Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

«Non sono riusciti a portarmi via la dignità»

Quattro ex detenuti di Guantánamo parlano delle loro esperienze.

Uno speciale di Mark Oliver, pubblicato sul sito del Guardian Unlimited il 18/11/2005. Traduzione in italiano di Vittorio Bica.

[Manifestazione di Amnesty International contro le detenzioni a Guantanamo]Questo fine settimana Amnesty International terrà una conferenza a Londra, che metterà insieme la più grande adunata di ex detenuti della "guerra al terrore".

Saranno presenti circa 25 ex detenuti a Guantánamo Bay e tra gli oratori vi saranno ex detenuti provenienti da Regno Unito, Russia ed Afghanistan.

Prima della conferenza della durata di tre giorni, Amnesty ha condotto delle interviste a quattro ex detenuti di Guantánamo, di cui trovate di seguito le trascrizioni. E' possibile ascoltare anche le registrazioni della prima e della seconda intervista.

La prima intervista è con Moazzam Begg, uno dei nove britannici imprigionati a Guantánamo Bay. Fu catturato dalla CIA a Islamabad a febbraio del 2002 e inizialmente fu trattenuto alla base aerea di Bagram in Afghanistan per circa un anno. Rimase prigioniero a Guantánamo fino al gennaio del 2005, quando fu rilasciato senza imputazioni. A Bagram dice d'aver visto due persone percosse a morte dalle guardie; una guardia gli disse come fosse loro necessario "disumanizzare" i detenuti per fronteggiare il fatto di lavorare là.

La seconda intervista è con Ustad Badruzzaman Badr, dall'Afghanistan, che fu arrestato con suo fratello, il giornalista Abdurraheem Muslim Dost, nella loro casa in Pakistan nel novembre del 2001. Furono trattenuti dall'ISI, il servizio segreto del Pakistan, prima di essere consegnati agli americani. Furono rilasciati entrambi da Guantánamo Bay alla fine dell'anno scorso.

La terza intervista è con Airat Vakhitov, uno degli otto detenuti russi. Fu tenuto per un anno in isolamento a Bagram, in Afghanistan, prima di essere trasferito a Guantánamo, da dove fu rilasciato nel 2004. L'ultima intervista è con Rustam Akhmiarov, un altro russo che fu pure rilasciato l'anno scorso.

Trascrizioni

Moazzam Begg

[Alla base aerea di Bagram in Afghanistan] Le guardie avevano messo del filo spinato nel retro delle gabbie o delle celle, l'area che noi avremmo usato come latrina. In apparenza questo detenuto era riuscito ad aprirsi un varco nel filo spinato e a strisciare all'esterno. Era poi corso fuori, totalmente disorientato e incapace di capire se stesse andando a destra o a sinistra o chissà dove, nel suo completo arancione. Così le guardie lo acchiapparono e lo picchiarono letteralmente a morte. Dopo lo trascinarono passando davanti a tutte le celle che erano là e fu allora che vidi il suo corpo. Lo portarono nel locale infermeria, che era dirimpetto alla mia cella, e chiusero le porte. Poi fu tutto un accorrere precipitoso di dottori, infermieri militari e ufficiali. Ed alla fine portarono fuori il suo corpo su una barella, con la coperta che gli copriva la faccia, e tutto quello che potemmo vedere furono le piante dei suoi piedi con i segni delle percosse.

Parlai con uno dei soldati con il quale andavo abbastanza d'accordo e lui mi disse esattamente quello che aveva fatto, perché l'aveva fatto e come l'aveva fatto. Questo soldato l'avevo incontrato a Kandahar ed era uno dei pochi che parlava con me piuttosto regolarmente; mi stupì molto il candore con cui mi disse come e perché aveva fatto ciò che aveva fatto, e perché nel farlo si sentisse completamente giustificato e quasi scagionasse se stesso con il fatto che me lo stava raccontando.

[Detenuto di Guantanamo trasportato incantenato su una carriola]La gente mi chiede: «Come hai fatto a mantenere il controllo»? Beh, qualche volta non ce l'ho fatta. A volte esplodevo e facevo a pezzi ogni cosa e crollavo, piangevo, battevo la testa contro il muro. Ma accadeva di rado. Generalmente tentavo di essere controllato e calmo fino a dove mi era possibile. Una cosa importante per me erano la dignità, l'autocontrollo, il rispetto di me stesso. Di sicuro mi avevano preso la libertà e la capacità di essere libero, ma quello che non potevano fare era portarmi via la dignità, ed è ciò a cui tenevo.

Quando a Bagram ci distribuirono le copie del Corano, ricordo di aver visto gli americani passarle attraverso gli sportelli delle celle e gettarli per terra. È probabile che la gente pensi che è solo un libro, ma se tu credi da musulmano che questo è la pura parola rivelata di Dio ed è la cosa più sacra che un musulmano vorrebbe avere in casa sua... Vedergli fare questo, e sapere che non potevo fare nulla per evitarlo, mi provocò un senso di completa disperazione; e lo stesso fu per gli altri afgani ed i vari altri prigionieri. Fu intollerabile.

Ed era chiaramente di nuovo parte del processo di disumanizzazione. E là una delle guardie di quell'unità mi disse, quando ero solito discutere con loro, queste parole: «Quando noi vi vediamo, non possiamo guardare a voi come a degli esseri umani. La nostra psiche non ci permette di farlo, perché se lo facessimo non vi tratteremmo in questo modo. È facile per noi disumanizzarvi. Prima di tutto la maggior parte di voi non parla la stessa lingua. In secondo luogo, sembrate diversi. In terzo luogo, siete vestiti diversamente. In quarto luogo, voi siete nelle gabbie e noi siamo fuori, qui con i fucili.

L'uso della tortura è divenuto un tema di dibattito nel 21° secolo. Dovremmo o non dovremmo? Ed io penso che è soltanto una tale, terribile asserzione... sulla nostra condizione d'esseri umani, oggi, su questo pianeta.

Quelli che reclamano d'essere i sostenitori e i difensori della libertà stanno ora dibattendo se sia legittimo usare la tortura. Dopo tutto quanto è stato già detto nel mondo contro questo argomento. Se in un modo o nell'altro la tortura, o mentale o fisica o psicologica, già chiaramente usata da molti paesi, diventasse legittima, allora io penso che il mondo precipiterebbe in una spirale che nessuno sarebbe in grado di controllare.

A tutt'oggi le persone sono state tenute là [a Guantánamo] per quasi quattro anni. Quale possibile informazione stategica potrebbero fornire dopo tutto questo tempo, ammesso che ne avessero avuta qualcuna, tanto per cominciare?

Quindi io vorrei dire categoricamente che non solo gli Stati Uniti dovrebbero chiudere quel posto. Penso che le persone dovrebbero essere rimpatriate. Quelli che hanno commesso crimini dovrebbero essere incriminati. Quelli che non ne hanno commesso dovrebbero essere rilasciati e dovrebbero essere indennizzati, se è possibile indennizzare delle persone per il tempo e per la tortura fisica e mentale che hanno dovuto patire in tutto questo tempo.

Badruzzaman Badr

[Detenuto di Guantanamo ammanettato e circondato da guardie]Davvero all'inizio, quando eravamo a Bagram e Kandahar ed anche nelle celle dell'ISI, soffrimmo parecchio. Siamo stati presi a calci, siamo stati presi a calci dai soldati. Siamo stati denudati; ci hanno fotografati nudi. Ci hanno rasato la barba e ci hanno insultati in diversi modi. Il modo con cui ci portarono all'interrogatorio a Kandahar fu realmente insultante e soffrimmo molto. Non potemmo fare una doccia per tre mesi a Bagram e a Kandahar, e così per due mesi e mezzo nelle celle dell'ISI a Peshawar. Il modo in cui fummo presi e portati in volo da Peshawar a Bagram, e da Bagram a Kandahar e da Kandahar a Guantánamo Bay fu davvero una tortura, soffrimmo molto. Ci legarono i polsi con manette di plastica e ci fecero davvero male. La cosa più terribile fu quando ci portarono da Kandahar a Guantánamo. Ci misero degli occhiali di protezione e maschere sulla testa, fummo resi ciechi e fu un lunghissimo volo di 24 ore. Quello che ci accadde... E' una tortura solo a pensarci adesso, e se appena penso a Guantánamo, a Kandahar, a Bagram, alle celle dell'ISI... Non posso dimenticare la notte in cui fummo arrestati senza ragione e lasciammo i nostri bambini che piangevano. Noi non eravamo criminali, non abbiamo fatto niente di sbagliato. Eravamo giornalisti, eravamo studiosi, eravamo intellettuali, eravamo reporter e redattori. Potete vedere qui la biblioteca. Posso disegnarvelo, questo è l'intero blocco, come vedete. C'erano due file, in ogni fila c'erano 24 celle e c'era poi un'altra fila di 24 celle. Guardate, ogni cella era 180 centimetri in lunghezza, e l'ampiezza e l'altezza erano 180 centimetri. Qui noi dovevamo dormire, pregare, andare in bagno ed era tutto ciò che avevamo nella nostra vita. Dovevamo stare qui per molto tempo e ogni tre giorni, e qualche volta ogni cinque giorni, dovevamo andare fuori per 20 minuti e qualcuno per 30 minuti se non era in punizione. Ma quelli che erano in punizione dovevano stare là per tempi più lunghi, per uno, due o tre mesi senza uscire.

Non potemmo ricevere comunicazioni da casa e le nostre famiglie non poterono ricevere nostre notizie per quasi un anno. E dopo un anno per la prima volta ricevetti un messaggio attraverso la Croce Rossa. Scrissi il mio primo messaggio a Kandahar, ma arrivò a casa dopo 8 mesi e ricevemmo il nostro primo messaggio dopo un anno. La maggior parte della corrispondenza passava attraverso la Croce Rossa. Di solito veniva censurata e cancellavano quello che non gli piaceva. Guardate voi stessi.

Voglio andare a quella conferenza [quella di Amnesty] perché vogliamo far conoscere a tutto il mondo i dettagli di ciò che ci è accaduto. Vogliamo informare il mondo così che non accada di nuovo. Solo così sarà data giustizia a quegli innocenti che sono ancora in detenzione e punizione al posto dei veri colpevoli. Io voglo dire che tenere queste informazioni segrete e non riferirle al mondo sarebbe una disonestà, una disonestà intellettuale e noi vogliamo dirlo al mondo ed è molto importante che lo facciamo. Molte persone ci stanno aspettando per ascoltare e sapere quello che sta accadendo là, e quello che accadde, e quali furono le conseguenze.

Airat Vakhitov

Fummo messi in un centro di detenzione americano presso la base aerea di Kandahar. Ognuno di noi patì torture e umiliazioni. Le percosse erano la normalità. Celle di isolamento, condizioni antigieniche, dormivamo sulla sabbia in inverno. Questa umiliazione ci stava mettendo in ginocchio.

La tortura a cui fummo sottoposti includeva percosse e provocazioni sistematiche, per istigare i detenuti all'insubordinazione. E quando questo succede, viene chiamata una squadra speciale, irrompono nella tua cella, ti percuotono e ti sospendono da terra con delle catene.

Durante gli interrogatori ti lasciano in una stanza fredda per alcune settimane. Le celle di isolamento sono un buon esempio. Non ci fu dato nulla su cui sdraiarci, neanche un tappeto. Tutti noi abbiamo problemi ai reni perché dormivamo sul ferro con l'aria condizionata che andava. C'era un freddo gelido. I soffitti si coprivano di condensa ghiacciata. Fummo tenuti così per mesi. Io stetti nella cella di isolamento per cinque mesi. Ritengo che la più grande umiliazione che ho subito è il marchio d'infamia che gli americani mi hanno affibbiato. Il marchio a vita di terrorista, di estremista, che ricevetti a Guantánamo mi ha accompagnato fino a quando sono stato estradato in Russia.

Noi dobbiamo esporre al pubblico questi crimini del sistema, parlando apertamente a tutta la comunità internazionale; poche persone ne hanno avuto l'opportunità usando metodi legittimi o altri metodi, e la gente sta cominciando a capire quello che accadde. Certuni, parlando a nome di tutta la comunità, dicono che i musulmani sono terroristi, banditi e assassini. Io affronto gli insulti nelle strade. È colpa di un gruppo di persone che parlano per conto dell'Umma [1] islamica mondiale. Io non penso che tutte le persone condividono il punto di vista dell'amministrazione Bush. Non tutti i musulmani condividono l'opinione di Osama Bin Laden o di Zarkawi. C'è un tentativo di provocare tensione tra due grandi civiltà e noi siamo divenuti le vittime di questa guerra, siamo stati presi nel mezzo.

Rustam Akhmiarov

La tortura era fondamentale. Per provocare disagio accendevano l'aria condizionata e chiudevano la porta della stanza. La catena si copriva di ghiaccio. Prima dell'inchiesta fummo tenuti in isolamento da dieci giorni a un mese. Durante questo tempo vi furono continue percosse e insulti.

Circa il nostro trasferimento da Kandahar a Guantánamo: fu un viaggio molto crudele. Eravamo tutti incatenati, attaccati ai sedili. Indossavamo cuffie, occhiali con le lenti annerite e maschere, che ci impedivano quasi di respirare. Le persone perdevano continuamente coscienza a causa delle maschere [ndt: più probabilmente per la scarsa pressurizzazione degli aerei da trasporto]. Le cuffie provocavano una forte pressione sulla testa, quasi a farvi un buco, e tutto ciò provocò parecchia sofferenza.

[1] Comunità, nazione, vedi http://www.aljazira.it/index.php?option=content&task=view&id=15.

Articolo di Vittorio Bica pubblicato il  22/11/2005 alle ore 20,42.

Indice del Pesa-Nervi | Diodati.org

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