Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Tema: "L'individuo di fronte al mestiere di vivere"

Una traccia scolastica svolta come un articolo di giornale.

Il testo seguente è lo svolgimento di una traccia scolastica. L'autore, ultratrentenne frequentatore di una scuola serale, immagina di scrivere un articolo destinato ad essere pubblicato nella sezione "Società" del quotidiano Il Manifesto.

Mentre l'istruzione si aziendalizza, un ITI si umanizza

Viaggio insperato in una scuola sempre più disperata

Milano. Nel cuore globalizzato della finanza italiana, a poca distanza dai server che elaborano 24 ore su 24 quotazioni azionarie e non lontano dalla poltrona più ambita di Palazzo Marino (sede del Comune), che da qui a pochi mesi potrebbe ospitare l'attuale ministro dell'istruzione Moratti; in una delle città santuario del "sei ciò che sembri", una professoressa di italiano e storia di un ITI semi-periferico ha proposto ai suoi studenti maturandi una provocatoria e inattesa traccia per la verifica di fine primo quadrimestre: "L'individuo di fronte al mestiere di vivere".

La citazione colta è corredata da brani tratti da Gramsci, D'annunzio, Hesse, Socrate, S. Agostino e Follereau.

L'odio per gli indifferenti, la vita come opera d'arte, la vocazione di ognuno, il "conosci te stesso", il "non uscire fuori" e la rivoluzione in se stessi si sono materializzati, come da un trapassato futuro, scompaginando una trentina di ego-universi perlopiù abitati da bit, script, contratti co.co.pro. e nottate "fuori".

Qualche studente ha osservato come anche la vita intesa come "mestiere" risenta della cappa new-com che avvelena ormai tutte le latitudini; nulla di più distante, naturalmente, dalle intenzioni di Pavese, che, semmai, può aver utilizzato tale espressione proprio e solo provocatoriamente.

L'odierno decadentismo è impregnato di vite spese nel cercare d'essere più "furbetti" degli altri, di suspance all'Amadeus televisivo più che di spericolatezze alla Vasco e ingerenze temporali da parte di chi ha perso gran parte del sentire spirituale.

Questi i fattori che rendono tanto provocatoria quanto sperimentale una traccia più vicina alle tensioni ideali di Don Milani e Tolstoj, che alla scuola "a ostacoli", paradigma e viatico di una società rassegnata alla competizione.

L'indifferenza della "massa" è parte integrante della storia, come lo sono le guerre e la prevaricazione dei pochi sui molti. L'odio gramsciano per gli indifferenti stilato l'11 febbraio 1917 è quindi una fotografia sempre attuale della realtà; la stessa che De André ha più recentemente declinato nel celebre: "anche se voi vi credete assolti, siete per sempre coinvolti".

Didascalia:
La copertina di "Storia di un impiegato", il disco di De André in cui è contenuta la frase citata nel tema.

Il delirante estetismo di D'annunzio è solo l'altra faccia dell'indifferenza, probabilmente la sua estrema celebrazione; la società dei consumi poi, spalmando il gusto per l'effimero su tutti gli strati sociali, ha ulteriormente accentuato il distacco rispetto all'altro da sé, presupposto essenziale per la conquista ed il mantenimento del potere.

Anche l'invito di Hesse a trovare e vivere fino in fondo il proprio destino è, tutto sommato, un'implicita esortazione a rifugiarsi in se stessi; Gramsci avrebbe raccomandato la costruzione del proprio destino.

Diverso, oggi si direbbe interattivo, il "conosci te stesso" attribuito a Socrate e iscritto sul tempio dell'oracolo di Delfi. La conoscenza di sé implica necessariamente il confronto con gli altri.

Più esplicito di Hesse è S. Agostino: "Non uscire fuori, rientra in te stesso: nell'uomo interiore abita la verità". Hesse invitava quantomeno a cercare ognuno la propria; per S. Agostino esiste invece "la verità". Molti secoli dopo, il non uscire fuori è diventato la combinazione per sigillare la morale dell'ostrica di Verga; la verità, una e indiscutibile, è invece la spada brandita dagli integralisti d'ogni tempo.

La prospettiva di una rivoluzione in se stessi espressa attraverso la carità rappresenta il suggestivo invito di Raul Follerau, misconosciuto esponente di un'indomita e altruista religiosità "di base", da poco deceduto.

Difficile ritrovare tracce di questi personaggi e su queste tematiche nella scuola del 2000, nonostante le riforme e le pseudo autonomie.

Molti anni sembrano passati anche da "Bianca", film in cui Nanni Moretti ribadiva come la scuola dovesse informare e non formare, o da "Potere alla parola", uno dei primi successi di Frankie hi-nrg, dove si rappa con veemenza: "la vita è la mia scuola".

Il mestiere di vivere è sempre più spesso connotato da precarietà e disoccupazione cerebrale, proprio come il mestiere di arrivare a fine mese.

Profetica la fine del corvo, figlio del dubbio e della coscienza, in "Uccellacci e uccellini" di Pasolini; pensare con la propria testa spaventa più dell'essere sudditi di un tiranno, di una ideologia, di una religione, del denaro o dei beni materiali.

Un'alternativa, forse più semplice da capire e mettere in pratica poiché speculare ad uno dei motti più comuni in materia, potrebbe essere: vivi facendo agli altri ciò che gli altri vorresti facessero a te (vale anche per la prof che si accinge a valutare le verifiche...).

Commenti dei lettori

  1. Commento di Gabriele Romanato - 22/1/2006 ore 12,50

    Non sono mai riuscito a leggere "Il mestiere di vivere" di Pavese, che è un pò la summa esistenziale del discorso. Sta lì a prendere polvere vicino ai "Diari" di Kurt Cobain (accostamento azzeccato). Non so perchè l'ho preso al supermercato. Un pò per curiosità, un pò per brama consumista. Fatto sta che non riesco a leggerlo. Non ce la faccio. Come dice Frankie, è la vita la mia scuola. "Non scriverò più" (Pavese)

    ;-)

Articolo di Franco Frascolla pubblicato il  22/1/2006 alle ore 11,40.

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