Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Non puoi vincere

La traduzione in italiano della parte intitolata «You can't win», alle pagine 12-15 dell'inchiesta sull'Italia («Addio, dolce vita»), pubblicata su «The Economist» del 26/11/2005.

Perché la politica italiana è impossibile

Molti paesi hanno sistemi politici complessi, che riflettono il loro passato più del loro presente. Ma la politica italiana è insolitamente difficile da penetrare; anche in considerazione del fatto che i suoi governi sono stati insolitamente fragili. In effetti, guardando agli innumerevoli governi e presidenti del consiglio che si sono avvicendati alla guida del paese, il sistema è stato per molti anni sorprendentemente stabile.

Fino agli anni '90, la politica italiana fu dominata da due partiti: i Democristiani e i Comunisti. Poiché, per comune consenso durante la guerra fredda, i Comunisti furono tenuti fuori dal governo, tutte le amministrazioni dal 1946 ai primi anni '80 furono guidate da un democristiano. Poi seguì un decennio di coalizioni, tutte comprendenti i Democristiani, ma qualcuna fu guidata da un repubblicano, Giovanni Spadolini, e altre da un socialista, Bettino Craxi.

Questo sistema stabile fu spazzato via da tre eventi le cui conseguenze durano ancor oggi. Il primo fu il crollo del comunismo sovietico alla fine degli anni '80 che portò ad una scissione nel Partito Comunista Italiano. Il secondo, prendendo le mosse a Milano agli inizi del 1992, fu una serie di processi per corruzione nota come tangentopoli (città delle tangenti), condotti da un gruppo di magistrati che divenne noto come mani pulite [1]. Questi processi portarono alla condanna e alla fuga di Craxi, così come alla fine della maggior parte dei vecchi partiti. Il terzo evento scaturì dal secondo: la decisione di Silvio Berlusconi, un magnate dei media, d'entrare in politica e fondare un nuovo partito, Forza Italia.

Grazie in parte al suo denaro e al suo impero dei media, e in parte al disincanto degli italiani nei riguardi del vecchio sistema, Berlusconi godette di un successo immediato. Il suo raggruppamento di centro-destra vinse le elezioni nel 1994, soltanto alcuni mesi dopo la creazione di Forza Italia. Ma il suo governo durò solamente otto mesi, prima di essere fatto cadere da uno dei suoi alleati, la Lega Nord di Umberto Bossi.

Al primo governo Berlusconi ne seguì uno guidato da un tecnocrate [2]. I tre governi successivi furono presieduti da presidenti del Consiglio di centro-sinistra, il primo dei quali, Romano Prodi condusse alla vittoria la coalizione dell'Ulivo contro la Casa delle Libertà nelle elezioni del 1996. Prodi impose tagli di bilancio dolorosi e una tassa speciale per assicurare che l'Italia entrasse nell'euro, ma in seguito la coalizione fu afflitta da accesi dissapori interni. Prodi fu cacciato e, a maggio del 2001, la coalizione della Casa delle Libertà di Berlusconi sconfisse l'Ulivo con una maggioranza convincente in entrambe le camere del Parlamento.

Forza Berlusconi!

[Silvio Berlusconi]
Fonte: The Economist

Questo era il momento che il mondo degli affari italiano stava aspettando. Ora, finalmente, c'era una coalizione di destra con una forza politica sufficiente per portare avanti riforme lungamente attese. Tuttavia, come abbiamo visto, era destinato a essere deluso. La Casa delle Libertà ha messo in atto riforme solo in aree limitate, e il cattivo andamento dell'economia e la perdita di competitività del paese sono continuate incontrollate. I deficit di bilancio sono stati tenuti bassi principalmente con misure una tantum. E più o meno negli ultimi 18 mesi, il centro-destra è stata battuto ogni volta che agli italiani è stato permesso di avvicinarsi a un'urna elettorale, a cominciare dalle elezioni europee del giugno del 2004, per finire con la disfatta alle elezioni regionali dell'aprile scorso, quando il centro-sinistra ha vinto in ogni regione disputata, eccetto che in Lombardia e in Veneto.

Questo pessimo andamento ha quattro spiegazioni. La prima è che, fin dall'inizio, il governo Berlusconi ha perso tempo ed energie, per varare provvedimenti che avevano a che fare con gli interessi personali del presidente del consiglio e che miravano ad evitargli processi (si veda l'apposito approfondimento). Questi hanno compreso leggi per depenalizzare il reato di falso in bilancio, rendere più difficile utilizzare prove raccolte all'estero, determinare lo spostamento dei processi presso un altro tribunale se vi è qualsiasi sospetto di parzialità dei giudici, accorciare i tempi di prescrizione, scaduti i quali i reati sono automaticamente cancellati. Come se non bastasse, a metà del 2003 fu varata una nuova legge per dare al presidente del consiglio, e a quattro altre cariche istituzionali di analoga importanza, la totale immunità da procedimenti penali durante il mandato. Questa legge fu, a buon diritto, cassata dalla Corte Costituzionale italiana.

La seconda ragione per cui le riforme si sono dimostrate difficili è lo stato dell'economia. Come hanno scoperto altri paesi europei, è molto più difficile deregolamentare i mercati dei prodotti o promuovere maggiore concorrenza quando c'è poca o nessuna crescita. La bassa crescita manda a monte anche l'aritmetica dei bilanci di previsione e non lascia nessuna possibilità per maggiori spese o tagli delle tasse, per ammorbidire l'impatto a breve termine dei cambiamenti. L'assurdo è, chiaramente, che le riforme divengono essenziali precisamente quando l'economia è in affanno. Il governo Berlusconi non è il solo in Europa a non riuscire a risolvere questo rompicapo.

Un terzo fattore è, comunque, tipicamente italiano. Il paese si è mosso verso un sistema bipolare formato da due grandi gruppi, il centro-destra e il centro-sinistra, in parte grazie a una riforma elettorale degli anni '90, che stabilì che circa il 75% dei seggi in parlamento fosse eletto su base maggioritaria. Ciò fu voluto per scoraggiare il frazionamento dei partiti; tuttavia l'influenza dei partiti più piccoli rimane sproporzionatamente forte. E può anche aumentare, se, come sembra probabile, il governo riuscirà a cambiare la legge elettorale, ritornando così ad un sistema completamente proporzionale. L'opposizione ha protestato contro questa riforma, che sembra fatta apposta per danneggiare il centro-sinistra. A quanto sembra, introdurrà anche un complicato sistema di soglie di rappresentanza in Parlamento, il cui effetto sui partiti più piccoli non è ancora chiaro. Ma la maggior parte dei partiti sembra rassegnata al nuovo sistema.

Il grosso problema, come Siniscalco sa per amara esperienza, è che portare avanti riforme potenzialmente impopolari è estremamente difficile quando ogni partito all'interno di una coalizione ha diritto di veto. Anche se Forza Italia è il più grande partito del centro-destra, Berlusconi ha dovuto tenere allo stesso tavolo Alleanza Nazionale, la Lega Nord e l'Unione dei Democratici Cristiani e Democratici di Centro [3]. Ognuno di questi partiti ha il suo elettorato da difendere, e nessuno è un sostenitore naturale del libero mercato.

Il quarto punto forse è il più importante: cioè che neanche lo stesso Berlusconi crede fino in fondo nel libero mercato. Il suo successo negli affari fu costruito sulla creazione di quasi-monopoli che, lungi dall'essere attaccati dalle autorità anti-trust, ricevettero benefici dalle amicizie politiche. L'esempio più notorio è il suo impero televisivo, Mediaset, che ebbe bisogno del forte appoggio di un leader socialista, Craxi. Ma fin dagli esordi la sua carriera negli affari dipese dai favori, come ad esempio quello di deviare le rotte aeree fuori dell'aeroporto di Linate per alzare il valore delle sue proprietà nei pressi di Milano [4]. L'istinto di Berlusconi è quello di un commerciante di favori e di privilegi, non quello di un concorrente in un mercato deregolamentato. Questa è una qualità utile per un politico, ma lo è meno per la costruzione di un'economia liberale di successo.

Malgrado tutto, il governo Berlusconi ha fatto alcune cose giuste, e non solo nel mercato del lavoro e nella riforma delle pensioni. Il ministro dell'istruzione, Letizia Moratti, ha lavorato sodo per promuovere la ricerca e migliorare le università italiane, benché ci sia ancora una lunga strada da percorrere. Come dice un professore universitario italiano in modo disarmante, "la cosa bella di questo lavoro è che non devi fare alcun lavoro". Stipendio e avanzamento di carriera sono ampiamente determinati dall'anzianità di servizio e l'Italia ha in proporzione meno accademici stranieri della maggior parte degli altri paesi. Le recenti manifestazioni in molte città, guidate da professori universitari in protesta contro la Moratti, devono essere un segnale che sta facendo qualche cosa di giusto.

Amico degli americani, e della Russia

Tutto considerato, anche la politica estera del governo deve essere considerata un successo. Berlusconi affrontò la collera di molti dei suoi alleati nell'UE nonché la propria opinione pubblica, quando decise di mandare truppe per unirsi ad America e Gran Bretagna in Iraq, sebbene ora stia tentando di far credere che aveva dei timori sulla guerra e che cercò di far recedere George Bush dai suoi propositi. Il suo governo è stato generalmente più assertivo sul ruolo dell'Italia nel mondo rispetto ai suoi predecessori. All'interno dell'UE, è stato meno deferente verso Francia e Germania. Se Prodi tornasse in carica, è probabile che cambierebbe di nuovo l'enfasi tornando ad appoggiare il duo franco-tedesco.

Il governo Berlusconi è stato più fedelmente pro-America (e pro-Israele) della maggior parte dei precedenti governi. L'unica macchia nella politica estera è stata la parzialità di Berlusconi verso il russo Vladimir Putin, che lui sembra vedere come un altro uomo d'affari trasformatosi in politico ingiustamente attaccato dai media. Durante il semestre di presidenza italiana dell'UE nel 2003, Berlusconi gettò Bruxelles nella costernazione, quando si rifiutò di criticare Putin a un incontro al vertice UE-Russia tenutosi a Roma. Perse anche credibilità internazionale per la sua presidenza della riunione dei vertici dell'UE a Bruxelles nel dicembre del 2003, quando non si riuscì a raggiungere un accordo sul testo di una bozza della Costituzione dell'UE.

Per quanto riguarda la difesa militare, anche se come molti altri paesi europei l'Italia spende tuttora troppo poco, ha dato negli ultimi anni un utile contributo in luoghi come il Kosovo e l'Afghanistan così come in Iraq. Il ministro della difesa, Antonio Martino, si sta anche occupando di un piano per abolire la leva obbligatoria e per rivedere il sistema di approvvigionamento degli armamenti. Se Prodi ritornasse in carica, c'è il serio rischio che il suo governo potrebbe scegliere di ritirare troppo rapidamente le truppe dall'Iraq, come fece l'allora nuovo primo ministro spagnolo, José Luis Rodríguez Zapatero, nel marzo del 2004.

[Grafico che mostra le variazioni percentuali del debito pubblico italiano rispetto al PIL negli ultimi anni]Martino è uno dei pochi liberali dichiarati d'Italia, ma la sua influenza sulla politica economica è stata purtroppo limitata. Ancora, il governo ha almeno operato dei tagli fiscali. La sua conduzione delle finanze pubbliche, in ogni caso, è stata terribile. Aveva ereditato un avanzo primario di bilancio (cioé, prima del pagamento degli interessi) di qualcosa come il 5% del PIL, ma l'ha via via ridotto a zero (si veda il grafico qui a fianco). Inoltre, anche se i ripetuti condoni fiscali di Tremonti sono sembrati mantenere nei limiti il deficit annuale di bilancio, il prezzo di ciò potrebbe essere stato di aumentare il già alto livello italiano di evasione fiscale. I politici dell'opposizione affermano che l'evasione fiscale ammonta attualmente a qualcosa come 200 miliardi di euro (234 miliardi di dollari) l'anno. Ciò grava pesantemente sui lavoratori salariati, che si trovano a pagare tasse più alte di quelle che altrimenti pagherebbero.

Né il governo ha fatto granché nel controllo della spesa pubblica. Non è difficile presentarsi con delle idee per dei tagli, proprio come non è difficile trovare cose da privatizzare. Giovanni Tamburi [5], un consulente d'affari con sede a Milano, ha prodotto un elenco particolareggiato di possibili vendite di beni, incluse le fondazioni ancora possedute dalle banche, così come un programma di liberalizzazione. Tali misure possono, nelle sue stime, produrre qualcosa come 200 miliardi all'anno. Alcuni di questi beni sono, per comune ammissione, nelle mani di autorità locali, ma è stupefacente come Berlusconi sia stato riluttante a vendere alcunché. Il clientelismo, pare, mantiene la sua attrattiva.

[Romano Prodi]
Fonte: The Economist

Un altro lascito indesiderabile del governo Berlusconi è una svalutazione dell'etica civica e pubblica. Quando un primo ministro attacca i magistrati del suo paese come fossero parte di una cospirazione di sinistra, vara leggi che favoriscono i suoi interessi e vara ripetuti condoni per chi ha evaso le tasse e fatto abusi edilizi, manda un messaggio al cittadino medio: non ti preoccupare di rispettare le regole. Il sistema giudiziario ha molto bisogno di una modernizzazione per accelerare i processi e ridurre le attese, e il suo governo ha introdotto riforme che, pretende, faranno proprio questo, ma nessun altro sembra essere d'accordo.

L'opposizione rappresenterebbe un vero miglioramento? Incoraggerebbe indubbiamente la gente a essere più rispettosa della legge, anche se pure Prodi è stato sfiorato da scandali. Tuttavia c'è qualche cosa di scoraggiante nel fatto che gli elettori italiani il prossimo aprile affronteranno probabilmente la medesima scelta di dieci anni fa, tra due candidati che vanno per i settant'anni. Prodi dice molte cose giuste per quanto riguarda l'introdurre maggiore concorrenza e liberalizzazione, ma non lo si definirebbe proprio un liberale o un riformatore. Per di più, come Berlusconi, sarà ostaggio degli altri partiti della propria coalizione. Lui nota che, diversamente che nel 1996, i Comunisti di Fausto Bertinotti ora sono formalmente parte della coalizione di centro-sinistra, anziché essere d'appoggio esterno, e nega d'essere una sorta di "Prodinotti". Ma sa che non sarà facile farsi seguire da tutti i partitini di sinistra.

Ha fatto molti sforzi per aumentare le sue possibilità. Il primo fu suggerire che i partiti della sinistra dovessero partecipare alla campagna elettorale sulla base di una una sola piattaforma. Quest'aspirazione fu rovinata da uno dei suoi più vicini sostenitori, Francesco Rutelli del partito Democrazia e Libertà [6]. Comunque, l'idea ora può essere rianimata, in parte grazie al secondo piano di Prodi: far scegliere agli elettori italiani, per mezzo di elezioni primarie, il candidato di centro-sinistra per le politiche. Questo è stato debitamente posto in atto, e il mese scorso Prodi ha vinto in modo schiacciante, con una partecipazione al voto sorprendentemente alta. Ciò l'ha lasciato in una posizione migliore non soltanto per affrontare Berlusconi, ma forse anche per mantenere il controllo della propria coalizione qualora vincesse.

Cosa accadrà?

Berlusconi ora sembra sicuro di essere il candidato che affronterà Prodi. All'inizio di quest'anno accarezzò l'idea di farsi da parte per lasciare che qualcuno più popolare guidasse la sua alleanza, con ogni probabilità Ferdinando Casini, presidente della Camera di Deputati. Ma ha cambiato idea, e dopo alcuni tentennamenti e con alcune riserve, i suoi partner di coalizione ora sembrano sostenere la sua candidatura.

Cosa accadrebbe al centro-destra se Berlusconi perdesse le elezioni? Presumibilmente lui lascerebbe, e pochi allora si aspetterebbero che Forza Italia sopravviva nella sua forma attuale. Non c'è nessun ovvio successore per condurre il centro-destra. Casini è una possibilità, ma un candidato per la leadership più plausibile potrebbe essere l'attuale ministro degli esteri e leader di Alleanza Nazionale, Gianfranco Fini.

[Gianfranco Fini]
Fonte: The Economist

Fini è certamente un uomo da tenere d'occhio. Quando all'inizio si unì al governo di Berlusconi nel 1994, stava appena emergendo dal partito neofascista MSI, che formò la base di Alleanza Nazionale. Dichiarò una volta che Mussolini era stato il più grande statista del 20° secolo. Ma negli ultimi dieci anni ha preso sempre più le distanze da questo passato, denunziando Mussolini, coltivando il rapporto con Israele e prestando servizio come ministro degli esteri attivo ed efficiente. Lungo la strada ha lasciato alcuni dei suoi sostenitori più intransigenti, inclusa la nipote del Duce, Alessandra, e ha consolidato la sua posizione di leader più popolare del centro-destra.

L'unico leader politico che è anche più popolare di Fini è Walter Veltroni, un ex-comunista che prestò servizio come ministro della cultura sotto Prodi negli anni '90 e ora è un sindaco di successo a Roma. Quando Berlusconi e Prodi alla fine andranno in pensione, Fini e Veltroni potrebbero essere gli uomini giusti per formare la prossima generazione di leader politici.

Ciò che manca all'Italia è un partito autenticamente liberale. I più vicini ad esserlo sono il Partito Repubblicano di Giorgio La Malfa, un piccolo gruppo che ha legato il suo destino al centro-destra; e il Partito Radicale di Marco Pannella ed Emma Bonino, che ora non è rappresentato in parlamento. Mario Monti, all'Università Bocconi, recentemente ha creato scompiglio mettendo in dubbio la capacità di entrambe le coalizioni di realizzare riforme. Molti l'hanno considerata una chiamata per un nuovo partito di centro, ma Monti sembra non avere progetti seri per crearne uno. E' un vero peccato: l'Italia ha un grande bisogno di più persone che credano nel libero mercato.

Note del traduttore:

[1] Al proposito è molto interessante riascoltare i documentari radiofonici trasmessi dalla RAI su Radio 3, in occasione del decennale di manipulite.

[2] Si tratta del governo di Lamberto Dini.

[3] Unione dei Democratici Cristiani e Democratici di Centro, più noto come UDC. Vale la pena di leggere la scheda pubblicata su Wikipedia.

[4] Ci si riferisce al quartiere modello Milano 2, sorto nel territorio del Comune di Segrate.

[5] Giovanni Tamburi è presidente ed amministratore delegato della società Tamburi Investment Partners.

[6] Democrazia e Libertà, più noto come Margherita, per il suo simbolo.

Commenti dei lettori

  1. Commento di Zamm - 26/12/2005 ore 9,31

    Se le proteste contro la Moratti dimostrano che sta facendo cose buone, allora Berlusconi deve aver messo su il miglior governo nella storia d'Italia...
  2. Commento di Michele Diodati - 26/12/2005 ore 9,48

    Il tuo commento non tiene conto del fatto che l'Economist ha una visione profondamente liberale e meritocratica della società: considera - e giustamente - il nepotismo che attanaglia le università italiane nonché gli avanzamenti di carriera ottenuti per pura anzianità come cancri che vanno assolutamente estirpati; e ritiene, non so quanto giustamente, che le riforme della Moratti vadano nel senso di eliminare questi difetti. Ma il fatto che l'Economist, nonostante abbia una tale visione della concorrenza e del mercato, abbia criticato aspramente Berlusconi e il suo governo in quasi tutte le parti dell'inchiesta che qui stiamo traducendo, rappresenta la maggior condanna possibile del governo Berlusconi: non è una bella credenziale per il futuro venire bocciati senza appello da qualcuno che propugna i medesimi ideali di liberalizzazione e deregolamentazione dei mercati.

Articolo di Vittorio Bica pubblicato il  26/12/2005 alle ore 1,21.

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