Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

La legge dell'egoismo

La legge approvata ieri dal Parlamento è uno strano miscuglio di egoismo separatista e di voglia di avere un uomo solo al comando: la figlia deforme del matrimonio impossibile tra Lega e Alleanza Nazionale.

[La vignetta di Giannelli sul Corriere della Sera di oggi]I quotidiani italiani riportano oggi la notizia delle perplessità espresse dalla CEI, la Conferenza Episcopale Italiana, sulla cosiddetta devolution, la controversa legge che ha concluso ieri al Senato il suo iter parlamentare: «I vescovi ricordano "l'esigenza che in ambito sanitario il federalismo sia solidale e preveda meccanismi di eventuali perequazioni tra le regioni. (...) Il testo della riforma lungi dal limitarsi alla cosiddetta devolution, su cui si è fatto il massimo del battage, comporta cambiamenti assai rilevanti e non sempre del tutto chiari nella forma di governo. (...) In pratica questa ripartizione [delle risorse finanziarie assegnate alle Regioni per la Sanità] non nasce più da una scelta centrale basata su criteri di solidarietà condivisi ma da una negoziazione tra regioni che avviene sul tavolo della Conferenza Stato-Regioni, dove le regioni più ricche hanno la forza anche morale di pesare di più nelle scelte. (...) lo Stato dovrebbe avere competenza anche sulle linee generali della sanità e cioè sulla distribuzione e conseguente efficacia e qualità dei servizi al cittadino"» (Corriere della Sera).

Lasciando da parte le considerazioni sull'ennesima ingerenza della Chiesa negli affari dello Stato (ex-laico) italiano, non mi sento stavolta di dar torto ai vescovi. La legge sulla devoluzione è il bonifico con cui gli alleati della maggioranza hanno versato alla Lega il saldo per il sostegno dato al governo per tutta la legislatura. Non si scopre certo oggi che la Lega ha perseguito, fin dalla sua fondazione, interessi prettamente egoistici ed utilitaristici. La filosofia di Bossi, mondata dalla spazzatura mistico-pagana di riti celtici e sposalizi col Po, buona per cervelli annebbiati dal troppo prosecco, è fredda e schematica nella sua essenzialità: rivendica alle regioni del Centro-Nord, forti di un'economia ricca e di una classe imprenditoriale forte e spregiudicata, il diritto di impiegare localmente, ovvero di non disperdere a vantaggio del resto della nazione, il surplus di ricchezza prodotta rispetto alla media nazionale.

Basta fare mente locale alle rivendicazioni di sempre della Lega, alle minacce di secessione, al tricolore usato come carta igienica, agli improperi contro Roma ladrona, per capire che tutte le belle parole e le rassicurazioni, con cui i partiti di governo hanno cercato di addolcire la pillola del federalismo alla maggioranza non leghista degli italiani, nascondono una realtà diversa: il federalismo annulla l'equità di trattamento di tutti i cittadini, garantita finora, almeno teoricamente, dal fatto che il governo centrale avocava a sé la gestione della sanità, del fisco e dell'istruzione. Se col federalismo non cambiasse nulla, la Lega non avrebbe gioito per l'approvazione della legge sulla devolution. Viste invece le feste fatte ieri, i brindisi e i tappi di champagne saltati, è lecito desumere che Bossi & soci abbiano ottenuto, se non tutto, buona parte di ciò che chiedevano: in primis la possibilità di impiegare localmente la maggior ricchezza prodotta nel Nord rispetto al resto d'Italia. Non voglio discutere se ciò sia giusto o ingiusto: certamente è una posizione egoista e utilitaristica. Non è vero che staremo tutti meglio: staranno meglio le regioni più ricche e più capaci di amministrarsi bene. In un mondo che avrebbe bisogno di più unità e di più solidarietà, il federalismo voluto a tutti i costi dalla Lega va esattamente nella direzione opposta.

Insieme al federalismo trova posto, all'interno della stessa elefantiaca legge, il premierato: da un lato più autonomia per le regioni, dall'altro un capo del governo molto più forte, che non solo detta l'indirizzo politico del governo, ma è sciolto anche dall'obbligo di ottenere la fiducia del Parlamento. Leggiamo il riassunto delle modifiche costituzionali che riguardano il premier, offerto dal Corriere della Sera:

Non c'è più il presidente del Consiglio, ma il Primo ministro. Nomina e revoca i ministri (adesso spetta al capo dello Stato, su proposta del premier), determina (e non più «dirige») la politica generale del governo e dirigerà l'attività dei ministri. Il Primo ministro non dovrà più ottenere la fiducia dalla Camera, ma dovrà soltanto illustrare il suo programma sul quale la Camera dei deputati esprimerà un voto. Inoltre potrà porre la questione di fiducia e chiedere che la Camera si esprima «con priorità su ogni altra proposta, con voto conforme alle proposte del governo». In caso di bocciatura deve dimettersi. Il Primo ministro viene eletto mediante collegamento con i candidati ovvero con una o più liste di candidati, norma che consente l'adattamento sia al sistema maggioritario che a quello proporzionale.

Se con questa riforma costituzionale regioni e primo ministro diventano più forti, chi è che, per far posto ai loro maggiori poteri, s'indebolirà? Il Parlamento e il Presidente della Repubblica, ovviamente. Non serve un esperto di diritto costituzionale per leggere in questa riforma, dai sommari che gli organi di informazione stanno divulgando, la volontà di ridurre i poteri del Parlamento e del Presidente della Repubblica, togliendo loro la possibilità di agire da autentici contrappesi del potere esecutivo. Se a ciò si aggiunge l'asservimento della magistratura al potere politico, compiuto con la riforma approvata pochi mesi fa, il quadro si fa più chiaro. Il quadro è quello di una maggioranza che ha in Berlusconi e in Alleanza Nazionale i sostenitori più convinti del premierato, che è il modo in cui, all'interno di una democrazia parlamentare, si può far rivivere l'ossessione di stampo fascista per l'uomo forte al potere, che tutto decida senza dover scendere a troppi compromessi con ministri, magistrati, Parlamento e Presidente della Repubblica.

Vale la pena di citare in proposito un passo da un commento di Giuseppe D'Avanzo su la Repubblica: «Come ha avuto modo di dire già due anni fa il presidente (ora emerito) della Corte Costituzionale Valerio Onida, questo scenario "non significa democrazia più immediata, ma meno democrazia"».

Per arrivare al doppio scopo del federalismo e del premierato, questa legge non si preoccupa di riscrivere una cinquantina o forse più di articoli della Costituzione. Il "forse" non è casuale: l'intervento sulla Carta fondamentale dello Stato è il più massiccio che si sia mai verificato dal 1948 ad oggi ed è talmente complesso ed articolato che non c'è accordo neppure tra gli specialisti sul numero di articoli della Costituzione modificati. E' utile citare ancora un passaggio dal commento di Giuseppe D'Avanzo ricordato poco sopra: «Ancora ieri, era complicato venire a capo di quanti articoli della Carta siano stati riscritti dal Polo. Per Michele Ainis ne sono stati "modificati 52 e aggiunti altri 3 di sana pianta". Per Andrea Manzella ne sono stati "cambiati 53". Per Sergio Bartole, presidente dell'Associazione costituzionalisti italiani, "la Costituzione cambia in ben 48 articoli". Altre riviste (come Questione Giustizia 1/2005) sostengono che il testo "sostituisce o modifica 49 degli 80 articoli della seconda parte della Costituzione". 52, 55, 53, 48 o 49? Si tratta della Carta costituzionale. Non è irrilevante che neppure addetti eccellenti sappiano concordemente dirci quanti sono gli articoli riscritti o aggiunti. Questa incertezza non è muta. Sono contraddizioni che ci svelano quanto debole e affrettato sia stato il dibattito culturale e politico intorno a una faccenda decisiva per il futuro della democrazia italiana».

D'Avanzo ha messo bene in evidenza il punto decisivo della questione: la riforma della Costituzione è stata imposta dalla maggioranza di governo con un atto d'imperio, forte dei numeri che glielo hanno consentito, ma con tutta la fretta e l'approssimazione che scaturiscono dal bisogno di portare a casa la riforma prima della scadenza della legislatura e, cosa peggiore, con tutta l'arroganza di chi non si preoccupa minimamente che una metà o forse più del Paese è contraria, molto contraria, alle profonde modifiche apportate all'ordinamento dello Stato.

Quando si tocca questo tasto, i politici della maggioranza rispondono in coro che il centrosinistra ha fatto lo stesso nella passata legislatura, con le modifiche al Titolo V della Costituzione. E' vero. E infatti hanno sbagliato entrambi gli schieramenti.

La Costituzione non è una legge come le altre: non si può imporre a colpi di maggioranza la forma e la riforma dello Stato, se si vuole avere la speranza che i cittadini si riconoscano unitariamente, da Bolzano a Palermo, nei princìpi stabiliti in quella Carta. Io non mi riconosco affatto in un'Italia federale e col premierato. Ho l'impressione che mi sia stato scippato con la forza qualcosa che mi apparteneva, che apparteneva anzi a tutti noi: quella bella Costituzione, così semplice e chiara nei suoi enunciati fondamentali, che non serviva una laurea in legge per capire quali erano i valori a cui si erano ispirati i Padri Costituenti. L'Assemblea che scrisse quella Costituzione, fatta di forze politiche così diverse, composta da uomini usciti da una guerra devastante, seppe trovare il modo di mettere insieme tutte le anime della nazione; uomini illuminati non si stancarono di dibattere e concordare fino allo sfinimento ogni singolo punto, fino a che non misero in piedi un sistema di garanzie costituzionali in grado di equilibrare i poteri e di consentire la nascita in Italia di una vero sistema democratico.

Che differenza tra quell'Assemblea costituente e questo Parlamento diviso su tutto! Che differenza tra quegli uomini che volevano realmente costruire un'Italia migliore, più unita, democratica, e i politicanti che hanno voluto l'odierna riforma, dediti solo alla cinica ricerca dell'interesse personale nel totale disprezzo di ciò che la Costituzione rappresenta per l'unità e l'identità del popolo italiano!

Confrontate le dichiarazioni tronfie di partigianeria di chi ha voluto la legge approvata ieri, di cui sono pieni i telegiornali, con le parole pronunciate da Giuseppe Saragat, presidente dell'Assemblea Costituente, il 26 giugno 1946, nel discorso inaugurale dei lavori: «...Fate che il volto di questa repubblica sia un volto umano. Ricordatevi che la democrazia non è soltanto un rapporto fra maggioranza e minoranza, non è soltanto un armonico equilibrio di poteri sotto il presidio di quello sovrano della nazione, ma è soprattutto un problema di rapporti fra uomo e uomo. Dove questi rapporti sono umani, la democrazia esiste; dove sono inumani, essa non è che la maschera di una nuova tirannide».

Nella tristezza di vivere nell'Italia contemporanea, governata da mezze figure il cui senso dello Stato è inversamente proporzionale alle manie di grandezza, concludo ricordando le parole piene di dignità con cui un galantuomo come Domenico Fisichella, giudicandosi incompatibile con un'Italia federalizzata per accontentare una piccola minoranza egoista, ha rassegnato ieri le dimissioni da Alleanza Nazionale:

C'è una storia nazionale, nella quale io mi riconosco, che non contempla il federalismo. C'è una storia familiare e personale, che non contempla il federalismo. Non ripercorrerò le vicende di quanti nella mia famiglia, dal Risorgimento ad oggi, hanno patito le repressioni borboniche, servito la patria in uniforme, conseguito medaglie al valor militare, subito l'internamento nei campi di concentramento nazisti, militato come parlamentari del vecchio Movimento sociale italiano. Hanno fatto il loro dovere, e questo dovere non contemplava il federalismo. Aggiungo che credo di aver fatto qualcosa per la nascita e per lo sviluppo di Alleanza Nazionale, al cui interno peraltro mi sono costantemente impegnato perché fosse evitato l'esito federalista. Oggi siamo all'epilogo. Ne prendo serenamente atto, senza malanimo verso nessuno. Lascio Alleanza Nazionale. Le mie dimissioni decorrono dal momento dell'approvazione di questa riforma costituzionale, cioè tra pochi minuti. Su di essa, il mio voto è contrario, come ho già detto.
Grazie, Signor Presidente.

Commenti dei lettori

  1. Commento di Michele Diodati - 10/5/2006 ore 15,44

    Da un discorso al Senato del 15 novembre 2005 del neopresidente della Repubblica Giorgio Napolitano (tratto dal sito di Libertà e Giustizia).

    [...]

    Quel che anch'io giudico inaccettabile è, invece, il voler dilatare in modo abnorme i poteri del Primo Ministro, secondo uno schema che non trova l'eguale in altri modelli costituzionali europei e, più in generale, lo sfuggire ad ogni vincolo di pesi e contrappesi, di equilibri istituzionali, di limiti e di regole da condividere.

    Quel che anch'io giudico inaccettabile è una soluzione priva di ogni razionalità del problema del Senato, con imprevedibili conseguenze sulla linearità ed efficacia del procedimento legislativo; una alterazione della fisionomia unitaria della Corte costituzionale, o, ancor più, un indebolimento dell'istituzione suprema di garanzia, la Presidenza della Repubblica, di cui tutti avremmo dovuto apprezzare l'inestimabile valore in questi anni di più duro scontro politico.

    E allora, signor Presidente, onorevoli colleghi, il contrasto che ha preso corpo in Parlamento da due anni a questa parte e che si proporrà agli elettori chiamati a pronunciarsi prossimamente nel referendum confermativo non è tra passato e futuro, tra conservazione e innovazione, come si vorrebbe far credere, ma tra due antitetiche versioni della riforma dell'ordinamento della Repubblica: la prima, dominata da una logica di estrema personalizzazione della politica e del potere e da un deteriore compromesso tra calcoli di parte, a prezzo di una disarticolazione del tessuto istituzionale; la seconda, rispondente ad un'idea di coerente ed efficace riassetto dei poteri e degli equilibri istituzionali nel rispetto di fondamentali principi e valori democratici.

    La rottura che c'è stata rispetto al metodo della paziente ricerca di una larga intesa, il ricorso alla forza dei numeri della sola maggioranza per l'approvazione di una riforma non più parziale, come nel 2001, ma globale della Parte II della Costituzione, fanno oggi apparire problematica e ardua, in prospettiva, la ripresa di un cammino costruttivo sul terreno costituzionale; un cammino che bisognerà pur riprendere, nelle forme che risulteranno possibili e più efficaci, una volta che si sia con il referendum sgombrato il campo dalla legge che ha provocato un così radicale conflitto.

    Mi asterrò dal rivolgere alle forze di Governo poco realistici appelli alla riflessione, ma non posso fare a meno di esprimere la mia convinzione che la strada indicata qui dall'attuale minoranza corrisponde all'interesse di entrambi gli schieramenti politici, nel loro prevedibile alternarsi in posizioni di maggioranza e di opposizione. Essa corrisponde all'interesse di una moderna e responsabile evoluzione del nostro sistema democratico e anche, non da ultimo, alla ricostruzione di un clima, che è purtroppo venuto meno, di più misurato, impegnato e fecondo confronto in Parlamento: un clima che è condizione per l'esercizio, con autorevolezza, del ruolo insostituibile di questa nostra istituzione.

Articolo di Michele Diodati pubblicato il  17/11/2005 alle ore 20,33.

Indice del Pesa-Nervi | Diodati.org

Inizio pagina.