Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

Punirne uno per educarne cento

La storia di Omid Memarian, blogger iraniano incarcerato e torturato per aver espresso sul proprio blog opinioni politiche invise al regime.

Il testo seguente è tratto dal libro di Lilli Gruber, Chador. Nel cuore diviso dell'Iran, Rizzoli 2005, pagg. 262-6.

[Foto di Omid Memarian]Già nel 2004 il regime ha cominciato ad arrestare i blogger, a chiudere siti web e a imporre regole più severe per l'uso di internet, già fortemente censurato. L'obiettivo: contrastare la crescente importanza dei giornalisti della rete, ormai molto popolari come fonti di controinformazione. Un sondaggio dell'anno scorso rivela che la maggioranza degli iraniani si fida più di internet - molto diffuso in Iran - che di altri mezzi di comunicazione. Come ha dichiarato Lady Sun, dal 2001 la prima weblogger donna: «Noi portiamo sempre una maschera, il blog e un luogo dove te la puoi togliere». Ma la maschera si rimette offline perché come molti di loro anche Lady Sun non rivela la sua vera identità e parla solo a condizione dell'anonimato.

Omid Memarian invece è uno di quelli che ha scelto tre anni fa di andare on-line con la sua faccia e con la sua firma. Ha un bel viso aperto dai lineamenti regolari, con occhi intelligenti che ti scrutano attentamente... in alto a destra nella pagina web. E uno degli arrestati dell'ottobre 2004, rilasciato dopo 55 giorni di cella di isolamento su cauzione di 55.000 euro. Trentunenne di Teheran, si presenta così nella versione in farsi e in inglese del suo blog «Iranian Prospect»: «Omid Memarian, giornalista iraniano, si occupa in questo weblog di democrazia e società civile, soprattutto di temi sociali nell'Iran di oggi, e parla di questioni di attualità e di qualche esperienza personale».

Mentre sono in Iran è irreperibile e i suoi amici cominciano a preoccuparsi perché temono sia finito di nuovo in prigione. Dopo svariati tentativi riesco finalmente a mettermi in contatto con lui via e-mail: è ad Ankara dove a giorni dovrebbe ottenere il permesso di soggiorno negli Stati Uniti per una borsa di studio universitaria. Mi dà il numero di cellulare e in due ore di telefonata mi racconta la sua storia.

«In prigione mi hanno torturato. Il primo giorno durante l'interrogatorio uno dei carcerieri mi ha preso la testa e l'ha sbattuta contro il muro per cinque minuti. Credevo fosse impazzito. Non la smetteva più. Poi mi ha preso a calci colpendomi ripetutamente allo stomaco finché non ho vomitato anche l'anima. Allora, credo per la paura, si è fermato. Non volevano certo un altro caso Kazemi.»

Omid parla velocemente in un inglese concitato, come se ricordare quei 55 giorni di prigionia gli facesse rivivere fisicamente i momenti più drammatici della sua vita.

E stato rinchiuso nel penitenziario di Evin. L'accusa e stata formulata però solo al suo rilascio: «Atteggiamento ostile verso le autorità atto a minare la sicurezza nazionale». È stato prelevato da cinque uomini in abiti civili nel suo ufficio la mattina del 10 ottobre. Lo hanno bendato e portato prima in uno dei centri di detenzione sotto il controllo dei Guardiani della Rivoluzione. Gli hanno perquisito la casa sequestrando il pc, articoli di giornali, documenti. In seguito è stato trasferito nel famigerato carcere di Teheran nord, senza diritto di nominare un avvocato né di avvertire la famiglia. A venti giorni dalla sua scomparsa, la madre ha scritto una lettera al presidente Khatami per chiedere che fine avesse fatto suo figlio.

Con lui sono state arrestate altre 22 persone, tra giornalisti, blogger e tecnici informatici. Da due anni Omid rivendicava maggiori libertà civili sul suo sito e sui giornali riformisti, si occupava dei problemi dei giovani, chiedeva il rispetto dei diritti umani e delle donne.

Per esempio, a proposito dell'arresto di Said Motallebi - padre di Sina, blogger incarcerato in precedenza - Omid scrive il 18 settembre 2004: «Ora i conservatori se la prendono con i giornalisti web. Arrestare i loro familiari per intimidirli e indurli al silenzio e un nuovo vergognoso attacco alla libertà di parola in Iran».

E più tardi, il 19 febbraio 2005, scrive sulla sua detenzione: «Da due mesi cerco di tornare a una vita normale. Ma è difficile ricominciare da capo. Ho paura del buio e non riesco più a dormire. Il silenzio mi inquieta. Se qualcuno alza la voce mi mette ansia. Dopo il rilascio cerco di essere ottimista. Ma non posso dimenticare la mia vita in una tomba, la sogno tutte le notti. Non mi sento più al sicuro da nessuna parte».

In Iran ci sono oggi circa 200.000 weblog, di cui quasi 70.000 attivi. «Internet e la piccola finestra sul mondo per milioni di iraniani» mi spiega Omid. «Il regime ha filtrato centinaia di siti, ma la gente trova sempre la maniera di aggirare l'ostacolo. Credo che la seconda rivoluzione arriverà grazie a internet.»

È possibile che Omid abbia ragione. Già in passato le nuove tecnologie di comunicazione erano state usate dall'opposizione: il telegrafo fu cruciale nella rivolta del tabacco e nella rivoluzione costituzionale per garantire i contatti tra i vari centri della protesta. E le audiocassette in quella di Khomeini, quando venivano distribuite clandestinamente per diffondere il pensiero dell'Imam. Ma quella del web non sembra ancora matura. Chiedo a Omid se stia fuggendo dall'Iran.

«Sì, per il momento cambio aria. Almeno per un anno vado a studiare a Berkeley, in California. Ma poi tornerò perché è nel mio Paese che voglio fare qualcosa di buono.»

«Qual è stato il periodo peggiore in prigione?» proseguo.

«All'inizio era terribile perché mi torturavano e non sapevo che fine avrei fatto. Oltre alle sevizie, alle minacce fisiche e psicologiche, ci facevano fare la doccia nudi davanti a una telecamera, dovevamo andare in bagno senza vestiti davanti ai carcerieri, ci interrogavano sui nostri rapporti sessuali, volevano sapere se avevamo relazioni con ragazze, facevano domande intime e imbarazzanti. Poi minacciavano di tenermi in prigione per dieci anni, accusandomi di essere contro il regime islamico.»

«Chi erano quelli che ti hanno preso?»

«Erano gli stessi serial killer del 1998, quando a novembre e dicembre furono ammazzati intellettuali e attivisti politici. Una struttura parallela dei servizi segreti. Erano vestiti in abiti civili e non hanno mostrato alcun mandato d'arresto o di perquisizione. Non mi hanno nemmeno detto qual era l'accusa.»

«Quando hai capito che ti avrebbero rilasciato?»

«Quando sono stato obbligato ad ammettere colpe che non avevo: per esempio di aver aiutato alcune Ong in contatto con fondazioni straniere con l'obiettivo di rovesciare il governo. Ho dovuto firmare una lettera e al mio rilascio mi hanno costretto ad andare in tv per "confessare" pubblicamente i miei "reati" e dire che in prigione ci avevano trattato bene.»

«Perché il regime ce l'ha così tanto con i blogger?»

«Perché non riescono a controllarci. Temono un altro caso Ucraina, Georgia o Libano. Hanno una paura fottuta di qualsiasi apertura verso l'esterno. E temono la rete e il suo potere di creare un largo movimento di dissenso che potrebbe distruggerli. Un processo che loro in nessun caso possono governare. Tra il 2000 e il 2004 hanno chiuso oltre 100 giornali filo-riformisti, ma sono i blog il loro grande cruccio.»

«Che società iraniana emerge da questi siti?»

«I blog rendono pubblica la doppia vita degli iraniani. Soprattutto i giovani e le donne rompono tutti i tabù e, avendo la garanzia dell'anonimato, parlano liberamente di sesso, della religione, del regime, delle loro ambizioni e delle loro vere esigenze.»

In Iran la repressione non ha quasi mai raggiunto la fredda efficienza tipica degli Stati totalitari, ma si è piuttosto tradotta in ondate cicliche di terrore rivoluzionario dove l'annientamento psicologico resta tuttora una pratica diffusa. E la tecnica della «confessione» è uno dei pilastri. Ne è stato fatto largo uso dopo le proteste degli studenti nel '99. Invece di confrontarsi con le richieste delle migliaia di giovani scesi in piazza per protestare contro la chiusura del giornale di sinistra «Salam» e l'arresto di un gruppo di giornalisti, il ministero dell'Intelligence e Sicurezza ha pensato bene di ricorrere ancora una volta al metodo delle ammissioni televisive. L'allora leader del movimento, Manushehr Mohammadi, che passava più tempo in carcere che fuori, è stato così dato in pasto al pubblico nell'ora di maggior ascolto con il suo volto smagrito e sofferente, mentre riconosceva di aver avuto contatti con partiti politici fuorilegge e con gruppi negli Stati Uniti e in Turchia. Poche sere dopo è stata la volta di una giovane donna, Malus Radia, che dichiarava di aver passato costantemente false informazioni ai media stranieri e di aver utilizzato per questa riprovevole attività un fax. Questo dettaglio diventerà l'oggetto di una vignetta satirica sul quotidiano di Teheran in lingua inglese «Iran News»: un uomo in piedi davanti alla macchina del fax che dice: «Ho un fax! Allora sono una spia!».

Anche altri giornali hanno aperto il dibattito sulla natura della Repubblica islamica e sull'assurdità delle confessioni estorte, a riprova del fatto che il regime non è mai riuscito a terrorizzare la sua gente né a zittirla. Ma a intimidirla sì.

«Ho detto in tv che avevo capito i vantaggi della Repubblica islamica, che negli ultimi anni ero sotto la nefasta influenza dei riformisti ma che mi era diventato chiaro il loro intento: indebolire lo Stato islamico. Quindi d'ora in avanti avrei sostenuto con convinzione il regime. Che mortificazione. Ho dovuto farlo. Era l'unico modo per non denunciare i miei amici» mi racconta Omid.

«Dopo la mia esperienza, che posso solo paragonare ad Abu Ghraib, ho paura, ed è esattamente quello che vogliono. Ne puniscono uno per educarne cento.»

Articolo di Michele Diodati pubblicato il  3/2/2006 alle ore 17,24.

Indice del Pesa-Nervi | Diodati.org

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