Il Pesa-Nervi

«Lei parla a vanvera, giovanotto!
No, penso a dei critici con la barba».

L'inferno delle galee

Tratta da un libro di Arrigo Petacco, la descrizione dell'infame vita condotta dagli schiavi legati al remo, nelle galee che hanno solcato i mari per lunghi secoli.

Chi è nato in Occidente nell'epoca dei motori e dell'elettricità, del cibo talmente abbondante da rendere l'obesità e il diabete malattie sociali, solo con grande difficoltà può immaginare le sofferenze, la fatica e le privazioni patite dai galeotti. Oggi con la parola "galeotto", piuttosto desueta, intendiamo il prigioniero, il detenuto incarcerato. In origine rappresentava un altro tipo di prigioniero: il rematore incatenato al suo remo in una galea. Migliaia e migliaia di uomini hanno trascorso anni durissimi, remando per i mari di tutto il mondo, vittime di percosse, di una promiscuità inimmaginabile, di un'alimentazione scarsa, razionata e poco salutare (che prevedeva vino e carne solo quattro volte all'anno).

Il brano riportato qui di seguito, tratto da un libro dello storico Arrigo Petacco, parla appunto dei galeotti: penso che sia una lettura istruttiva per tutti quelli che sono nati nella democrazia e che considerano "sofferenze" un ristorante un po' scadente o una passeggiata a piedi, resa necessaria da un blocco del traffico.

Il testo riproduce il capitolo V (pagine 80-88) del libro di Arrigo Petacco, La croce e la mezzaluna (sottotitolo: Lepanto 7 ottobre 1571: quando la Cristianità respinse l'Islam), Mondadori 2005.

Scriveva Jean Marteilhe, un protestante francese condannato al remo per eresia:

Si immaginino, se è possibile, cinque uomini incatenati, seduti ai loro banchi, il remo tra le mani, un piede sulla pedana, l'altro sul banco davanti, il corpo allungato, le braccia rigide per spingere innanzi il remo fin sopra i dorsi di quelli che hanno davanti e che sono intenti nel medesimo movimento.

Si immaginino, proseguiamo noi, cento o duecento uomini incatenati cinque per cinque lungo i due fianchi della galea, stretti fra loro fino a toccarsi, accomunati nella stessa fatica e obbligati per anni a vivere legati al banco di voga sul quale mangiano, dormono, defecano ed espletano qualsiasi altra attività quotidiana. Questa immagine, per quanto orrenda, non è comunque sufficiente a fornire un quadro completo delle condizioni di vita degli sventurati che erano costretti a fornire la forza motrice di una galea.

[La copertina del libro di Arrigo Petacco 'La croce e la mezzaluna']Discendente diretta delle triremi dell'antichità, la galea medievale - che «nelle sue eleganti evoluzioni, se vista con gli occhi di un gabbiano in volo» come scriveva un poetico contemporaneo «somiglia a una giovane danzatrice di cui ogni gesto rivela concentrazione, vivacità, agilità e bellezza» - conteneva nel suo ventre un lager di cui non si trova l'uguale neppure nel più infernale dei gironi danteschi. Soltanto i cavalieri di Malta, che avevano un senso dell'igiene inconsueto per quei tempi, usavano ripulire le galee spingendole in secca appena se ne presentava l'occasione. Su tutte le altre gravava invece un fetore insopportabile dal quale i comandanti veneziani, genovesi o spagnoli si difendevano alla meglio restandosene sul cassero di poppa.

Benché perfezionate nel tempo, le galee medievali, salvo il cannone di prua, non si differenziavano nelle principali caratteristiche da quelle che riportarono Ulisse a Itaca o da quelle di Cleopatra che Marco Antonio condusse contro Ottaviano nella battaglia di Azio. Il principio comune era la spinta a trazione umana e saltuariamente la spinta eolica cui si poteva fare ricorso soltanto quando il vento era favorevole. L'uso della vela concedeva un momento di sollievo ai forzati del remo, ma l'impiego di costoro, oltre a essere indispensabile in bonaccia o coi venti contrari, diventava essenziale in battaglia. In questo caso, infatti, l'ingombrante velatura veniva addirittura ammainata e le galee, spinte dai remi, potevano compiere rapide conversioni, evoluzioni improvvise e altre manovre a sorpresa, con l'agilità della cavalleria.

Nel suo modello tradizionale la galea, concepita e attrezzata per esclusivi usi militari, si presentava come una nave dallo scafo allungato, stretto e molto basso nei bordi per favorirne la velocità. Poteva raggiungere dai quaranta ai sessanta metri di lunghezza e dai cinque agli otto metri di larghezza. A prora c'era uno sperone di bronzo lungo circa sei metri utilizzato fin dai tempi delle guerre puniche per penetrare nella plancia della nave nemica e favorire l'arrembaggio. Due lunghe travi longitudinali esterne allo scafo, dette «posticci», reggevano gli scalmi in modo da bilanciare meglio il movimento dei remi. La galea media contava venticinque remi per lato, ciascuno dei quali, lungo circa quattordici metri, era spinto da cinque o sei vogatori incatenati alla caviglia, i quali costituivano nell'insieme i tre quarti dell'equipaggio. Gli ufficiali e i rari passeggeri si ammassavano a poppa, sul cassero; per il resto la galea era scoperta e simile a una grande barca a remi. Il movimento dei vogatori era regolato dall'aguzzino a colpi di fischietto o di staffile. Dopo che il remo aveva compiuto il movimento all'indietro, tutti i rematori in sincrono dovevano rizzarsi a metà e quindi ricadere sul banco onde creare il sistema di leva che imprimeva la spinta alla galea. Su e giù per i «posticci», gli «aguzzinotti» con lo scudiscio in mano, cadenzavano il ritmo e menavano frustate a chi lo rompeva. Gli ufficiali e i gentiluomini di poppa potevano fingere di non notare quei disgraziati, ma certo non potevano ignorare la puzza che emanava da quella umanità dolente. Anche in piena notte, se il vento era favorevole, si poteva avvertire l'avvicinarsi di una galea. La pratica mediterranea dei forti profumi maschili risale appunto a quei giorni eroici. Ma ecco come esempio il ruolino di bordo originale di una galea di Gianandrea Doria in pieno assetto di guerra.

1 capitano della galera. 1 capitano delle fanterie. 1 alfiere. 2 gentiluomini di poppa. 3 maestranze (calafato, mastro d'ascia e remolaro). 2 loro garzoni. 2 capi bombardieri. 4 bombardieri. 1 cappellano. 1 cerusico barbiero. 8 compagni d'albero (marinari di prima classe). 30 marinari. 100 soldati. 200 remigi.

In totale 356 persone costrette a vivere insieme per settimane in pochi metri quadrati. Si è calcolato che ogni remigio disponeva di uno spazio di quarantacinque centimetri. I pochi alloggiamenti erano situati a poppa, ridotti al minimo e riservati ai soli ufficiali o a qualche ospite di riguardo. I vogatori dormivano sul remo al quale erano incatenati e gli altri, come ricorda un testimone, «si accomodano come si può e non come si vorrebbe. Non ci sono né banchi per distendersi, né finestre per appoggiarsi né sedie per sedersi. Passeggeri e marinai si coricano alla rinfusa e la testa dell'uno può trovarsi accanto ai piedi dell'altro».

Una galea media pesava dalle duecento alle duecentocinquanta tonnellate e aveva due alberi: il «maestro» di circa ventuno metri e il «trinchetto» di diciotto. Ciascuno di essi reggeva di solito una vela triangolare, detta «latina», più versatile di quella «quadra» che funzionava bene solo col vento in poppa. Lungo i «posticci» erano sistemati dei camminamenti per consentire il movimento dei balestrieri e dei soldati. A prua, dietro lo sperone, c'era un piccolo ponte triangolare dal cui nome, «rembata», deriva il termine «arrembaggio». Dopo l'avvento delle armi da fuoco, questo ridotto era stato utilizzato per ospitare l'unico pezzo di grosso calibro di cui era dotata la galea che, in combattimento, attaccava solo di prora. Questo cannone sparava infatti soltanto in avanti ed era detto «corsiero» perché si muoveva su una corsia che gli consentiva, dopo lo sparo, di rinculare fino all'albero maestro dove si procedeva al ricaricamento. Una curiosità: Gianandrea Doria, che dal suo famoso zio Andrea aveva imparato tutti i trucchi del mestiere, aveva eliminato il rostro dalle sue galee ritenendolo una inutile sopravvivenza del passato. Ma anche perché, nei combattimenti ravvicinati, la sua presenza costringeva il «corsiero» a sparare alto, contro le alberature, mentre un colpo di cannone ben diretto nella plancia della nave nemica era certamente più efficace di un colpo di sperone spinto contro il bersaglio a forza di remi. L'iniziativa di Gianandrea Doria sarà in seguito adottata dalle altre marine, compresa quella di Venezia, che fu la più riluttante in quanto andava fiera dei lucenti rostri dorati che caratterizzavano le sue galee.

Durante le lunghe traversate, quando il vento favorevole consentiva la navigazione a vela, non essendo possibile ritirare i remi, questi venivano alzati e fissati agli appositi anelli oppure «acconigliati», ossia messi per traverso onde evitare che sporgessero, quando le navi procedevano affiancate. Naturalmente, esistevano galee di vari modelli. La più importante era la «capitana», che ospitava il comandante della squadra e che era anche chiamata «lanterna» per via di un fanale montato a poppa come elemento di segnalazione e di riconoscimento. Sui bordi delle galee, gli ordini venivano impartiti attraverso sibilanti fischietti che superavano il fragore della battaglia o delle tempeste, mentre le comunicazioni avvenivano con effetti ottici o utilizzando bandiere di segnalazione.

Importantissimo era anche il sistema di voga che consentiva al comandante di cambiare «marcia» ordinando all'aguzzino il tipo di voga necessario, a seconda delle esigenze imposte dalle condizioni del mare o delle tattiche adottate durante la battaglia. C'era il sistema a «scaloccio», ad «arrancata», a «strappata», quello del «monta e casca» e così via. Ripulita dalle incrostazioni marine e bene ingrassata (un'operazione molto importante e frequente) una galea poteva sviluppare una velocità di speronamento di circa sette-otto nodi, mentre la velocità di crociera sostenibile anche per otto ore oscillava fra i tre e i quattro nodi. Per cambiare la «marcia», per imporre la «retromarcia» o per aumentare la velocità, oltre al solito fischietto l'aguzzino non esitava a usare la frusta. Quando la fatica era prolungata e le nerbate frequenti, i rematori potevano stringere tra i denti un tappo di sughero che portavano abitualmente appeso al collo.

Venezia era allora all'avanguardia nella progettazione e nella costruzione delle galee. Il suo arsenale era il più importante stabilimento industriale d'Europa e vi lavoravano migliaia di maestranze altamente specializzate. Vasto trentadue ettari, con nove specchi d'acqua, quando era il caso in questo arsenale entrava in funzione una catena di montaggio ante litteram che consentiva di costruire più rapidamente le navi. I pezzi prefabbricati venivano successivamente assemblati anticipando, grosso modo, la tecnica adottata nei cantieri americani, durante la Seconda guerra mondiale, per costruire le famose «Liberty». Nei momenti di emergenza, l'arsenale veneziano giunse anche a varare venticinque galee al mese. Una volta, per stupire Enrico III in visita alla Serenissima, venne montata sotto i suoi occhi una galea di quarantadue metri in meno di due ore.

La galea media della flotta ottomana non differiva molto da quelle cristiane anche perché gran parte degli specialisti che lavoravano negli arsenali turchi (quello di Calata disponeva di centoventitré bacini, ognuno dei quali poteva ospitare due galee) erano rinnegati o volontari cristiani richiamati a Costantinopoli dalle forti possibilità di guadagno. Tuttavia i turchi, e soprattutto i corsari barbareschi, preferivano le galeotte, più piccole delle galee (circa trenta metri per tre) perché più agili e più veloci, ma molto diffuse erano anche le «fuste», ancora più piccole e agili.

Come si è detto, per muovere le galee era indispensabile l'energia muscolare e, di conseguenza, più aumentava la grandezza della nave, più era richiesta la mano d'opera «da remo», che oltre a non essere facilmente reperibile, si «usurava» con rapidità. Per sopperire, con poca spesa, a tale esigenza, si ricorse in un primo tempo al reclutamento forzato dei prigionieri comuni, che assumeranno per questo il nome di galeotti. Le condanne «al remo» venivano distribuite con larghezza dai tribunali civili ed ecclesiastici. Maghi, falsari, truffatori, assassini, ebrei, eretici, omosessuali, sacerdoti sconsacrati, poeti irriverenti, «artisti maledetti», adulteri e semplici bestemmiatori (la bestemmia, come la bigamia, era punita con dieci anni di remo) si ritrovavano insieme, incatenati al banco di voga per un tempo imprevedibile, anche perché un capitano a corto di rematori poteva trattenerli a suo giudizio. In seguito, oltre i «comuni», vennero impiegati anche i prigionieri di guerra, in gran parte «infedeli» ridotti in schiavitù. Sulle galee veneziane e genovesi non mancava tuttavia una discreta percentuale dei cosiddetti «buonavoglia», ossia cittadini (certamente spinti dalla miseria) che si offrivano volontari in cambio di un discreto compenso per un periodo di tempo determinato. Costoro godevano di un trattamento privilegiato, erano liberi di scendere a terra come gli altri membri dell'equipaggio ed erano preferiti dai comandanti perché, in caso di necessità, potevano essere armati e partecipare alle battaglie. Roberto Gargiulo, profondo conoscitore di storie medievali e del mondo delle galee, in un suo libro riferisce fra l'altro i brani di una interessante e inedita relazione scritta da un testimone contemporaneo di nome Pantero Pantera.

Quelli che chiamano buonevoglie sono quelli che vogano per pagare i debiti o sono dei vagabondi che per vivere o per giocare hanno venduto la loro libertà. Si distinguono dagli altri, che sono tutti rasati, perché portano i mustacchi non rasi in segno di riconoscimento.

Secondo Pantera, i «buonavoglia» erano utili ai capitani perché potevano contribuire alla difesa della nave. Ma precisava che

al remo essi non riescono bene, così come quelli che sono condannati per poco tempo. Mentre i condannati a vita riescono molto bene perché, passato il primo anno, cominciano ad assuefarsi alle fatiche della galea e durano molto di più. Questi ultimi si distinguono per il ciuffo che portano al centro della testa rasata.

Pantero Pantera fornisce anche una descrizione involontariamente toccante dei vari tipi di schiavi infedeli condannati al remo.

Gli schiavi sono quei turchi che si catturano o si comprano. Essi sono di tre sorti: Mori, Turchi e Negri. I Mori [così erano chiamati i barbareschi] sono i migliori e tra loro sono ottimi quelli che si pigliano sopra le fuste, sopra i brigantini, o sulle galeotte e gli altri vascelli da corsa. Essi, per avere fatto abitudine ai patimenti e alle fatiche del mare e del remo, sono migliori degli altri e sono perfetti vogatori. Ma sono per natura talmente superbi, bestiali, traditori, sediziosi che bisogna sorvegliarli bene perché alcune volte sono giunti ad ammazzare i padroni. I Turchi invece non sono buoni a niente: né adatti al remo, né alla fatica come lo sono i Mori. Però sono ben più mansueti e più docili. Di questi, riescono meglio quelli che si pigliano sul mare nei vascelli da remo, perché quelli che si pigliano a terra o nei vascelli a vela quadra sono quasi tutti mercanti o passeggeri avvezzi in terra a tutte le comodità. I Negri sono i peggiori di tutti e muoiono la maggior parte di pura malinconia.

Sulle galee cristiane, il disagio e le privazioni aumentavano quando si rendeva necessario per cause di guerra imbarcare anche forti contingenti di truppa. Gli spazi per la conservazione del cibo e, soprattutto, dell'acqua potabile, erano troppo ristretti per contenere quanto era necessario per affrontare una campagna. Di conseguenza, la galea era costretta a compiere delle soste per «fare acqua» o, non infrequentemente, per razziare nei villaggi costieri quanto abbisognava per proseguire il viaggio. Il vitto era quindi quasi sempre razionato.

I rematori hanno per vitto trenta once di biscotto ogni giorno e una minestra di fave alternativa, cioè un giorno sì e un giorno no. L'olio per condirla non si dà quando si naviga perché non aggravi la ciurma che deve essere agilissima e più atta alla fatica. Hanno diritto alla carne e al vino soltanto quattro volte all'anno: per la festa del Natale del Signore, per la Pasqua di risurrezione, per la Pentecoste e per il Carnevale.

L'equipaggio e i soldati avevano invece diritto, oltre al biscotto e alla minestra, a una razione di vino e mezza libbra di carne o di pesce salato.

Grazie a un privilegio concesso dalla santa Religione sulle galee il passeggero che desidera mangiare carne fresca di manzo o di capretto rubata a terra dai soldati o rubata da lui stesso, può mangiarla anche di quaresima durante le quattro tempora, di venerdì, nelle vigilie e in tutti gli altri giorni proibiti. Possono farlo senza alcuna vergogna e senza problemi di coscienza.

Per la verità tutto a bordo si doveva fare senza vergogna tanto era intensa la promiscuità. Questi uomini di razze e costumi così diversi che per capirsi fra loro usavano il sabir [1], dovevano comunque sfogare in qualche modo la loro sessualità e lo facevano sotto gli occhi della ciurma. Capitava anche che qualche comandante, vuoi per generosità, vuoi per mantenere le promesse fatte ai rematori in momenti particolari, assoldasse volenterose prostitute affinché provvedessero alla bisogna.

Nella seconda metà del Cinquecento, come scrive Roberto Gargiulo, essendo diventato sempre più insidioso il Mediterraneo, si rese necessario rinforzare la difesa delle galee con l'impiego di soldati professionisti. In particolare di archibugieri, in quanto essi potevano colpire a distanza il ponte avversario e favorire l'arrembaggio. Sulle navi spagnole venivano imbarcati i famosi tercios, un nome che sarà poi conservato dalla Legione straniera spagnola. I veneziani arruolavano invece albanesi, morlacchi e serbi, mentre le squadre pontificie e toscane impiegavano contingenti di mercenari italiani, svizzeri e tedeschi comandati da nobili italiani. La squadra genovese di Gianandrea Doria costituiva un caso a parte: i marinai liguri godevano infatti di una meritata fama di valorosi combattenti equiparabile alla loro riconosciuta abilità marinaresca. Ciò consentiva al Doria di impiegare i propri equipaggi anche come presidio di difesa delle sue navi.

La comparsa dei primi cannoni sulle prue delle galee non modificò di molto la tattica tradizionale delle battaglie navali. Il cannone «corsiero», che sparava soltanto in direzione frontale, poteva essere impiegato da lontano grazie alle rapide evoluzioni imposte alla galea per favorire la mira. Ma quando, dopo l'ultima salva, le navi si accostavano, scattava l'arrembaggio, che spesso veniva favorito dai remi messi di traverso sul bordo della nave nemica. E la soluzione finale era sempre affidata all'arma bianca.

[1] Lingua franca parlata tra cristiani di lingua romanza e arabi e poi turchi. Maggiori informazioni sono disponibili sul sito di Italica.

Commenti dei lettori

  1. Commento di M. Morin - 8/12/2008 ore 11,43

    Il libro del Petacco, da un punto di vista storico, vale meno di niente. Non merita di essere ricordato.
  2. Commento di Maurizio Spagna - 23/11/2010 ore 19,44

    SFOLATI NEL VENTO
    ...il vento non è un passeggero, è nero,
    è un cacciatore di ore al panico...
    CON TACITA INTESA ATTRACCHIAMO IN UNA SUA AMICIZIA
    E STIAMO INTENTI ALLA VITA CHE CI CONCEDIAMO,
    STIAMO INTENTI ALLA NATURA CHE DISUNIAMO
    PERCHÈ
    IL VENTO SOFFIA CON LA STESSA FURIA DEI SOFFI IMPETUOSI DELLA NOSTRA PENA-

    Il vento è nero
    A lui e con lui il mio cuore in mano.

    Per fido e nel filo lo vedo in faccia
    Per segno
    Lo seguo nella casa di un uomo in balìa del suo fuoco.

    Una via di uscita
    Per trovare
    Il gomitolo del mondo
    Le tracce umane del vento.

    Il vento è nero
    Vento è tormento.

    Ogni cosa cresciuta nel vento
    È un pezzo unico indifendibile
    E soffiando
    Contro il gabbiano gli annodo il cielo:
    "Non ti allontano via
    Perché riconosco il tuo eroismo".
    Proprio come fece con me
    Quel vecchio signore del vento
    Dai capelli arguti e di argento
    E gli occhi più sconfinanti del mare.

    Il vento è nero
    Vento è movimento.

    Correndo più di un fulmine
    Striscia ai confini della città
    Borda sulla porta d'ingresso
    con sciroppo, scirocco e un sciocco agguato di foglie
    Balza
    E senza un briciolo di ironia
    Senza volto della volontà...
    Portaci via.

    Il vento è nero
    Il vento è in sopravvento...
    Il vento è mondo
    Accartocciato e scontento.


    ©2010 Maurizio Spagna
    e il giro del mondo poetico-
    www.ilrotoversi.com

Articolo di Michele Diodati pubblicato il  11/2/2006 alle ore 18,37.

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