Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Libertà di stampa nel 2005

La traduzione in italiano del resoconto di «Reporters Sans Frontieres» sulle violazioni della libertà d'informazione nel mondo per l'anno 2005.

Il documento originale è PRESS FREEDOM IN 2005, pubblicato il 4 gennaio 2006 sul sito di Reporters Sans Frontieres. Traduzione in italiano di Vittorio Bica.

Sempre più violenza: 63 giornalisti uccisi, più di 1300 aggrediti o minacciati.
Bilancio annuale di Reporters sans Frontieres (RSF)

[L'immagine di copertina del rapporto 2005 di RSF mostra un pacco di quotidiani avvolto nel filo spinato]Nel 2005:

  • 63 giornalisti uccisi
  • 5 collaboratori dei media uccisi
  • almeno 807 giornalisti arrestati
  • 1308 aggrediti o minacciati
  • 1006 organi di informazione censurati

A titolo comparativo, nel 2004:

  • 53 giornalisti uccisi
  • 15 collaboratori dei media uccisi
  • almeno 907 giornalisti arrestati
  • almeno 1146 aggrediti o minacciati
  • almeno 622 organi di informazione censurati

Al 1° gennaio 2006:

  • 126 giornalisti e 70 cyberdissidenti erano in carcere in tutto il mondo.
Bilancio 2005 Uccisi Arrestati Aggrediti o
minacciati
Media
censurati
Africa 5 256 213 86
Americhe 7 20 229 10
Asia 17 352 583 745
Europa ed ex Urss 7 92 179 120
Maghreb e Medio-Oriente 27 87 104 45
Totale 2005 63 807 1308 1006
Nel 2004 53 907 1146 622

L'anno con il maggior numero di morti dal 1995

Nel 2005, almeno 63 giornalisti sono stati uccisi nell'esercizio delle loro funzioni, o per avere manifestato le loro opinioni. Una cifra che non era tanto elevata dal 1995 (in quell'anno trovarono la morte 64 giornalisti, di cui 22 in Algeria). Anche cinque collaboratori dei media ("produttori", autisti, traduttori, tecnici, agenti di sicurezza e altri) sono stati uccisi.

Per il terzo anno consecutivo l'Iraq continua a essere il paese più pericoloso al mondo per i media, con 24 giornalisti e 5 collaboratori dei media uccisi. In totale 76 giornalisti e collaboratori dei media sono stati uccisi dall'inizio del conflitto nel marzo 2003, più che nella Guerra del Vietnam dal 1955 al 1975. Gli attentati terroristici e gli attacchi della guerriglia sono la prima causa di morte tra i professionisti dell'informazione. Tuttavia l'esercito statunitense è responsabile della morte di tre giornalisti e collaboratori dei media. Il 28 giugno, il produttore televisivo Wael al-Bakri di 30 anni, fu ucciso dalle truppe americane in una sparatoria. Il giorno seguente, un portavoce della 3a divisione di fanteria, con base a Baghdad, ha riconosciuto che l'unità statunitense era implicata nella morte del giornalista e che era stata aperta un'inchiesta. Da allora l'esercito non ha comunicato alcun risultato, così come per le altre uccisioni sottoposte a indagine.

Numero di giornalisti uccisi ogni anno
[grafico che mostra il numero di giornalisti uccisi nel mondo dal 1995 al 2005]

Giornalisti uccisi nel 2005:

  • Afghanistan 2
  • Azerbaijan 2
  • Bangladesh 2
  • Bielorussia 1
  • Brasile 1
  • Colombia 1
  • Repubblica Democratica del Congo 2
  • Ecuador 1
  • Haiti 2
  • Iraq 24
  • Kazakhstan 1
  • Kosovo 1
  • Libano 2
  • Libia 1
  • Messico 2
  • Nepal 2
  • Pakistan 2
  • Filippine 7
  • Russia 2
  • Sierra Leone 1
  • Somalia 2
  • Sri Lanka 2

Anche nelle Filippine, i giornalisti pagano con la vita il loro impegno di informare il pubblico. Qui il rischio non è rappresentato tanto dai gruppi armati, quanto dai politici, dagli uomini d'affari o dai trafficanti pronti a tutto per ridurre al silenzio i giornalisti che denunciano i loro crimini. Nonostante che nel 2005 sia stato condannato l'assassino del giornalista Edgar Damalerio, ucciso nel 2002 sull'isola di Mindanao, l'impunità è rimasta la regola. Anche in altri paesi asiatici (Afghanistan, Bangladesh, Nepal, Pakistan e Sri Lanka) dei giornalisti sono stati uccisi per il loro lavoro.

Una serie di attentati ai danni di politici e giornalisti ha scosso il Libano nel 2005 e due grandi figure del giornalismo libanese hanno perso la vita: Samir Kassir in giugno, e Gibran Tuéni in dicembre. Il primo era uno degli editorialisti del quotidiano An-Nahar e il secondo ne era l'editore. May Chidiac, una celebre presentatrice televisiva della emittente LBC, è sopravvissuta all'esplosione della sua automobile, in settembre, ma nell'attentato ha perso una mano e una gamba.

La violenza contro i giornalisti è aumentata anche in Africa e giornalisti sono stati uccisi nella Repubblica Democratica del Congo, in Sierra Leone e Somalia; i loro assassini (alcuni dei quali conosciuti) non sono stati perseguiti. Inoltre, sta languendo l'indagine sull'assassinio, avvenuto nel dicembre 2004, di Deyda Hydara, giornalista gambiano corrispondente locale di RSF e dell'agenzia France Presse. Le autorità stanno facendo del loro meglio perché i responsabili non vengano identificati e possano sfuggire alla giustizia.

Nel continente americano, in Messico, sono stati uccisi due giornalisti che indagavano su traffici di droga ed estorsioni sui carburanti.

Parecchi giornalisti sono stati uccisi in Russia e Bielorussia in circostanze poco chiare, alcuni evidentemente per cause legate al loro lavoro. Le indagini di polizia, spesso condotte in modo parziale e condizionate dalla politica, quasi mai hanno prodotto risultati positivi.

Le aggressioni e le minacce sono in costante aumento

Più di 1300 aggressioni e casi di minaccia sono stati registrati da RSF durante il 2005, più che nell'anno precedente.

In Bangladesh e Nepal, le aggressioni sono praticamente all'ordine del giorno e vengono da ogni parte: agenti di polizia, militanti di partiti politici al potere, o all'opposizione, e membri di gruppi armati. Gli aggressori vengono puniti assai raramente e possono pertanto continuare a fare dei giornalisti il loro bersaglio nella totale impunità.

A Baufal, per esempio, nel sud del Bangladesh, il giornalista Manjur Morshed rimase seriamente ferito in agosto, quando venne duramente percosso con un bastone di bambù da un deputato del partito al potere, che aveva accusato di corruzione. I giornalisti della regione hanno manifestato in segno di protesta.

Le campagne elettorali sono spesso sinonimo di violenza nei confronti della stampa. In Egitto e in Azerbaidjan, le elezioni nazionali hanno visto dozzine di casi di aggressione ai danni di giornalisti che riferivano delle manifestazioni o dello svolgimento delle operazioni di voto.

In Nigeria e in Perù, una cinquantina di giornalisti sono stati percossi da poliziotti, militari o seguaci di politici locali. Tali violenze sono generalmente più frequenti nelle province. I giornalisti sono accusati di non farsi gli affari propri e le divergenze vengono risolte a suon di pugni e bastonate.

Ci sono altri ancora che se la prendono con i giornalisti. A Lima, per esempio, a fine aprile, l'ambasciatore del Perù in Spagna, di passaggio nel suo paese, ha aggredito una giornalista radiofonica che lo voleva intervistare. Bettina Mendoza, dell'emittente CPN, subì una lesione ai legamenti del braccio destro. Più tardi, il diplomatico si scusò.

Le prigioni continuano a essere piene di giornalisti

Giornalisti in prigione
Cina 32
Cuba 24
Etiopia 17
Eritrea 13
Birmania 5

Gli anni passano, ma le più grandi carceri del mondo per i giornalisti restano e le pene detentive aumentano. Al 1° gennaio 2006, 126 giornalisti e 3 collaboratori dei media erano in stato di detenzione in 23 paesi (la lista completa è disponibile sul sito www.rsf.org).

In Cina, il giornalista e critico d'arte Yu Dongyue è in prigione dal massacro di Piazza Tiananmen del 1989, scontando una condanna a 18 anni per "propaganda contro-rivoluzionaria". E' impazzito per le torture subite.

Cuba è tuttora la seconda maggiore prigione del mondo per i giornalisti e 20 dei 27 giornalisti arrestati nella repressione della primavera del 2003 stanno scontando pene che vanno dai 14 ai 27 anni. Altri 4 furono imprigionati nell'estate del 2005 e due di loro attendono ancora il processo.

In Birmania, Win Tin, il più celebre dei giornalisti e dei democratici di quel paese, ha iniziato il suo diciassettesimo anno di prigione. La giunta militare al potere si rifiuta ostinatamente di liberare l'anziano capo-redattore del giornale Hanthawathi, nonostante abbia 75 anni.

Lo scrittore libico Abdullah Ali al-Sanussi al-Darrat è il giornalista che è in prigione da più tempo. Fu arrestato nel 1973 e si sa molto poco di lui. Le autorità libiche non hanno mai risposto alle numerose petizioni di RSF. Nessuno è in grado di affermare con certezza che sia ancora in vita.

In Eritrea non esistono più organi di informazione privati da quando vennero chiusi con la forza nell'autunno del 2001 e gli ex direttori e gli editori sono tuttora in prigione. Il loro sciopero della fame nel 2002, non ha dato alcun risultato. Il luogo della loro detenzione resta sconosciuto e alle famiglie è negato il permesso di far loro visita.

L'unico indicatore che è diminuito è il numero di giornalisti incarcerati (807 contro i 907 del 2004). Questa incoraggiante dimininuzione non è tuttavia sufficiente, perchè ogni giorno due giornalisti, in media, sono arrestati in qualche parte del mondo, solo perché cercano di fare il proprio mestiere.

Un aumento della censura maggiore del 60%

Nel 2005 si è avuta conoscenza di almeno 1006 casi di censura, contro i 622 dell'anno precedente. Il grande aumento è dovuto principalmente al peggioramento della situazione in Nepal, dove è concentrata più della metà dei casi (567) registrati nel mondo. Dopo che, il 1° febbraio, il re Gyanendra ha decretato lo stato d'emergenza, la stampa sta subendo gli effetti di misure sempre più repressive. Insieme alla proibizione per le emittenti radiofoniche in modulazione di frequenza di trasmettere notiziari, al blocco dei siti internet, alla confisca delle apparecchiature di numerosi mezzi di informazione e all'uso propagandistico della pubblicità, i media nepalesi hanno conosciuto nel 2005 ogni forma di censura.

In Cina, la Grande Muraglia contro le trasmissioni radio ha fatto nuove vittime. Voice of Tibet, BBC, Sound of Hope, Radio Free Asia non sono che alcune delle emittenti vittime del sistema di intercettazione creato dalle autorità cinesi, grazie ale apparecchiature fornite dall'impresa francese Thalès. Praticamente tutti i giorni i direttori dei mezzi di informazione o dei siti internet ricevono dal Dipartimento per la Propaganda le liste degli argomenti che non devono trattare.

In Bielorussia, in Kazakhstan e in genere in tutta l'Asia centrale, la censura resta la regola. In questi paesi, i giornali continuano a venire chiusi soltanto perché osano pubblicare articoli critici verso le autorità costituite. Gli stampatori e le società di distribuzione sono spesso usati per esercitare pressioni sulle pubblicazioni indipendenti o di opposizione.

Internet sotto sorveglianza

Cyberdissidenti in prigione
Cina 62
Vietnam 3
Iran 1
Siria 1

Internet è tuttora strettamente sorvegliata da alcuni governi repressivi. RSF ha stilato la lista dei quindici nemici di Internet: Arabia Saudita, Bielorussia, Birmania, Cina, Corea del Nord, Cuba, Iran, Libia, Maldive, Nepal, Uzbekistan, Siria, Tunisia, Turkmenistan, Vietnam.

Questi 15 paesi sono i più repessivi per quanto riguarda la libertà di espressione online: censurano i siti di informazione indipendenti e le pubblicazioni di opposizione, spiano il traffico della Rete per zittire le voci dissidenti, molestano, minacciano e qualche volta gettano in prigione gli internauti e i blogger che devìano dalla linea governativa.

In Tunisia, per esempio, il presidente Ben Alì, la cui famiglia controlla la gestione della Rete, ha creato un sistema molto efficiente di censura di Internet. Tutte le pubblicazioni dell'opposizione sono bloccate, al pari di numerosi siti di informazione. Il regime dissuade anche la gente dall'usare la webmail, più difficile da sorvegliare della normale posta elettronica.

Anche il sito di RSF non può essere visto in Tunisia. Le autorità arrestano gli internauti che le contestano e, nell'aprile del 2005, l'avvocato filo-democratico Mohammed Abbou è stato condannato a tre anni e mezzo di reclusione per avere criticato online il presidente.

In Iran, il Ministero dell'Informazione si vanta di bloccare l'accesso a centinaia di migliaia di siti. Gli ayatollah al potere prendono di mira ogni contenuto che possa riferirsi anche lontanamente al sesso e anche i siti di informazione indipendente. L'Iran detiene il record del numero di blogger arrestati e incarcerati: dall'autunno del 2004 all'estate del 2005, più di una ventina. Mojtaba Saminejad, un blogger di 23 anni, è in prigione dal febbraio del 2005. In giugno è stato condannato a due anni di reclusione per oltraggio alla Suprema Guida del paese, l'ayatollah Ali Khamenei.

Collegamenti utili (a cura del traduttore)

Altri organismi internazionali e associazioni indipendenti che si occupano della libertà di stampa e della sicurezza dei giornalisti:

BANGLADESH

Didascalia:
U Win Tin dietro le sbarre

BIRMANIA

CINA

FILIPPINE

GAMBIA

IRAN

IRAQ

LIBANO

LIBIA

PERU

TUNISIA

Commenti dei lettori

  1. Commento di Gabriele Romanato - 12/1/2006 ore 17,19

    Oggi è anche in vigore una forma di violenza più subdola, che consiste nell'isolare le voci fuori dal coro e ridurle al silenzio tagliando loro spazi o infangandone la credibilità. Credo che l'Italia sia ai primi posti nella graduatoria. ;-)

Articolo di Vittorio Bica pubblicato il  11/1/2006 alle ore 14,46.

Indice del Pesa-Nervi | Diodati.org

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