Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Strutturalmente malata

La traduzione della parte intitolata «Structurally unsound», alle pagine 6-12 dell'inchiesta sull'Italia («Addio, dolce vita»), pubblicata su «The Economist» del 26/11/2005.

Così facile indicare ciò che è sbagliato, così difficile correggerlo

Negli ultimi dieci o venti anni, le debolezze strutturali dell'economia italiana sono divenute brutalmente evidenti. Ciò che rende particolarmente difficile fronteggiarle è che per anni molte di esse non sono state considerate punti di debolezza, ma di forza. Alla richiesta di spiegare quello che non va in Italia, Francesca Bettio [1], un'economista dell'Università di Siena, dà una risposta immediata: la famiglia. È responsabile del fatto che la maggior parte delle imprese italiane è piccola e posseduta privatamente; ha contribuito a un basso tasso di partecipazione femminile alla forza di lavoro; ed è almeno in parte da rimproverare per la bassa mobilità lavorativa e sociale.

Tuttavia per molti anni, dopo la seconda guerra mondiale, la famiglia fu considerata una risorsa, non uno svantaggio, nel mondo degli affari italiani. Questo può essere visto più chiaramente nella proliferazione di piccole imprese (spesso familiari) nell'Italia settentrionale, molte delle quali raggruppate in distretti [2]: prodotti di lana a Biella, manufatti tessili di cotone a Varese, scarpe ad Ascoli Piceno, maglieria a Carpi, abbigliamento femminile attorno a Treviso (casa di Benetton, fra gli altri), e così via. Una volta questi distretti figuravano negli studi delle scuole aziendali come una fonte chiave della forza economica dell'Italia, specialmente nel nord, ora una delle regioni più ricche d'Europa.

[Grafico che mostra l'alto numero di piccole e medie imprese italiane a confronto di quelle esistenti in altri paesi della UE]L'Italia nel suo insieme, infatti, divenne un caso esemplare di "piccolo è bello". Circa due terzi dei lavoratori manifatturieri sono in imprese con meno di 100 dipendenti, comparato con il 37% in America e il 31% in Germania. L'Italia ha più piccole e medie imprese che qualsiasi altro paese in Europa: qualcosa come 4,5 milioni, o approssimativamente un quarto del totale nell'UE a 15 (si veda la tabella qui a lato).

Il rovescio dell'avere molte piccole imprese, comunque, è averne poche grandi. Come membro del G7, l'Italia ha davvero poche grandi società: per molti anni l'elenco andò a malapena oltre la FIAT, che una volta contava per quasi il 5% del PIL italiano. Una delle ragioni è il grosso peso dello Stato, che possedeva la maggior parte delle grandi banche, delle società di pubblica utilità e anche molte imprese industriali. L'IRI [3], la gigantesca società a partecipazione statale originariamente creata da Mussolini, fu gestita in passato nientemeno che da Romano Prodi. Ancora oggi, molte delle grandi imprese in Italia sono società di pubblica utilità e banche che prima erano possedute dallo Stato. Negli ultimi vent'anni, mentre le straordinarie piccole imprese d'Italia raccoglievano tante lodi, il paese ha perso molta della sua presenza in settori industriali come la chimica, la farmaceutica, i computer e le lavorazioni alimentari.

Quando più grande è meglio

Che c'è di sbagliato nell'avere molte piccole imprese? Ci sono due risposte. Una è che la globalizzazione e la concorrenza dell'Asia (specialmente la Cina) hanno premiato le dimensioni [4]. Negli anni '60 e '70 era sufficiente approvigionare il mercato interno, o al massimo tendere il braccio a dei vicini come la Francia e la Germania, e contare sulla propria banca locale per finanziarsi. Ora, per avere successo, una società come Benetton è dovuta crescere al punto da approvvigionare il mercato mondiale e da ottenere i suoi prodotti ben lontano dall'Italia; non solo è quotata alla borsa di Milano, ma anche a quella di New York.

Il mercato finanziario italiano è piccolo se comparato alla dimensione dell'economia, con meno di 300 società quotate. L'amministratore delegato di Borsa Italiana [5], Massimo Capuano, ha grandi ambizioni su come rendere il mercato più attraente, non da ultimo attraverso un secondo mercato speciale per le piccole imprese. Ma molti proprietari di tali imprese non sono disposti a rinunciare al controllo e non gradiscono neppure di fare assegnamento su finanziamenti esterni. Inoltre, ripristinare la fiducia del pubblico in un mercato che è stato colpito duramente a dicembre del 2003 - quando Parmalat, uno dei più grandi gruppi alimentari d'Italia, andò in bancarotta [6] - si sta dimostrando difficoltoso. Parmalat aveva asserito di avere grandi fondi di cassa che si sono rivelati inesistenti. La legge per migliorare la corporate governance [7], resa urgente dallo scandalo, è ferma in questo momento in Parlamento.

L'altro problema delle piccole imprese italiane è che ve ne sono troppe nei settori produttivi sbagliati, e hanno fatto affidamento per troppo tempo sul basso costo del lavoro per essere concorrenziali. Le imprese tessili del Nord, che hanno passato la maggior parte dell'anno scorso a piagnucolare per avere protezione, sono esempi classici. Hanno avuto dieci anni per prepararsi alla cessazione dell'Accordo sui prodotti tessili e dell'abbigliamento dell'Organizzazione Mondiale del Commercio [8], che limitava l'importazione di merci dai paesi in via di sviluppo. Tuttavia quando l'accordo è scaduto all'inizio di quest'anno, molte imprese sono corse a Bruxelles per richiedere limitazioni "volontarie" sulle esportazioni cinesi [9]. Altri si sono associati al coro che attacca l'appartenenza dell'Italia all'euro. Pochissimi sono sembrati disposti ad accettare qualche rimprovero, per non riuscire a costituire nuove nicchie basate sul buon design, la politica commerciale o l'uso della tecnologia, piuttosto che sul lavoro a basso costo.

Tuttavia vi sono molti esempi di imprese italiane di successo, anche piccole, che hanno fatto proprio tali aggiustamenti. Quindici anni fa Benetton [10] produceva pressoché il 90% dei suoi vestiti in Italia; ora la quota è scesa a meno del 30%. Geox [11], un calzaturiere innovativo e di successo, produce all'estero la maggior parte della sua merce, come fa Luxottica [12], il principale produttore mondiale di occhiali da sole. Nel settore dei grandi elettrodomestici, la Merloni (ora Indesit [13]), che fu fondata 30 anni fa, è divenuta il terzo maggior fornitore europeo di frigoriferi, cucine e lavatrici. Il suo fondatore, Vittorio Merloni, che ne è ancora il presidente, nota che quasi la metà dei prodotti della società è fatta all'estero, inclusa la Cina, che per primo visitò nel lontano 1975. La Cina è anche, si lamenta, una fonte di merci contraffatte, complete dell'etichetta "Made in Italy" e perfino della garanzia della lavatrice.

Un altro esempio di successo è Cerutti [14], un costruttore di macchine tipografiche sofisticate con sede a Casale Monferrato, vicino Torino. Il suo presidente, Giancarlo Cerutti, ricorda che quando suo padre fondò l'impresa, dopo la seconda guerra mondiale, aveva sette concorrenti. Ora c'è soltanto un altro produttore di grandi macchine tipografiche, e Cerutti possiede quasi il 60% del mercato mondiale. Approvvigiona molti dei giornali e dei periodici in Europa, così come parecchi in America. Recentemente ha acquistato un impianto di produzione in Cina. Ha anche un centro tecnico in India, dove impiega alcuni dei migliori ingegneri di quel paese.

L'Olivetti [15], fiore all'occhiello dell'industria italiana dei computer, affondò alla metà degli anni '90, ma esistono alcune storie di successo che riguardano l'Italia anche nel settore delle tecnologie informatiche; e non soltanto nel Nord. Vicino Catania, in Sicilia, ST Microelectronics [16], un produttore di semiconduttori, è parte di un vitale distretto dell'alta tecnologia [17]. ST fu fondata negli anni '60, ma era sull'orlo della bancarotta quando Pasquale Pistorio [18], ora presidente onorario, la salvò all'inizio degli anni '80. Non solo Pistorio rimise in sesto la società, ma la fece crescere aprendo impianti di produzione vicino Napoli e Bari. Egli non ha altro che lodi per la competenza e l'alta qualità dei laureati in ingegneria italiani.

Tuttavia anche Pistorio ammette che l'Italia ha molti problemi. Nota che le esportazioni ad alta tecnologia ammontano soltanto al 12% del totale, la metà della media europea. L'Italia spende solamente l' 1,1% del suo PIL per ricerca e sviluppo, a paragone di una media UE di circa il 2% e al 3,2% del Giappone. La burocrazia e il sistema giudiziario sono lenti, la liberalizzazione è incompleta, le infrastrutture sono insoddisfacenti e il "cuneo" fiscale [19], che fa schizzare verso l'alto il costo del lavoro, è uno dei più grandi d'Europa. Pistorio ritiene che il governo Berlusconi abbia mancato di creare le giuste condizioni per attirare investimenti, o da fonti nazionali o dall'estero, e non abbia fatto abbastanza per incoraggiare l'innovazione.

Il tema è ripreso vigorosamente da Luca Cordero di Montezemolo, presidente di FIAT [20] e di Confindustria, l'associazione italiana degli industriali. Montezemolo sa tutto di risanamenti aziendali: salvò la Ferrari e ha aiutato ad allontanare Fiat Auto dall'orlo del bàratro. Tuttavia il recupero di Fiat deve molto all'ingegneria finanziaria, non a quella meccanica. Fiat ha ricavato liquidità da GM [21], a cui ha permesso di rinunciare a un'opzione d'acquisto sull'intera società, che la compagnia automobilistica americana aveva incautamente acquistato; ha insistito poi sulle banche finanziatrici, affinché convertissero alcuni dei loro prestiti in azioni. Se la Fiat avrà un futuro a lungo termine, dipenderà dai suoi nuovi modelli, in particolare dalla nuova Fiat Punto.

Seduto nel suo ufficio sopra la luccicante linea di produzione della Ferrari a Maranello, a sud di Modena, Montezemolo dice che l'Italia pagherà un prezzo alto se non riuscirà a introdurre riforme strutturali. In cima alla sua lista c'è più concorrenza, che fra le altre cose comporterà più privatizzazione. Altre riforme che egli considera prioritarie sono cambiamenti nel settore dell'istruzione, incluse le università; le infrastrutture, in tutto il paese; l'amministrazione pubblica, incluso il sistema giudiziario tortuoso e lento, che considera un grande deterrente per gli investitori stranieri; e, facendo eco a Pistorio, più innovazione e investimenti in R&D [22].

Montezemolo chiarisce che il mondo degli affari italiano è profondamente deluso dal governo di centro-destra di Silvio Berlusconi che tanto aveva promesso quando s'insediò nel 2001. A quel tempo Berlusconi disse a Confindustria «il vostro programma è il mio programma», ma non ha mantenuto le promesse. In ogni modo, Montezemolo non limita la sua critica a Berlusconi: attacca tutti i politici che hanno gestito il paese negli ultimi vent'anni, perché non sono riusciti a prendere decisioni difficili. E non accetta che governi riformisti possano perdere sempre le elezioni, citando controesempi come la Gran Bretagna.

Sarebbe sbagliato affermare che il governo Berlusconi non ha fatto niente nella direzione delle riforme. In due aree, pensioni e mercato del lavoro, è stato piuttosto coraggioso, anche se ha costruito su cambiamenti cominciati da governi precedenti. Data la sua prospettiva demografica, l'Italia ha bisogno di fare ancora di più per ridurre il suo formidabile carico pensionistico; e il governo ha rimandato timidamente l'inizio di alcune delle sue riforme più dolorose al 2008. Ma elevando l'età di pensionamento, tagliando i rendimenti delle pensioni e incoraggiando fondi pensione privati, ha fatto più degli altri paesi dell'UE per affrontare questo problema che si profila minaccioso.

Le riforme del mercato del lavoro sono state anche più cospicue. La legge Biagi, dal nome di Marco Biagi [23], un consulente del mercato del lavoro che fu assassinato per i suoi sforzi, ha esentato molti nuovi lavori da regole che costringevano la maggior parte del lavoro a essere a tempo pieno e permanente. Ciò ha portato a una rapida espansione dei posti di lavoro temporanei e a orario ridotto. La privatizzazione del collocamento e le modifiche ai contratti di apprendistato immetteranno anche più flessibilità nel mercato italiano del lavoro, promette il sottosegretario Maurizio Sacconi.

Sacconi rivendica che, negli ultimi cinque anni, l'Italia ha creato 1,2 milioni di nuovi posti di lavoro, 700.000 dei quali per le donne, un dato migliore che in qualsiasi altro paese in Europa (compresa la Gran Bretagna). Tuttavia, sebbene la disoccupazione totale in Italia, ora appena sotto l'8%, sia relativamente bassa per gli standard europei, Sacconi ammette che rimane alta fra i giovani (circa il 23%), gli anziani e nel sud.

[Due grafici che mostrano il grado di occupazione e il livello di produttività dell'Italia a paragone dei principali partner europei]Inoltre, il forte dato occupazionale italiano ha un lato negativo: crescita zero o anche negativa della produttività (si veda il grafico a lato), giacché sono stati inseriti nella forza lavoro i lavoratori più marginali e meno produttivi. È la combinazione tra scarsa crescita della produttività e aumento dei salari, che ha determinato in Italia un aumento del costo del lavoro per unità di prodotto [24] tanto più rapido che negli altri paesi membri dell'euro nei sette anni da che è nata la moneta unica.

Tanto da fare

Siniscalco, che ha lasciato l'incarico di ministro delle finanze a fine settembre, loda le riforme delle pensioni e del mercato del lavoro fatte dal governo, ma ammette che troppo poco è stato fatto per aumentare la concorrenza, liberalizzare settori protetti dell'economia o privatizzare (effettivamente, il precedente governo di centro-sinistra ha venduto più beni di quanto abbia fatto il governo Berlusconi). Come per l'agenda di Lisbona dell'UE sulle riforme economiche, l'Italia è risultata costantemente al fondo della graduatoria del Centre for European Reform con sede a Londra [25]; benché abbia l'occasione di cambiare, ora che un ministro per le politiche comunitarie di inclinazione liberale, Giorgio La Malfa, è responsabile del piano dell'Italia per la strategia di Lisbona [26].

Sono una moltitudine in Italia gli ostacoli a una maggiore concorrenza. L'OCSE reputa che l'Italia soffra della regolamentazione del mercato dei prodotti più gravosa d'Europa. I mercati dell'energia hanno bisogno di molta più liberalizzazione per raggiungere i mercati europei più aperti; i prezzi dell'energia italiani sono corrispondentemente alti. Il governo rimane il maggiore azionista singolo di ENI [27], la grande compagnia petrolifera, e di Enel [28], la principale società elettrica. Detiene ancora una golden share [29] in Telecom Italia, anche se ha concluso almeno la vendita della sua residua partecipazione nella società. L'applicazione dell'antitrust [30] è in generale difettosa.

In Italia una corporate governance opaca ha rappresentato anche un deterrente per gli investimenti e forse anche per la creazione di società di successo. Per anni aziende anche piuttosto grandi sono state controllate da piccoli gruppi di azionisti, spesso attraverso una cascata di diverse holding [31]. Mediobanca [32], una riservata banca d'affari con sede a Milano, ha tirato molte fila da lontano. Gli azionisti di minoranza di solito sono stati ignorati. Più recentemente, l'incerta economia italiana ha palesato una serie di scandali societari che hanno indebolito la fiducia degli investitori.

Il credito, un'area cruciale per la competitività di un'economia, è un'altra grande debolezza italiana. Le banche sono molto cambiate negli ultimi quindici anni: un'industria, che era per la maggior parte statale ed estremamente frammentata, ora è al 90% privata, e la Banca d'Italia ha sostenuto un fiume di fusioni nazionali. Poche banche sono emerse come numeri uno: Banca Intesa, Unicredit (che quest'anno ha preso il controllo della tedesca HVB), Sanpaolo IMI e Capitalia. Tuttavia la Banca d'Italia ha tentato di tenere fuori gli investitori stranieri, cosa che può aiutare a spiegare perché i costi bancari (e i profitti) sono fra i più alti d'Europa. Il governatore della Banca d'Italia, Antonio Fazio, e la sua istituzione non hanno migliorato la situazione tentando di prevenire l'acquisizione di una banca italiana da parte di una banca straniera.

L'attività bancaria non è la sola a beneficiare della protezione da parte del suo regolatore. Non c'è abbastanza concorrenza nei servizi in generale, che è un problema perché la quota di servizi nell'economia italiana, come altrove, sta salendo (ora si stima pari a due terzi del PIL). Piccole botteghe, ditte di tassì, farmacie, notai, commercianti: nella terra che inventò le gilde [33] nel Medio Evo, la maggior parte è tuttora protetta dalla concorrenza per mezzo di regole particolari, spesso amministrate da autorità locali. Per esempio, Vito Tanzi, ex direttore italiano presso il FMI [34] a Washington, DC [35], racconta la storia di un uomo che voleva aprire una pescheria in una cittadina della Puglia, ma non fu preso in considerazione dal consiglio comunale con il pretesto che ce n'era già una.

Il turismo è un'altra area che trarrebbe profitto tanto da maggiori investimenti quanto da più concorrenza. Per un paese che ha così tanto da offrire quanto a cultura, natura, clima e cucina, l'industria turistica italiana è sorprendentemente sottosviluppata; e le tariffe degli alberghi e dei ristoranti sembrano esageratamente alte. Nel 1970 l'Italia era la prima destinazione turistica nel mondo. Oggi è la quinta, dopo Francia, Spagna, America e Cina.

Un problema generale è che l'intera nozione di servizio è piuttosto sottovalutata. l'Italia, infatti, sembra spesso soffrire di una pervasiva cultura anti-affari, anti-cliente. Gli italiani possono essere intraprendenti e creativi, ma sicuramente non sono favorevoli al mercato. Nessuno dei due partiti politici principali del dopoguerra, i Democristiani e i Comunisti, potrebbe essere descritto come liberale in economia. Né lo è la Chiesa cattolica, ancora influentissima nel paese, che ha sempre fatto mostra di disdegnare il profitto. In ogni caso, molti uomini d'affari in Italia riescono meglio nello sfruttare contatti e nel cercare favori dallo Stato piuttosto che nello sviluppare società o nel tentare di servire meglio i clienti. L'esempio principale è proprio Berlusconi, il cui successo negli affari si è basato largamente sull'aiuto e la protezione di certi politici italiani.

Questa preferenza culturale per la ricerca del favore e per la creazione di monopoli protetti dalla concorrenza del libero mercato, potrebbe impiegare molto tempo per cambiare. Si trova riflessa, naturalmente, anche nella politica italiana. Perché i politici italiani, di entrambi gli schieramenti, sono stati così lenti nell'abbracciare le riforme, e quali sono le prospettive di cambiamento?

Note del traduttore:

[1] Francesca Bettio è professoressa ordinaria presso il dipartimento di Scienze Politiche dell'Università di Siena.

[2] Si visiti il sito web Distretti Italiani, il portale sui distretti industriali italiani.

[3] IRI, Istituto di Ricostruzione Industriale. Si legga la breve scheda che ne ricapitola la storia, publicata sul sito del Dipartimento di Scienze Economiche dell'Università di Venezia.

[4] Si legga al proposito pure l'articolo Why Italy lost the Bra Wars (Perché l'Italia ha perso la guerra dei reggiseni), di Peter Popham, The Independent, 6 dicembre 2005.

[5] Borsa Italiana S.p.A.

[6] La crisi del Gruppo Parmalat, negli articoli di Miaeconomia e il memorabile articolo di Beppe Grillo pubblicato sull'Internazionale.

[7] Corporate governance è traducibile letteralmente come "governo societario", ma non esiste una definizione univoca dell'espressione inglese, che è usata tal quale nel linguaggio giuridico ed economico-finanziario con un significato che va ben al di là di quello letterale. Nella più ampia accezione, si può dire che si riferisce all'insieme delle istituzioni e delle regole, giuridiche e tecniche, che sovrintendono al governo di un qualunque organismo, privato o pubblico, affinché sia efficace, efficiente e corretto, ai fini della tutela di tutti i soggetti che vi sono interessati.

[8] OMC, Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO, World Trade Organization). Sul sito web si trovano le pagine di riferimento circa l'Agreement on Textiles and Clothing. Si visiti anche il sito web dell'Osservatorio sull'economia globale e sul commercio internazionale.

[9] Sul sito web dell'europarlamento si legga: Il Parlamento Europeo propone di reagire alla sfida cinese.

[10] Gruppo Benetton.

[11] Geox.

[12] Luxottica. The Economist ha successivamente corretto il dato, precisando che Luxottica produce l'85% dei suoi occhiali in Italia.

[13] Indesit.

[14] Gruppo Cerutti.

[15] La storia dell'Olivetti, dalla sua nascita nel 1908 fino alla crisi industriale e la fusione con Telecom Italia nel 2003.

[16] STMicroelectronics, è uno tra i più grandi produttori di semiconduttori. Il gruppo ST nacque nel 1987 per fusione tra l'italiana SGS Microelettronica e la francese THOMSON Semiconducteurs. Nel 1998 la società cambiò nome da SGS-THOMSON Microelectronics a STMicroelectronics.

[17] Scheda sintetica del distretto tecnologico di Catania, sul sito web dell'Ossevatorio Nazionale sui distretti tecnologici.

[18] Per capire il successo di Pistorio si legga l'articolo La qualità: ovvero «A fish rottens from its head» di Mario Pagliaro, ricercatore del CNR. In sintesi: «se un'organizzazione non funziona la causa sta sempre nella incapacità e nell'inettitudine dei suoi capi».

[19] Il cuneo fiscale (in inglese tax wedge) «è un indicatore dell'incidenza dell'imposizione, fiscale e contributiva, sul fattore lavoro ed è definito come un rapporto al cui numeratore figura la differenza fra il costo del lavoro per l'impresa (retribuzione lorda e oneri sociali a carico del datore di lavoro) e la retribuzione netta per il lavoratore (al netto delle imposte e comprensiva dei trasferimenti da parte dello Stato - in inglese take home pay) e al denominatore il costo del lavoro per l'impresa (retribuzione lorda e oneri sociali a carico del datore di lavoro)». Fonte: INPDAP.

[20] FIAT, Fabbrica Italiana Automobili Torino.

[21] GM, General Motors.

[22] R&D, sigla che sta per research and development, cioè "ricerca e sviluppo".

[23] A Marco Biagi è stata intitolata la Facoltà di Economia presso l'università degli Studi di Modena e Reggio Emilia e una fondazione, sul cui sito web si possono leggere molti degli articoli scritti dal giuslavorista.

[24] Il costo del lavoro per unità di prodotto (CLUP), in inglese unit labour costs, ULCs, «è dato dal rapporto fra il costo del lavoro e il prodotto per unità di lavoro. Esso fornisce una misura della competitività del settore produttivo o del paese al quale si riferisce». Fonte: INPDAP. Si suggerisce di leggere i seguenti documenti sul web:
- Il "clup" e la vera compettività del paese, Confindustria
- Il manifatturiero di Fazio di Francesco Daveri, lavoce.info
- Salari e crack competitivo di Massimo Riva, L'Espresso.

[25] Il CER, Centre for European Reform, di Londra è un think tank che si propone di innalzare la qualità del dibattito sul futuro dell'Unione europea, alla luce del motto "europeista, ma non acritico" (pro-European but not uncritical). E' diretto da Charles Grant, ex giornalista di The Economist esperto in questioni europee e di difesa militare.

[26] «Riuniti nel marzo del 2000 a Lisbona, i capi di Stato e di governo dell'Unione europea avevano lanciato l'obiettivo di fare dell'Europa "l'economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo" entro il 2010. Da allora, le diverse misure da mettere in atto per raggiungere questo obiettivo hanno preso il nome di "strategia di Lisbona"».

[27] ENI, Ente Nazionale Idrocarburi.

[28] Enel, Ente Nazionale per l'Energia Elettrica.

[29] Golden share, traducibile letteralmente come "azione d'oro", è un titolo che, nella privatizzazione di imprese e partecipate pubbliche, assegna allo Stato o a un suo rappresentante maggiori diritti rispetto a un normale azionista privato, a tutela degli interessi pubblici.

[30] Antitrust, organismi e regole che tutelano la libera concorrenza.

[31] Holding, (significa letteralmente "possesso"), nel linguaggio tecnico-finanziario indica la società finanziaria di partecipazione azionaria in altre imprese, in misura tale da poterne controllare l'attività.

[32] Mediobanca. L'istituto di credito industriale nacque nel 1946 dalla partecipazione di Comit, Credit e Banco di Roma, tre banche controllate dall'IRI. Gli è rimasto l'alone di riservatezza che ha sempre circondato il suo primo amministratore delegato e poi presidente onorario, Enrico Cuccia: «Questo nostro modo di lavorare ci procura molte antipatie, ma un lavoro di questo genere non può essere condotto a buon fine se si è frastornati dalle chiacchiere dei giornali, dalle interrogazioni parlamentari e dai sindacati» (da una lettera a Romano Prodi del 1993).

[33] Il riferimento dovrebbe essere più propriamente alle corporazioni italiane di arti e mestieri, sul cui modello allora sorsero nell'Europa medievale le gilde, o ghilde, confraternite che riunivano all'interno della città gli artigiani e i mercanti di una stessa categoria.

[34] Presso il FMI, Fondo Monetario Internazionale (IMF, International Monetary Fund), Vito Tanzi fu, per l'esattezza, capo della Divisione di Politica Fiscale dal 1974 al 1981 e successivamente direttore del Dipartimento di Finanza Pubblica fino al 2000. Nel governo Berlusconi bis è stato sottosegretario al Ministero dell'Economia e delle Finanze, fino a giugno del 2003.

[35] DC, District of Columbia, distretto di Columbia.

Commenti dei lettori

  1. Commento di Luciano - 12/10/2007 ore 21,51

    Montezemolo -
    • Buon oratore
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    SOLO MONTEZEMOLO PUO' AIUTARE L'ITALIA, SIAMO PRONTI PER VOTARLO

Articolo di Vittorio Bica pubblicato il  23/12/2005 alle ore 20,54.

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