Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

La ricerca del capro espiatorio

La traduzione in italiano di «The search for scapegoats», una delle parti dell'inchiesta sull'Italia pubblicata il 26 novembre scorso da «The Economist», con il titolo «Addio, dolce vita».

I guai dell'economia sono sempre colpa di qualcun altro

[Due grafici che mostrano il calo delle esportazioni e l'aumento del costo del lavoro in Italia a paragone di Francia, Spagna e Germania]Alcuni dei malanni che hanno fatto dell'Italia il nuovo "malato d'Europa" possono essere fuori del suo controllo. Di sicuro all'attuale governo piace far pensare che lo siano. I ministri rilevano che l'intera UE, e specialmente l'eurozona, sta pure dibattendosi in problemi economici, soprattutto dal momento degli attacchi terroristici all'America dell'11 settembre 2001. Il ministro italiano delle finanze di allora, Giulio Tremonti, fu rapido nel dare la colpa ai terroristi per l'indolenza dell'economia italiana.

Quando è ritornato al suo vecchio incarico due mesi fa, dopo le improvvise dimissioni di Domenico Siniscalco, Tremonti ha trovato presto due nuovi capri espiatori verso cui puntare l'indice accusatore: l'euro e la Cina. L'allusione a un personaggio politico non era per nulla troppo sottile. Era il leader dell'opposizione, Romano Prodi, che come primo ministro nel 1998 aveva portato l'Italia nella valuta unica europea; e che come ex presidente della Commissione europea poteva essere accusato di aver favorito la globalizzazione e di aver aperto il mercato europeo all'importazione di merci cinesi.

Certamente il contesto macroeconomico degli ultimi anni è stato sfavorevole all'Italia. Una popolazione italiana sempre più anziana e quasi stagnante, ha fatto poco per la domanda interna di beni e servizi. La politica fiscale è stata di necessità obbligata: il governo precedente dovette tagliare bruscamente il deficit di bilancio per qualificarsi per l'euro, e l'attuale ha avuto le mani legate dal patto di stabilità e crescita dell'UE. Nei suoi primi anni la politica valutaria della Banca Centrale Europea [1] è stata, discutibilmente, troppo restrittiva per paesi come l'Italia e la Germania, riflettendo la difficoltà di fissare un unico tasso d'interesse che soddisfacesse 12 economie enormemente diverse.

Ma la più grande debolezza dell'Italia in questi ultimi anni è stata l'andamento delle sue esportazioni. Il più grande mercato del paese è la Germania, la cui economia nazionale, e quindi l'appetito per le importazioni, recentemente non è stata in buona salute, sebbene le sue esportazioni stiano andando a gonfie vele. L'Italia soffre del problema opposto: il suo consumo interno si mantiene ragionevolmente sostenuto, ma la sua competitività è andata diminuendo, il che ha portato a una caduta nella sua quota di esportazioni nel mondo.

Qui è dove entra in gioco l'euro, benché non proprio nel modo che a Tremonti e ad alcuni dei suoi colleghi piace argomentare. Molti italiani credono sinceramente che la conversione dalla lira all'euro abbia innescato un'esplosione dell'inflazione, che ha tagliato gli standard di vita ed eroso la competitività. Questi problemi, ritengono, sarebbero stati esacerbati dall'apprezzamento dell'euro sul dollaro. Persuasi da questo argomento, alcuni nella Lega Nord, in particolare Roberto Maroni, il ministro del welfare, vanno ora dicendo che la lira dovrebbe essere resuscitata. Maroni ha tentato anche di raccogliere firme sufficienti per un referendum [2] sulla questione. Mario Monti, un ex commissario europeo e ora presidente dell'Università Bocconi di Milano, stigmatizza il fatto che la Lega Nord abbia compiuto un totale dietro-front. Nella metà degli anni '90 era così entusiasta della valuta unica che voleva che il nord (la "Padania") aderisse da solo, se il paese nel suo insieme si fosse trovato nell'incapacità di rispettare le condizioni di adesione.

In realtà l'euro non è stato poi tanto cattivo per Italia come i critici vogliono far credere. L'inflazione, che si è abbassata bruscamente con l'entrata dell'Italia nel regime di tasso di cambio fisso nel 1999, è rimasta bassa; questo è stato davvero uno dei benefici chiave dell'appartenenza all'euro. Il passaggio alle banconote e monete in euro tre anni più tardi ha avuto un effetto trascurabile sul livello generale dei prezzi, secondo l'ufficio statistico italiano generalmente affidabile. Evidentemente il prezzo di alcuni beni e servizi d'ogni giorno è cresciuto irragionevolmente dal momento che alcuni commercianti hanno approfittato della confusione seguita alla conversione. Ristoranti e bar sono stati certamente colpevoli di fare cassa: da qui la diffusa lagnanza che il prezzo di una tazzina di caffè è raddoppiato nottetempo. Il governo avrebbe dovuto fare di più per fermare tale affarismo. Ma simili furbate non sono di sostegno all'argomentazione, che anche ai politici di lungo corso piace esibire, secondo cui molte aziende italiane avrebbero scelto di convertire tutti i loro prezzi cambiando 1000 lire a 1 euro invece che al tasso corretto di 1.936 lire [3] per 1 euro.

Un modello diverso

Ciò che è innegabile è che l'euro ha rotto inevitabilmente l'abitudine dell'Italia a frequenti svalutazioni. In effetti, l'adesione alla valuta unica ha costretto l'Italia a cambiare il suo intero modello economico. Invece di contare su alta inflazione, alti deficit di bilancio e svalutazioni della moneta, ha dovuto imparare a vivere con inflazione bassa, deficit di bilancio bassi e una valuta unica europea fissa. Non è sorprendente che un aggiustamento tanto massiccio sia stato doloroso, e resti finora incompleto: in particolare perché l'inflazione dei prezzi e dei salari è tuttora più alta che in altri paesi dell'eurozona [4].

Questo significa che l'Italia avrebbe dovuto fare una scelta diversa? A Maroni e ai suoi alleati piace additare la Gran Bretagna per dimostrare che un paese può prosperare nell'UE, ma fuori dell'euro. Tuttavia il paragone è fuorviante. La Gran Bretagna non ha seguito un percorso di inflazione alta, di un deficit di bilancio alto e svalutazione frequente stando fuori dell'euro, e neanche sarebbe stato possibile per Italia fare così. Le forti svalutazioni della lira nel 1992, e di nuovo nel 1995-96, determinarono reazioni furiose negli altri paesi europei, specialmente in Francia. E' difficile vedere come il mercato unico europeo sarebbe potuto sopravvivere, se l'Italia avesse perseverato nella sua pratica precedente.

Il rischio rating

Da La Repubblica, rubrica L'Ottovolante,
di giovedì 15 dicembre 2005

MILANO - Tempesta di fine autunno sul governo. Il presidente di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo, è tornato a maneggiare lo sciabolone e ha parlato di un paese allo sbando, di un quadro deprimente e di un'Italia da rifare. Esagerazioni polemiche? Forse non tanto, visto che anche l'agenzia di rating Standard & Poor's non è andata molto per il sottile: in Italia non si sono fatte le riforme che andavano fatte e quindi, se le cose non cambiano, il rating relativo all'Italia dovrà essere tagliato. In parole ancora più chiare: o l'Italia taglia le spese e il debito accumulato o Standard & Poor's si troverà costretta a rivedere il rating italiano, peggiorandolo. Il che significa che si dovrà pagare di più per i debiti del paese (che sono un'enormità, come tutti sanno). L'agenzia ha anche lasciato capire che da questo governo non si aspetta più molto.

Si attende il nuovo governo, e si vedrà che programmi presenterà. Se saranno buoni, bene. In caso contrario, giù un bel taglio al rating, e tanti saluti. L'ufficio studi della Confindustria, intanto, ha confermato una crescita dello 0,2 per cento per il 2005 e una di poco più dell'1 per cento nel 2006.

Il testo precedente è tratto da La lettera finanziaria, pubblicata sul sito web de L'espresso il 15/12/2005.

Non piangere per me, Italia [5]

Più drammaticamente, l'Italia sarebbe potuta arrivare anche al disastro. Perché c'è un altro, più terribile esempio di un paese che ha preferito andare per la sua strada: l'Argentina. Il parallelo è preoccupante non perché l'Argentina è un paese con un forte retaggio italiano, o perché una volta era ricco e poi è divenuto relativamente più povero, ma piuttosto perché adottò una variante estrema del vecchio modello italiano: alta inflazione, alta spesa pubblica, alti deficit di bilancio e svalutazioni frequenti. Tutto questo terminò nel 1991, quando l'Argentina adottò il suo piano di "convertibilità" per agganciare il peso al dollaro, l'equivalente della decisione dell'Italia di aderire all'euro nel 1998. Tuttavia in Argentina, inflazione, spesa pubblica e deficit di bilancio elevati furono persistenti. Il risultato fu una perdita di competitività e una recessione dirompente; e, a gennaio del 2002, la fine improvvisa del piano di convertibilità [6], non appena l'Argentina simultaneamente svalutò e dichiarò la moratoria sul debito, congelando il pagamento degli interessi e sospendendo il rimborso dei capitali in scadenza (il che, incidentalmente, si è dimostrato costoso per i risparmiatori italiani, molti dei quali avevano investito pesantemente nel debito argentino [7]).

Fu una vicenda fosca, e c'è abbondanza di cupi analisti che predicono un fato simile per l'Italia. Tuttavia l'analogia con l'Argentina sarebbe potuta essere più stretta se l'Italia avesse tuttora mantenuto la lira, e fosse così stata soggetta allo stesso genere di pressione speculativa che alla fine ha spezzato il legame dell'Argentina con il dollaro. Per esempio, un'Italia fuori dell'euro non sarebbe uscita relativamente indenne dalle recenti dimissioni di Siniscalco e dalla collegata controversia sul governatore della Banca d'Italia [8] (vedi approfondimento su Fazio).

Infatti, è l'appartenenza all'euro che ha reso sopportabile il peso del debito pubblico dell'Italia, tagliandone seccamente i costi di servizio [9]. Siniscalco dichiara che, quando era ministro delle finanze, ogni giorno ringraziava Dio per l'euro, senza il quale il suo lavoro sarebbe stato persino più impossibile di quanto già non fosse. Anche la maggior parte delle aziende italiane sostiene con forza che l'Italia continui a partecipare all'euro.

Ciò implica, in ogni modo, che per rimanere competitiva senza ricorso alla svalutazione, l'Italia deve introdurre riforme strutturali per migliorare la produttività e frenare i costi, così come mettere in ordine le sue finanze pubbliche. L'euro ha, in effetti, messo in luce le vere debolezze dell'Italia, che sono di natura microeconomica. Esse includono le rigidità nei mercati del prodotto e del lavoro e l'insufficiente concorrenza. Questi problemi strutturali sono in certa misura comuni a tutti i paesi dell'eurozona, ma in Italia sembrano spesso peggiori. Saranno discussi in maggior dettaglio nel prossimo articolo.

Se nulla fosse fatto, potrebbe l'Italia finire sulla stessa strada dell'Argentina, costretta ad abbandonare l'euro, a svalutare e forse a non pagare più gli interessi sul debito? In un paese che è un membro del ricco club del G7 [10], un simile evento sarebbe un cataclisma, quale può essere perché i mercati finanziari non sembrano aspettarselo. Il differenziale [11] tra il debito pubblico italiano e quello tedesco rimane relativamente piccolo. Ma si è allargato nello scorso anno, e le agenzie di credit rating [12] hanno cominciato a suonare l'allarme sul debito pubblico dell'Italia, il terzo più grande nel mondo. E' molto improbabile che l'Italia abbandoni l'euro, volontariamente o meno. Anche così, il paese dovrebbe fare attenzione agli avvertimenti che stanno cominciando ad arrivargli dai mercati.

Paradossalmente, anche se l'appartenenza all'euro ha reso più urgente per l'Italia affrontare i suoi difetti strutturali, può anche aver reso più facile evitare di farlo, tagliando i tassi d'interesse e eliminando le crisi del tasso di cambio. Come riporta l'OCSE [13] nel suo più recente rapporto sull'Italia: «E' piuttosto ironico che l'adesione all'UEM [14] (...), in effetti, abbia allentato la percezione del bisogno di aggiustamenti strutturali tanto dal lato dell'offerta che da quello fiscale».

Qualcosa di simile accadde in Argentina dopo che adottò il suo piano di convertibilità: la gente cominciò a credere che fare lo sforzo di un tasso di cambio permanentemente fisso bastasse, da solo, a sanare i problemi dell'economia. In entrambi i paesi, il nuovo regime del tasso di cambio fisso ha finito per essere considerato il punto finale delle riforme, piuttosto che un preludio a più ampi aggiustamenti strutturali. Il bisogno di questi aggiustamenti in Italia è ora più grande che mai.

Note del traduttore

[1] La Banca Centrale Europea (BCE) dal 1° gennaio 1999 ha il compito di dare attuazione alla politica monetaria europea, definita dal Sistema europeo di banche centrali (SEBC), di cui é parte integrante pure la Banca d'Italia.

[2] Della posizione leghista e del referendum sull'euro parla diffusamente l'articolo Il "calderolo" e la contestazione contro Ciampi di Giorgio Maimone e Alfredo Ranavolo, sul sito web de Il Sole24Ore.

[3] Per l'esattezza, 1 euro vale 1936,27 lire, come ci ricorda un ormai storico articolo di La Repubblica del 31 dicembre 1998.

[4] Eurozona è una nuova parola composta, come molte altre simili, dal prefissòide euro più la parola zona. Invalsa nell'uso tecnico ed economico dal 1998, con la nascita della nuova moneta unica, designa appunto l'insieme degli Stati che hanno aderito all'euro.

[5] Chi non ricorda il celebre musical Evita, e l'omonimo film in cui la pop star Madonna veste i panni di Eva Duarte, alias Evita Peron, e canta struggente "don't cry for me Argentina"?
In argomento, ma per riflettere sull'implementazione di certe ricette economiche, un articolo di Moni Ovadia, pubblicato dall'Unità, e ora nell'edicola de Il porto ritrovato.

[6] E' istruttiva la lettura dell'articolo Cette mortelle fascination du dollar dell'economista Michel Husson apparso su Monde Diplomatique nel febbraio 2002 (Quel mortale fascino del dollaro, sul sito de Il Manifesto).

[7] Si tratta della scottante vicenda dei tango bond, come presto vennero chiamate dalla stampa le obbligazioni pubbliche argentine. Notizie, approfondimenti e una cronologia del default argentino su Miaeconomia.

[8] Si legga al proposito l'articolo Catullo e l'euro pubblicato sul Pesa-Nervi.

[9] Il servizio di un prèstito è il pagamento degli interessi e il rimborso delle quote di capitale maturate, come stabilito dal piano di ammortamento del prestito stesso. Il servizio del prestito pubblico figura appunto tra le spese ordinarie più gravose del bilancio dello Stato.

[10] G7, o Gruppo dei Sette, è il gruppo intergovernativo informale di cui fanno parte Canada, Francia, Germania, Giappone, Gran Bretagna, Italia e USA.

[11] Si parla qui del differenziale (spread) tra i tassi di interesse, riscontrato sul mercato, dei titoli di debito pubblico omologhi emessi dall'Italia e dalla Germania (in particolare lo spread BTP a 10 anni / Bund tedesco decennale). E' una misura relativa del "rischio paese" e un termometro della fiducia del mercato internazionale nell'economia italiana.

[12] Il credit rating, o più semplicemente rating, è la valutazione del grado di rischio di inadempienza di un determinato debitore - una società, un ente pubblico, o una nazione - espressa spesso da una società specializzata, l'agenzia di rating, attraverso un voto, opportunamente graduato.
Il voto assegnato da qualificate agenzie di rating è tenuto ovviamente in grande considerazione dagli investitori ufficiali e dagli stessi debitori. Il declassamento nel rating ha, infatti, un effetto diretto sul valore dei titoli di debito emessi dal debitore; nel caso di obbligazioni negoziate, il mercato può deprezzarle fino al limite di considerarle letteralmente "spazzatura" (junk bonds). Ciò perché la stima di un maggior rischio di insolvenza tende a peggiorare la posizione del debitore; infatti, questi per finanziarsi dovrà sopportare un inevitabile aumento degli interessi debitori, con le conseguenze della crescita del volume del suo indebitamento e quindi dell'ulteriore diminuzione della sua solvibilità.
Da ciò si capisce come chi si occupa di rating abbia alla fine un potere immenso, ma pure possa subire pressioni altrettanto grandi.

[13] OCSE, Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (in inglese, OECD, Organisation for Economic Cooperation and Development). Sul suo sito web si trovano le pagine e i documenti dedicati all'Italia, tra cui l'importante Rapporto Economico 2005. L'Italia mantiene presso l'OCSE, a Parigi, una rappresentanza permanente, il cui sito web offre interessante documentazione in italiano.

[14] UEM, Unione Economica e Monetaria. Il termine fu introdotto dal Trattato sull'Unione Europea, firmato a Maastricht nel febbraio 1992, intendendo con esso il progressivo trasferimento a livello comunitario di poteri decisionali in materia di politica economica, culminante con l'adozione della moneta unica.

Articolo di Vittorio Bica pubblicato il  19/12/2005 alle ore 17,52.

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