata, passando dal punteggio di 52 ottenuto nel 2004 al 48 ottenuto nel 2005. Da notare che le tre nazioni giudicate più libere in Europa, cioè Finlandia, Islanda e Svezia, totalizzano ciascuna 9 punti, il che dà l'idea dell'abisso che divide il nostro paese da quelli in cui esiste un autentico pluralismo dell'informazione. Ma i nostri politici sembra che non se ne siano accorti, viste le insulse dichiarazioni rese, per fare solo due nomi, da Casini e Bondi a commento della trasmissione RockPolitik di Celentano...

Per concludere, ecco di seguito la classifica, tratta dalla pagina 17 del Rapporto 2005 di Freedom House sulla libertà di stampa nei paesi dell'Europa Occidentale. Confrontandola con quella dell'anno scorso, si può notare che molti paesi sono peggiorati, non tanto nella posizione in classifica quanto nel punteggio totalizzato, il che è davvero un cattivo segno per la salute generale delle democrazie occidentali e del pluralismo [2].

Europa Occidentale, classifica 2005
Pos. Nazione Punteggio Status
1 Finalndia 9 Libera
Islanda 9 Libera
Svezia 9 Libera
4 Danimarca 10 Libera
Norvegia 10 Libera
6 Belgio 11 Libera
Lussemburgo 11 Libera
Olanda 11 Libera
Svizzera 11 Libera
10 Andorra 14 Libera
Liechtenstein 14 Libera
Monaco 14 Libera
Portogallo 14 Libera
14 Irlanda 15 Libera
15 Germania 16 Libera
San Marino 16 Libera
17 Malta 18 Libera
Gran Bretagna 18 Libera
19 Francia 20 Libera
20 Austria 21 Libera
21 Cipro 22 Libera
Spagna 22 Libera
23 Grecia 28 Libera
24 Italia 35 Parz. Libera
25 Turchia 48 Parz. Libera

[1] 77° posto, unica nazione dell'Europa Occidentale giudicata parzialmente libera.

[2] Il punteggio complessivo totalizzato dai paesi europei nel 2004 è stato di 408, a fronte del punteggio di 426 totalizzato nel 2005: il peggioramento complessivo è stato di 18 punti.

Commenti dei lettori

  1. Commento di Old Jacques - 14/11/2005 ore 21,26

    un commento in merito al soggetto da: http://www.jerrypournelle.com/mail/mail388.html

    Subject: Question

    (3) Why is only one of the 47 Muslim-majority countries a free country?

    According to Freedom House, a Washington-based group that promotes democracy, of the world's 47 Muslim countries, only Mali is free. Sixty percent are not free, and 38% are partly free. Muslim-majority states account for a majority of the world's "not free" states. And of the 10 "worst of the worst," seven are Islamic states. Why is this?

    Would you not consider Turkey to be a Muslim Country, and being a Democracy (or close enough) it is free, right?

    Brice Yokem

    Turkey is a special case: it is not free to adopt an Islamic Republic constitution because the Army is pledged to keep the nation secular. On the other hand, if they did adopt such a constitution, it would slide down into the Not Free category...
  2. Commento di IL Polacco - 2/1/2008 ore 18,16

    io penso che la libertà si raggiunga solo lottando la mafia, che influenza la politica, la scuola, il lavoro, tutti i compartimenti che la nostra società oggi possiede. pensiamo solo al fatto che oramai anche il calcio, uno sport nato più di cent'anni fa a livello nazionale per dare un po' di divertimento alla gente, sia sotto possesso della mafia. ma si può sconfiggerla: l'obbiettivo è riuscire a darle scredito, far pensare ai mafiosi che sono oramai inutili le loro corruzioni, omicidi, minacce. Crediamoci!

Articolo di Michele Diodati pubblicato il  29/10/2005 alle ore 18,20.

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