Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Panico e vita quotidiana

Il coraggioso racconto di una vittima di questa malattia psicosomatica, da cui è difficile ma non impossibile guarire.

Introduzione

Il termine "panico" ha origini antiche. Deriva infatti dal nome del dio greco Pan che, secondo la tradizione, si divertiva a terrorizzare i viandanti che si avventuravano in luoghi selvaggi e solitari. Il panico è una malattia psicosomatica con una sintomatologia precisa: sensazione di essere minacciati da un pericolo di morte imminente, tachicardia, sudorazione, tremori e formicolii agli arti, senso di soffocamento, vertigini, sbandamenti, derealizzazione (sensazione di uscire fuori dalla realtà o dal proprio corpo e di impazzire). Questa sintomatologia generale può variare da soggetto a soggetto. Attualmente si è incerti sulla genesi della malattia, ma tendenzialmente vi sono due scuole di pensiero: la scuola organicistica e quella psicoanalitica. La prima sostiene che all'origine della malattia vi siano squilibri chimici nell'organismo, e che quindi si debba intraprendere una cura di tipo farmacologico; la seconda, al contrario, ritiene che il panico derivi da traumi subiti in passato ed in seguito rimossi. A mio avviso, entrambe le terapie possono essere intraprese in parallelo ed integrate l'una con l'altra, in quanto se da un lato la terapia farmacologia serve a controllare i sintomi fisici, dall'altro la psicoterapia si rivela fondamentale per affrontare i problemi più profondi del malato. Quest'ultimo molto spesso si trova rinchiuso in un circolo vizioso che potremo definire "paura della paura": per evitare possibili situazioni che scatenino un attacco di panico, il malato riduce progressivamente tutti i possibili contatti con l'esterno, e ciò influisce sulla sua vita lavorativa e sociale. Di seguito riporterò la mia personale esperienza di malato, nella speranza che possa servire d'aiuto ad altri.

Il mio panico

[Il celeberrimo 'Urlo' del pittore norvegese Munch]La mia malattia si è evoluta a ondate, nelle pause delle quali ho potuto continuare gli studi all'università e trovare in alcuni casi lavoro.

Prima fase: esordio

Il mio primo, violento attacco di panico si è verificato il 17 settembre 2000 a Torino, dove studiavo. Era domenica e molti negozi erano chiusi. Ricordo che cominciò mentre aspettavo l'autobus numero 12 in Via Bertola. Mi raggomitolai per terra e la gente fece il vuoto intorno a me. È normale che questo succeda nelle grandi città. Riuscii a salvarmi prendendo l'autobus. Nei giorni successivi mi sembrò di vivere in un incubo: tutto era diverso, trasformato. Passavo le notti a scandire il tempo con lo sferragliare dei tram. Pensavo che tutto questo dipendesse dal fatto che ero lontano da casa e dalla mia ragazza, e così decisi di tornare. A Vasto le cose non cambiarono: stavo male lo stesso. Cominciai una terapia farmacologia che all'inizio procedette per tentativi. I farmaci a volte mi davano un'euforia ed un'eccitazione quasi maniacali, altre volte mi facevano dormire per ore durante il giorno. Spesso urlavo e cercavo di gettarmi giù dal balcone oppure mi barricavo in bagno per tagliarmi le vene. Ero confuso, non capivo. Ricordo che una volta, dopo aver preso un nuovo farmaco, uscii con mio padre per fare una passeggiata. Mi sembrò che il mondo camminasse nell'acqua, e per fortuna smisi di prendere quel farmaco. Questa situazione andò avanti per alcuni mesi, durante i quali scrivevo lettere ai dottori cercando aiuto. Una volta fui sul punto di aggredire un agente della Polizia Ferroviaria che mi aveva redarguito perché stavo urlando in stazione. Il 14 febbraio 2001 la mia ragazza mi lasciò. Disse che non se la sentiva di stare con un malato. Finiva così la prima fase della malattia e ne cominciava un'altra.

Seconda fase: depressione

Quando la mia ragazza mi lasciò, entrai in una fase di depressione tremenda. Avevo scoppi di euforia e subito dopo piangevo. Fracassai a pugni la porta e la finestra della mia stanza. Poi cominciai a scrivere. Riempivo quaderni con frasi come "il mondo che ancora vedo sta cambiando" oppure "le idee ridotte ad un mucchio di bastoncini secchi, inadatti persino per il più misero fuoco", e le trovavo incredibilmente poetiche. Avevo incubi tutte le notti. Nonostante questo, continuavo a dare esami all'università (mi ero trasferito in quella di Pescara) con ottimi voti. Era come se stessi vivendo due vite completamente distinte, e nella finzione di quella realtà ero forse il più grande attore del mondo. Nella depressione ci si chiude in se stessi, ed è come essere sordi, muti e ciechi. Sparisce il futuro, ed il passato bussa tutti i giorni sui vetri col sole del primo mattino. I progetti non vanno al di là di quello che vedremo la sera in televisione. Mi feci crescere una folta barba, e le poche volte che riuscivo ad uscire mi trascinavo in giro come un fantasma. I sintomi fisici del panico erano regrediti, grazie ad una nuova cura che stava avendo successo e che non aveva effetti collaterali. Ma la depressione continuava. Un goffo tentativo di avvicinare una ragazza conosciuta all'università acuì questo mio malessere. Cominciai ad essere ossessionato dalla paura di restare solo, di non trovare una compagna e di non riuscire a formarmi una famiglia. Il 20 giungo 2004 tentai di togliermi la vita, e ne porto ancora una profonda cicatrice sull'avambraccio sinistro. Ma a quel punto nella mia vita era già entrata l'informatica ed una nuova fase era appena nata.

Terza fase: Internet e il volo della fenice

Io credo che Dio operi sia attraverso le persone che le cose. Nel mio caso ha operato attraverso un modem ADSL e attraverso le persone che ho conosciuto in Rete. Grazie al Web ho avuto modo di rompere il muro d'isolamento che mi circondava e di aprirmi al mondo, al dialogo e alla conoscenza degli altri. Ho imparato che gli altri non sono delle isole e che il Web può abbattere tutte le barriere. Per questo ho sposato l'accessibilità come causa per la quale vale la pena battersi. Come Jeffrey Zeldman, non penso che il Web isoli, ma che, al contrario, favorisca la socialità e l'apertura verso culture e modi di pensare differenti dai nostri. Ma il Web è un complemento, non un sostituto della nostra vita quotidiana. Per questo chi è malato deve continuare a battersi.

Epilogo? La lotta continua!

Innanzitutto la lotta nel quotidiano, la lotta per uscire di casa, l'autostima e la fiducia in se stessi e nei propri mezzi sono fondamentali per vincere questa malattia. Non siamo soli. Altri ce l'hanno fatta e la loro testimonianza la troviamo su http://www.lidap.it. Io continuo a lottare tutti i giorni. Non sempre vinco, ma mi sforzo di non lasciarmi abbattere dalle difficoltà. La migliore terapia sta in noi e nell'affetto di chi ci è vicino. Non lasciamoci isolare dalla paura. Di panico non si muore, ma di solitudine si, perché si muore dentro. Un passo alla volta e apriremo la porta. E usciremo fuori.

Commenti dei lettori

  1. Commento di Michele LEdda - 22/12/2005 ore 14,07

    Caro Gabriele,
    il tuo articolo non mi ha colpito per nulla. Perchè?
    Perchè caro mio ci son passato anche io. E' incredibile come chi abbia sofferto di attacchi di panico descriva le cose in modo che ti ci ritrovi appieno.

    Dico non mi ha colpito ovviamente in tono polemico. Non verso di te ma verso tutte quelle persone che ti guardano come un alieno appena tenti di spiegare cosa significhi, come se avessi un morbo contagioso e incomprensibile.

    Hai fatto bene a scrivere quello che hai scritto. In questa malattia, perchè tale è, esiste il cosiddetto momento zero che è il primo attacco, dove perdi completamente il lume della ragione perchè la paura ormai ti ha invaso completamente e così per tutto il tempo in cui magari giri 20 ospedali a farti fare elettrocardiogrammi, ecografie, spirometrie, e tutte le analisi possibili. Non troveranno nulla e allora piano piano scopri che esiste questa malattia. Colpisce il tuo ego, la tua autostima il tuo essere in modo implacabile. Ma uno se ne fa una ragione cerca di capire i motivi, si fa aiutare, fa le cure necessarie e pian piano riinizi a vivere.

    Lo sai che ancora oggi faccio una passeggiata pensando a quanto sia bella farla senza dover tenere il cellulare in tasca con il 118 pronto ad essere chiamato perchè da un momento all'altro potevo sentirmi male?

    Si può uscirne con l'aiuto di tanti fattori. Buoni medici anzitutto, la vicinanza di persone che ti vogliono bene, e la voglia di reagire.

    In bocca al lupo Gabriele. Di cuore credimi.
    Michele
  2. Commento di Gabriele Romanato - 22/12/2005 ore 18,02

    Grazie di cuore Michele! ^_^
    Il mio grosso problema ora è che il panico mi crea un forte handicap con le ragazze. ho già avuto diversi rifiuti in questi quattro anni....

    ciao & grazie ancora!
  3. Commento di Andrea Paiola - 25/12/2005 ore 10,44

    Gabriele grazie per la tua testimonianza.

    Penso sia difficile aprirsi così e raccontare parti così difficili della propria vita attraverso un mezzo così freddo quale è il pc (almeno lo è per me).
    Ma forse è proprio questa lontananza fisica che ti permette di comunicare (almeno finchè non sarai guarito) più agevolmente sul web.

    Le ragazze non sono tutto, cerca piuttosto di costruire un io forte che ti permetta di non angosciarti se ti "manca la ragazza".
    Lo so, il supporto di una persona può essere fondamentale in determinate situazioni, e l'obiettivo penso che rimanga quello di farcela da soli, di vincere i propri demoni interiori.

    Superare i propri limiti, cercando di migliorare, sempre.

    ciao,
    Andrea.
  4. Commento di Extralife - 2/1/2006 ore 20,35

    Le persone che si sentono a disagio e diverse in questo mondo sono forse le uniche che, se dotate di forza mentale, possono cambiare qualcosa in meglio.

    La tua lotta contro la "malattia" deve continuare.

    Spero tu possa capire quale sia il tuo arduo compito in questo mondo.

    Ciao e auguri
  5. Commento di Gabriele Romanato - 11/1/2006 ore 17,45

    Scusate se vi rispondo così in ritardo. Grazie immensamente per il vostro supporto. ciao :-)
  6. Commento di sandra - 12/1/2007 ore 9,06

    il primo attacco di panico l'ho avuto quando il mio ragazzo mi ha lasciata, credevo di morire durante le crisi, ero certa che il cuore si fosse fermato da un momento all'altro. Poi siamo tornati insieme e gli attacchi sono finiti, dopo altri 6 mesi mi ha rilasciata, umiliandomi e dicendomi le cose peggiori per essere certo che me ne andassi, e gli attacchi di panico da quel giorno,ormai 20 gg, non mi abbandonano più, stanotte ne ho avuti a ripetizione uno dietro l'altro, un incubo infinito, ho paura nell'aspettare il prossimo attacco, nessuno di chi sa si rende conto, minimizza, e si sta allontanando da me. sono sola in tutto questo.
  7. Commento di Michele Diodati - 12/1/2007 ore 9,33

    Ciao Sandra, perché non provi a rivolgerti a uno psicologo? Meglio farlo subito, prima che il tuo disturbo possa diventare cronico e influenzare negativamente la tua vita futura.
  8. Commento di Umberto De Borgo - 22/3/2007 ore 13,10

    Non credi che i più esperti di disturbi d'ansia e panico (D.A.P.) siano coloro che li hanno sperimentati direttamente? Riesci ad immaginare di poter dare aiuto, proprio mentre ne stai ricevendo? Pensi che sia utile attivarsi, insieme ad altre persone, per recuperare il proprio benessere? Allora... unisciti a noi! LIDAP ONLUS l'unica associazione no-profit, tra pazienti ed ex pazienti DAP (Disturbo da Attacchi di Panico), gestita interamente dai propri associati, presente ed operante su tutto il territorio nazionale, dal 1991.

Articolo di Gabriele Romanato pubblicato il  22/12/2005 alle ore 13,50.

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