Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

I nostri occhi bruciati

Tra i cadaveri ritrovati a Falluja anche i miseri resti di un giornalista: un altro pesante tributo pagato dall'informazione alla guerra.

[Il cadavere bruciato di un giornalista, riconoscibile per la scritta 'Press']
Fonte: Rai News 24

Sul sito web di Reporters Sans Frontières è sempre aggiornata la triste statistica dei giornalisti e dei collaboratori dei media uccisi o arrestati nel mondo. Lo chiamano il "barometro della libertà di stampa".

In Iraq, dall'inizio del conflitto nel marzo del 2003, ne sono stati uccisi 75 e due risultano dispersi. Di loro non sappiamo granché, ma sappiamo che senza di loro è più difficile per noi vedere e capire. Vedere almeno un barlume di luce e capire il qui e l'adesso in cui siamo chiamati a vivere - possibilmente conservando ciò che è buono, cambiando ciò che è cattivo - e purtroppo a morire.

Erano loro, dunque, i nostri occhi. Anzi, quasi a citare un primo Pasolini del quale si è da poco celebrato il trentennale dalla morte, sono loro i nostri "occhi bruciati". E non è una metafora poetica, ma la dura realtà.

Basta andare all'inchiesta "la strage nascosta di Falluja" che Sigrfrido Ranucci e Maurizio Torrealta stanno via via arricchendo di informazioni e particolari sul sito di Rainews 24. Lì, tra tante immagini dolorose, se avete cuore di guardarle, ce n'è una emblematica che, oltre a Ranucci e Torrealta, pure Enzo Biagi, commosso, ha voluto commentare nella sua rubrica sul Corriere della Sera (Bianco e nero per un simbolo, 4 dicembre 2005, pag. 1).

Pochi giorni fa ho visto su un quotidiano una foto che mi ha colpito e che, secondo me, spiega meglio di cento articoli che cos'è la guerra. Era l'immagine di un corpo devastato, trovata da due bravi giornalisti di Rainews 24, Sigfrido Ranucci e Maurizio Torrealta, fra le tante foto di uomini, donne e bambini uccisi dal fosforo bianco americano a Falluja nel novembre del 2004. Su quel corpo è rimasto un numero di identificazione, 0115-04-F-04, e su quello che doveva essere stato un giubbotto, una scritta: «Press». Dunque era un giornalista, forse un fotografo o un operatore, comunque venuto chissà da dove per raccontare quello che accadeva in Iraq, ma gli hanno impedito di vedere come andava a finire, di fare il suo mestiere.

Credo che quello scatto in bianco e nero debba diventare un simbolo, ricordare che l'informazione non si può negare, che è un diritto dei popoli conoscere la realtà della storia. Mi pare che la tendenza, in questo momento, sia un'altra. La vicenda di quel collega andrà comunque oltre la sua vita, così com'è stato per il giovane cinese di fronte al carro armalo in piazza Tienanmen, per la bambina con le vesti stracciate dalla bomba su Hiroshima, per il ragazzino con le mani alzate nel ghetto di Varsavia tra le SS, per l'ultimo sorriso di Enzo Baldoni in pochi sfumati fotogrammi e per l'inquadratura di Ilaria Alpi e dell'operatore Miran Hrovatin su quella maledetta jeep a Mogadiscio.

E all'elenco si aggiungono il ricordo di Mariagrazia Cutuli, uccisa vicino a Kabul, di Raffaele Ciriello colpito da una raffica a Ramallah, e di tanti altri caduti perché pensavano che tutti avessero il diritto di sapere. Allora non dimentichiamoli e noi che siamo del ramo, anche se non andiamo alla guerra, cerchiamo di raccontare ogni giorno una piccola verità.

Articolo di Vittorio Bica pubblicato il  6/12/2005 alle ore 20,21.

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