Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Sondaggio del Pesa-Nervi: l'embrione non è una persona

Quasi il 60% dei lettori propende per la tesi che, se votata da una uguale percentuale di italiani, avrebbe ribaltato l'esito dei referendum del 12 e 13 giugno 2005 sulla fecondazione assistita.

E' durato quattro mesi ed ha ottenuto 180 voti il sondaggio online che si proponeva di capire quale natura abbia l'embrione umano per i lettori del Pesa-Nervi. Vediamo innanzitutto la tabella che mostra l'esito finale del sondaggio.

Pos. Opzione % Voti
1 E' un piccolo ammasso di cellule ancora privo di caratteristiche umane; si può utilizzare senza problemi nella ricerca sulle staminali 59,4 107
2 E' una persona 19,4 35
3 Non è una persona ma è comunque qualcosa di sacro; non può essere usato per la ricerca 12,8 23
4 Non ne ho idea 8,3 15

Ferme restando le considerazioni sull'impossibilità di stabilire la rappresentatività a livello nazionale del campione che ha votato via Web, problema di cui ho già parlato a proposito di un precedente sondaggio, i risultati sembrano comunque fornire un interessante materiale di riflessione.

Didascalia:
Un uovo umano vivente nel momento della fecondazione. Uomo in potenza, non in atto. Fonte: Biologia oggi, Piccin Editore (Padova 1982)

La prima indicazione è che la netta maggioranza dei lettori del Pesa-Nervi non solo non considera l'embrione una persona, ma è anche favorevole alla sperimentazione scientifica sull'embrione umano. Ritiene, in altri termini, che un embrione, sebbene sia indubbiamente il precursore di un essere umano, non possa essere considerato il depositario dei medesimi diritti di un essere umano nato e completamento formato. Per tale ragione, presumibilmente, giudica accettabile la ricerca scientifica sugli embrioni (ricerca il cui scopo dovrebbe essere non altro che quello di migliorare le condizioni di vita degli esseri umani nati e viventi, o che nasceranno e vivranno). E' altrettanto ragionevole presumere che, per tutti quelli che hanno scelto questa opzione nel sondaggio, uccidere un embrione non equivale a commettere un omicidio.

La seconda indicazione è che permane una percentuale di lettori, a mio avviso ancora troppo alta (quasi il 20%), che considera l'embrione una persona. In una simile credenza a me pare di scorgere il segno di una debolezza intellettuale. E' certo che l'embrione è il precursore di un essere umano, ma precursore non significa "persona". Vi è tra l'embrione e la persona la stessa differenza che la filosofia aristotelica poneva tra la potenza e l'atto [1]: sono due stadi in qualche modo collegati, ma diversi e non coincidenti. E' vero che l'essere umano in atto, cioè il neonato venuto alla luce, non può esistere se non come risultato di una serie di stadi preliminari (che risalgono indefinitamente all'indietro, anche oltre il momento della fecondazione), ma nessuno degli stadi preliminari è veramente qualificabile come "persona", se con questo termine vogliamo riferirci a ciò che comunemente indica: un essere umano, un individuo, dotato di un corpo riconoscibile come umano e, soprattutto, di una personalità umana (potremmo dire di un'anima, esprimendoci in termini religiosi).

Per mettere meglio a fuoco il concetto di persona, mi sembra interessante leggere la definizione contenuta nel Dizionario di scienze filosofiche di Cesare Ranzoli (Hoepli, Milano 1943, pag. 925):

Persona. Questo termine originariamente designava la maschera (gr. pròsopon = viso, aspetto) con cui nell'antico teatro greco si rappresentava un dato personaggio. Quando cadde l'uso della maschera, indicò il personaggio stesso, e così passò nell'uso per indicare l'uomo, in quanto non è soltanto individuo, cioè unità organica di parti solidali, ma è un essere cosciente e intelligente, un'unità fondamentale di pensiero, di sentimento e d'azione. Perciò persona si oppone a cosa; il vegetale, il minerale, l'animale sono cose, mentre l'uomo cosciente soltanto è persona. Dicesi persona morale l'uomo in quanto, per le capacità del suo spirito, può partecipare della società morale e intellettuale degli spiriti; persona fisica l'organismo dell'uomo, considerato come manifestazione della sua persona morale; persona giuridica l'uomo che possiede diritti e doveri fissati dalla legge.

Secondo il Vocabolario degli Accademici della Crusca (1612), persona «vale huomo, e donna»; e anche sta «per corpo umano. Lat. corpus». Analoga definizione si trova nel quasi altrettanto antico Vocabolario toscano dell'arte e del disegno (1681), nel quale "persona" è designato come «Nome generico che comprende tanto l'uomo, che la donna. Molte volte pigliasi per lo corpo umano».

Il Vocabolario Treccani della lingua italiana offre la più completa ed esauriente definizione della parola persona [2]. Dall'analisi di questa definizione si ricava che usiamo il termine "persona" soprattutto per riferirci a esseri umani viventi, dotati di corpo umano e autocoscienti.

Chiameremmo "persona" una voce computerizzata, non associabile a un corpo umano? Forse sì, in un futuro più o meno lontano, quando i progressi della scienza e della tecnologia avranno svincolato l'uomo dal suo rapporto con un corpo biologico; ma oggi certamente no, non più di quanto consideriamo persone il telefono o la televisione che riproducono voci umane e l'apparenza della coscienza umana. Ha senso inoltre parlare di "persona" per un neonato venuto alla luce privo di cervello? No, dal momento che non possiamo rivolgerci a lui come a un "tu", non essendo quel neonato in grado di percepire alcunché né di avere consapevolezza alcuna [3]. "Persona" è insomma, nell'uso comune, la fusione di due elementi distinti e singolarmente indispensabili: un corpo dalle sembianze umane e una coscienza riconoscibile come umana. L'embrione umano non possiede nessuno dei due requisiti.

Ma anche volendo concedere alla Chiesa e ai suoi devoti il privilegio di estendere il concetto di persona ben oltre il senso comune, fino a fargli inglobare l'embrione umano, scopriamo che una tale estensione del concetto di persona porta a un'insanabile contraddizione, che ne rimarca l'assurdità. Quale sia la contraddizione è spiegato molto bene - almeno per chi ha dimestichezza con l'astrazione dei concetti filosofici - dal filosofo Emanuele Severino, in un articolo intitolato L'embrione e la vita, il paradosso di Aristotele, pubblicato sul Corriere della Sera del 1° dicembre 2004. Ecco il testo di quell'articolo, che, alla luce delle spiegazioni sui concetti di potenza e atto forniti con la nota 1, dovrebbe risultare più comprensibile.

Da dove comincia la natura umana? Una risposta alla questione che divide laici e cattolici, alla luce della filosofia

[Foto di Emanuele Severino]Che l'embrione prodotto dal seme dell'uomo e dall'ovulo della donna sia essere umano in potenza - ossia qualcosa che in condizioni «normali» ha la capacità di diventare un essere umano - è un principio accettato sia da coloro che sostengono, sia da coloro che negano che l'embrione sia già un essere umano. I due opposti schieramenti si scontrano infatti in relazione a un ulteriore carattere della «potenza». Gli uni (ad esempio i cattolici) intendono che l'embrione sia un esser-già-uomo, ma, appunto, un esserlo già «in potenza». Gli altri intendono che l'embrione, sebbene sia «in potenza» un essere umano, sia tuttavia un non-essere-ancora-uomo. In questo secondo caso la sua soppressione non è omicidio; nel primo caso sì, è omicidio - e questo primo caso esprime la compiuta concezione aristotelica della «potenza». Ma nel secondo caso ci si limita ad esprimere un dogma, o una tesi scientifica, che, appunto perché scientifica, non può essere più che un'ipotesi sia pure altamente confermata. Ciò nonostante la Chiesa fa dipendere dalle ipotesi della scienza quella che dovrebbe essere la verità assoluta, cioè non ipotetica, del proprio insegnamento. In favore del carattere umano dell'embrione suona invece il principio che il suo esser uomo «in potenza» è il suo esser-già-uomo, sebbene, appunto, «in potenza». E se già un modo di esser uomo, la sua soppressione è un omicidio.

Sennonché, quanti sostengono il carattere umano dell'embrione sostengono anche che il processo che conduce dall'embrione all'uomo compiutamente esistente (uomo «in atto», dice Aristotele) non è garantito, non è inevitabile, non ha un carattere deterministico, ossia tale da non ammettere deviazioni o alternative. Ancora una volta, è Aristotele a rilevare che «ciò che è in potenza è in potenza gli opposti». Questo vuol dire che, se l'embrione può diventare un uomo in atto, allora, proprio perché «lo può» (e non lo diventa ineluttabilmente), proprio per questo può anche diventare non-uomo, cioè qualcosa che uomo non è. E siamo al tratto decisivo del discorso (che andrebbe letto al rallentatore). L'embrione - si dice - è in potenza un-esser-già-uomo. Ma, si è visto, proprio perché è «in potenza» uomo, l'embrione è in potenza anche non-uomo. Pertanto è in potenza anche un esser-già-non-uomo. È già uomo e, anche, è già non uomo. Nell'embrione questi due opposti sono uniti necessariamente.

Proprio per questo, l'embrione non è un esser uomo. Infatti - anche per coloro che pensano alla luce dell'idea di «potenza» - l'uomo autentico è uomo, e non è insieme non-uomo. Se un colore è insieme un rosso e un non-rosso, tale (mostruoso) colore non è il color rosso. Analogamente, se l'embrione è, in potenza, quell'esser già uomo che è necessariamente unito all'esser già non-uomo, ne viene che l'embrione non è già un uomo - non è cioè quell'esser autenticamente uomo che rifiuta di unirsi all'esser non-uomo. Questo autentico esser uomo non è pertanto «contenuto» nell'unità potenziale dell'esser uomo e del non esser uomo: così come lo scapolo - l'uomo che non è unito a una donna - non è «contenuto» nell'ammogliato - cioè nell'uomo che invece è unito a una donna.

Non essendo, l'uomo, «contenuto» nell'embrione, non si può quindi dire che sopprimendo l'embrione si uccide l'uomo. Sia pure inconsapevolmente, ad affermare che l'embrione non è un essere umano, e che la sua soppressione a fini terapeutici o eugenetici non è omicidio, son dunque proprio coloro che dell'embrione, alla luce dell'idea di «potenza», intendono essere gli amici più fedeli.

Riassumendo: se l'embrione è uomo, ma uomo "in potenza", come ammettono gli stessi cattolici, allora è allo stesso tempo uomo e non uomo, perché essere uomo in potenza vuol dire poter diventare anche non uomo, dal momento che la potenzialità di diventar qualcosa implica anche la possibilità di non diventare quel qualcosa che si può diventare. Facciamo un esempio: un giovane è in potenza un vecchio, nel senso che, col passare degli anni, potrà diventare un vecchio; tuttavia potrebbe morire prima della vecchiaia, il che significa che in potenza c'è in lui il divenir vecchio, ma anche il non divenir vecchio. Analogamente, nell'embrione dell'uomo c'è in potenza l'uomo, ma anche il non essere uomo. La coesistenza delle due possibilità esclude che l'embrione sia un uomo, cioè una persona. Ciò che è un uomo o una persona in potenza non è un uomo o una persona tout court, così come un giovane, che è in potenza un vecchio, è pur sempre un giovane e non un vecchio.

Sono ben consapevole che non si tratta di concetti semplici. Persino un giornalista di fama come Giuliano Ferrara si è arreso di fronte alla spiegazione di Severino, che ha giudicato astrusa e lontana dal senso comune [4], non rendendosi conto, evidentemente, che è proprio il cosiddetto senso comune, con i suoi slogan populistici, a fomentare le contraddizioni e la diffusione di idee insulse come l'equivalenza embrione-persona. La realtà del resto è complessa e, per capirla, occorrono menti agili e concetti più chiari e complessi di quelli intorno a cui è ruotato per la gran parte il dibattito televisivo e giornalistico, che ha preceduto i referendum sulla fecondazione assistita del giugno scorso.

Il vero punto della questione a me sembra un altro: non l'equivalenza embrione-persona, che non sussiste, ma l'idea della sacralità della vita, e della vita umana in particolare. Chi ritiene sacra la vita umana in ogni sua manifestazione, ritiene sacro e inviolabile anche l'embrione umano, pur non essendo quello ancora una persona, essendo anzi solo il precursore - però indispensabile - dell'essere umano in atto. Quasi il 13% di chi ha votato nel sondaggio del Pesa-Nervi ha scelto quest'opzione, certamente più intelligente dell'altra - che poneva l'equivalenza embrione-persona - che pure ha ottenuto più voti (quasi il 20% del totale).

Anche una volta spostato il dibattito sul terreno della sacralità della vita umana in generale (qualsiasi sia il suo stadio di sviluppo), consentire oppure no la ricerca sugli embrioni è questione che attiene alla fine allo scontro tra due opposte concezioni del mondo: il dogmatismo e il relativismo. Per il dogmatico, la libertà di scelta dei singoli può essere sacrificata in nome di princìpi universali, assunti come dogmi, cioè verità indiscutibili e indimostrabili. Se la vita umana è sacra (e per la religione cristiana lo è), è sacra per tutti, ora e sempre, ragion per cui nessuno è libero di effettuare ricerca scientifica sugli embrioni umani e nessuno è libero di usufruire degli eventuali benefici di questa ricerca. La recente legge italiana sulla fecondazione assistita ha fatto proprio, almeno in parte, un simile assunto, proibendo la ricerca scientifica persino sugli embrioni già esistenti e congelati, che sono stati relegati in un limbo di intangibilità, non potendo né essere studiati né essere distrutti.

Per il relativista, al contrario, non esistono verità a priori, dogmi indiscutibili e indimostrabili. Il relativista pretende una ragion sufficiente, dimostrabile, per abbracciare un partito, ed ammette che gli esseri umani possano giungere a conclusioni differenti riguardo i medesimi argomenti e che le visioni differenti hanno uguale diritto di esistere, se nessuna può essere dimostrata falsa. Ammette la libertà di ogni individuo di scegliere ciò che ritiene meglio per sé, ponendo come unico limite per le scelte e le azioni individuali il rispetto delle libertà altrui.

Da un punto di vista relativistico, perciò, è ammissibile che qualcuno ritenga la vita umana sacra e l'embrione inviolabile, ma accetti allo stesso tempo che altri non la pensino allo stesso modo. Il relativista che ritiene sacro l'embrione umano eviterà di fare ricerca su di esso ed eviterà di ricorrere per sé alla fecondazione assistita, se ciò comporta la distruzione volontaria di embrioni; ma accetterà - sia pure con dispiacere - che altri possano fare ricerca sugli embrioni e possano ricorrere alla fecondazione assistita. Il relativista, insomma, vuole che ciascuno sia libero di scegliere, anche se le scelte di altri sono in contrasto con i propri principi e le proprie credenze. Ciò perché le opinioni, soprattutto quelle metafisiche (sulla sacralità della vita, per esempio), non sono verità universali; non sono dimostrabili né falsificabili: in particolare, non c'è modo di dimostrare che l'embrione umano sia effettivamente una realtà sacra e inviolabile.

Mi piace pensare che quella maggioranza di votanti, che, nel sondaggio del Pesa-Nervi, ha scelto l'opzione che consente di svolgere ricerca sugli embrioni, sia una maggioranza di relativisti.

Note:

[1] Ecco come Giovanni Reale, il maggiore studioso italiano di filosofia greca, spiega nella sua Storia della filosofia antica (vol.II, pagg.436-38) i concetti aristotelici di potenza e atto:

La materia è potenza, cioè potenzialità, nel senso che è capacità di assumere o di ricevere la forma: il bronzo è potenza della statua, perché è effettiva capacità e di ricevere e di assumere la forma della statua; il legno è potenza dei vari oggetti che col legno si possono fare, perché è concreta capacità di assumere le forme dei vari oggetti. La forma si configura, invece, come atto o attuazione di quella capacità. Il composto o sinolo di materia e forma, sarà, se lo si considera come tale, prevalentemente atto; se lo si considera nella sua forma, sarà senz'altro atto o entelechia e, se lo si considera nella sua materialità, sarà invece misto di potenza e di atto. Tutte le cose che hanno materia hanno quindi sempre, come tali, maggiore o minore potenzialità. Invece se, come vedremo, ci sono esseri immateriali, cioè pure forme, saranno atti puri, scevri di potenzialità.

L'atto, come già abbiamo accennato, è chiamato da Aristotele anche entelechia: talora sembra che fra i due termini ci sia una certa diversità di significato, ma, per lo più, e in particolare nella Metafisica, i due termini sono sinonimi. Dunque, atto ed entelechia dicono realizzazione, perfezione attuantesi o attuata. L'anima, quindi, in quanto essenza e forma del corpo, è atto ed entelechia del corpo; e, in genere, tutte le forme delle sostanze sensibili sono atto ed entelechia. Dio, vedremo, sarà entelechia pura (e così anche le altre Intelligenze motrici delle sfere celesti).

L'atto, dice ancora Aristotele, ha assoluta "priorità" e superiorità sulla potenza: la potenza infatti non si può conoscere, come tale, se non riportandola all'atto di cui è potenza. Inoltre l'atto (che è forma) è condizione, regola e fine della potenzialità. Infine, l'atto è superiore alla potenza, perché è il modo di essere delle sostanze eterne.

L'autore cita poi in nota un brano della Metafisica di Aristotele che definisce la priorità (ontologica) dell'atto rispetto alla potenza: «Ma l'atto è anteriore anche per la sostanza. In primo luogo, perché le cose che nell'ordine della generazione sono ultime, nell'ordine della forma e della sostanza sono prime: per esempio l'adulto è prima del fanciullo e l'uomo è prima dello sperma: l'uno, infatti, possiede la forma attuata, l'altro, invece, no. In secondo luogo, è anteriore perché tutto ciò che diviene procede verso un principio, ossia verso lo scopo (o fine): infatti lo scopo costituisce un principio e il divenire ha luogo in funzione del fine. E il fine è l'atto, e in grazia di questo si acquista anche la potenza: infatti gli animali non vedono al fine di possedere la vista, ma posseggono la vista al fine di vedere [...]. Inoltre, la materia è in potenza perché può giungere alla forma; e quando, poi, sia in atto, allora essa è nella sua forma [...]. Ma l'atto è anteriore alla potenza secondo la sostanza anche in più alto senso: infatti gli esseri eterni sono anteriori ai corruttibili quanto alla sostanza, e nulla di ciò che è in potenza è eterno».

[2] persóna s.f. [lat. persona, voce di origine prob. etrusca, che significava propriam. "maschera teatrale" e poi prese il valore di "individuo di sesso non specificato", "corpo", e fu usata come termine grammaticale e teologico]. - 1. a. Individuo della specie umana, senza distinzione di sesso, età, condizione sociale e sim., considerato sia come elemento a sé stante, sia come facente parte di un gruppo o di una collettività: qui c'è posto per una sola p.; l'ascensore può portare solo sei p.; c'è una p. che ti cerca, che chiede di te; accertarsi dell'identità di una p.; una famiglia composta di cinque p.; la tavola è apparecchiata per dodici p.; seguito da una qualificazione, generalm. positiva: una p. simpatica, riservata, fine, educata, gioviale, alla mano; una p. influente, importante, autorevole; è una p. perbene, ammodo, di stile; una brava p., una gran brava p.; è veramente una degna p., una degnissima p.; l'ho saputo da (una) p. bene informata; i nostri vicini sono p. molto civili (ma anche negativa: una p. infida, maleducata, ignorante, poco corretta; ma che razza di persone!); una certa p., quella certa p., espressione con cui si indica un individuo che si conosce ma che non si vuole nominare: mi ha telefonato quella certa p.; una terza p., chi non è direttamente interessato nell'affare o nella faccenda di cui si parla: me l'ha detto una terza p.; è stata una terza p. a raccontarmi tutto; seguito da una specificazione: le p. di casa, di famiglia, quelle facenti parte della famiglia; le p. di servizio, i domestici; p. di fatica, chi svolge i lavori manuali più pesanti; p. di fiducia, particolarmente fidata o che ricopre incarichi di fiducia: sì come io poi da p. degna di fede sentii (Boccaccio). Al plur., in senso collettivo, ha spesso usi affini a gente: al raduno sono intervenute molte p.; molte p. ignorano le norme della nostra Costituzione; quelle non sono p. per te; non voglio avere niente a che fare con simili persone. Preceduto da un agg. possessivo, può assumere (in frasi di tono solenne, oppure scherz. o iron.), il valore del corrispondente pronome personale: la mia, la tua, la vostra p., io, tu, voi; concepiamo contro la nostra p. un odio veramente micidiale (Leopardi), contro noi stessi. b. ant. Con valore di pronome indef., qualcuno: guatiamo per l'orto se p. ci è (Boccaccio); in frasi negative, alcuno, nessuno (con uso analogo al fr. personne): e qui d'altra parte ... noi non abbandoniam persona (Boccaccio). Sempre con valore negativo, ma con tono più sostenuto del corrispondente nessuno, è usato ancora oggi in alcune frasi: non c'è p. che possa crederlo; non c'è p. al mondo che mi possa aiutare; non devi dirlo a p. viva (più com. ad anima viva). c. Locuz. particolari: a persona, con valore distributivo, per ciascuno: abbiamo speso 50.000 lire a p.; hanno regalato un libro a p.; in persona, personalmente, non sostituito o rappresentato da altri: venne lui in p.; è intervenuto l'ambasciatore in p.; in senso fig., con valore iperbolico, relativamente a modi di essere così spiccati da costituire quasi una personificazione: sembra l'avarizia in p.; quel ragazzo è la maleducazione in p.; nell'uso ant., in p. di, invece, in luogo di: in p. di sé nel suo letto la mise (Boccaccio); anche, in nome di: parlava in p. del padre; di persona, personalmente: verrò di p.; più spesso, per esperienza personale, direttamente: lo conosco di p. (in opposizione a per fama, per sentito dire e sim.); pagare di p., assumere su di sé, o subire, tutte le responsabilità e le conseguenze, anche negative, delle proprie azioni: siamo stati gli unici ad aver pagato di p.; ha pagato di p. per la sua leggerezza; per interposta p., v. interposto. 2. letter. a. Con il sign. etimologico, maschera teatrale, e quindi anche la parte che un attore rappresenta sulla scena: in una commedia o tragedia non è più in prezzo chi porta la p. del padrone o del re che chi porta quella di uno servo (Guicciardini); quindi, le p. della tragedia, di un dramma, i personaggi che vi prendono parte (cfr. lat. dramatis personae). b. estens. La parte che uno sostiene nella vita sociale; ufficio, funzione ufficiale, figura giuridica: s'egli è atto barbaro e inumano il far oltraggio agli ambasciatori, ciò aviene perch'essi in occasione alcuna, mentre sostengono quella p., non debbono contr'altrui prender l'armi (T. Tasso). 3. a. Il corpo, il fisico umano: Amor ... Prese costui de la bella persona Che' mi fu tolta (Dante); quanti luoghi sua bella persona Coprì mai d'ombra, o disegnò col piede (Petrarca); sentire dolore, freddo e sim. nella p., in tutta la p.; camminare, reggersi diritto sulla p., con il busto eretto, non curvo; talvolta in contrapp. all'anima: Di ciò ti piaccia consolare alquanto L'anima mia, che, con la sua persona Venendo qui, è affannata tanto (Dante). In partic., l'aspetto della figura corporea, o complessione, statura: essere ben fatto, tozzo, snello di p., o nella (meno com. della) p.; essere piccolo, grande di p.; quel vestito ha un taglio non adatto alla tua persona. Ant., mettere persona, irrobustirsi nel corpo. b. ant. Vita, esistenza umana: non solamente l'avere ci ruberanno, ma forse ci torranno oltre a ciò le p. (Boccaccio); pena della p., la pena capitale. 4. Nel linguaggio giur., ogni soggetto di diritto, titolare di diritti e obblighi, investito all'uopo della necessaria capacità giuridica: p. fisica, ogni essere umano; p. giuridica, ogni organismo unitario, caratterizzato da una pluralità di individui o da un complesso di beni, al quale viene riconosciuta dal diritto, grazie alle elaborazioni teoriche della dottrina giuridica moderna, capacità di agire in vista di scopi leciti. In altre espressioni, pur avendo valore specifico, il sign. coincide con quello comune: diritti della p., i diritti intrasferibili che proteggono la persona fisica come tale, nei suoi aspetti essenziali e nelle sue manifestazioni immediate (diritto alla vita, al nome, all'onore, alla propria immagine, ecc.); delitti contro la p., i fatti che ledono l'integrità fisica (omicidio, percosse, lesioni, ecc.) o che attentano all'integrità morale (ingiuria, diffamazione, ecc.) o che violano la libertà di un individuo; per sequestro di persona, v. sequestro. Nel diritto commerciale, società di persone, espressione ellittica usata per indicare, in contrapp. alle società di capitali, tre diversi tipi di società: quella semplice, quella in nome collettivo e la società in accomandita semplice, società cioè nelle quali più che la quota di capitale sottoscritta ha rilievo l'identità e l'attività dei singoli soci. In diritto internazionale, p. protette, le categorie di individui (feriti, malati, naufraghi, prigionieri di guerra, ecc.), per le quali, in caso di guerra, le convenzioni di Ginevra (1949) prevedono trattamenti particolari, per proteggerle dalle conseguenze più gravi del conflitto. 5. Nel linguaggio filos., l'individuo umano in quanto è ed esiste, ossia intende e vuole, esperimenta e crea, desidera e ama, gioisce e soffre, e attraverso l'autocoscienza e la realizzazione di sé costituisce una manifestazione singolare di quanto può considerarsi essenza dell'uomo, nella sua globalità intellettiva e creativa, e come soggetto cosciente di attività variamente specificate (razionale, etica, ecc.): la dignità, il valore, la libertà, la creatività della p. umana. In teologia, Dio viene definito persona quando se ne vuole distinguere il concetto da quello panteistico o idealistico, o comunque proprio di altre concezioni che negano la personalità di Dio. Nella teologia cristiana, persona indica il più alto momento, individuante e caratterizzante, del Padre, Figlio e Spirito Santo rispetto all'identica loro sostanza (Trinità), e del Figlio rispetto alle due nature, umana e divina, che possiede; equivalente latino del greco hypòstasis, la persona del linguaggio teologico indica distinzione nella teologia trinitaria, e invece sintesi nella riflessione cristologica, ma in funzione di una medesima valenza: l'individuazione e la caratterizzazione rispetto a un'alterità, sia essa di altra persona, per es. il Padre rispetto al Figlio, sia di un tutto rispetto alle parti, per es. l'unità teandrica del Cristo rispetto alla natura umana o alla natura divina in essa comprese. 6. a. Categoria grammaticale che, nelle forme verbali e anche nei pronomi personali, serve a distinguere chi parla o scrive (prima p.), chi è il destinatario del discorso (seconda p.), chi costituisce l'oggetto della comunicazione (terza p.): indicata dalle desinenze nelle forme verbali, può essere, sia in queste sia nei pronomi personali, espressa al singolare o al plurale: la terza p. plurale del congiuntivo presente del verbo "fare" è "facciano"; i pronomi personali di seconda p. plurale sono "voi" e "vi". Per estens., parlare in prima p., riferire a sé stesso quanto si dice senza implicare la responsabilità d'altri (con sign. analogo, esporsi in prima p., e sim.); usare la terza p., dare del lei, usare la forma di cortesia; scrivere in terza p., come se si riferissero le imprese di altri, anche quando si parla di sé stessi. b. Nomi di persona, quelli che si riferiscono a un individuo determinato (nomi proprî di p.) o a una categoria di persone (nomi comuni di p.); v. anche nome. 7. Nella dottrina psicologica analitica di C. G. Jung (1875-1961) il termine, nella forma lat. persona (con preciso riferimento al sign. originario di "maschera."), indica quella parte della personalità con cui l'individuo, evitando di rivelare le sue strutture profonde, si presenta nel suo ambiente sociale quotidiano. Dim. personcina, persona di fisico fine, aggraziato (spec. di una donna o ragazza o bambina): è una personcina elegante; o con riguardo al comportamento: è una personcina ammodo, perbene; pegg. personàccia.

[3] Diverso è il caso di un uomo in coma. Ha un corpo umano e sicuramente ha avuto una personalità umana, probabilmente latente e presente anche durante lo stato di coma più profondo.

[4] Ecco l'articolo con cui Giuliano Ferrara, su Il Foglio del 2 dicembre 2004, ha risposto all'articolo di Emanuele Severino pubblicato il giorno prima sul Corriere della Sera.

«Una taglia sui lettori di Severino
Soldi a chiunque sia in grado di spiegare il suo concetto di embrione.»

«Quando un filosofo non si spiega si dice che è un "filosofo tecnico". Può essere che noi siamo semplicemente e tecnicamente asini, e questo chiuderebbe la discussione con Emanuele Severino, che nel Corriere di ieri ha illustrato il suo punto di vista metafisico, al di là della natura, sull'embrione sospeso aristotelicamente tra essere-in-potenza ed essere-in-atto. Offriamo qualunque cifra a un lettore che ci spieghi quel testo in modo univoco. I filosofi hanno lavorato nei millenni con lo strumento del mito, del dialogo, della poesia, dell'aforisma, dell'insegnamento orale, del trattato, del saggio e anche dell'articolo di giornale, sempre con risultati variabili e spesso direttamente connessi allo strumento letterario usato. Uno addirittura sosteneva che le cose sono così misteriose nella loro essenza linguistica da sopportare soltanto che le si segni a dito, che le si indichi con il dito. Un altro sentenziò che di ciò di cui non si può parlare occorre tacere, e fu considerato intelligentissimo. Per carità, c'è spazio per molti strumenti e per molti diversi punti di vista, ma almeno nei giornali il common sense dovrebbe avere la sua parte. Va bene che il concetto metafisico di "potenza" contiene gli opposti, e che la trasformazione di potenza in "atto" richiede l'azione del "sostrato" (che non è lo spirito santo, stia tranquillo il professor Scoppola), ma non risulta né nella fisica né nella metafisica né nella moderna pubblicistica scientifica alcuna possibilità di estrarre da un embrione formato in laboratorio dal seme dell'uomo e dall'uovo della donna qualcosa di diverso da un feto e poi un bambino eccetera. Nel mito sì, lì nasceranno mezzi uomini mezzi cavalli, e altre figure a piacimento. Nella realtà no, questo non succede.»

«Comunque, se non ci si riesca con la filosofia teoretica, si può sempre definire il concetto di embrione ricorrendo alla storia e al tempo. Alzi la mano un uomo o una donna che possa affermare: io non sono mai stato un embrione, nel mio tempo storico la figura concreta, materiale, dell'embrione non esiste. E' evidente che la cultura tecnica è di per sé tendenzialmente manipolativa, è questa la sua grandezza, questa la sua minacciosa prestanza al cospetto del mondo moderno. Il pensiero che la precede, però, e che la giustifica e la limita, non deve essere manipolativo, sofistico, paralogico e paradossale. In uno scontro tra metafisiche, e persino dentro un itinerario teologico che chiami in causa il concetto di anima, l'embrione può fare anche una brutta fine. Nel senso comune no.»

Commenti dei lettori

  1. Commento di Andrea Paiola - 29/1/2006 ore 11,37

    Io non ho votato (sia qui che al referendum) perchè penso di non saperne abbastanza.
    Secondo me queste decisione non le deve prendere la gente "comune".
    Questi sono problemi di etica: decidano gli scienziati della loro etica.

    ciao,
    Andrea.
  2. Commento di Michele Diodati - 29/1/2006 ore 14,57

    Posso essere d'accordo sul fatto che si tratta di una materia complessa, che, per essere padroneggiata, richiede conoscenze che pochi possiedono. Posso anche essere d'accordo sul fatto che un referendum popolare era uno strumento poco adatto per deliberare su una materia così complicata.

    Non sono d'accordo però sul fatto che le questioni etiche debbano essere risolte dagli scienziati. L'etica è una questione che riguarda tutti gli esseri umani dotati di consapevolezza, non solo gli scienziati. Gli scienziati, semmai, hanno il compito di fornire a chi deve formulare le leggi tutti gli strumenti conoscitivi necessari a deliberare nel migliore dei modi. E' proprio questo che sembra essere mancato alla legge promulgata dal Parlamento italiano: contiene aspetti contraddittori, che lasciano immaginare che al testo finale di alcuni articoli si sia giunti per via di convinzioni dogmatiche piuttosto che di conoscenze scientifiche profonde.
  3. Commento di Andrea Paiola - 29/1/2006 ore 18,05

    Non sono d'accordo però sul fatto che le questioni etiche debbano essere risolte dagli scienziati.
    E allora i comitati bioetici (per esempio) che ci stanno a fare?
    La legge è stata creata così perchè son stati i politici a farla.
    Il referendum è andato così perchè è stato votato dai cittadini, che non ci hanno capito una mazza (per dirla fuori dai denti).

    Gli unici che hanno una parola informata su questioni così complicate sono gli scienziati che con queste cose ci lavorano.

    Gli altri possono decidere per esempio in base al credo religioso (Ruini docet).

    I politici fanno quello che gli conviene al momento (come hanno sempre fatto).

Articolo di Michele Diodati pubblicato il  28/1/2006 alle ore 20,43.

Indice del Pesa-Nervi | Diodati.org

Inizio pagina.