Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Riforma o muori

La traduzione in italiano della parte intitolata «Reform or die», alle pagine 17-18 dell'inchiesta sull'Italia («Addio, dolce vita»), pubblicata su «The Economist» del 26/11/2005.

L'Italia ha bisogno di una crisi per ottenere che le cose si muovano?

L'Italia è in grado di attuare le riforme o è condannata al declino? E' sempre pericoloso proiettare nel lontano futuro una tendenza individuata da alcuni anni di peggiore (o migliore) andamento. Sia il Giappone che la Germania, una volta pensati inarrestabili e poi, non tanti anni più tardi, irrecuperabili, ora sembrano pronti a riprendersi, e il misero andamento postbellico della Gran Bretagna è stato dimenticato nell'euforia degli ultimi 15 anni. I problemi dell'Italia hanno radici profonde: il suo potenziale di crescita ha cominciato a rallentare circa due decenni fa e i suoi dati demografici appaiono allarmanti da molti anni.

[Italiani in motorino senza casco]
Fonte: The Economist

Ma il tempo può essere un grande guaritore. A lungo andare, il naturale talento degli italiani, l'inventiva e la creatività dovrebbero essere sufficienti per salvare quello che ancora è un paese ricco in ogni senso. Dopo tutto, qui è dove cominciò molto del capitalismo europeo, compresi la moderna attività bancaria e la contabilità in partita doppia. La pletora di piccole imprese del paese e la sua mancanza di grandi società ora possono sembrare una debolezza, ma in futuro potrebbero dimostrarsi di nuovo un vantaggio, fornendo la flessibilità necessaria per affrontare il cambiamento.

Nel breve termine, tuttavia, ci sono buone ragioni per rimanere pessimisti sull'Italia. Come e più degli altri membri dell'eurozona, il paese ha disperatamente bisogno di riforme strutturali, per liberalizzare i mercati, creare maggiore concorrenza e scuotere un settore pubblico sovradimensionato, inefficiente e talvolta corrotto. La svalutazione della moneta per compensare la perdità di competitività non è più un'opzione possibile, e la vulnerabilità delle piccole imprese manifatturiere alle merci d'importazione più convenienti provenienti dall'Asia, specialmente dalla Cina, è divenuta dolorosamente evidente.

Messo a confronto con problemi strutturali così enormi, il governo della coalizione di centro-destra di Berlusconi non ha fatto abbastanza per mettere le cose a posto. Sfortunatamente, anche se il centro-sinistra guidato da Romano Prodi vincesse le elezioni il prossimo aprile (cosa che sembra probabile, anche se per nulla certa), si troverà anch'esso di fronte a riforme che sono difficili da far accettare ad alcuni dei partitini più recalcitranti della sua coalizione, per non parlare degli inestirpabili interessi particolari degli italiani.

In qualche maniera, può essere necessario che le cose vadano peggio affinché dopo possano andare meglio. Giuliano Amato, un accorto politico di centro-sinistra, che fu presidente del consiglio nei primi anni '90 e di nuovo nel 2000-2001, osserva che «la tempestività è una variabile essenziale nelle questioni economiche». Nel suo primo mandato fu capace di far accettare un bilancio di previsione spietato, tagliando la spesa e riducendo drasticamente il deficit, perché l'espulsione dell'Italia dal meccanismo europeo di cambio a settembre del 1992 [1] aveva creato consenso sull'inevitabilità di duri provvedimenti. Quel bilancio pose le fondamenta per i provvedimenti presentati dal governo Prodi nel 1996-1998, che servirono per assicurare all'Italia la possibilità di aderire all'euro dall'inizio.

Mario Monti dell'Università Bocconi offre una conclusione simile. Dice che i governi italiani possono prendere decisioni difficili, ma solamente se ricorrono due condizioni: ci devono essere una chiara emergenza ed una forte pressione esterna. Negli anni '90, l'emergenza fu l'impatto della posizione fiscale sui tassi di interesse e sul tasso di cambio; la pressione esterna scaturì dal desiderio di entrare nell'euro.

Ora, dice Monti, manca un analogo momento della verità. L'Italia soffre di una crescita lenta e di un costante deterioramento della sua competitività, ma entrambe le cose cominciarono molto prima che s'insediasse il governo Berlusconi. Quanto alla pressione esterna, la Banca Centrale Europea, la Commissione Europea e i mercati finanziari stanno tutti facendo del loro meglio per applicarne un po'. Ma l'entusiasmo italiano per le cose europee si è raffreddato notevolmente, e l'appartenenza all'euro ha avuto l'effetto perverso di far scomparire alcuni dei segnali del mercato che altrimenti avrebbero forzato il cambiamento.

L'Italia ha bisogno di guardare all'esempio di altri paesi che hanno introdotto con successo le riforme, e non solo alla Gran Bretagna. Nel Mediterraneo il caso più lampante è la Spagna. Trenta anni fa, sarebbe sembrata risibile l'idea che la Spagna, appena emersa con esitazione dall'era di Franco, sarebbe diventata un esempio per l'Italia. L'economia spagnola è ancora di gran lunga più piccola di quella italiana e gli standard di vita sono più bassi, ma stanno colmando il divario. Il governo socialista di José Luis Rodríguez Zapatero, che è arrivato al potere a marzo dell'anno scorso, ha mantenuto l'impulso verso le riforme economiche ereditato dal suo predecessore di centro-destra.

Il miglioramento in Spagna

Inoltre le finanze pubbliche spagnole sono molto più sane di quelle italiane, il che è uno dei motivi per cui la Spagna abbia potuto permettersi investimenti infrastrutturali così ingenti come la ferrovia ad alta velocità per Siviglia o l'aeroporto che sta sorgendo a Madrid (più grande di qualunque in Italia). Le più grosse società spagnole, come le sue due più grandi banche e Telefónica, hanno sviluppato una presenza globale più forte che le loro controparti italiane.

Le differenze tra i due paesi sono palpabili anche per il visitatore di passaggio. C'è un brusìo di ottimismo a Madrid e Barcellona che spesso sembra mancare a Roma e Napoli. Quando alcuni anni fa il Guggenheim Museum [2] di New York stava cercando un nuovo avamposto estero, la scelta naturale sembrava Venezia, che già possedeva una galleria Peggy Guggenheim. Ma si persero anni a discutere sulla scelta del sito, sicché la ghiotta occasione fu agguantata da Bilbao, nella regione basca della Spagna.

L'Italia non è stata ancora raggiunta dalla Spagna. Ma se vuole restare avanti ancora a lungo, ha bisogno di leader politici più coraggiosi, che siano preparati a vincere l'opposizione alle riforme anche nell'assenza di una crisi immediata. Alla fine de I Pagliacci, l'opera verista di Leoncavallo ambientata nella Sicilia degli anni '70 [3] dell''800, il pagliaccio Canio, che ha appena pugnalato a morte la moglie e il suo amante, conclude: «La commedia è finita». Anche per l'Italia è giunto il momento della serietà [4].

Note del traduttore:

[1] Giuliano Amato era per l'appunto presidente del Consiglio all'epoca della terribile bufera valutaria del 1992, e Carlo Azeglio Ciampi il governatore della Banca d'Italia. La lira uscì dal Sistema Monetario Europeo (SME) con una pesante svalutazione e l'evento, che s'accompagnò con l'esplodere di tangentopoli, la crisi del sistema politico italiano e l'attacco stragista della mafia, si ricorda come il settembre nero della lira.

[2] Guggenheim Museum.

[3] Nel libretto del melodramma I Pagliacci, di cui fu autore lo stesso Leoncavallo, si può leggere: «La scena si passa in Calabria presso Montalto, il giorno della festa di Mezzagosto. Epoca presente, fra il 1865 e il 1870». Il paese è, più precisamente, Montalto Uffugo, in provincia di Cosenza. La trama, infatti, fu ispirata da un vero fatto di sangue, di cui l'autore fu testimone proprio in quel luogo.

[4] Come mai John Peet, l'autore di Addio, dolce vita se ne esce con questa citazione finale? Che l'ispirazione gli sia venuta solo per un sincero omaggio alla variopinta cultura italiana, e solo per questo? Può essere. Resta tuttavia la suggestione del prologo scritto da Leoncavallo e il fatto che l'amante della fedifraga Nedda, fulminato con lei dall'irato Canio, si chiami Silvio.

Commenti dei lettori

  1. Commento di roccobiondi - 31/12/2005 ore 22,21

    Buon anno.
  2. Commento di Michele Diodati - 1/1/2006 ore 1,13

    Grazie e altrettanto.

Articolo di Vittorio Bica pubblicato il  31/12/2005 alle ore 0,42.

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