Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Il «Caso Nietzsche»

Una sintesi divulgativa del pensiero del filosofo tedesco Friedrich Nietzsche (1844-1900).

Introduzione

Didascalia:
Foto di Nietzsche negli ultimi anni di vita.
Fonte: C. Pozzoli, "Nietzsche", Milano 1990

«Conosco il mio destino. Un giorno al mio nome sarà legato il ricordo di qualcosa di gigantesco, - di una crisi come mai ce ne furono sulla terra, del più profondo conflitto di coscienza, di una sentenza evocata contro tutto ciò che fino ad allora si era creduto, voluto, santificato. Io non sono un uomo, io sono dinamite». Con queste parole, che oggi suonano quasi profetiche, Friedrich Wilhelm Nietzsche ha consegnato sé stesso alla storia nelle vibranti pagine del suo scritto autobiografico, Ecce Homo (Ecco l'uomo, citazione dal Vangelo secondo Giovanni). A più di un secolo dalla sua morte, avvenuta a Weimar il 27 ottobre del 1900, l'eco di queste parole non si è ancora spenta, suscitando ancora oggi polemiche ed interpretazioni discordanti. Acclamato all'inizio come "profeta del nazismo", a causa della manipolazione delle sue opere da parte della sorella Elisabeth, ed in seguito esaltato come "filosofo della liberazione", Nietzsche costituisce ancora oggi un "caso" unico nella storia della filosofia contemporanea. Alcuni, come il filosofo marxista György Lukàcs, lo hanno raffigurato come un "distruttore della ragione" o "un maestro del sospetto", altri, come lo scrittore e filosofo Albert Camus, lo hanno considerato come un maestro ed un iniziatore della moderna ricerca filosofica (si vedano in tal senso anche le lezioni che Martin Heidegger dedicò a Nietzsche durante il suo insegnamento universitario, tradotte in Italia nel volume Nietzsche, edito da Adelphi). La forma aforistica del suo pensiero, fatta di brevi appunti o di slanci poetici (come in Così parlò Zarathustra), non è in sé facilmente riconducibile ad un discorso unitario ed omogeneo, il che conduce spesso ad interpretazioni discordi. In tal senso è utile ricordare che il suo scritto più controverso, La volontà di potenza, non è altro che uno zibaldone di annotazioni di vario carattere a cui Nietzsche non riuscì a dare una forma compiuta. Questi aspetti del "caso Nietzsche" ci aiutano a capire meglio come tale caso resti ancora aperto ed insoluto.

Cenni biografici

Figlio di un pastore protestante, che morì quando Nietzsche aveva quattro anni, compì studi assai accurati ed approfonditi nella nota scuola di Pforta. Iscrittosi all'università di Bonn per seguire corsi di teologia (sotto la spinta della madre), scoprì invece di possedere vivissimi interessi per la filologia classica. Divenuto allievo del celebre filologo Friedrich Ritschl, lo seguì nell'università di Lipsia, dove cominciò ad occuparsi anche di musica e di filosofia (significativa in tal senso la lettura de Il mondo come volontà e rappresentazione di Arthur Schopenhauer). Ancora giovanissimo, a soli 25 anni, pubblicò alcuni lavori filologici che gli valsero, nel 1869, la chiamata alla cattedra di filologia classica nell'università di Basilea.

Nel 1872 esce la prima opera nietzscheana, La nascita della tragedia dallo spirito della musica, che suscitò per la novità delle tesi un aspro dibattito, infuocato dall'intervento del famoso filologo Ulrich von Wilamowitz-Moellendorf, che non esitò a bollare le tesi di Nietzsche come Zukunft Philologie (filologia del futuro). Tra i difensori del giovane studioso si distinse Richard Wagner. La conoscenza del grande musicista sollecitò Nietzsche ad approfondire le proprie riflessioni sulla situazione spirituale del suo tempo e sulla funzione dell'arte e della cultura. È proprio per dar forma sistematica a queste riflessioni che Nietzsche abbandonò in questo periodo lo studio della filologia per dedicarsi alla filosofia. Tra il 1873 ed il 1876 pubblicò la serie delle celebri Considerazioni inattuali, nelle quali attacca modelli culturali negativi (David Strass, l'uomo di fede e lo scrittore, 1873), ne esalta uno positivo (Schopenhaur come educatore, 1874), formula un severo giudizio sullo storicismo contemporaneo (Sull'utilità e il danno della storia per la vita, 1874), e esamina il significato dell'opera e dell'uomo Wagner (Richard Wagner a Bayreuth, 1876).

Nell'autunno del 1876 ragioni intellettuali e di salute indussero Nietzsche a chiedere il congedo dall'università, congedo che diverrà definitivo nel 1879. Una pensione gli consentirà una relativa tranquillità economica. Da quel momento comincerà per lui una vita irrequieta di continui viaggi e spostamenti, alla ricerca di una saluta psico-fisica che non tornerà mai. I continui spostamenti (in Italia, Francia, Svizzera), i dolorosi litigi con gli amici (significativa la rottura con Wagner, nel 1878), non gli impediranno di portare avanti un lavoro filosofico di straordinario rilievo. Nel 1878 aveva terminato Umano, troppo umano. Un libro per spiriti liberi, idealmente dedicato alla memoria di Voltaire, al quale aggiungerà l'anno seguente, come appendice, alcune Opinioni e sentenze diverse. Intanto le sue condizioni di salute peggiorarono a tal punto che egli cominciò a considerare l'ipotesi del suicidio. La nuova appendice di Umano, troppo umano fu Il viandante e la sua ombra (1880), che è quasi un'invocazione della morte. Ma la morte non venne, e nel 1881 uscì Aurora, un'opera che segna una svolta significativa nel pensiero nietzscheano. Successivamente egli pubblicò La gaia scienza (1882), che diffuse al mondo il pensiero sulla "morte di Dio", (Gott ist tot, Dio è morto). Il tono brillante, "gaio" di questi testi sembra legato a un periodo di relativa serenità.

A Roma Nietzsche conobbe Lou von Salomè, una singolare figura di donna intellettuale, destinata a diventare un'intima amica di alcuni fra i maggiori scrittori a cavallo tra Otto e Novecento. La relazione non fu però felice. Lou rifiutò di sposare il filosofo e Nietzsche entrò in una fase di depressione, aggravata dalla rottura con l'amico Paul Rée. Il lavoro intellettuale tuttavia non ne risentì: a partire dal 1883 egli cominciò a pubblicare Così parlò Zarathustra. Nel 1886 uscì Al di là del bene e del male, nel 1887 terminò la Genealogia della morale. Intanto Nietzsche si era trasferito a Torino, dove continuò a scrivere freneticamente le sue opere. Nel 1888 vennero stampati Il caso Wagner e nell'anno seguente Il crepuscolo degli idoli e Nietzsche contra Wagner. Anche L'anticristo ed Ecce homo erano pronti per la pubblicazione, o almeno in inoltrata fase di stesura. Era come se il filosofo presentisse l'imminente fine della sua vita cosciente.

Le crisi nervose erano diventate sempre più frequenti. Nel gennaio 1889, a Torino, quando aveva appena terminato I ditirambi di Dioniso, un attacco più forte del solito lo precipitò per sempre nelle tenebre della follia. Soccorso dal fedele amico Franz Overbeck, fu ricoverato nella clinica per malattie mentali di Basilea ed affidato alle cure della sorella Elisabeth, con cui aveva rotto i rapporti dopo che quest'ultima aveva sposato Bernhardt Förster, un'ambigua figura di ideologo anti-ebraico e razzista. La sorella condivideva le idee del marito (che si era suicidato nel 1889), e dopo la morte del filosofo concepì l'idea di manipolare gli scritti del fratello in chiave positiva, filo-cristiana e filo-tedesca. Nacque così, nel 1906, La volontà di potenza, che Nietzsche aveva solo progettato di scrivere, ma senza mai realizzare il progetto né uno schema definitivo ed attendibile del medesimo. Solo l'opera di riedizione critico-filologica ad opera degli studiosi italiani Giorgio Colli e Mazzino Montanari ha restituito all'opera di Nietzsche la credibilità filologica perduta a causa delle manipolazioni della sorella.

Le fasi del pensiero

Il modo più attendibile per accostarsi alle dottrine di Nietzsche consiste non nella ricerca ad ogni costo di un pensiero sistematico, ma nella determinazione dei temi trattati nelle singole opere. Come ogni altro grande filosofo, anche Nietzsche ha subito un'evoluzione significativa che va chiarita.

1. Il primo periodo: la critica allo storicismo e al razionalismo

Il primo periodo della riflessione filosofica di Nietzsche si svolge all'interno di un'originale rimeditazione di motivi romantici e schopenhaueriani. Nietzsche fa suo l'insegnamento dei filosofi presocratici (come Democrito e soprattutto Eraclito, elogiato in Ecce homo) e lo applica come metodo critico per la comprensione della realtà che lo circonda. Nella Nascita della tragedia, in particolare, il problema filologico della genesi del tragico nella Grecia classica appare quasi secondario rispetto a più urgenti preoccupazioni speculative. Nietzsche non nasconde il disagio ed il disprezzo verso la realtà che lo circonda. Influenzato da Schopenahuer e da Wagner, chiede all'arte di aiutare l'uomo a superare il livello delle "apparenze" mondane, per attingere ad una dimensione più profonda ed essenziale. La rivisitazione del mondo classico (come già fu indicato dai romantici tedeschi) ha un significato preciso: la Grecia antica ha realizzato compiutamente un modello di vita intensa ed artistica che il mondo moderno deve cercare di riacquisire. Quella dei Greci è stata certamente una civiltà "apollinea", ossia ispirata ai valori della ragione, della civiltà e della forma (così come fu intesa da Winckelmann). Ma è stata anche una civiltà "dionisiaca", ossia conscia dell'esistenza di valori connessi alla vita, agli istinti, all'ebbrezza dei sensi, al divenire, al continuo mutare.

Se da un lato Nietzsche ammira e rimpiange l'irripetibile mediazione operata dagli antichi fra queste due polarità, dall'altro vuole esaltare l'elemento dionisiaco, contro l'abnorme sviluppo registrato nella storia della coscienza moderna dall'elemento apollineo-razionalistico. Avviata nella pagine della Nascita della tragedia, la critica al razionalismo viene ripresa nelle Considerazioni inattuali. Particolarmente importante è il testo su Schopenhauer come educatore, che contiene un appassionato invito all'uomo moderno a non lasciarsi intrappolare nella maglie del sapere astratto, a ricercare i veri valori funzionali ad un intenso sentire, a realizzare sintesi compiute tra la cultura e la vita.

Accenti più pacati ha anche il saggio Sull'utilità e il danno della storia per la vita, certamente uno dei capolavori di Nietzsche. Qui Nietzsche vuole attaccare una delle dimensioni e degli orientamenti più caratteristici della cultura razionalistica moderna: lo storicismo. Esso fa correre gravi rischi all'uomo. Può innanzitutto consentire una sorta di prevaricazione del passato sul presente. L'individuo si sente allora completamente condizionato da ciò che è stato, perdendo in tal modo la fiducia nelle proprie possibilità di agire, di creare nel presente e per il futuro. Egli rischia di credere che tutte le sue aspirazioni siano qualcosa di puramente relativo, da cui derivano sentimenti di frustrazione che Nietzsche considera molto pericolosi. Perciò il filosofo rivaluta gli elementi non storici che compongono la personalità umana. Da ciò consegue la sua difesa dell'oblio: l'uomo può e deve saper dimenticare il passato, per poter vivere e costruire senza complessi nuovi principi e nuovi valori. Con questo non vuol dire che Nietzsche intenda cancellare la riflessione storica: l'obiettivo del suo scritto polemico è quella che lui chiama "saturazione" di storia. Scrive Nietzsche:

L'uomo moderno si porta in giro un'enorme quantità di indigeribili pietre del sapere, che poi all'occorrenza rumoreggiano puntualmente dentro di noi, come avviene nella favola. Con questo rumoreggiare si rivela la qualità più propria di questo uomo moderno: lo strano contrasto di un'interiorità a cui non corrisponde nessuna esteriorità, e di un'esteriorità a cui non corrisponde nessuna interiorità, un contrasto che i popoli antichi non conoscono. Il sapere che viene preso in eccesso, senza fame, anzi contro il bisogno, oggi non opera più come motivo che trasforma e spinga verso l'esterno, ma rimane nascosto in un certo caotico mondo interno, che l'uomo moderno designa con strana superbia come l' "interiorità" a lui propria.

Tale saturazione determina una serie di sentimenti e di convinzioni che minano alla base il vigore morale ed intellettuale dell'individuo: il sentimento di essere vecchi, la convinzione che se tutto è ugualmente consumato dalla storia non vi è motivo di proporre nuovi valori con cui operare nella realtà contemporanea. Oltre a consumare tutto sempre più rapidamente, la civiltà storicistica tende a distanziare l'uomo dalle cose, a trasformare queste ultime in banali eventi. L'uomo viene così degradato a spettatore passivo di un processo che è al di fuori della sua vita. Vorrebbe toccare la realtà, ma si accorge di toccare solo ombre e parole che si possono unicamente studiare. Lo storicismo crea così i presupposti per l'avvento di un atteggiamento etico-politico di stampo conservatore, favorendo l'"idolatria del fatto", la passiva accettazione delle realtà esistenti, poiché considera tali fatti come tappe necessarie di un processo che trascende l'individuo. Non per nulla lo stato moderno, lo stato prussiano, ha fatto di questa ideologia che insegna «a incurvare la schiena e a piegare la testa davanti alla potenza della storia», la propria filosofia ufficiale.

2. Il secondo periodo: la fase "illuministica"

A partire dagli anni settanta si verifica nel pensiero di Nietzsche un orientamento per molti aspetti nuovo, le cui espressioni dirette sono Umano, troppo umano e Aurora. Il primo indizio di un cambiamento è da rintracciare nel distacco da Schopenhauer e da Wagner. Del primo egli rifiuta il privilegiare valori intuitivi o sovrarazionali e il pessimismo. Del secondo viene criticata invece la concezione dell'arte come valore puro e universale. Al romanticismo dei suoi primi maestri ora Nietzsche contrappone un orientamento di tipo quasi illuministico. Il compito che egli affida ora alla ragione non è quello di inseguire essenze e valori assoluti, ma è anzi quello opposto, ovvero smascherare con le armi della ragione tutte le pretese e gli orpelli metafisici elaborati dall'uomo. Si tratta di rintracciare, con un metodo che si potrebbe definire quasi filologico, tutti i miti, le illusioni, i pregiudizi correnti in campo psicologico e gnoeseologico, etico e politico, e di demistificarli, riconducendoli alla loro genesi e misura reale. Nietzsche dimostra in questo di aver assorbito la lezione della sinistra hegeliana ed in particolar modo di Ludwig Feuerbach, che si era mosso da presupposti analoghi nella sua critica alle religioni rivelate.

In Umano, troppo umano egli delinea la figura dello "spirito libero" (der Freigeist), futuro modello dell'oltreuomo. Lo spirito libero assume come obiettivo della propria vita la conoscenza. Disprezza dunque l'attivismo dell'uomo contemporaneo, dominato dal capriccio di passioni e sentimenti mutevoli e prigioniero di convinzioni dogmatiche. Egli vive in una solitudine da cui sa attingere "letizia intellettuale". Gli uomini attivi invece vivono al servizio della specie; non hanno né il tempo né la calma per pensare a realizzarsi come esseri determinati dalla pienezza della loro particolarità ed unicità. Sono tagliati fuori dalle molte possibilità e direzioni del pensare e dell'agire dalla rigidezza di un carattere indurito nei propri difetti a causa della scarsezza di idee e dal meccanismo delle abitudini. Lo spirito libero è l'eccezione: pensa diversamente da ciò che dovrebbe di regola pensare «in base alle sue origini, al suo ambiente, al suo ceto sociale e al suo ufficio o in base alle opinioni dominanti»; poiché è consapevole della complessità delle motivazioni e della molteplicità dei punti di vista è avverso al fanatismo di chi pretende di possedere la verità assoluta, e cioè dell'uomo delle convinzioni. Per Nietzsche la disonestà di fondo di tali convinzioni risiede nel fatto che esse vengono presentate come espressione di un'alta idealità, mentre di solito sono radicate negli strati più bassi ed inconfessabili della natura umana. Lo smascheramento di tali falsità è ispirata dal convincimento che la radice naturale e materiale delle creazioni umane non è qualcosa di cui ci si deve vergognare, poiché solo ciò che appartiene all'ordine naturale può essere realmente utile per l'essere umano. Inoltre troppo spesso l'interpretazione anti-naturale e "sublime" delle idee e degli ideali umani viene proposta ( o imposta) da ben determinati gruppi umani (artisti, filosofi, religiosi) secondo finalità tutt'altro che pure e disinteressate. Scrive in Aurora:

La sottomissione alla morale può essere servile, o vana, oppure egoistica, o rassegnata, o ottusamente esaltata, oppure irriflessa, oppure un atto di disperazione, al pari della sottomissione ad un principe: in sé essa non è niente di morale

Preti, artisti, filosofi e maestri di morale appaiono a Nietzsche come altrettante corporazioni (o caste) desiderose di salvaguardare l'esistenza di una sfera spirituale a cui si accede solo tramite le buone opere di queste stesse corporazioni, che fondano su questa situazione il loro potere sulla restante umanità.

3. Il terzo periodo: la "morte di Dio" e l'avvento dell'oltreuomo

Con La gaia scienza (1882), si entra in una nuova e decisiva fase del pensiero nietzscheano. Proseguendo lungo il cammino della demistificazione delle dottrine rivelate o comunque imposte dalle consuetudini sociali, Nietzsche giunge alla formulazione del pensiero che è alla base della dottrina dell'oltreuomo: la morte di Dio. Il tema della morte della divinità non è nuovo alla cultura occidentale: già Plutarco, nel De fine oraculorum (La fine degli oracoli), aveva postulato la morte del dio Pan. Tuttavia tale evento non aveva la connotazione peculiare che assume con Nietzsche: la morte di Dio qui significa la fine certa delle speranze metafisiche e quindi lo sgretolarsi del mondo rassicurante che l'uomo moderno, l'uomo delle consuetudini, aveva costruito attorno a sé. Con la morte di Dio l'uomo si trova di fronte a se stesso, in un universo che non ha più un centro certo e che sembra precipitare da ogni lato. Nell'aforisma 125, L'uomo folle, egli scrive:

Dov'è andato Dio? -gridò - Ve lo dico io. L'abbiamo ucciso noi, - voi e io! Noi tutti siamo i suoi assassini. Ma come abbiamo fatto? Come siamo riusciti a bere tutto il mare, fino all'ultima goccia? Chi ci ha dato la spugna per cancellare tutto l'orizzonte? Che cosa abbiamo fatto, quando abbiamo svincolato questa terra dal suo sole? Ma in che direzione si muove, adesso? In che direzione ci muoviamo noi? Lontano da ogni sole? Non precipitiamo sempre di più? E all'indietro, di lato, in avanti, da ogni parte? Esistono ancora un sotto e un sopra? Non vaghiamo attraverso un nulla infinito? Non avvertiamo l'alito dello spazio vuoto? Non fa più freddo? Non scende di continuo la notte, sempre più notte? Non occorre accendere la lampada anche al mattino?

Per Nietzsche l'uomo è ora finalmente libero da vincoli ultraterreni che ne condizionavano l'esistenza, e può finalmente disporre del proprio destino. Significativamente l'ultimo libro dell'opera reca il titolo Noi senza paura, a testimonianza della nuova era che si dischiude davanti all'uomo. Altrettanto significativi sono i due aforismi con cui termina il quarto libro: il primo (aforisma 341), è la testimonianza dello sgomento dell'uomo di fronte al rovesciamento della concezione del mondo tramandata dalla tradizione, il secondo (aforisma 342) è un'introduzione alla figura di Zarathustra.

Con Così parlò Zarathustra (iniziato nel 1883) entriamo nel culmine della riflessione filosofica di Nietzsche. La predicazione di Zarathustra prosegue ed amplia i temi già introdotti in precedenza, ed indica nella figura dell'oltreuomo il superamento esistenziale della morte di Dio. La parola "oltreuomo" (der Übermensch, da preferire a "superuomo", in quanto quest'ultima può dar adito a fraintendimenti e generalizzazioni) reca in sé i germi di una riflessione filosofica ulteriore: infatti essa non indica una figura precisa di uomo, ma un ideale di superamento di uomo, un ideale di divenire a cui l'uomo può e deve aspirare. Il divenire è un cardine fondamentale della filosofia nietzscheana: ispirato dal filosofo greco Eraclito, Nietzsche lo estende all'ambito esistenziale. Poiché Dio è morto, sono morti con lui anche tutti i falsi déi che lo attorniavano, quali la morale e le figure ad essa legate. «Morti sono tutti gli dèi: ora vogliamo che l'oltreuomo viva!» esclama Zarathustra. L'opera è in prosa lirica, e questo aumenta ancora di più il rischio di banalizzazioni e riduzioni. Non a caso in Italia la diffusione delle dottrine nietzscheane a livello del grande pubblico avvenne per mezzo di Gabriele D'Annunzio, il quale (incolpevolmente) volgarizzò l'immagine dell'oltreuomo, riducendola ad un personaggio romanzesco.

L'oltreuomo va visto come un'ipotesi filosofica, non come una dottrina in sé compiuta. Infatti il discorso avviato in quest'opera non avrà alcun seguito organico, poiché Nietzsche non riuscì ad organizzare compiutamente alcuni motivi "positivi" e "costruttivi" che erano stati maturati durante la composizione dello Zarathustra.

4. L'ultimo periodo: approfondimento delle tematiche

Gli scritti successivi allo Zarathustra riprendono, radicalizzandola, la prospettiva critica, destruens (distruttiva) dei testi "illuministici". La radicalizzazione è particolarmente evidente in Al di là del bene e del male e nella Genealogia della morale. Lo sguardo critico di Nietzsche raggiunge i picchi massimi in questi scritti. Il filosofo mette qui in discussione le basi apparentemente autoevidenti ed indiscutibili della vita e della riflessione umana: l'Io, la coscienza, le categorie del pensiero. Forse, sostiene Nietzsche, anche queste entità non sono altro che costruzioni che obbediscono ad interessi nascosti che occorre analizzare e smascherare. Forse dietro ad esse stanno pulsioni o realtà ancora più generali a cui occorre dare la parola.

Particolare attenzione Nietzsche riserva alla morale: è vero che nella storia della filosofia la morale è stata spesso oggetto di riflessione, ma è altrettanto vero che nessuno prima di Nietzsche aveva mai osato intentare un processo a quest'ultima e a tutte le categorie ad essa relative (il bene, il male, il valore). Nei sopraccitati scritti, il filosofo tedesco sottopone ad una critica spietata la morale kantiana, positivistica ed utilitaristica, estendendo le sue riflessioni anche alla presunta autonomia del discorso morale. Per Nietzsche la morale non è altro che la proiezione intellettuale di ben più concreti interessi e pulsioni esistenziali. L'uomo è fondamentalmente un animale che tende ad emergere, a imporsi sui propri simili. La morale è un apparato di credenze e di miti che gli esseri umani tendono ad usare per i propri fini, per esempio per giustificare la loro conquista del potere su altri individui. Nietzsche risente in questo dell'influenza dei filosofi presocratici, che furono i primi a formulare l'ipotesi secondo cui le leggi non erano altro che espressione della volontà dei più forti.

La prima distinzione che occorre fare in campo morale è una distinzione appunto di tipo sociale. In Al di là del bene e del male Nietzsche contrappone una morale dei "signori" ad una morale degli "schiavi". La prima esalta i valori dell'individualismo e del disinteresse, della fierezza e dell'orgoglio. La seconda invece è una morale collettiva (da "gregge") e utilitaristica, che predica i valori dell'ipocrisia e del conformismo. Poiché, secondo Nietzsche, la morale dei signori nella società odierna non ha più spazio, egli si concentra sulla morale degli schiavi, che addita come quella tipica di questa società. Nelle pagine della Genealogia della morale ha descritto da un lato la debolezza psico-esistenziale della maggioranza degli uomini moderni e dall'altro il modo in cui questi uomini utilizzano la morale per reagire contro i pochi forti e per acquisire un certo tipo di potere. Una figura tipica in tal senso è quella dell'asceta. L'asceta ha l'apparenza di un uomo che rinuncia al mondo per predicare una morale di rinuncia, una morale basta sulla promessa di un mondo ultraterreno al quale può accedere soltanto chi ha castigato i propri impulsi vitali. In realtà egli agisce spinto dalla volontà di imporre il suo potere, conscio di non poterlo imporre direttamente grazie alle proprie doti di forza o di coraggio.

Con la figura dell'asceta, Nietzsche passa direttamente alla critica delle religioni rivelate, anzi della religione rivelata per eccellenza, quella che egli vedeva incombere sull'Europa: il cristianesimo. L'anticristo [1] nasce proprio con quest'intento: demolire alla radice la falsa credenza circa il cristianesimo, dimostrando come esso non sia stato che un travisamento delle dottrine originarie di Cristo, un'astuta manipolazione da parte di quella figura di asceta che egli vedeva incarnarsi compiutamente nell'apostolo Paolo. Paolo aveva costruito una tipica dottrina ascetica volta alla mortificazione degli istinti vitali in favore della promessa di un'aldilà su cui gravava tuttavia l'ombra del peccato. La dottrina del peccato era, secondo Nietzsche, l'arma di cui si è servito l'apostolo Paolo per spegnere negli individui forti la loro volontà di potenza (Wille zur Macht) e convincerli della vanità delle cose terrene. La locuzione "volontà di potenza" andrebbe correttamente tradotta con "volontà verso la potenza", per sottolineare meglio come ancora una volta il divenire, il movimento, il fluire delle cose abbia un ruolo rilevante nella filosofia nietzscheana. La volontà di potenza è, come abbiamo visto, un progetto incompiuto, al quale Nietzsche lavorò ininterrottamente per lunghi anni, senza tuttavia riuscire a conferirgli un aspetto lineare e definito. Resta importante per comprendere il percorso interiore che portò alla stesura delle sue opere maggiori.

Risorse su Nietzsche reperibili in Rete

Su Nietzsche in generale:

Siti in italiano:

Siti in tedesco:

Altri siti hanno carattere troppo specialistico ed ho preferito ometterli. Sono comunque raggiungibili tramite una ricerca su Google.

[1] L'opera è reperibile in rete all'indirizzo http://www.filosofico.net/nietzanticristotesto.htm.

Commenti dei lettori

  1. Commento di Sergio Pinna - 13/6/2006 ore 23,39

    Scritto assai interessante, per il sottoscritto: non ho mai letto niente ne' di ne' su Nietzche. Eppure ho compreso assai facilmente il testo.
    Delle riflessioni filosofiche dell'articolo mi ha colpito:
    1)che N. vive ciò che (in seguito? sarebbe da studiare la cosa...) scrive nei suoi testi; o in altri termini N. non descrive il suo pensiero, ... annota ... il suo vissuto;
    2)in questo senso penso che prende spunto dal fatto dal pragma: la scintilla che lo fa andare "oltre" e che ne determina le accellerazioni, rallentamenti, e sbandamenti di sorta, è il fatto morale; che al contempo, secondo me, è sia "materiale" che "oltre-materiale". (
    Mentre scrivo sto pensando ad una persona indecisa nel fare l'elemosina, è giusto dare i soldi? lo faccio perchè ho dei valori... tali che... , d'altro canto isoldi come tutti sappiamo sono cosa ... assai ...materiale... :-);
    3)probabilemnte, ...via voglio dare un pensiro che ho in testa (speculazione filosofica...) N odia ciò che è statico, immobile, immutabile, il "...è così e sempre sarà..." ed al contampo non è entusista dell'edonismo fine a se stesso, ...forse perchè vede in esso la perdita dell'uomo in una corrosione del fatto umano provocata dal "piacere alla ricerca di esperire piacere".

    Mi sembra un adoloscente: ha paura del futuro (che cosa mi accadrà?), vuole diventare adulto, vuole staccarsi dal bambino (passato) che è stato, pur volendo ricordare chi fu.
    Tutto in lui mi sembra in divenire: come ponesse una inconscia attenzione al suo
    "... (il) sè nel suo divenire ..." (Guidano, psicologo italiano).
  2. Commento di Gabriele Romanato - 14/6/2006 ore 9,00

    Ciao Sergio!
    l'intepretazione del Nietzsche-adolescente è stata data anche da alcuni suoi editori. fondamentalmente, molti dei suoi scritti lasciano intravedere questo suo vissuto. tuttavia c'è da distinguere fra la vita e l'opera dell'autore. come scriveva Flaubert, "l'uomo è niente, l'opera è tutto".

    ciao & grazie del commento.

Articolo di Gabriele Romanato pubblicato il  15/11/2005 alle ore 15,14.

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