Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Roma di notte / 1

Monumenti della Città Eterna fotografati alla luce artificiale dei neon, con note storiche tratte da alcuni libri di antichità romane. In questa puntata: il Teatro di Marcello, il Carcere Mamertino, Castel Sant'Angelo.

Tutte le foto di questo articolo sono di Stefano Coppola, che ringrazio per la gentile concessione.

Sommario

Il teatro di Marcello | Il Carcere Mamertino | Castel Sant'Angelo

Il teatro di Marcello

[Foto del teatro di Marcello]

Cominciato da Cesare in un luogo dove solitamente veniva eretto un teatro posticcio di legno, occupando una parte del lato curvo del Circo Flaminio, arretrando il Tempio di Apollo e "inglobando" i due piccoli templi della Pietas e, forse, di Diana, fu completato da Augusto il quale, dopo avervi fatto svolgere i Ludi Saeculares del 17 a.C., lo dedicò, nel 13 o nell' 11, alla memoria del nipote ed erede Marcello. La cavea aveva un diametro di m 130 e una capienza di circa 15.000 posti (forse aumentabili all'occorrenza). La scena, rifatta da Vespasiano, aveva ai lati (probabilmente alle due estremità di un'ala di portico) due grandi aule absidate e, dietro, un'enorme esedra al centro della quale erano stati forse ricostruiti i due tempietti preesistenti al teatro. Nel 370 d.C., ormai in disuso, alcuni blocchi di travertino furono asportati e impiegati per il restauro del Ponte Cestio. Trasformato verso la fine del Duecento in fortezza sostituita nel Cinquecento, ad opera di Baldassarre Peruzzi, dal palazzo (successivamente Savelli, Orsini e Caetani) che ancora oggi singolarmente lo comprende e lo sovrasta e finalmente liberato, tra il 1926 e il 1929, dai piccoli edifici che gli si erano addossati, consolidato e restaurato, il teatro conserva una parte notevole della facciata esterna. Questa, tutta in travertino, si presenta con due ordini di arcate (41 in origine) tra pilastri con semicolonne, doriche nel piano inferiore e ioniche in quello superiore, sormontate dai rispettivi architravi. Del tutto perduto è il terzo piano, forse costituito, piuttosto che da un terzo ordine di arcate, da un attico scandito da lesene corinzie che doveva portare l'altezza totale dell'edificio a 33 metri. Dietro le arcate del pianterreno corre un ambulacro anulare coperto a volta sul quale s'affacciano, con altre arcate aperte o occupate dalle scale per i piani superiori, gli ambienti radiali alti e stretti che sostenevano le gradinate della cavea, anch'essi coperti a volta e con muri costruiti nella prima parte in blocchi di tufo e poi in opera cementizia con paramento in reticolato. L'intero edificio poggiava su una platea di calcestruzzo e blocchi di travertino spessa m 6,35 sopra un terreno argilloso opportunamente costipato con pali di rovere. Della parte interna del teatro - cioè della cavea e della scena - non è rimasto pressoché nulla: solo si vedono, girando verso Monte Savello (così detto per la piccola altura formatasi con l'accumularsi dei materiali rovinati dal teatro) dopo l'ultimo sperone moderno di sostegno in mattoni, un pilastro e una semicolonna di una delle due aule absidate che affiancavano la scena [1].

Il Carcere Mamertino

[Foto della chiesa di San Giuseppe con l'ingresso del carcere Mamertino]

Alle falde del Campidoglio, in via del Tulliano è la chiesa di S. Giuseppe dei Falegnami che sorge al di sopra di una delle più antiche memorie cristiane di Roma: l'antico carcere Tulliano, dagli antichi romani utilizzato come luogo di esecuzioni capitali e che nel medioevo fu detto anche Carcere Mamertino.

Si accede al carcere attraverso una scala protetta da un ingresso e posta sotto la chiesa di S. Giuseppe.

Il carcere è ricordato da Plinio e corrisponde alla descrizione che ce ne hanno lasciato gli autori antichi. La tradizione lo dice Tulliano perché ne attribuisce la fondazione al re Servio Tullio o all'altro re Tullo Ostilio anche se Livio lo attribuisce ad Anco Marcio. È possibile invero che prenda nome dalla sorgente che sgorga al suo interno. Infatti in latino tullus significa polla d'acqua.

La facciata, in blocchi di travertino, conserva l'iscrizione dei consoli Vibio, Rufino e Cocceio Nerva; il che la data intorno al 40 d.C. Sulla destra si apriva l'antico ingresso al di là del quale corridoi portavano ad antiche latomie già cave di tufo. Alcune lapidi alle pareti ricordano molte tra le più note vittime dell'implacabile giustizia romana.

Secondo la leggenda qui furono incarcerati i due apostoli Pietro e Paolo e, mentre venivano fatti scendere nell'ambiente inferiore S. Pietro avrebbe battuto la testa contro la parete accanto alla scala e questa miracolosamente ne avrebbe conservato l'impronta. In realtà l'ingresso antico alla terribile segreta inferiore era attraverso un foro circolare aperto nel pavimento dell'ambiente superiore.

[Particolare della facciata della chiesa di San Giuseppe]

L'ambiente inferiore, già di per sé basso, aveva un controsoffitto in legno; questa era la camera della morte dove i prigionieri di Stato, che seguivano il carro del console o dell'imperatore vincitore durante il trionfo, venivano strangolati dopo essere stati sottratti al corteo trionfale quando questo giungeva accanto alle vicine scale Gemonie. Qui morirono Giugurta e Vercingetorige, i partigiani di Gracco e di Catilina, Seiano e i suoi figli.

Sallustio lo descrive ripugnante, oscuro e maleodorante e ricorda la sprezzante impassibilità di Giugurta che, gettato nella cella inferiore, disse, rivolto ai suoi carnefici: «Come è freddo questo vostro bagno, o romani».

Oggi in questo tetro ambiente, visitato con emozione da tanti turisti, è posto un altare ornato da un bassorilievo di J. Bonassieu, raffigurante «S. Pietro che battezza i Ss. Processo e Martiniano», che erano poi i suoi carcerieri da lui steso convertiti.

Accanto all'altare è situata la piccola colonna cui sarebbero stati incatenati gli Apostoli.

Risaliti nell'ambiente superiore non si può non vedere un altare dedicato ai Ss. Pietro e Paolo dal cardinale Antonelli. Qui una scala, disegnata da Giacomo Della Porta, permetteva di giungere alla chiesa soprastante.

Questa chiesa fu dedicata a S. Giuseppe dalla Congregazione dei falegnami che aveva preso in affitto la preesistente chiesa di S. Pietro in Carcere nel 1540. La costruzione della chiesa di S. Giuseppe iniziò nel 1597 e terminò nel 1663. Ne furono autori il Montani, il Soria e infine Antonio del Grande. Un importante restauro e una nuova abside costituirono interventi del xix secolo. Infine l'isolamento della chiesa, voluto negli anni Trenta del Novecento, portò alla risistemazione delle scale d'accesso per rendere visibile il carcere Tulliano.
La facciata, a due ordini, con porta tra semicolonne e timpano, è arricchita da volute e da edicole ed ha un grande timpano sulla sommità, le cui estremità inferiori racchiudono altri due timpani minori e al centro un elegante gioco di volute.

La facciata aveva affreschi oggi perduti. L'interno è ad unica navata. Nell'abside sono le statue di «S. Pietro» e di «S. Paolo» ed affreschi, con i patriarchi della stirpe di S. Giuseppe, opera del Maccaroni (1883) [2].

Castel Sant'Angelo

Didascalia
Il ponte Sant'Angelo in un'incisione del Seicento

La piazza, antistante il Castello e il ponte S. Angelo, era quella che ospitava anche le esecuzioni nei confronti dei rei di adulterio, e ne ricordiamo una del 15 aprile dell'anno 1502, così come viene descritta nel «Codice Urbinate» conservato nella biblioteca vaticana:

«Sabato si ebbe l'esecuzione di giustizia fatta di moglie e marito. Et in Ponte fu poi dato un taglio al naso et orecchio alla donna; poi il marito fu spedito in galera perpetua, perché acconsentiva agli adulteri della moglie; al qual marito furono anche poste due gran corna in testa con i sonagli».

Passato il ponte dell'Angelo, eccoci, dinanzi all'omonimo Castello, che era in origine non un castello ma una sepoltura: l'enorme mausoleo dell'imperatore Adriano (morto nel 138 d.C.).

Didascalia
Ricostruzione dell'aspetto originale
del mausoleo di Adriano

Il mausoleo è formato da uno zoccolo quadrato di 84 metri di lato, alto una decina, tutto rivestito di travertino; quindi è il grande tamburo cilindrico alto venti metri e un tempo ornato di marmi e pilastri: al di sopra era un coronamento di statue; sulla cima, tra alberi e giardini pensili, era inoltre un tempietto votivo tra colonne e una quadriga di bronzo con la statua dell'imperatore. La cella sepolcrale era al centro dell'edificio e ad essa si accedeva attraverso la rampa elicoidale ancora esistente e percorribile, pavimentata a mosaici, oggi scomparsi quasi del tutto. Il mausoleo era recintato da una cancellata e munito di un grande portone di bronzo volto verso il ponte Elio.

Già Aureliano aveva intuito lo scopo difensivo del mausoleo e organizzò le omonime mura a scopo di baluardo, in cui era incluso e fortificato il monumento.

Le invasioni dei Visigoti, nel 410, dimostrarono subito l'imprendibilità della Mole; ma fu anche l'inizio della fine dell'architettura originaria, in quanto gli assediati si difesero gettando sui nemici le statue e i marmi del monumento, opportunamente frantumati.Poi fu la volta di Totila, che munendo l'ager vaticanus per meglio organizzare l'assedio, dette origine all'odierna struttura urbanistica del rione. A partire da Leone IV il Castello assumerà una volta per tutte la funzione difensiva dell'intera città di Roma e non solo dei luoghi prospicienti.

Ma bisogna in verità ricordare che i romani mal sopportavano l'acquiescenza del papa nei riguardi dell'imperatore, e che dunque il pontefice nell'organizzarsi questa fortezza alle porte di S. Pietro, collegandola poi con il cordone ombelicale del Corridoio di Borgo, s'era voluto cautelare anche dai possibili attacchi interni che potessero venirgli dalla stessa Roma. Dal X secolo al XIII il Castello venne denominato «Torre dei Crescenzi» a causa della strenua difesa che vi organizzò Crescenzio nei riguardi di Ottone III di Sassonia, e quando nel Trecento inoltrato, dopo l'esilio Avignonese, i papi s'insediarono in Vaticano lasciando il Laterano, i guasti alla fortezza dovevano essere ingenti. Tanto che Bonifacio IX sul finire del Trecento intraprese il restauro del basamento; è di questo periodo, sembra a causa di una chiesetta dedicata all'Arcangelo Michele presente nei pressi della mole, il cambiamento di denominazione del colosso adrianeo in quello pio di Castel S. Angelo.

[Foto notturna di Castel Sant'Angelo]

Nicolò V abbellì e ampliò la situazione alloggiativa del Castello per ospitarvi con lungimiranza la corte papale, e munì la fortezza di due torri quadrate sulla testa del ponte e tre torri rotonde agli angoli esterni.

Ma si deve ad Alessandro VI l'intervento più significativo. Costui chiamò allo scopo il suo architetto più fidato, Antonio da Sangallo, specializzato in costruzioni militari. L'interno venne decorato invece dal Pinturicchio. Le due torri di Niccolò V vennero inglobate nei manufatti difensivi, venne ricavato un corridoio pensile tutt'intorno alla mole, vennero costruiti corridoi e depositi per le provviste a lungo termine, mentre Giulio II, succeduto al Borgia, edificò la graziosa loggetta che guarda il Tevere, disegnata dal Bramante. Si deve invece a Michelangelo il disegno della cappella.

Ed eccoci al Sacco di Roma (1527). Se il pontefice e la curia, se buona parte dei documenti vaticani e dei tesori di Pietro potettero scampare alle tremende giornate, ciò lo si deve indubbiamente alla presenza di questo imprendibile Castello, che sopportò per ben sette mesi l'assedio dei Lanzichenecchi del cristianissimo Carlo V. Benvenuto Cellini, orafo pontificio, nella sua «Vita», da perfetto mitomane qual era, ci racconta di quanta parte avesse avuto nella difesa del maniero; essenzialmente, a guardar bene, nel fondere i gioielli papali per renderli più facilmente trasportabili. Ma pochi anni dopo, lo stesso Cellini fu imprigionato in questa stessa fortezza che s'era vantato d'aver difeso strenuamente, sotto l'accusa di truffa; vi fuggì attraverso una rocambolesca bravata, anch'essa narrata nella sua pittoresca «Vita». Che si consiglia in lettura agli amanti delle cose d'arte, ma soprattutto delle vicende della Roma rinascimentale.

Le altre puntate:

Divenuto alternativa dimora dei papi, il Castello ospitò feste e balli, venendo via via trasformato in bellezza e comodità dai vari pontefici, sempre più attenti oramai a rendersi la vita comoda, scevra dai pericoli fino ad allora incombenti. Si devono ad Urbano VIII trasformazioni quanto distruzioni ingiustificate; è di Clemente XII l'inaugurazione della statua bronzea dell'angelo che rinfodera la spada, posta a simbolo di pace e di salute cittadina sull'apice della costruzione; proprio recentemente è stata ricollocata al suo posto dopo un solerte e laborioso restauro resosi improrogabile. E stato affascinante poter assistere alla collocazione dell'angiolone, col concorso di un possente elicottero dell'esercito, prestato alla sovrintendenza per la bisogna.

Ma veniamo ora all'interno di questo singolare monumento. Il portone d'ingresso del Castello reca al cortile del Salvatore, e si consiglia al visitatore di percorrere l'ambulacro che divide il muro perimetrale dalla mole incombente dell'edificio; salendo sugli spalti della cinta quadrangolare si possono raggiungere i quattro bastioni che recano i nomi dei quattro evangelisti. Tornati all'ingresso, una volta entrati in uno stretto locale, si è alla base della salita elicoidale costruita da Adriano per accedere alla sua cella sepolcrale; la rampa sale dolcemente superando un dislivello di dodici metri, e converrà sbirciare quanto resta su di essa della pavimentazione originaria a mosaico.

Ed eccoci al di sopra della cella sepolcrale: il ponte che sovrasta questa cella venne costruito nel 1822, e sulla lastra di marmo posta sulla destra sono incisi cinque bellissimi versi dell'imperatore Adriano: «Piccola anima smarrita e soave / ospite e compagna del corpo, / che ora t'appresti a scendere / per luoghi incolori rigidi e spogli; / ne più attenderai ai tuoi giochi preferiti...».

[Castel Sant'Angelo fotografato dall'inizio del ponte omonimo]

Siamo giunti così alla cordonata di Alessandro VI che attraversa diagonalmente il Castello; due rampe più brevi disposte ad «L» conducono al cortile detto dell'Angelo, così chiamato a causa della statua in marmo dello scultore Raffaello da Montelupo, che un tempo coronava il maniero, in luogo di quella bronzea attuale, opera del Verschaffelt; la sostituzione è avvenuta nel 1752. Il cortile è anche detto, più comunemente, cortile delle palle, in quanto giacciono qui accumulate parecchie di queste munizioni in pietra disposte in bell'ordine piramidale; giusta e suggestiva evocazione della funzione del maniero nei tempi andati.

Sulla destra sono corpi di guardia oggi divenuti museo delle armi e del costume; a sinistra è la sala di Clemente VIII dove esiste un affresco di Perin del Vaga; quindi è la sala della Giustizia e quella dell'Apollo, dell'epoca di Paolo III; ed eccoci alla cappella già citata voluta e intitolata a Leone X. Nelle sale sono sempre da ammirare i soffitti a cassettone.

Eccoci ora al cortile di Alessandro VI, o dell'olio, a causa degli otri ben visibili destinati a contenere la preziosa derrata. Qui si affacciano le «prigioni storiche», così ricordate a causa dei numerosi personaggi appunto storici che vi sono stati ospitati loro malgrado.

Per una breve scaletta posta in fondo al cortile si raggiunge quindi il «giretto di Pio IV». Ancora dei piccoli locali adibiti a prigione si trovano a destra entrando, mentre sulla sinistra si raggiunge la loggia di Sangallo il giovane, costruita nel 1543; da ammirare la decorazione a stucco.

[Castel Sant'Angelo fotografato dal ponte omonimo]

Da questo «giretto», sul lato che guarda la basilica di S. Pietro, si può scorgere tutto il percorso pensile del «Passetto», o Corridore di Borgo. Ed eccoci alla loggia di Giulio II, costruita dal Bramante; qui si gode il più bel panorama di tutto il Castello, ampio sul Tevere nelle sue curve sinuose nell'infilata dei ponti e sul particolare statuario del ponte Elio.

Dalla loggia, per una breve scalinata, si accede all'appartamento papale, quello di Paolo III; infatti sono stati molti i pontefici che hanno messo mano alle situazioni alloggiative private. La prima sala dell'alloggio paolino, detta del consiglio, ha le pareti riccamente decorate da affreschi di Perin del Vaga e Pellegrino Tibaldi. I chiaroscuri si debbono a Polidoro Caravaggio. Ora si accede alla sala del Perseo con altri bellissimi fregi e con il soffitto in fantastica opera lignea. Da godersi il notevole arredo comprendente arazzi, pitture e soprammobili.

Tornati alla sala del consiglio un breve corridoio ci reca alla biblioteca, poi è la sala dell'Adrianeo, quindi quella dei Festoni; quindi una scaletta reca alla prigione di Cagliostro, inquietante personaggio mezzo mago, mezzo cialtrone e ispirato capopopolo. Iniziano quindi i gabinetti del Delfino, della Salamandra e quello della Cicogna, con sempre oggetti di notevole interesse storico, artistico e documentario.

Tornati nella Biblioteca si sale ora, attraversando una piccola sala, all'archivio segreto di Paolo III e quindi ai locali del tesoro, in cui furono ritrovati tre forzieri gonfi di gioielli e di documenti rari, abbandonati per circa centocinquant'anni in questi locali.

[Castel Sant'Angelo fotografato dal Lungotevere]

Sotto la statua dell'angelo è una saletta a struttura romana cui si accede attraverso una scala; un'altra scala e si accede alla sala delle colonne; ed eccoci infine sulla sommità del Castello e sulla sua grande terrazza. Sopra alla quale è visibile in tutta la sua grandezza la statua bronzea dell'angelo rinfoderante la spada della peste; almeno a sentire la leggenda gregoriana degli albori del cristianesimo. La campana visibile dal lato della terrazza che guarda S. Pietro è detta della Misericordia, in quanto si metteva a battere ogni volta che avevano luogo le esecuzioni capitali; infatti il maniero ospitava, si fa per dire, i rei a vario titolo meritevoli della corda o della mannaia. Il panorama che da qui si stende ai piedi del visitatore è celebre quanto perlomeno il Castello stesso.

Altre vittime illustri della giustizia papale ospiti del Castello saranno il conte di Mortorio, duca di Paliano, il conte d'Aliffi, il già citato Cellini, che ne fuggì temerariamente, sia pur rompendosi una gamba nello scivolare giù dall'ultimo muraglione. A scusante dei carcerieri, per la verità piuttosto consenzienti nell'aiutarlo dato l'oro che circolava, la cella dell'incisore papale era tra quelle privilegiate poste sul piano del cortile. Una fuga fortunata solo nella prima parte, giacché raggiunta la casa di certi suoi amici, il Cellini fu preso di nuovo e costretto stavolta in una cella tra le più tetre del maniero, dove i tentativi di evasione sarebbero stati impossibili; sulla parete di questa sua seconda cella, secondo una leggenda il Cellini avrebbe disegnato a carboncino un «Cristo risorto», il visitatore ne può individuare ancora qualche traccia sbiadita.

Parlando di Castel Sant'Angelo, vale la penna accennare alla vicenda di Marozia, la terribile tiranna di Roma, una donna barbarica dai lucidi disegni egemonici. Già amante di papa Sergio III, al tempo delle invasioni saracene del Lazio, negli anni 904-911, poi moglie di Alberico I, marchese di Spoleto, e successivamente di Guido di Toscana, in Castello costei volle spiritosamente impalmarsi con un tale Ugo da Provenza, suo cognato. Ma proprio durante questo ostentato matrimonio, Alberico II, il figlio natole dal primo marito, s'impadronì del potere e della città, ed entrato all'improvviso in Castel S. Angelo, costrinse Ugo alla fuga, mentre Marozia finì i suoi giorni ristretta in carcere.

In Castello ai tempi di Michelangelo e del Bernini, che ne idearono e perfezionarono le macchine necessarie, si accesero periodiche girandole e fantasmagorici fuochi d'artificio.

[Castel Sant'Angelo fotografato dal ponte omonimo]

Si trattava, come riporta la cronaca, di: «torrenti di luce bacinanti, fiammate, razzi, balenii, come fulmini che imitavano la tempesta, eruzioni di fontane dai larghi e continui getti, ceste di fiori e poi giganteschi grappoli da una miriade di stelle di fuoco di tutti i colori, enormi ruote che giravano vorticosamente spandendo zampilli, velocissimi razzi che solcavano il cielo, spegnendosi poi con fragore di scoppi o che si aprivano in alto assumendo l'aspetto di fantastiche piovre dai cento tentacoli». Un tale spettacolo pirotecnico a sostituzione dei circenses neroniani avveniva, come si può capire, con grande interesse e afflusso di popolazione, ed è stato spesso descritto da tutti gli artisti e incisori amanti di Roma e del suo costume.

Ma la trattazione dedicata a questo tempio degli orrori potrebbe chiudersi senza attingere a qualche verso del Belli, riferito al monumento? Pensiamo di no, e ne riportiamo alcuni tratti appunto dal primo dei due sonetti, datati 6 gennaio 1832, intitolati «Caster-Zant'-Angelo»: «...dice che, a la Republica Romana, / lassù, pe' Via de' na frebbe maligna / c'era invece dell'angelo una pigna / e Castello era la gran "Mola adriana". / Accidenti che buggera de mola! / Averanno impicciato tutt'er fiume / co li rotoni de sta mola sola! / Oh varda, cristo! come Va er costume! / Macina prima er grano pe la gola, / eppoi peli' occhi fà girelli e fume!».

Evidente riferimento quest'ultimo verso ai fuochi d'artificio appena ricordati, che si facevano sopra il Castello per la delizia dei romani e buona politica pontificia, al fine di mantenere la popolazione soggetta e contenta, perlomeno con le apparenze [3].

[1] Romolo A. Staccioli, Guida insolita ai luoghi, ai monumenti e alle curiosità di Roma antica, Newton & Compton, Roma 2000, pp.339-343.

[2] Autori vari, La grande guida dei rioni di Roma, Newton & Compton, Roma 2000, pp.642-643.

[3] Riduzione tratta dalle pagine 933-943 de La grande guida dei rioni di Roma, Newton & Compton, Roma 2000.

Articolo di Michele Diodati pubblicato il  16/12/2005 alle ore 17,21.

Indice del Pesa-Nervi | Diodati.org

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