Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

La città in buone mani

La connivenza tra potere costituito e camorra nella Napoli borbonica: un utile promemoria per l'attuale classe politica italiana, che non ha fatto nulla per distruggere quell'ampia zona grigia di confine, in cui mafia e politica lavorano insieme a tutto danno dei cittadini onesti e della legalità.

Il testo seguente riproduce le pagine 39-45 del bel libro di Vittorio Paliotti «Storia della Camorra. Dal Cinquecento ai nostri giorni», Newton Compton Editori, 2002.

[La copertina di 'Storia della camorra', di Vittorio Paliotti, edito da Newton Compton]Le strade di Napoli, non solo quelle dei quartieri popolari ma anche quelle del centro, presentavano, nei primi decenni dell'Ottocento, uno spettacolo di disordine, di miseria, di baldoria e di sporcizia che solo in linea eufemistica può essere definito pittoresco; del resto esso affascinò e insieme inorridì i viaggiatori stranieri autori di descrizioni e di memorie rimaste celebri. Pullulavano, quelle strade, di lazzari distesi al sole che, per puro passatempo, si spidocchiavano a vicenda, di venditori ambulanti che offrivano con grida scomposte ogni sorta di merce, di scugnizzi specializzati nei furti di fazzoletti, nonché di cambiavalute, di cantastorie, di burattinai, di cavamole, di esperti in tatuaggi, di barbieri e di ogni altra tipologia di umanità sudicia e vociante.

Ma, soprattutto, le strade di Napoli erano disseminate di biscazzieri che invitavano i passanti a partecipare a ogni sorta di gioco d'azzardo. I provinciali che ogni giorno confluivano nella capitale delle Due Sicilie per il disbrigo di pratiche burocratiche, i turisti stranieri in cerca di emozioni e gli studenti calabresi costituivano il grosso delle vittime; vittime, bisogna aggiungere, quasi sempre consapevoli della truffa eppure affascinate dal meccanismo del gioco.

Era proprio su queste bische all'aperto che i camorristi, fedeli a secolari tradizioni, esercitavano il loro più redditizio controllo; essi pretendevano infatti il barattolo, vale a dire una percentuale pari al venti per cento degli introiti. Da parte loro i biscazzieri trovavano perfettamente naturale versare quelle tangenti; con solennità, anzi, sottostavano a un vero e proprio cerimoniale.

Il camorrista, a un determinato orario, compiva il suo giro di perlustrazione, riscuoteva quello che secondo lui gli era dovuto, e se scorgeva un nuovo tenitore di banco gli si avvicinava e, pubblicamente, con la stessa naturalezza di un funzionario delle tasse, gli chiedeva: «Scusate, chi tiene mano per la camorra?»; e se il biscazziere confessava di non essere ancora taglieggiato, subito lui, il camorrista, avvertiva: «Allora sappiate che da questo momento tengo in mano io la camorra su voi. Io sono il superiore tal dei tali», e declinava il proprio nome, preceduto sempre dall'attributo di superiore che era appunto quello che i membri della setta pretendevano dai non affiliati.

Il biscazziere, però, poteva anche rispondere, alla domanda iniziale, che già versava il barattolo a un altro superiore. In questo caso l'atteggiamento del camorrista poteva essere di due tipi diversi. Se conosceva il superiore citato, si cavava il cappello in segno di rispetto e dicendo: «Siete in buone mani», passava oltre; se invece non lo conosceva, si riteneva autorizzato a pensare che il biscazziere avesse voluto ingannarlo, nel senso che non versava la percentuale a nessuno o, peggio ancora, che essa venisse percepita da persona non iscritta alla setta. Subito, perciò, diceva: «In nome della Bella Società Riformata [1] impedisco la tangente perché non ho l'onore di conoscere questo superiore», e intascava lui i soldi. Poteva però anche accadere che si facesse avanti quella persona che illecitamente, senza cioè l'autorizzazione della Bella Società Riformata, riscuoteva la tangente; a questo punto tutto veniva risolto, lì per lì, con una zumpata [2], e se il camorrista autorizzato soccombeva, l'altro, automaticamente, acquisiva il diritto ad essere riconosciuto membro della Bella Società Riformata.

Ma quella del controllo delle bische era soltanto una delle mille e mille attività della setta. Essa, ormai, aveva esteso i suoi tentacoli su ogni forma di commercio percependo tangenti che, a differenza di quelle intascate sul gioco, avevano la denominazione di sbruffo.

Tutto, naturalmente, si svolgeva alla luce del sole. Al porto, per esempio, il turista che affidava le sue valigie a un facchino, poteva notare che questi, una volta ricevuta la ricompensa, andava a versarne una parte nelle mani di uno sconosciuto. «Quello è il camorrista, gli ho dato lo sbruffo», rispondeva con tranquillità il facchino se il turista chiedeva quale tipo di operazione fosse avvenuta. A simili sconci, il turista assisteva anche quando noleggiava una carrozzella, quando si recava a fare acquisti e quando sceglieva un albergo.

Membri della Bella Società Riformata percepivano lo sbruffo al mercato; una prima volta dai grossisti, una seconda volta dai dettaglianti, una terza volta sul trasporto, una quarta volta sul carico, una quinta volta sullo scarico. Venditori ambulanti, indovini e negromanti, impresari di pompe funebri, proprietari di ristoranti, capitani delle navi ancorate nel porto non si sottraevano a questo stillicidio. Sempre, in cambio, i camorristi offrivano una protezione dai ladri e dai truffatori che gli stessi taglieggiati riconoscevano efficientissima, e della quale mai avevano a lagnarsi.

Particolarmente redditizie erano la camorra esercitata sugli importatori e qualla praticata sulle case di tolleranza. Alle porte della città, sostavano in permanenza gruppi di camorristi, spesso trattati cameratescamente dagli impiegati della dogana, abituati, ormai, a considerarli quasi loro colleghi; gli importatori versavano prima la quota dovuta, per legge, allo Stato, e poi quella dovuta, per camorra, alla Bella Società Riformata. Riguardo alle case di tolleranza, i camorristi percepivano una prima tangente dal proprietario dell'immobile, una seconda tangente dalla metresse, e una terza tangente dai vari ricottari [3], cioè dai singoli sfruttatori delle prostitute. Di solito i camorristi, volendo evitare ogni rapporto con i ricottari, che avevano in gran dispregio e ai quali, peraltro, era preclusa l'iscrizione alla setta, demandavano il compito di esigere questo tipo di tassa ai picciotti. La percentuale che i ricottari dovevano versare alla camorra, variava secondo che la donna da essi protetta fosse pollanca (vergine), o gallinella (non più illibata) o voccola (madre di figli). In alcune circostanze il camorrista poteva fare di una prostituta la sua amante, ma a patto di sollevarla cavallerescamente da ogni forma di sfruttamento. Non era invece autorizzato a sposarla se non nel caso di un voto fatto a un qualche santo che l'avesse salvato da una grave malattia o da una sventura.

L'unica industria che i camorristi gestissero in proprio era quella del gioco piccolo, un vero e proprio lotto clandestino che, in proporzioni ridotte, faceva la concorrenza a quello del governo. I napoletani disponevano di un'intera settimana per fare le loro giocate, di qualsiasi entità, sulle ruote del lotto dello Stato, ma spesso, per mancanza di denaro, taluni si riducevano al sabato, giorno in cui, però, le ricevitorie non accettavano poste inferiori a quattro carlini; chi dunque voleva, magari all'ultimo momento, puntare somme più basse, si rivolgeva volentieri ai rufoli, sorta di esattori del gioco piccolo. Sembra proprio che la Bella Società Riformata, che riconosceva come validi i numeri estratti dal lotto ufficiale, fosse puntualissima nel pagare i premi ai vincitori.

Per poter agevolmente esercitare tutti questi tipi di traffici, la setta, oltre ad essere articolata in dodici società rionali, dipendenti ciascuna da un capintrito, era ulteriormente suddivisa in paranze, cioè in sottogruppi, ciascuno dei quali vantava una sua specializzazione. Ogni sera, poi, i camorristi consegnavano la totalità delle somme estorte ai contaiuoli. Questi ultimi, una volta provveduto a versare forti percentuali ai capintriti e al capintesta [4], e dopo aver accantonato una determinata cifra «per spese di polizia», cioè, come essi asserivano, per corrompere gli agenti di Pubblica Sicurezza, spartivano la rimanenza in parti uguali fra tutti gli affiliati, esclusi i membri della Società Minore.

Didascalia:
Lazzarone, disegno di R. Armenise eseguito nel 1884 Fonte: V. Paliotti, Storia della camorra.

L'atteggiamento della cittadinanza nei confronti di questa organizzazione di malviventi, era quasi sempre di benevola sopportazione. Anzi, un poco alla volta, i napoletani finirono per abituarsi alla camorra, la ritenevano il minore dei mali possibili, e addirittura si dolevano se le forze dell'ordine compivano qualche azione dimostrativa contro di essa; del resto gli affiliati, come già si è detto, riuscivano ad aiutare i cittadini in molte incombenze nelle quali sia la magistratura che la polizia erano costrette ad ammettere la propria impotenza. In tutte le sue manifestazioni, la camorra è stata sempre originata dal malgoverno.

Da parte loro i governi borbonici si mostravano quanto mai propensi a chiudere non uno, ma tutti e due gli occhi sulla Bella Società Riformata. Salito al trono nel 1825 Francesco I, il Regno delle Due Sicilie era ulteriormente precipitato nella corruzione; occupato a difendersi dalle sette politiche di ispirazione liberale le quali aumentavano di giorno in giorno (erano sorti i Filadelfi, gli Edennisti, la Tomba Centrale, i Pellegrini Bianchi, la Riforma Francese, gli Eremiti Fedeli) il sovrano non aveva proprio tempo da dedicare alla camorra; si può dire anzi che, rispetto almeno a quelle associazioni che volevano imporgli la costituzione, la guardasse con benevolenza e con simpatia. I plebei napoletani, non si dimentichi, avevano sempre mostrato la loro fedeltà alla dinastia borbonica, e anzi i lazzari, fallita la rivoluzione del 1799, avevano infierito crudelmente contro gli sconfitti sostenitori della Repubblica Partenopea; in questa loro azione i lazzari, secondo lo storiografo francese Jean Carrère, erano stati guidati proprio dai camorristi.

Proprio a partire dal 1825, in coincidenza cioè con l'ascesa al trono di Francesco I, la polizia prese spesso ad agire in perfetta concomitanza con la Bella Società Riformata, tanto che si arrivò ad insinuare che quest'ultima fosse comandata da una principe borbonico. Lo svizzero Marc Monnier, che nel 1863 dedicò un libro al fenomeno della camorra, riferì di aver visto alcuni documenti, quasi certamente autentici, dai quali risultava chiara la connivenza fra Pubblica Sicurezza e Bella Società Riformata: ogni nuovo affiliato, all'indomani stesso della sua ammissione alla setta, si recava ad offrire dieci piastre al commissario di Pubblica Sicurezza del proprio quartiere e s'impegnava di corrispondergli il trenta per cento dei suoi futuri guadagni; a sua volta il prefetto di polizia (il questore del tempo) riceveva in udienza particolare il neofita e gli versava cento ducati prelevati dai fondi segreti. Sempre secondo quei documenti, il prefetto di polizia partecipava alle assemblee della Bella Società Riformata e nominava i vari capintriti.

Questa connivenza fra polizia e camorra può apparire assurda solo a chi ignori quali fossero le condizioni delle Due Sicilie durante il quinquennio in cui regnò Francesco I.

Il sovrano, il quale proteggeva apertamente i ladri e i malviventi, aveva consentito che il palazzo reale venisse trasformato in una vera e propria agenzia di collocamento. Il valletto del re, Michelangelo Viglia, e la cameriera della regina, Caterina De Simone, entrambi legati alla camorra, vendevano promozioni e favori a uno stuolo di postulanti che era sempre in aumento. I due servi avevano stabilito delle vere e proprie tariffe: quattrocento ducati per l'assegnazione di un vescovado, una somma pari a diciotto mensilità per un incarico nella pubblica amministrazione, percentuali computate sulla base dei probabili futuri introiti per un posto di esattore delle tasse, e duecentocinquanta ducati per un'esenzione dal servizio militare. L'ipotesi che il Viglia e la De Simone dividessero col sovrano quegli illeciti introiti non è stata mai scartata.

Rarissime, dunque, erano al tempo di Francesco I le azioni della polizia contro la Bella Società Riformata. Lo storiografo Nicola Nisco riferisce che, in quel periodo, la polizia, intervenuta una volta in un postribolo per sedare una disputa sorta fra camorristi i quali si contendevano il diritto di precedenza per appartarsi con una prostituta, dovette precipitosamente fare marcia indietro: la donna al centro di quella rivalità era nientemeno la duchessa di San Marco la quale, soltanto per appagare un suo schiribizzo, aveva deciso di vivere, per una giornata, la vita della meretrice.

Allo stesso Nicola Nisco, che fu peraltro uno degli artefici del nostro Risorgimento, si debbono ulteriori curiose notizie sui camorristi dell'epoca di Francesco I. Gli affiliati alla Bella Società Riformata, apprendiamo dallo storiografo, avevano contratto l'abitudine di prodursi, sul braccio destro, una ferita sulla quale sovrapponevano, credendo di diventare così invulnerabili, un'ostia consacrata. «Negli atti di polizia del 1827», testimonia dunque Nisco, «ho trovato il rapporto del commissario Veglione, del quartiere San Lorenzo, sul ricorso fatto da un cappellano della chiesa del Purgatorio di essere stato preso e condotto da quattro sconosciuti in un antro oscuro per obbligarlo a consacrare quattro ostie, e a giurare su un crocifisso, di aver ben fatto la consacrazione.»

Nel 1830, con l'avvento al trono di Ferdinando II, parve che qualcosa dovesse migliorare. Ma in realtà, nonostante alcune illuminate iniziative prese nei primi tempi dal nuovo sovrano, la corruzione seguitò a dilagare. E la camorra, da parte sua, continuò ad estendere le sue propaggini dappertutto, fin quasi a diventare, specie nel 1848, un organo, ancorché non ufficialmente riconosciuto, dello Stato medesimo.

[1] Ecco come l'autore del libro, Vittorio Paliotti, spiega le origini della camorra a Napoli (pag.21-22):

(...) Sul finire dell'Ottocento, il sociologo Emanuele Mirabella, indagando sul gergo e sui costumi dei camorristi confinati nell'isola di Favignana, venne in possesso di una specie di questionario che i vecchi coatti utilizzavano nei confronti dei nuovi arrivati, per sincerarsi circa la loro reale appartenenza alla setta. Sul questionario accanto alla domanda, era segnata anche la risposta giusta, quella cioè che il nuovo venuto doveva dare per dimostrare di essere anche lui un camorrista e non un qualsiasi malvivente o, peggio ancora, un poliziotto travestito. Dall'ottavo paragrafo del questionario, emerge appunto qualche elemento relativo alla fondazione della camorra:

Capo: «Ditemi un poco: di dove discende la Società?».

Nuovo venuto: «Spagna, Napoli e Sicilia».

Capo: «E come ebbe origine?».

Nuovo venuto: «Tre cavalieri, uno spagnolo, uno napoletano e uno siciliano giocavano a zecchinetto fra loro, mentre i loro scudieri facevano i servizi e la guardia; ad un tratto mentre lo spagnolo cacciava di tasca l'ultima posta, ché tutto aveva perduto, sottrasse del danaro al vincitore in ragione del venti per cento di quello che aveva vinto, dicendo: questo mi prendo come mia spettanza che per diritto e ragione e diritto di camorrista mi spetta e son buono a prendermelo, qui, ed in ogni altro luogo ove mi trovo, e con la ragione e con la malandrineria».

Capo: «E come finì?».

Nuovo venuto: «Finì che i tre cavalieri si trovarono d'accordo fra di loro e fondarono la società dei camorristi, facendo reclute i loro scudieri».

I camorristi, insomma, almeno quelli avvicinati da Emanuele Mirabella all'isola di Favignana, erano convinti che la loro setta fosse stata fondata da uno spagnolo e che avesse come obiettivo iniziale il percepimento di percentuali sulle vincite ai giochi d'azzardo.

Un'altra versione, circa la fondazione della camorra, venne data, l'11 marzo 1911, durante il processo Cuocolo a Viterbo, da Carlo Fabbroni, il capitano dei carabinieri che aveva sgominato, sia pure ricorrendo a metodi non ortodossi, la triste associazione. Sulla base evidentemente di notizie fornitegli dai suoi confidenti, il capitano Fabbroni fissò la data di fondazione della camorra al 1654 e parlò di un certo Raimondo Gamur, un avventuriero spagnolo fuggito dalla nativa Saragozza e immigrato a Napoli. Arrestato e rinchiuso nel carcere di Castelcapuano, questo ipotetico personaggio avrebbe stretto amicizia con cinque napoletani, suoi compagni di cella, ai quali avrebbe spiegato come, in Spagna, era organizzata la malavita: nessuno, lì, agiva isolatamente, tutti i malfattori erano convogliati in associazioni che avevano il loro codice e i loro dirigenti ...Gamur, insomma, secondo questa versione, infervorò fortemente i cinque napoletani sicché essi, una volta riacquistata la libertà, vollero mettere in pratica anche a Napoli le teorie spagnole, e fondarono la Bella Società Riformata, che tutti però finirono per chiamare «camorra», storpiatura dialettale del cognome Gamur.

Sfrondata dei suoi elementi pittoreschi, come quello relativo al casato del fondatore, questa versione presenta elementi attendibili dal momento che diversi criminologi, e primo fra tutti Giuseppe Alongi, hanno manifestato la convinzione che la camorra fosse sorta proprio nelle carceri. Ma anche l'altra tesi, quella riferita da Emanuele Mirabella, liberata dai suoi fronzoli, principalmente quelli relativi ai cavalieri e agli scudieri, offre elementi concreti: effettivamente una delle principali fonti di guadagno dei camorristi era costituita dal gioco d'azzardo, su cui essi percepivano una percentuale valutata, negli ultimi anni del secolo scorso, intorno al venti per cento; inoltre il riferimento al cavaliere siciliano costituisce una più che esplicita allusione alla mafia, organizzazione «sorella».

[2] «I camorristi, va premesso, fin da quando si riunirono in consorterie, ebbero sempre l'ambizione e la pretesa di scimmiottare i nobili. In un'epoca in cui gli aristocratici traevano spunto dalle controversie le più futili per battersi a duello, in pubblico, davanti a folle emozionate e plaudenti, era logico che anche i camorristi per mostrare la loro bravura si dedicassero a simili attività. Anziché la spada, però, scelsero il coltello, che era loro più congeniale; le tenzoni ebbero denominazione di zumpate, quando si svolgevano solo fra due persone, e di dichiaramenti, quando comportavano la partecipazione di più individui» (Vittorio Paliotti, Storia della Camorra, pag. 30).

[3] Ricottaro è termine in uso ancor oggi a Napoli per indicare lo sfruttatore di prostitute.

[4] Il capo supremo della Bella Società Riformata.

Commenti dei lettori

  1. Commento di Mario - 10/2/2006 ore 19,20

    Credo che sia utile per la comprensione aggiungere quanto segue, altrimenti il lettore avrebbe l'errata percezione che lo Stato Italiano abbia COMBATTUTO SERIAMENTE la Camorra. Mentre è proprio l'impresa garibaldina che segna il salto di qualità di camorra napoletana e mafia siciliana.

    "Visse il suo momento trionfale nel settembre del 1860 quando, durante il passaggio dei poteri tra il governo borbonico e i volontari di Garibaldi, fu incaricata, da un ministro dell'Interno, di provvedere al mantenimento dell'ordine pubblico; fu così che la camorra, una setta di estorsori, andò al potere creando i presupposti per future azioni politiche.

    Solo da qualche anno il codice penale italiano ha preso atto dell'esistenza di associazioni a delinquere di tipo camorristico, ma in un contesto riguardante la mafia.
    In realtà, anche se oggi non c'è tanta differenza tra i due sodalizi criminosi, la camorra ha un proprio specifico e una propria storia che vanno a innestarsi, dal Cinquecento in poi, nel vivo del costume napoletano.

    In questo libro, opera di uno dei grandi interpreti di Napoli, viene individuata l'origine spagnola della camorra, e precisa la leggendaria etimologia del termine; si seguono le vicende della "Bella Società Riformata" soprattutto nelle sue radici ottocentesche, si dipanano imprese e vicissitudini di "Capintesta" e "Capintriti".
    Ci vengono svelati i simboli e le regole di un mondo misterioso: la "Gran Mamma", sorta di tribunale supremo; i riti iniziatici per l'accettazione di nuovi adepti; le "zumpate" e i "dichiaramenti" ovvero i duelli con cui si risolvevano le controversie.

    Assistiamo, attraverso le pagine di Vittorio Paliotti, al progressivo imborghesimento della camorra fino a quando, nel primo decennio del Novecento, carabinieri volenterosi riusciranno a mettere un freno all'organizzazione e a cancellarla.
    Ma nel dopoguerra la camorra risorge: non è più una setta ma una vera e propria holding che insinua i suoi tentacoli in tutta la Campania.

    Ieri come oggi camorra è sinonimo di tangente."
  2. Commento di Michele Diodati - 11/2/2006 ore 0,40

    Hai fatto bene a fare questa precisazione. Ho riportato il testo di Paliotti senza neppure la più vaga intenzione di sostenere che lo Stato post-unitario avesse affrontato meglio e più seriamente la lotta contro la camorra. Anzi, l'ho riportato come testimonianza antica di un malcostume che dura ancor oggi.

Articolo di Michele Diodati pubblicato il  7/2/2006 alle ore 18,29.

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