Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Roma di notte / 2

Monumenti della Città Eterna fotografati alla luce artificiale dei neon, con note storiche tratte da alcuni libri di antichità romane. In questa puntata: la basilica di San Pietro.

Tutti i brani di seguito riportati sono tratti da Curiosità Romane, di Costantino Maes, Edizioni del Pasquino (ristampa anastatica di un testo del 1885). Le fotografie presenti in questo articolo sono di Stefano Coppola, che ringrazio per la gentile concessione.

La campana di S. Pietro

L'illuminazione della basilica vaticana a tre colori

[La basilica di San Pietro vista in lontananza, attraverso gli aloni luminosi dei lampioni]

La smisurata campana di S. Pietro in Vaticano fu fatta rifondere da Pio VI e collocare nella grande stanza sotto l'orologio a sinistra per opera di Luigi Valadier, padre di Giuseppe, che architettò ambedue gli orologi.

Fu benedetta solennemente nel portico della stessa basilica ai 21 di giugno 1786, giorno sacro alla stessa Trinità.

Essa ha 97 centimetri di diametro e 2 metri e 97 di circonferenza. Nella sua maggiore altezza, cioè dal bordo fino alla sommità della capigliera, ossia mastro manico, è di metri 3 65 circa. Pesa 10,080 chilogrammi.

Con questa campana nelle sere della celeberrima illuminazione della gran cupola, ad un'ora di notte, con un ritocco ineffabilmente maestoso, si dava il segnale per la grande illuminazione a fiaccole, in un colpo d'occhio, di tutta la basilica e colonnato insieme, spettacolo così sorprendente e magico, che si può meglio immaginare che descrivere.

Il santo Padre ha voluto privarci da anni, cioè dopo il 1870, di questa incantevole vista. Contentiamoci di ricordarlo.

Ma non si potrebbe rinnovare profanamente lo stupendo spettacolo in qualche altra località, che unisse all'architettonico il carattere grande e macchinoso? Il Pincio, per esempio, coll'avvenenza delle sue linee diritte e curve, colle sue terrazze e logge, le colonne rostrate, i colossi di marmo, gli alberi e i boschetti non appresterebbe un soggetto di luminaria fantastica a palloncini, trasformati ad un baleno in fiaccole, da pareggiare, se non disgradare, la famosa di S. Pietro? Il Campidoglio, il Colosseo stesso, o il Pantheon non sarebbero altresì a ciò adatti?

Tornando alla campana di S. Pietro v'immaginerete al certo, pel nome da essa portato, che la sia qualche cosa di miracoloso. Niente affatto, la campana di San Pietro, tra le più grandi del mondo, è la più piccola. Che cosa è dessa al confronto di quella del Kremlino detta dai Russi, l'imperatore dei Campanoni? Codesta campana ha un metro e mezzo di spessore, il battaglio è lungo m. 3 50, la circonferenza gira m. 4 50.

Ecco una nota delle più segnalate campane del mondo, tra cui è ultima quella di San Pietro.

1. Del Kremlino a Mosca chil. 201,266
2. Detta d'Ivotzkè a Mosca 175,000
3. Sant' Ivano a Mosca 58,000
4. di Pekino 55,000
5. Della Pagoda di Rangoun 45,500
6. Di Reims 17,800
7. La Giorgio d'Amboise 13,500
8. Di Nostra Signora di Parigi 13,500
9. Di San Pietro in Roma 10,800
10. Del Parlamento ossia di Monte Citorio 8,333

Tra le illuminazioni della Cupola, Basilica e Colonnato di San Pietro, al tocco rimbombante del campanone ad un'ora di notte, va segnalatissima quella di un genere, che per certo non fu mai più ripetuto; ma nessuno potrebbe affermare con sicurezza che non si ripeterà più.

[La basilica di San Pietro vista da Via della Conciliazione]

Era la sera del 29 giugno 1849, sacro alla festività di San Pietro apostolo, protettore di Roma. I francesi premevano di strettissimo assedio la città di Roma, e già aperte varie breccie si disponevano all'assalto per espugnare la città, difesa da un manipolo d'eroi, che avea saputo respingere e tenere a bada un esercito poderosissimo della più agguerrita tra le nazioni europee.

Il triunvirato repubblicano in questi frangenti diede prova di una calma degna dei tempi classici dell'antica Roma. Non volle che nessuna delle feste, fossero pure sacre, alle quali era abituata Roma, fosse intermessa: e come, non ostante l'avvicinarsi delle truppe francesi, e l'assenza del Papa, volle che il giorno di Pasqua si desse la solenne benedizione al popolo dalla gran loggia della Basilica (il che, in luogo del Pontefice, eseguì un semplice sacerdote segnando in aria la croce col Santissimo); così la sera della festa di San Pietro, col nemico alle porte ordinò la solita illuminazione, colla sola differenza che dopo la luminaria a lanternoni, invece di succedere quella colle fiaccole, al tocco del campanone ed al segnale di un razzo, tutto l'immenso edilizio Vaticano fu illuminato a splendidissimi tre colori di bengala, simultaneamente, a zone e fascie staccate bianche, rosse e verdi, per fare intendere ai francesi come la pensasse Roma.

E questa sfida magnanima non credo che fosse ultima causa dell'assalto violento dato 24 ore dopo dagl'invasori, che entrarono all'alba del 1 luglio nella città di Quirino.

Questo fatto, come caratteristico, va pure registrato nella storia, che, a torto, trascura sovente alcuni aneddoti, in apparenza tenui, ma di profondo significato.

Se ci vedessero da vicino!

[La basilica di San Pietro vista in lontananza dalla sponda opposta del Tevere]

Non si può veramente giudicare della stupenda grandezza del tempio Vaticano, se non si ascende sulla parte superiore. Vi si arriva mercè una scala a lumaca di 142 gradini, di cui è così dolce il pendio, che vi potrebbero salire i cavalli con peso indosso.

Dopo questa scala si trova una vasta piattaforma, ch'è la tettoia della chiesa, così vasta, da sembrare un paese; vi sono abitazioni per gli operai, e fontane per gli usi loro e della fabbrica. Torreggiano quivi due cupole ottagone oltre la principale.

Procedendo innanzi verso la fronte della chiesa, sorprendono la vista le 12 statue degli apostoli. Sono queste dei macigni di tale altezza, che fanno quasi terrore, ma così grossolanamente tagliate, da sembrare piuttosto scogli informi, che opere intagliate da scalpello. Nondimeno vedute dalla piazza paion di grandezza naturale e scolpite a garbo.

Benedetto XIV, Lambertini, papa di somma dottrina ed altrettanto spirito, al ricevere la dedica che il grande Voltaire gli fece della sua Zaira con una lettera piena di venerazione, di ammirazione e di tenerezza, rivolto ai suoi cortigiani, esclamò:

Ecco, noi siamo come quelle statue lassù (indicando quelle della facciata di San Pietro), da lontano sembrano belle e magnifiche, da vicino sono sì brutte!

Il detto, ripetuto di bocca in bocca, non alterò menomamente il merito e la dignità del Papa, ma ne accrebbe immensamente la pubblica stima per il senso di umiltà impresso in quelle parole sì francamente pronunziate.

Una pasquinata di S. Pietro e S. Paolo

Non vi spaventate, chè non pronunzio nessuna eresia. Racconto un fatto vero e storico.

[La basilica di San Pietro vista da Via della Conciliazione]

Era il 1581. Una mattina si trovò la statua di San Pietro, una di quelle che sta all'ingresso di Ponte Sant'Angelo, vestita con cappotto da viaggio e stivaloni; e sotto l'altra, che le sta accanto, di San Paolo, si vide appeso un cartello che diceva: Pietro, che parti?

In un altro cartello sotto la statua di San Pietro, si leggeva questa risposta: Paolo, collega mio, voglio fuggire da Roma, perchè dubito che Sisto, il quale va rivedendo processi tanto antichi, non voglia far vendetta dell'orecchio, che 1580 anni fa troncai a Malco, sbirro di corte all' orto di Getsemani.

Che era successo? Ecco quel che era successo.

Attilio Blaschi era uno scellerato, che aveva scannati spietatamente in Bologna un fratello cugino, colla moglie e due figliuoli di lui, e quindi si era fuggito a Firenze, dove camminava baldanzoso credendosi sicuro fuori di Stato.

Da 36 anni (!) egli aveva goduto di questa impunità, quando Sisto V, colta l'occasione di un favore chiestogli dal Gran Duca, ottenne da lui che gli fosse consegnato nelle mani.

Il che fatto, Papa Sisto gli fece tagliar la testa proprio lì, sulla piazza di Ponte Sant' Angelo, sotto le statue di San Pietro e San Paolo che ora tenevano questo dialoghetto.

La pasquinata fu bella, messa anche in bocca dei Santi Apostoli, e la mordacità romanesca non si smentì, nè ciò sorprende; ma sorprende che Sisto non se l'ebbe a male e si limitò ad esclamare: Oh pasquinate, pasquinate!

Sedie stercorarie dei sommi pontefici

Quando il nuovo Papa creato aveva esaurito tutti i riti nella basilica vaticana, aveva luogo l'intronizzazione nella basilica lateranense con misteriose cerimonie, le quali terminarono a Leone X nel 1513.

Ad uso di queste cerimonie servivano pure le sedie dette stercorarie, delle quali dice così il Fulvio: Nel portico della Scala Santa vi sono due sedie di porfido che si chiamano le sedi stercorarie, le quali furono fatte a effetto, che quando era eletto il nuovo Pontefice vi si assidesse, e acciò considerasse che era huomo come gli altri e sottoposto à tutte le humane necessità, con tutto ch'egli fosse à quel sublime grado alzato (Antichità di Roma, Ven. 1588, car. 54).

Le sedie stercorarie veramente furono tre, una di marmo bianco e due di porfido, le quali per essere forate nel mezzo in forma rotonda d'un palmo di diametro, furono dette stercorarie, equivalenti a seggette.

[La cupola della basilica di San Pietro risplende in lontananza]

Queste sedie pertugiate (pertusae), bucate ed aperte nel davanti, non furono che balnearie, servite a bagni e tolte, forse, dalle terme di Caracalla.

Le sedie predette realmente erano pei bagni, non per espellere gli escrementi, ma probabilmente così formate per sedervi appena uscito dal bagno, onde il forame servisse per iscolatoio dell'acqua di cui erasi bagnato.

Il Papa eletto sedeva sulla prima (la bianca), indi sedeva sulle altre due nel portico della basilica. Una leggenda narra che la ragione di questa cerimonia fosse per esaminare il sesso del nuovo Pontefice, in seguito alla frode della favolosa papessa Giovanna, ad evitare cioè il supposto inganno che nuovamente una donna sotto spoglie di uomo potesse ascendere al pontificato; per mezzo di essa si assicuravano del sesso maschile.

Ma più savi critici hanno ritenuto che la sedia stercoraria prese questo nome dall'intonare che facevano i cantori, mentre il Papa sedeva sopra di essa, il versetto del salmo 112: Suscitat de paupere egenum, et de stercore erigit pauperum: affinchè, cioè, il Papa si mantenesse umile nel ricordare la sua esaltazione dall'umile suo stato alla nuova dignità. Il Papa da questa sedia (la bianca) spargeva monete al popolo.

Le altre puntate:

Poscia era portato verso la porta del palazzo, ed assiso in quella di porfido riceveva da un canonico la ferula e le 7 chiavi della basilica e palazzo lateranense.

Alzato da detta sedia il Papa veniva accompagnato all'altra vicina sedia porfiretica ove restituiva la ferula e le chiavi al priore. In questa seconda sedia porfiretica il Papa spargeva altre monete al popolo, e riceveva al bacio dei piedi e del volto tutti gli uffiziali del palazzo (Vedi Rasponi, Basilic. Vatic. e Sarnelli, Delle tre sedie ecc.).

Il Papa Leone X fu l'ultimo a sedere su queste tre sedie ed a prendere il possesso cavalcando con paramenti sacri.

Pio VI (Cancellieri, Storia dei possessi) tolse dal claustro lateranense le sedie porfiretiche, che sono di vivacissimo rosso, e fatte ripulire le collocò nel suo museo vaticano, donde ai 24 di giugno del 1796 furono levate dai repubblicani francesi e trasportate in Francia insieme agli altri nostri tesori artistici.

Dopo il 1815 il museo vaticano ne ricuperò una, restando l'altra nel museo reale di Parigi.

Della principale sedia stercoraria di marmo bianco s'ignora il fine e probabilmente fu distrutta.

Commenti dei lettori

  1. Commento di Gabriele Romanato - 3/1/2006 ore 10,57

    Io quand'ero bambino venivo a trovare i parenti in questo periodo di festività. bellissime foto! a Porta Portese ci sono un sacco di libri antichi su queste storie romane. ciao :-)

Articolo di Michele Diodati pubblicato il  3/1/2006 alle ore 1,27.

Indice del Pesa-Nervi | Diodati.org

Inizio pagina.