Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Travasi di bile

Storia inventata di un caso molto reale: la cattura e la prigionia di un orso dal collare, in una delle terribili fattorie della bile, ancora numerose nel Sudest Asiatico (Cina, Vietnam e Corea).

La cattura

[Foto di un orso dal collare (Selenarctos thibetanus)]Immaginate di essere un magnifico orso dal collare, un giovane maschio di tre anni nel pieno del proprio vigore, un gigante di quasi due metri di altezza per 180 chili di peso. Immaginate di aver trascorso un'altra splendida giornata nella vostra foresta di bambù preferita, nel Sichuan, una grande regione della Cina continentale. Avete giocato, lottato e corso a perdifiato con altri giovani orsi, avete fatto il bagno nei ruscelli, avete saccheggiato un favo e fatto una scorpacciata di miele senza precedenti. Insomma siete un orso felice, come può essere felice un animale giovane, forte, sano, intelligente e curioso di tutto, libero di scorrazzare nel proprio ambiente naturale.

Non vi resta che predisporvi a passare la notte, trovandovi un riparo, un comodo giaciglio di foglie nel sottobosco oppure una tana su un albero, mentre il sole tramonta e lo strepito dei grilli riempie l'aria fresca della sera. Avete già adocchiato una piccola zona cespugliosa, riparata sotto un costone di roccia, e vi ci state avvicinando a grandi passi, con il cuore leggero di chi non ha un solo problema nella vita, accarezzando l'idea di un sonno ristoratore, in vista di una nuova giornata di avventure e di giochi.

I ramoscelli sparsi sul terreno scricchiolano e scoppiettano sotto le vostre zampone, mentre percorrete i pochi metri che vi separano dalla morbida "cuccia" che vi sta aspettando, quando ecco che improvvisamente, subito dopo il "crac" fatto dall'ennesimo ramoscello spezzato, avvertite un suono metallico e secco, mai sentito prima. Nello stesso istante un dolore fortissimo a una delle zampe posteriori vi fa urlare. Qualcosa vi trattiene e vi impedisce di allontanarvi. Vi girate per vedere di cosa si tratta e finalmente capite: uno strano strumento metallico pieno di denti si è chiuso come un immenso morso sulla vostra zampa sinistra, che appare orribilmente ferita. Il sangue sgorga a fiotti, mentre tentate disperatamente di divincolare la zampa dalla morsa. Ma non c'è nulla da fare: neppure la forza di un giovane orso maschio è in grado di spezzare la grossa catena a cui è fissata la tagliola; e certo non potete abbattere l'albero intorno al cui tronco è legata la catena.

Cercando di dominare il terrore e il dolore, afferrate con gli unghioni delle zampe anteriori i bracci della tagliola e provate a tirarli con tutte le forze verso l'esterno per allargarli, nella speranza di riuscire a liberarvi. Niente da fare! Non c'è presa. Allora vi intestardite a cercare di tirar via la zampa, ma gli sforzi non fanno che lacerare ulteriormente la ferita, finché il dolore, la paura e il dissanguamento non hanno la meglio sulla vostra resistenza e scivolate in un sonno tormentato da incubi.

Passano le ore. Passa la notte e passa tutta la giornata successiva. La sete e la fame si aggiungono al dolore insopportabile della ferita, resa sempre più profonda dai movimenti inconsulti che fate per cercare di liberarvi. Ormai il metallo ha intaccato le ossa della gamba. Per fortuna a furia di leccare, l'emorragia si è quasi arrestata, ma lo sfinimento e la disperazione crescono senza sosta. Non avevate mai provato finora una simile frustrazione, un tale senso d'impotenza.

Improvvisamente sentite degli odori sconosciuti e dei rumori provenire dalla boscaglia. Le foglie si muovono e compare davanti a voi una dozzina di piccoli esseri bipedi, mai visti prima, ricoperti da buffe e sottili pelli colorate. Non hanno pelliccia, emettono suoni incomprensibili e sembrano minacciosi. Provate a spaventarli con le forze residue, ma il gioco non riesce. Vi gettano addosso una rete e poi vi legano come un salame. Finalmente qualcuno di loro, chissà come, riesce a togliervi quell'affare che vi tormentava. Vi godete qualche attimo di sollievo, mentre guardate i piccoli esseri che armeggiano intorno alla vostra zampa ferita, grattandosi la testa e scambiandosi versi e cenni d'intesa. Cominciate quasi a sentirvi rassicurati. Forse non sono cattivi. Forse ora vi libereranno e potrete correre a nascondervi nella boscaglia, potrete finalmente rilassarvi e dormire, aspettando che la ferita guarisca.

No. Vi siete illusi troppo presto. Mentre due bipedi vi mantengono ferma la gamba ferita, un altro bipede solleva in alto con tutte e due le mani un affilato bastone metallico e comincia a vibrarlo con violenza un po' sopra il vostro ginocchio, finché la povera gamba martoriata si stacca e viene via come una pelle di serpente vecchia. Lo stupore è forse ancora più grande del dolore e le vostra urla si perdono nella foresta, senza commuovere nessuno dei bipedi. Vi bendano alla meglio il moncone e, senza darvi né da bere né da mangiare, vi appendono, ancora legato, a un lungo ramo diritto, che alcuni di loro hanno ripulito da rametti, spuntoni e foglie; poi - tre bipedi davanti e tre dietro - lo sollevano da terra e cominciano a trasportarvi lungo un sentiero che si perde nei boschi.

Con la testa rovesciata all'indietro, guardate da sottosopra i luoghi che vi sono familiari: gli alberi, i ruscelli, le pietre, le alte montagne innevate in lontananza. Qualcosa dentro di voi vi dice che è l'ultima volta che li state osservando. Perciò vi riempite i sensi dei suoni, delle forme, dei colori, degli odori della vostra foresta di bambù. Li conserverete per sempre nella memoria, dovunque quegli esseri vi stiano conducendo.

In balia degli uomini

Il viaggio nei boschi sembra non finire mai. I portatori si danno spesso il cambio, affranti dalla fatica, mentre voi penzolate da quel ramo, scivolando spesso nel dormiveglia, da cui vi destano di continuo il dolore martellante della gamba mutilata e una sete ormai quasi insopportabile. E' buio quando arrivate a una radura. I bipedi vocianti vi staccano dalla pertica e vi gettano con malagrazia all'interno di un grosso aggeggio mai visto, stretto e dalla superficie liscia e fredda, nel quale non riuscite neppure a girarvi, a causa delle grosse funi con cui vi hanno legato. Dopo qualche minuto sentite un rombo sordo, come di un tuono, ma vicinissimo e interminabile. Contemporaneamente una vibrazione regolare scuote l'aggeggio in cui vi hanno rinchiuso e sentite che vi state muovendo.

Tra sobbalzi e scossoni, passano le ore. Non sapete più neppure se fuori è giorno o notte, mentre tutto il vostro corpo pulsa di dolore e di stanchezza. Quando ormai pensate di non farcela più a sopportare oltre, il rombo e il movimento si interrompono. Dopo un'attesa difficile da definire, uno dei bipedi spalanca le porte del sepolcro in cui giacete e la luce del giorno vi ferisce di colpo gli occhi abituati all'oscurità. Intanto altri bipedi vi sollevano a fatica e poi vi gettano ansimando in terra, mentre qualcun altro, a poca distanza, sta armeggiando intorno a una specie di piccolo ricovero rettangolare, chiuso da ogni lato da quelli che sembrano tanti rami dritti. E' una gabbia, e capite subito che quella sarà la vostra nuova casa.

[Orso spaventatissimo, chiuso in una gabbia troppo piccola]
Fonte: Animals Asia Foundation

Con movimenti rapidi e precisi, i bipedi vi afferrano da terra e vi trascinano verso la gabbia. Le funi che vi legano, il dolore e la debolezza vi impediscono di protestare. Dalla vostra bocca esce solo un lungo lamento dolente, quasi un'invocazione, che resta inascoltata. Ora vi hanno già sollevato e calato all'interno della gabbia. Uno dei bipedi chiude lo sportello. Un altro si avvicina con una strana maschera davanti alla faccia e comincia a passare un cannello appuntito lungo il bordo dello sportello che combacia con l'intelaiatura della gabbia. Dal cannello esce una pioggia di scintille e voi girate di scatto la faccia per non vedere, con il fiato mozzato dalla paura e dalla sorpresa. Alla fine del lavoro, un altro bipede scuote lo sportello e si accerta che sia bloccato.

Finalmente qualcuno taglia le funi che vi imprigionano: potete muovere le zampe anteriori, mentre il sangue comincia a circolare nuovamente negli arti indolenziti e formicolanti. Qualcun altro si ricorda che siete un essere vivente e che avete bisogno di mangiare e di bere: da una piccola apertura vi passano un pastone a base di granaglie, che in altri momenti più felici avreste rifiutato sdegnosamente. Ma ora non c'è da fare gli schizzinosi: ingollate la sbobba e poi bevete fino all'ultima goccia l'acqua che cola da un cannello che qualcuno ha fatto scivolare tra le sbarre.

In quel posto dove vi hanno portato non si perde tempo. Non avete neppure finito di rifocillarvi che i bipedi già hanno sollevato la vostra gabbia, montata su lunghe pertiche di metallo, e la stanno trasportando da qualche altra parte. Vi conducono in una grande stanza semibuia e immediatamente vi colpisce l'odore di altri orsi e di escrementi. I bipedi depositano la vostra gabbia in un angolo, sfilano le pertiche e se ne vanno. In un silenzio innaturale, cominciate a guardarvi intorno, sforzandovi di mettere a fuoco la situazione, di familiarizzarvi con il nuovo ambiente.

La fabbrica della bile

[Un orso intrappolato in una gabbia che può appena contenerlo]
Fonte: Animals Asia Foundation

Innanzitutto la "tana". La gabbia in cui siete rinchiusi è microscopica: una specie di bara appoggiata a terra nel senso della lunghezza, nella quale state a malapena, con la testa che tocca il soffitto e nessuna possibilità di movimento. Anche girarsi di lato è faticoso; mettersi in piedi, seppure aveste ancora tutte e due le zampe di dietro, è invece impossibile. L'unica libertà che vi è concessa è quella di allungare le zampe anteriori fuori dalle sbarre.

In questa scomoda posizione, con gli occhi che si sono abituati nel frattempo alla semioscurità, vi rendete conto che lo stanzone è pieno di gabbie come la vostra, disposte su due file parallele che lasciano un corridoio vuoto al centro; e in ogni gabbia c'è un orso prigioniero. Un'angoscia sorda si somma al dolore della gamba mutilata e cominciate a piangere sommessamente, finché il sonno non s'impadronisce di voi.

La mattina successiva venite svegliati da spaventose urla di terrore. Quattro bipedi coperti da una strana e sottile pelle bianca stanno immobilizzando con dei bastoni metallici l'orso nella gabbia accanto, che urla disperatamente. Mentre i bastoni, passati tra le sbarre davanti al collo e all'addome della vittima, tengono immobilizzato il vicino sul fondo della gabbia, uno dei bipedi infila un piccolo aggeggio, una siringa, all'interno del foro che si trova all'estremità di un cannello metallico, la cui altra estremità è conficcata nell'addome dell'orso. Nella siringa comincia a formarsi un liquido bruno verdastro: è bile, che viene estratta dalla cistifellea dell'orso, il quale, per tutta la durata dell'operazione, soffre le pene dell'inferno.

Gli altri orsi sanno cosa li attende e ciascuno di loro urla, picchia la testa contro le sbarre, le morde nell'inutile tentativo di romperle oppure solo per sfogare la rabbia repressa. I bipedi si fermano davanti a ciascuna gabbia e ripetono ogni volta lo stesso, terribile rituale. Per "mungere" tutti gli orsi dello stanzone occorrono almeno due ore, e sono due ore di terrore e di sofferenze indicibili per i poveri animali imprigionati.

Didascalia:
Impianto per la mungitura della bile,
praticato sull'addome di un orso.
Fonte: Animals Asia Foundation

Man mano che i bipedi fanno il giro dello stanzone, capite che si sta avvicinando il vostro momento e sentite il cuore che batte impazzito quando i bipedi coperti di bianco giungono davanti alla vostra gabbia. I bastoni fatti scorrere tra le sbarre vi hanno già immobilizzato e del resto non avete ancora recuperato forze sufficienti, per sperare di riuscire a fermare i torturatori. Così, quello stesso che infilava la siringa nei cannelli pendenti dagli stomaci degli altri orsi, vi pratica una dolorosa incisione sull'addome e, mentre il sangue sgorga e viene drenato alla meglio, vi infila dentro un cannello uguale agli altri, lungo una ventina di centimetri. Ma la tortura non finisce qui. Vi viene applicata anche una specie di cintura metallica, una sorta di penoso e fastidiosissimo sudario, che serve per proteggere il cannello impiantato, impedendovi di strapparlo via.

E' troppo, anche per un animale giovane e sano. La cattura, la mutilazione, l'imprigionamento, l'infezione seguita all'impianto del catetere: tutto si somma e una forte febbre si impadronisce di voi, tenendovi per vari giorni tra la vita e la morte. Ma la fibra fortissima degli orsi, l'incredibile potere del vostro sistema immunitario di combattere le infezioni, hanno la meglio sulla malattia e a poco a poco vi ristabilite, per quanto possa dirsi ristabilito un orso che, sano o malato, si trova imprigionato in una sorta di bara che impedisce qualsiasi movimento.

Dieci anni di torture

Didascalia:
Cateteri per la mungitura della bile di orso.
Fonte: Animals Asia Foundation

Comincia così un tempo lunghissimo di dolore quotidiano, di indicibili sofferenze ripetute all'infinito, tutti i giorni della settimana, tutti i mesi dell'anno. Due volte al giorno, subito dopo che avete mangiato quell'orrendo pastone di granaglie, proprio mentre l'organismo avrebbe più bisogno di riposo per digerire, arrivano i bipedi mungitori, che vi immobilizzano e vi succhiano la preziosa bile, che si sta accumulando nella vostra cistifellea e che voi orsi producete in gran quantità, più di qualsiasi altro mammifero. La paura e il dolore sono troppo intensi per essere raccontati; vi passa così anche la voglia di mangiare, sapendo ciò a cui il mangiare prelude; e non riuscite a digerire bene dopo la tortura, anche perché sentite i visceri in fiamme per la dolorosa e continua "mungitura".

E le ore tra una mungitura e l'altra sono forse ancor più spaventose, perennemente immobili come siete nel vostro sarcofago, continuamente sporchi delle vostre stesse feci e della vostra stessa urina, con le carni piagate dall'immobilità e i muscoli inflacciditi e dolenti, con le unghie della zampa posteriore superstite cresciute oltre misura e ritorte fino a farvi sanguinare, non più limate dal contatto con il suolo. Anche il ricordo della vita felice che avete vissuto prima della cattura piano piano sfuma e rimane solo l'angoscia infinita di un presente assurdo, in cui vi è stata sottratta non solo la possibilità di muovervi e di procurarvi il cibo, ma anche la possibilità di assecondare l'estro e il desiderio sessuale, di seguire le stagioni e di cadere in letargo, come il vostro istinto vi comanderebbe. Potete sopravvivere a tutto questo solo perché voi orsi siete animali eccezionali, così forti e robusti che neppure una simile vita d'inferno è in grado di uccidervi, almeno fisicamente.

Didascalia:
L'interno di una fabbrica della bile.
Fonte: Animals Asia Foundation

Fisicamente. Sì, perché moralmente invece siete già morti il giorno in cui vi hanno rinchiuso in quella bara con le sbarre. Da allora avete sentito la rabbia e la disperazione crescere dentro di voi inesorabilmente, rinforzate dalla rabbia e dalla disperazione dei vostri vicini di prigionia. Così avete cominciato a fare quello che gli altri orsi avevano fatto prima di voi: avete cominciato a sbattere la testa contro il soffitto della gabbia, fino a provocarvi vaste ferite purulente; avete cominciato a mordere le sbarre, ad affondare gli artigli nella vostra stessa carne, a ripetere ossessivamente per ore intere lo stesso movimento della testa, sinistra destra, destra sinistra, l'unico che la vostra prigionia vi consente. In una parola, avete cominciato a impazzire.

Ma i bipedi non restano inerti ad assistere ai vostri scoppi d'ira. Per qualche ragione che non capite, hanno bisogno che gli orsi prigionieri rimangano vivi. Così, dopo che avete cercato di mordere gli addetti che vi immobilizzavano, dopo che vi siete feriti da soli a furia di morsi e di unghiate contro le sbarre e contro la vostra stessa carne, arriva una punizione terribile, indimenticabile. A dispetto dei vostri sforzi, vi immobilizzano completamente e, una alla volta, legano le vostre zampe anteriori su un asse di legno; poi, con un colpo secco d'accetta, mentre siete svegli e pienamente coscienti, fanno saltare via non solo gli artigli, causa delle vostre ferite e pericolosi per chi si occupa di voi, ma tutte le dita; prima dalla zampa sinistra e poi dalla destra. Rimanete inorriditi e dolenti a guardare i moncherini che sprizzano sangue tutto intorno, mentre un bipede annoiato vi benda frettolosamente, dopo aver sparso una strana polvere sulle ferite ancora sanguinanti. Quei piccoli esseri pallidi e glabri sono riusciti ad accrescere la vostra disperazione oltre il limite di ciò che credevate possibile.

Dopo qualche giorno - vi siete appena ripresi dall'amputazione delle dita - i torturatori hanno in serbo per voi un'altra amara sorpresa. Non sono più disposti a correre il rischio che mordiate gli addetti né che vi feriate gravemente a morsi. La soluzione è rapida e, come sempre, cruenta. Se foste uomini, potreste immaginare cosa vuole dire sentir segare senza anestesia, fino alla radice, i vostri canini. Per analogia, potreste allora capire cosa prova un orso a cui vengono segate fino alla radice, senza anestesia, le zanne, lunghe dai 5 ai 7 centimetri. Eppure è esattamente quello che i bipedi vi fanno, incuranti delle vostre urla strozzate, dopo avervi immobilizzato per l'ennesima volta e tenuto la bocca spalancata con la forza, grazie ad un apposito morso.

Didascalia:
Catetere che spunta dall'addome
perforato di un orso.
Fonte: Animals Asia Foundation

Da allora in poi, sono veramente giorni, mesi, anni tutti uguali. Vi hanno tolto non solo la libertà, ma la possibilità stessa di ribellarvi. Non vi resta che un'infinita, atroce sopportazione; un'angoscia senza nome che vi accompagna ad ogni ora del giorno e della notte, scanditi inesorabilmente dagli stessi dolori e dagli stessi terrori. A poco a poco anche la vostra straordinaria resistenza comincia ad affievolirsi. La quantità di bile prodotta dalla cistifellea diminuisce giorno dopo giorno. La mungitura diventa sempre più lunga e dolorosa e il risultato sempre meno soddisfacente per i vostri aguzzini.

E così arriva un giorno in cui i bipedi afferrano la vostra gabbia e la portano in un'altra sala, una specie di stalla umida e abbandonata, dove c'è qualche altra gabbia vuota e un paio di altri orsi in gabbia, non più produttivi, esattamente come voi. Sono giorni diversi dai precedenti: non dovete più sopportare il rito della mungitura, ma sembra che facciano apposta a dimenticarsi di portarvi da mangiare e da bere. Quando si ricordano di voi, le porzioni sono piccole e il cibo ancor più schifoso di prima: la fame e la sete cominciano a tormentarvi come mai in passato. Ma in tutti questi lunghi anni avete bene imparato cosa sia la pazienza. Perciò accettate anche quest'ultima croce.

Non vi spaventate più di tanto, neppure quando vedete i bipedi coperti di bianco venire verso la vostra gabbia. Non protestate, quando vi bloccano la zampa posteriore superstite e, con qualche sapiente colpo d'accetta, fanno saltare via il vostro piede con tutti gli artigli. Cosa mai ci faranno - vi domandate - con la zampa di un orso vecchio e malandato? Il dolore non vi sconvolge più come una volta; alla paura avete fatto l'abitudine. Vi meraviglia solo un po' il fatto che stavolta non cerchino neppure di medicare e fasciare la ferita, che intanto continua a sanguinare. Del resto la vostra è quasi una curiosità accademica, perché certo non v'importa più di morire. Anzi, sarebbe meglio finalmente morire, pensereste se foste un uomo.

Guardate il bipede ritto di fronte a voi e scorgete nelle sue mani una lucida canna di metallo puntata contro la vostra testa. Poi sentite due scoppi fortissimi, in rapida successione, che vi fanno trasalire. E improvvisamente una dolce nebbia vi avvolge. Non provate più né fame né sete. Le ossa, i muscoli e le piaghe non vi dolgono più. E' scomparsa ogni paura. Scivolate rapidamente in una piacevole incoscienza. «Che bello! Finalmente in letargo, dopo tanto, troppo tempo». E la vostra mente si spegne sulle immagini della vostra cara foresta di bambù. Sì, devono essere stati quei due scoppi improvvisi. Chissà come, hanno risvegliato ricordi di molti anni fa: «Ecco il ruscello dove andavo a bere e a pescare. Ecco l'albero delle api. Che scorpacciata di miele farò non appena mi sarò svegliato! Ma che sonno ora. E' proprio tempo di dormire».

Spiegazione

Didascalia:
Pezzi di orso venduti in un mercato asiatico.
Si nota una zampa con gli artigli.
Fonte: Asian Animal Protection Network

Il racconto che avete letto non è la versione adattata agli orsi di Misery non deve morire; non è un tentativo di scimmiottare Stephen King o altri maestri della letteratura orrorifica. Purtroppo è un resoconto per difetto di ciò che accade realmente, in Cina, in Corea e in Vietnam, a migliaia e migliaia di orsi, ancor oggi prigionieri nelle fattorie della bile.

La bile di orso è un antichissimo medicamento della medicina tradizionale orientale. Bile, zampe e artigli di orso sono articoli ancora richiestissimi sui mercati asiatici, e hanno quotazioni da capogiro. Per chi gestisce queste fabbriche, i guadagni sono assicurati. Fiutato l'affare, vi si sono gettati in tanti, e la produzione di bile di orso, a partire dagli anni '90, è diventata così ingente da superare le richieste del mercato, sicché, per non sprecare la preziosa materia prima, si è cominciato ad impiegarla per la fabbricazione di shampoo, lozioni, unguenti, ecc.

Potete immaginare quale delitto rappresenti produrre con tanta sofferenza, per i poveri animali, un prodotto che finisce per essere usato in uno shampoo o in una candela profumata! Per di più, la sperimentazione scientifica ha dimostrato che esistono almeno una cinquantina di estratti di erbe che hanno i medesimi effetti curativi della bile di orso, usata solitamente come antiinfiammatorio. Insomma, esistono tutte le ragioni perché questa barbara industria sia messa al bando una volta per tutte. La vera difficoltà, a questo punto, è riuscire a far crollare la domanda, spiegare al mondo la tragedia degli orsi "da bile", sensibilizzare la gente.

Didascalia:
Jill Robinson presta le prima cure
a un orso appena riscattato.
Fonte: Animals Asia Foundation

Una coraggiosa donna inglese, Jill Robinson, lotta dal 1993 con tutte le proprie forze per raggiungere questo scopo. E' riuscita, con la sua Animals Asia Foundation, a sensibilizzare il governo e i media cinesi, che ora sponsorizzano la sua battaglia. Grazie a donazioni provenienti da tutto il mondo, ha creato a Chengdu, in Cina, un santuario per la riabilitazione degli orsi riscattati dalle fattorie della bile e, pagando somme di danaro agli allevatori, sta a poco a poco portando avanti il suo ambizioso progetto: riuscire a riscattare 500 orsi (mentre scrivo ha raggiunto quota 198).

Non è per niente un lavoro facile. Gli orsi riscattati arrivano nel santuario in condizioni pietose. Alcuni muoiono per tumori o altre malattie, altri sono orribilmente mutilati e piagati. Occorrono cure veterinarie lunghe e costose e in più un'assistenza perenne, perché, anche se, come spesso accade, gli orsi guariscono perfettamente, a causa della lunga prigionia subita non sono più in grado di cacciare e di procurarsi il cibo da soli.

Bisogna considerare, poi, che, se anche Jill Robinson riuscirà nel suo progetto di riscattare 500 orsi, ne rimangono ben di più nelle fattorie della bile. Si suppone che attualmente gli orsi imprigionati e torturati siano tra i 7.000 e i 10.000. Se anche venissero liberati tutti, sarebbe gigantesco il problema di come accoglierli e curarli, visto che non possono essere reimmessi in natura. Per di più non è affatto facile superare le assurde superstizioni che sono alla base delle torture inflitte agli orsi, come quella, per esempio, che impone di amputare zampe e artigli mentre l'orso è ancora vivo e cosciente, se si vuole conservarne i poteri curativi.

Sul sito di Jill Robinson è ampiamente descritto in che modo, anche dall'Europa, si può aiutare la sua impresa. Spero che questo mio piccolo contributo serva a diffondere la conoscenza della tragedia ignorata degli orsi da bile e a far crescere nei lettori la voglia di dare un aiuto concreto, affinché si ponga per sempre la parola fine allo sfruttamento di questo meraviglioso animale.

Postilla del 23 aprile 2006

Grazie alla collaborazione di James Siddall jr, è ora disponibile sul Pesa-Nervi la traduzione in inglese del racconto e della spiegazione conclusiva. Mi auguro che ciò possa contribuire a diffondere ulteriormente la conoscenza della triste sorte degli orsi da bile.

Commenti dei lettori

  1. Commento di Chiara Catapano - 5/2/2006 ore 18,11

    Sono venuta a conoscenza degli orrori delle "fattorie della bile" solo qualche settimana fa, quando alla trasmissione "Animali e animali", Licia Colò ha presentato Jill Robinson, la signora inglese che ha dato vita all'associazione "Animals Asia Foundation" che si occupa appunto della liberazione e del recupero dei poveri orsi cinesi.
    Il bisogno di dovermi impegnare attivamente per loro, senza fermarmi al semplice bonifico in favore dell'associazione, è stato travolgente. Ho preso quindi contatti con "Animals Asia Foundation" per potere fondare in Italia un "support group" così come ne esistono in tanti altri paesi del mondo.
    L'attività del "support group" è finalizzata alla raccolta di fondi per sostenere l'eroico lavoro compiuto da Jill Robinson e dal suo team ed alla divulgazione delle immani sofferenze patite dagli orsi delle fattorie della bile.
    Chiunque e in qualsiasi modo voglia darmi una mano può contattarmi scrivendo al mio indirizzo di posta elettronica che è:
    chiara.catapano@aliceposta.it
  2. Commento di Michele Diodati - 15/2/2006 ore 10,51

    Altre foto di orsi imprigionati nelle gabbie delle fabbriche della bile sono disponibili qui.
  3. Commento di LLa pulce d'Acqua - 20/4/2006 ore 14,30

    Michele mi hai fatto accapponare la pelle, inoltre mi sta andando per traverso il cibo.
    Be è ben poca cosa, ciò che subiscono quegli orsi rendono nullo il mio stato d'animo attuale.

    Marco.
  4. Commento di Michele Diodati - 20/4/2006 ore 15,13

    Grazie a Old Jacques, adesso ho anche la traduzione in inglese del mio racconto, che pubblicherò qui fra non molto. Chiedo a chiunque legga di dargli la massima diffusione: penso infatti che un racconto come questo possa aiutare a scuotere le coscienze più della semplice cronaca - per quanto agghiacciante - dei casi noti di torture inflitte agli orsi.
  5. Commento di Marcello Cerruti - 24/4/2006 ore 11,32

    Il tuo articolo mi ha fatto pensare alle oche ipernutrite a forza con i tubi per far loro ammalare (ingrossare) il fegato allo scopo di aumentare la resa ed il contenuto di grasso nella produzione di Pâté de foie gras [1].
    Il collegamento di idee è andato anche alle galline (ed altri animali) allevate in batteria, agli animali esotici importati clandestinamente in spregio della convenzione CITES [2], con mortalità elevate durante il viaggio come ai tempi della tratta degli schiavi, alla moda delle pellicce, ai viaggi lager degli animali da macello extracomunitari ed importati cladestinamente nella UE, al massacro fino a minaccia di estizione degli squali per la pinna, dei rinoceronti per il corno, degli elefanti, trichechi e narvali per l'avorio, dei..., dei..., dei..., a..., a..., a...
    Poi ci stupiamo che la natura trova il modo di ribellarsi, ad esempio con "la mucca pazza".
    A furia di nutrire i bovini (vegetariani) con mangimi contenenti carne doveva pur succedere qualcosa...

    [1] http://stopgavage.com/
    [2] http://www.cites.org/


    Marcello Cerruti
  6. Commento di Michele Diodati - 24/4/2006 ore 13,47

    E' vero, Marcello, il mio racconto richiama molte altre storie di torture e violenze ingiustificabili contro gli animali. Penso però che gli orsi da bile, rispetto a tutti gli altri animali torturati, siano i più sfortunati: il loro tormento è infatti un'agonia quotidiana che può durare non di rado oltre dieci anni. Moltissimi tipi di animali vengono ammazzati nei modi più atroci per gli scopi commerciali più disparati, ma nessuna tortura, per quanto io ne sappia, riesce a durare così tanto.
  7. Commento di Marcello Cerruti - 24/4/2006 ore 19,18

    Si Michele, non volevo fare una classifica o paragoni. Il caso che riporti è veramente limite.
    Solo mi sono venute in mente, purtroppo, varie associazioni di idee, perché il rapporto di molti esseri umani con la natura che ci circonda è agghiacciante.
    Se non si ha una sensibilità etica in questo campo dovrebbe almeno prevalere una prospettiva di non brevissimo termine, per la sopravvivenza e la qualità della vita propria e delle generazioni future.

    Marcello Cerruti
  8. Commento di Michele Diodati - 24/4/2006 ore 19,49

    E' vero, c'è bisogno di una prospettiva etica e di un rapporto con la natura e gli animali completamente differente. Personalmente, però, vorrei che gli esseri umani, ancor più che per ragioni etiche di ordine generale o per calcoli di integrazione utilitaristica con l'ambiente e la natura, cessassero di torturare gli animali per una ragione diversa: cioè per l'aver sviluppato finalmente la capacità di compatire: cioè di mettersi al posto dell'essere vivente che si sta torturando.

    Non dico certo che bisogna arrivare ai limiti dei giainisti, che spazzano la terra dove camminano per non uccidere gli insetti oppure mettono una mascherina davanti alla bocca per non uccidere i microbi. Tuttavia, quando un uomo riesce ad ammazzare e spellare vivo un procione nei modi mostrati dal filmato citato in un altro mio articolo, oppure quando altri uomini catturano cani e gatti e li mettono vivi in gabbie microscopiche e poi li scaraventano dai camion chiusi in quelle gabbie, fratturandogli le zampe, vuol dire che siamo in presenza di gente primitiva: persone che vivono in uno stadio di coscienza così primordiale da aver reso abitudinario un comportamento che dovrebbe far solo inorridire. Qui non si tratta di etica o di sviluppo sostenibile, si tratta piuttosto di imparare a provare pietà.
  9. Commento di Nadia Zhiri e Laura Zavagno - 5/2/2007 ore 11,11

    Noi pensiamo che questa tortura sia assolutamente orrenda e inutile, perchè è assolutamente disumano trattare degli orsi in questo modo. Ed ecco il motivo per cui la nostra scuola F.Pizzigotti sta facendo una donazione per questi poveri orsi costretti a passare la loro vita in gabbie più piccole di loro con torture indescrivibili.Noi abbiamo partecipato a questa donazione per gli orsi,perchè amiamo gli animali ed è orribile anche solo pensare che degli esseri viventi vengano trattati in questo modo. Con affetto e comprensione Laura 94 e Nadia 93.
  10. Commento di Michele Diodati - 5/2/2007 ore 12,15

    Brave, Nadia e Laura!
    E' molto bello vedere in delle ragazze giovani come voi una sensibilità così matura verso le sofferenze degli animali. La donazione che avete fatto fa onore a voi e alla vostra classe. Vi invito a fare tesoro di questa esperienza, cercando, nell'ambito delle vostre amicizie e conoscenze, di sensibilizzare altre persone al problema degli orsi torturati e, più in generale, al rispetto della natura e degli animali.
  11. Commento di Giacomo Rivani - 6/2/2007 ore 20,21

    Questa tortura è una follia umana peggio, ormai, alla sterminazione degli ebrei fatta da Hitler.
    Queste povere creature sono costrette a soffrire in gabbie così piccole che non ci entrerebbe più neanche una mano. Perciò a nome mio e della mia classe 3°L della scuola F.LLI Pizzigotti stimiamo moltissimo Jill Robinson e tutti i suoi collaboratori per tutto quello che fanno per gli orsi, ma non solo,.a per tutti gli altri animali.Per questo abbiamo fatto una colletta per salvare gli orsi ed, insieme ad altre classi, siamo riusciti a raccogliere una cifra astronomica.
    arrivederci e grazie. Giacomo Rivani e la classe 3°L
  12. Commento di Michele Diodati - 6/2/2007 ore 20,37

    Giacomo, complimenti a te e a tutta la 3° L. La vostra cifra "astronomica" farà sicuramente comodo a Jill Robinson per continuare la sua battaglia (davvero molto difficile e impegnativa).
  13. Commento di daniela bellon - 25/9/2007 ore 16,28

    ciao a tutti!
    dal marzo 2007, Animals ASia Foundation ha anche un supporter a Milano. Chiunque voglia avere informazioni sugli orsi, può contattare anche me: danibellon@libero.it.
    Più siamo e più la nostra voce diventerà forte.

    daniela
  14. Commento di MAssimilianoSUprani - 22/6/2008 ore 0,53

    Salve, mi chiamo Massimiliano, volevo solo informare che il 27 giugno prossimo presso la Sala Zenzero a Genova in Via Torti 35 organizziamo una serata di sensibilizzazione e autofinanziamento a favore di Animals Asia Foundation, con proiezione video sulla liberazione degli orsi delle fattorie della bile, buffet vegetariano, documentazione animalista
    Speriamo di essere numerosi, per contribuire ed informare
    Grazie, buona giornata a tutti

Articolo di Michele Diodati pubblicato il  16/1/2006 alle ore 19,54.

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